PICCOLI GRANDI LIBRI   Giovanni Dutto  Christopher Hayden
LECTIO DIVINA

EFFATA' EDITRICE 1998

Presentazione (Paolo Angheben)

LECTIO DIVINA (Giovanni Dutto)

Introduzione
La grazia "Vaticano II"
La Parola di Dio
La storia della Lectio Divina
L'ingranaggio dei gradini
Lectio
Meditatio
Oratio
Contemplatio
Communicatio
La mensa della Parola e del corpo di Cristo
Incoraggiamento alla Lectio Divina
Il popolo di Dio fa Lectio Divina
Gesù maestro guida la Lectio Divina
Maria Lectio Divina vivente
A scuola di Lectio Divina da Maria

ESEGESI E LECTIO DIVINA (Christopher Hayden)

 

Esegesi e Lectio Divina

Esegesi e Lectio Divina

L'esegesi critica contemporanea può rappresentare un aiuto per un approccio spirituale alle Scritture? Per contro, un approccio meditativo e contemplativo può illuminare l'esegesi contemporanea?

Riteniamo che il metodo storico-critico e la Lectio Divina possano essere in dialogo e, anzi, rappresentare l'uno per l'altra un'occasione di vicendevole correzione e arricchimento e cercheremo di mostrarlo per ogni tappa della Lectio.

Partiamo da una definizione dei due termini:

- il metodo storico-critico - secondo la teoria di Joseph Fitzmyer - parte dall'idea che i testi biblici non siano caduti dal cielo come scritti sacri, ma abbiano una genesi storica. Pertanto, la piena comprensione di un testo presuppone una conoscenza della sua preistoria (la critica delle sorgenti), della sua forma letteraria (la critica delle forme) e del contributo di quelli che hanno raccolto e collezionato le sorgenti, i loro motivi, le loro tendenze e il loro scopo (la critica della redazione). Il metodo è critico proprio perché non si accontenta del testo biblico così come esso appare ad una prima lettura;

- la Lectio Divina è, invece, «la lettura, fatta individualmente o in comune, di un brano scritturistico più o meno lungo, ricevuto come Parola di Dio, che porta, secondo il suggerimento dello Spirito, alla meditazione, alla preghiera e alla contemplazione», afferma la Pontificia Commissione Biblica in un'opera dedicata all'interpretazione della Bibbia. Questa definizione abbraccia l'approccio classico di Lectio, Meditatio, Oratio, Contemplatio, che è l'essenza della Lectio Divina.

Il punto di partenza

Alcuni sostengono che la Lectio Divina può e deve abbracciare tutto quello che l'approccio storicocritico offre e che il "punto di inserimento" del secondo nel primo è rappresentato dalla tappa iniziale, cioè la Lectio, che, secondo le parole di Giurisato, è il momento «dell'esposizione obiettiva della pagina sacra, del commento a livello letterario, storico e teologico, come abitualmente si articola l'esegesi biblica».

Questa teoria colloca il metodo storico-critico in un contesto ben preciso e, nel farlo, sottolinea come questo metodo non abbia un fine in se stesso, ma rappresenti piuttosto una preparazione in vista di un approfondimento ulteriore della Bibbia. La Lectio Divina, in quest'ottica, fornisce una struttura che permette di incontrare la Parola in modo progressivo, usando pienamente, ma anche trascendendo, il lavoro intellettuale dell'esegesi critica.

Molto spesso il metodo storico-critico viene giudicato una ricerca arida, meramente intellettuale, che oscura anziché sottolineare la ricchezza della Scrittura. È vero, i mezzi di quésto metodo sono aridi e intellettuali, ma ciò non annulla la sua validità. La critica non dovrebbe rivolgersi al metodo in quanto tale, ma ad un abuso di esso, che può celarsi ad esempio sotto la pretesa che l'esegesi critica sia l'unico valido approccio ad un testo biblico, o che la comprensione di un testo equivalga alla comprensione di cose marginali e contestuali.

La Lectio Divina riconosce il valore dello studio storico-critico della Bibbia, ma fornisce un contesto che lo delimita mentre, troppo spesso, lo si forza verso scopi che non può avere. In altre parole, l'esegesi critica riveste un ruolo molto importante, quello di far sì che un approccio spirituale alla Scrittura sia radicato nel testo.

Il metodo storico-critico e il mito dell'obiettività totale

Un "mito" che molte volte accompagna il metodo storico-critico è quello del distacco totale, ovvero della convinzione che sia possibile iniziare senza presupposti. Si tratta di una teoria che considera l'obiettività assoluta possibile e, anzi, molto desiderabile - se non assolutamente necessaria per lo studioso nel suo approccio al testo.

Questo mito è stato alimentato dalla paura che l'interprete possa portare un suo bagaglio di anticipazione o di pregiudizio al testo, trasformandosi - come osserva Werner Strenger - in uno di quei «lettori deboli che trovano nei testi soltanto quello che già sanno». Un fondo di verità in questa posizione esiste, perché occorre effettivamente una certa obiettività per far sì che la Scrittura parli con la sua voce. D'altra parte, però, la Bibbia non può che essere letta e studiata in un contesto determinato e per un motivo specifico.

La Lectio Divina, fatta bene, invece, implica un'apertura totale alla Scrittura che comunica la Parola di Dio ed è un veicolo per la presenza di Dio stesso. Essa incoraggia, nel lettore e nella persona che prega, un distacco radicale dalle sue aspettative e dai suoi pregiudizi.

Dunque, un approccio spirituale alla Scrittura può essere obiettivo e un approccio distaccato e neutro può essere veramente spirituale anche se l'obiettività con cui ci si avvicina ad un testo non può mai essere totale, come invece vorrebbero alcuni. La stessa decisione di fare l'esegesi su San Paolo anziché Platone, ad esempio, rappresenta già un livello di interesse, seppur minimo, che riduce la possibilità di un distacco assoluto dal testo. La Lectio Divina può aiutare a mantenere l'equilibrio, ricordando che l'avvicinamento ad un testo con qualche grado di anticipazione - ad esempio la convinzione che noi possiamo comunicare con Dio e Dio con noi - non è incompatibile con un atteggiamento obiettivo e distaccato.

Il tentativo di una parte degli esegeti di considerare Dio incomprensibile e sconosciuto, per potersi avvicinare alla Scrittura come ad una realtà pienamente mondana, è stata recentemente criticata da Joseph Ratzinger, perché è vero che la Scrittura ha la sua origine dentro la storia umana, ma essa traccia l'ingresso di Dio in quella storia, permettendo il contatto tra la storia e l'eternità. L'esegeta, osserva sempre Ratzinger, «dev'essere pronto ad accettare che qualcosa di veramente nuovo può capitare nella storia, qualcosa che non si può dedurre da premesse date, ma che si apre da sé».

Anche in questo caso la Lectio Divina può offrire un correttivo ad un'applicazione miope dell'esegesi storico-critica. Essa si avvicina alla Scrittura, infatti, non solo con la convinzione che Dio è entrato nella storia umana nel passato, ma che Egli continui ad entrare nella storia degli uomini: essere aperti alla sua comunicazione nella Scrittura significa essere aperti alla sua presenza ed azione quotidiana.

Il metodo storico-critico come affermazione teologica

Finora il dialogo tra la Lectio Divina e il metodo storico-critico potrebbe apparire piuttosto come un monologo esortativo da parte della prima nei confronti del secondo, ma il metodo storico-critico ha in realtà da offrire numerosi e fondamentali spunti teologici.

Tra gli esponenti più conosciuti del metodo c'è Raymond Brown che, pur riconoscendo i pregiudizi con cui il metodo è stato tante volte applicato (ad esempio uno scetticismo riguardo al trascendente), afferma:

«È ora di identificare tali pregiudizi come elementi che sfortunatamente sono stati aggiunti, invece di principi intrinseci al metodo stesso».

E continua mostrando come i I metodo storicocritico sia una necessità teologica perché, praticato da credenti, implica un'affermazione fondamentale riguardo alla Parola di Dio: essa, pur essendo condizionata da tempo, luogo e circostanze, è veramente «di Dio». Il fatto che la Parola di Dio possa essere oggetto di un'analisi esegetica sottolinea il carattere storico della Scrittura. Come non penseremmo mai di negare la piena umanità di Gesù, così non dobbiamo sottostimare l'umanità della Scrittura.

Il metodo storico-critico può causare confusione e frustrazione: ci mostra infatti che Dio non ha dettato la sua Parola nella Scrittura, ma l'ha sottomessa a tutti i limiti del linguaggio umano. La kenosis dell'incarnazione ha il suo equivalente nella kenosis della comunicazione di Dio attraverso il mezzo limitato del discorso e della Scrittura (cfr. Vaticano Il, DV 13). Osserva Brown:

«Rifiutare il metodo storico-critico adesso, quando è diventato una parte dell'approccio moderno a tutta la letteratura, sarebbe equivalente ad un/affermazione teologica che nega l'elemento umano nella Parola di Dio e toglie gli autori biblici dal mondo dell'esperienza ordinaria con le sue limitazioni. La decisione contro il metodo storico-critico [...] è una forma di fondamentalismo teologico».

Vigilare contro il fondamentalismo biblico

La Lectio Divina non è soltanto per gli studiosi, e coloro che vogliono incoraggiare la sua diffusione dovrebbero far sì che quanti si avvicinano alla Bibbia con questo metodo riconoscano che la Scrittura è Parola incarnata nella storia.

Sul piano pratico e pastorale sarebbe sufficiente un po' di catechesi per evitare che quei cattolici, che pregano regolarmente con la Scrittura all'interno di gruppi biblici, possano cadere nel fondamentalismo. Coloro che propongono la Lectio Divina hanno quindi la responsabilità di non trascurare una formazione di base con i principi dell'esegesi critica.

Quanti pregano abitualmente con la Bibbia possono cadere in un altro errore, quello di avvicinarsi al testo soltanto con l'aspettativa di racimolare idee ed ispirazioni concrete e, quando ciò non accade, cadono in un vero e proprio disappunto. L'esegesi critica, anche in questo caso, può rappresentare un aiuto perché mostra come la Scrittura non debba essere vista soltanto come un contenitore di idee spirituali, ma nella sua integrità. Un fatto, questo, che assume un'importanza fondamentale soprattutto di fronte a testi particolarmente "difficili", come le genealogie nei Vangeli di Matteo e Luca: solo l'esegesi critica può offrire un po' di senso in questi casi.

Dalla Lectio alla Meditatio

Fino a questo punto, la riflessione si è concentrata sullo scambio tra il metodo storico-critico e la Lectio Divina nella tappa iniziale della Lectio, ma questo scambio può continuare anche nelle tappe successive.

Il rapporto tra la Lectio Divina e l'esegesi è stato descritto in un modo succinto ma efficace da Mario Masini:

«La Lectio Divina deve percorrere tutte le tappe che conducono ad una interpretazione esegeticamente corretta, anzi criticamente esatta, delle Scritture, perché soltanto con questo procedimento si apre l'accesso alla Parola autentica. E tuttavia questo tragitto deve restare pur sempre soltanto una tappa della Lectio...»

Proprio come la Lectio è soltanto una tappa in un processo, allo stesso modo il metodo storicocritico è soltanto una tappa - certamente precisa e necessaria - di un approccio comprensivo alla Scrittura.

Dopo la Lectio, che conduce ad un incontro personale con il testo biblico, c'è la Meditatio, nella quale la persona che prega cerca di comprendere la Parola non soltanto in modo "scientifico", esegetico e obiettivo, ma anche in modo "sapienziale". Questo avviene attraverso la riflessione personale su quel testo che, nella tappa precedente, ci si è sforzati di comprendere pienamente nella sua realtà obiettiva.

La Meditatio rappresenta quindi un'appropriazione personale del testo biblico, ovvero, come puntualizza Giurisato, «l'applicazione a noi della pagina biblica, letta e commentata, gustata e assimilata: gli antichi la chiamavano "tropologia", noi parliamo di rilettura e di attualizzazione».

L'attualizzazione: andare in avanti, partendo dal testo biblico

Il metodo storico-critico sottolinea lo sviluppo storico della Scrittura: la Bibbia si è formata attraverso rapporti storici tra Dio e il suo popolo.

I rapporti tra Dio e il suo popolo continuano oggi con lo stesso dinamismo ed è per questo che consideriamo la Scrittura vitale, perché essa continua a parlarci se facciamo lo sforzo di riflettere e di meditare sul testo.

Come il metodo storico-critico non si ferma alla Scrittura ma cerca di scandagliare il suo processo di formazione, così la Lectio Divina cerca di andare dalla lettura della Bibbia in avanti, nelle circostanze e nella vita del credente e della comunità. Anche in questo caso l'esegesi può offrire un valido aiuto alla Lectio perché la comprensione dei processi che hanno formato la Scrittura può illuminare il modo in cui la Scrittura forma la nostra realtà presente.

È interessante osservare come, in un certo senso, la Lectio Divina abbracci un dipanarsi della Scrittura che va nella direzione contraria rispetto al processo della sua formazione. L'esperienza del popolo di Dio ha formato le Scritture e, attraverso la loro attualizzazione, le Scritture possono adesso formare il popolo di Dio. Ci può essere la tentazione di descrivere questa ermeneutica in modo molto minuzioso, come se ci fosse una netta corrispondenza tra le circostanze di oggi e quelle che sono riflesse nella Scrittura, ma un'esegesi precisa e una sociologia profonda non portano automaticamente ad un'attualizzazione piena di vitalità. Il nesso tra la Scrittura e l'attualizzazione viene scoperta più nello Spirito Santo che in una qualche corrispondenza tematica.

Il documento della Pontificia Commissione Biblica sull'interpretazione della Bibbia suggerisce una corrispondenza molto stretta tra Scrittura e vita: dopo aver descritto gli aspetti scientifici della critica storica, esso mostra come, avendo applicato questi, sia possibile «considerare le esigenze del testo dal punto di vista dell'azione e della vita».

Tuttavia, l'attualizzazione della Scrittura non può essere limitata a coloro che sono in grado di usare il metodo storico-critico. Il documento della Pontificia Commissione Biblica lega strettamente l'attualizzazione all'esegesi tecnica ma, d'altra parte, mette in guardia dal privare della possibilità di un impegno serio con la Scrittura chi non può accedere ad una biblioteca o ad una libreria, . anche perché questo andrebbe contro quanto espresso dal Concilio Vaticano Il (cfr. OV 22).

È necessario trovare un equilibrio tra gli elementi intellettuali-scientifici e quelli praticiapplicati nell'approccio alla Scrittura perché essi, entrambi necessari, non devono essere messi in concorrenza. La critica storica ricorda quindi alla Lectio Divina di rimanere ben fondata e, da parte sua, la Lectio Divina suggerisce al metodo storico-critico di non oltrepassare certi limiti. Essa infatti insiste sulla necessità di una corretta comprensione della Scrittura come punto di partenza per un ulteriore avvicinamento alla Bibbia, ma non applica dei mezzi puramente intellettuali all'attualizzazione della Scrittura nella vita del credente.

L' Oratio: la co-esistenza di preghiera e obiettività

Anche nella tappa dell'Oratio il dialogo tra i due diversi approcci alla Scrittura può continuare.

Nella pratica, il progresso da una tappa all'altra della Lectio Divina non è sempre così evidente e il movimento dalla Meditatio all'Oratio è abbastanza sottile. Giurisato esprime bene la connessione tra Meditatio e Oratio e il progresso dall'una all'altra:

«La lettura "dev'essere accompagnata dalla preghiera", perché dopo l'ascolto è necessario dare una risposta».

Fino a questo punto, il processo della Lectio Divina è rimasto su un livello pragmatico o "tropologico", ma con il passaggio all'Oratio (tenendo conto del fatto che tutta la Lectio dev'essere preghiera!), l'applicazione intellettuale diventa meno centrale.

I metodi dell'esegesi critica non entrano direttamente nell'arena della preghiera, «ma anche quando l'esegesi giunge ad un'approssimazione del significato originale di un testo e poi trova, con successo, il rapporto tra questo e la fede di Israele e della Chiesa, il risultato ha un valore limitato. Questo perché il valore ultimo nella vita cristiana è dinamico, è la grazia del movimento della fede nella comunione con Dio. La fede trascende la mediazione sia biblica che ecclesiale, mentre viene portata ad una comunicazione di vita con Padre, Figlio e Spirito Santo», osserva Jared Wicks.

Si può quindi concludere che, anche se l'esegesi critica non ha un'applicazione diretta nell'Oratio, vi sta dietro implicitamente, in quanto è presente in ogni tappa dell'approccio spirituale alla Scrittura.

Dunque, la preghiera non viene compromessa quando è fondata sulla scienza biblica, anzi, è vero anche il contrario: mantenere la scienza fondata sulla preghiera evita di far cadere lo studioso nel numero di quei «lettori deboli» che sono già stati citati.

Contemplatio: l'agnosticismo metodologico e l'oscurità della fede

Sembra che non ci sia una singola, comprensiva, accettata definizione di contemplazione e non tocca a noi, qui, tentare di riempire questa lacuna. Quest'ultima tappa della Lectio Divina è qualcosa di molto personale e, quindi, le descrizioni che se ne fanno sono varie e soggettive. Poiché essa trascende la capacità intellettuale umana, inoltre, la contemplazione viene spesso descritta per analogia.

Va notato prima di tutto che il termine "contemplazione" non si applica solamente al misticismo classico del XVI secolo. Forse la definizione "preghiera non-discorsiva" potrebbe andare bene ma, in ogni modo, occorre ricordare che la Lectio Divina non è principalmente orientata verso l'esperienze mistica. Nella Contemplatio, l'individuo che prega è più passivo che attivo, ed è concentrato su Dio, o sta semplicemente cercando di rimanere alla sua presenza.

Chiaramente, le parole e le tecniche dell'esegesi non danno il loro contributo in modo diretto a questa tappa, il che significa che Dio e le sue vie non sono accessibili al ragionamento umano: entrare nella "nube della non-conoscenza" di Dio mette in evidenza tutti i limiti del sapere umano e mostra come sia assurdo credere che per comprendere la Parola di Dio sia sufficiente il metodo del!' esegesi critica. Nella Contemplatio la Scrittura stessa viene trascesa.

La Lectio Divina evidenzia quindi la verità teologica secondo la quale la Scrittura non solo rivela Dio, ma anche lo nasconde. L'esegesi storicocritica, da parte sua, sottolinea la complessità della Scrittura, mostrando come sia difficile vedere il modo in cui Dio opera e si rivela nella storia. Mentre dunque la critica biblica "scientifica" evidenzia la complessità dello sviluppo della Scrittura - e può portare ad un certo agnosticismo riguardo alla Bibbia - la Lectio Divina può portare ad un apprezzamento del mistero della Scrittura. Dio si comunica dentro la complessità della storia e dell'espressione umana: attraverso e non malgrado questa complessità!

Se la critica storica parte con un certo agnosticismo, l'approccio più ampio della Lectio Divina può offrire un correttivo a questo agnosticismo metodologico.

Condivisione tra i due approcci

Avendo fin qui cercato di facilitare il dialogo fra l'esegesi critica e la Lectio Divina anziché metterle in antagonismo, cercheremo ora di sottolineare come questi due diversi approcci alla Scrittura possano arricchirsi a vicenda.

In qualsiasi modo la Scrittura venga utilizzata - in campo teologico, liturgico o nella Lectio Divina - il metodo storico-critico rappresenta un buon punto di partenza. La Pontificia Commissione Biblica si esprime così:

«Il significato di un testo può essere inteso pienamente soltanto nella .misura in cui viene attualizzato nella vita dei lettori. [...] Incominciando con la loro situazione, sono chiamati a scoprire dei significati nuovi, seguendo la linea di significato fondamentale indicato dal testo».

Il compito del metodo storico-critico è proprio

quello di specificare e di salvaguardare questa «linea di significato fondamentale». Il documento prosegue:

«Gli esegeti possono rendere un servizio utile nell'evitare delle attualizzazioni del messaggio biblico che non sono fondate nel testo».

Affermazioni che da un lato sottolineano l'importanza dell'esegesi critica e, dall'altra, ne limitano lo scopo. Da un lato infatti è vero che comprendere un testo non significa semplicemente capirne lo sviluppo ma, dall'altro, trascurare il significato storico di un testo può anche produrre degl i errori.

Il metodo storico-critico impedisce dunque alla Lectio Divina (e a qualsiasi altro uso della Scrittura nella vita della Chiesa) di diventare una fantasia, radicandola invece nel testo biblico nella sua interezza. Le Scritture non sono né un testo per provare gli studi teologici, ne un'antologia di meditazioni. L'esegesi critica lo ha dimostrato e il suo ruolo nella vita della Chiesa è di garantire che non si possa tornare indietro rispetto a questa acquisizione.

Tensione creativa

Potrebbe sembrare, a questo punto, che l'esegesi critica abbia un ruolo prevalentemente negativo, ma non va dimenticato come essa concorra ad approfondire la nostra conoscenza della Scrittura. L'importante è che essa non pretenda di avere il monopolio dell'interpretazione biblica.

La Lectio Divina non annulla l'importanza o i risultati dell'esegesi storico-critica; al contrario, il suo desiderio di essere aperta alla piena verità e al mistero della Scrittura, sottolinea il contributo essenziale di questo metodo. Tuttavia, la Lectio Divina insiste anche sulla necessità di collocare la critica storica in un contesto più ampio, togliendole ogni pretesa di esaustività.

Il rapporto tra il metodo storico-critico e la Lectio Divina va considerato come un rapporto di tensione creativa, anziché un imporsi a vicenda.

Conclusione

La Scrittura stessa offre numerose indicazioni su come ci si dovrebbe avvicinare ad essa. Ci fermeremo, in particolare, su due brani dal Nuovo Testamento: Atti 8,30-31 e Giovanni 5,39-40.

Lo studioso Joseph Fitzmyer si serve di questo brano tratto dagli Atti per sottolineare l'importanza dello studio storico-critico. Se l'eunuco etiopico non può capire il brano di Isaia senza l'aiuto di qualcuno molto esperto delle Scritture, come potrà il lettore moderno «semplicemente prendere il libro e leggerlo come Parola di Dio?» Senz'altro viene sottolineata, in questo brano, l'importanza dell'interpretazione ed è compito dello studio critico di continuare a dare una risposta alla domanda insistente dell'eunuco: «Come potrei, se nessuno mi fa da guida?» Se è vero, tuttavia, che la comprensione della Scrittura è facilitata da una conoscenza criticamente corretta di essa, è vero anche che essa non si può limitare a questo. Filippo infatti (cfr. Atti 8,35) condivide la buona novella di Gesù «partendo da (arcsamenos apo) » il brano di Isaia, compiendo quindi un percorso - dal testo biblico alla persona di Gesù - che è proprio della Lectio Divina, il cui scopo finale è l'incontro con il Signore.

Nel secondo brano richiamato sopra - Giovanni 5,39-40 - Gesù rimprovera i Giudei per il loro rifiuto di venire da Lui. Essi rappresentano tutte quelle persone che pretendono di avere la vita eterna dalle Scritture e, così, la loro autosufficienza li rende ciechi di fronte alla realtà di Gesù.

Rudolf Bultmann osserva che l'espressione «eraunate tas grafas» (v. 39) si riferisce allo studio della Legge piuttosto che dei Profeti, perché era la Legge a determinare l'attitudine dei Giudei alla vita. " riferimento a Mosè (vv. 45 S5.) conferma questa osservazione. C'è molta ironia nel fatto che i Giudei rifiutano Gesù considerandolo come qualcuno che non riconosce la Legge (cfr. Giovanni 5,16-18): questo loro giudizio, infatti, dipende dalla convinzione di avere, nella Legge, la chiave della vita (cfr. Luca 11,52), una convinzione che li porta a rifiutare la Vita stessa che è Gesù. Gesù, da parte sua, riconosce ai Giudei la loro capacità di sviscerare la Legge e certamente non li condanna per lo studio in se stesso, ma per la loro superbia nell'immaginare di possedere tutte le risposte, una superbia che li rende ciechi ed incapaci di guardare oltre il proprio studio.

Un'applicazione del metodo storico-critico che frantumi il testo biblico al punto da dimenticare come, nel contesto della storia della salvezza, il testo spieghi o prepari alla nuova alleanza, è incompleta come interpretazione cristiana della Scrittura. Siamo invitati, nella fede, a cercare la persona di Gesù nella Scrittura ed è soltanto la fede che ci convincerà del fatto che tutte le Scritture danno testimonianza di Lui (cfr. Giovanni 5,39 e Luca 24,27); è soltanto la fede che ci spingerà ad andare a Lui per avere la vita eterna.

Il vaglio critico e scientifico delle Scritture è dunque una cosa buona e necessaria, ma deve rimanere nel contesto più ampio della fede. Se dimentica il suo ruolo, pretendendo di essere l'unico valido approccio alla Bibbia, diventa controproducente e, con tutta probabilità, nasconderà anziché mostrare la presenza di Gesù. .

Il metodo storico-critico e la Lectio Divina possono quindi arricchirsi a vicenda, come partner nel dialogo: è giusto che utilizziamo tutta l'intelligenza che Dio ci ha dato nello sforzo di penetrare le Scritture riconoscendo che, in questo modo, abbiamo soltanto iniziato a scandagliare gli abissi del mistero. La Lectio Divina è un modo per continuare questo cammino nella fede.

Facciamo silenzio
prima di ascoltare la Parola,
perché i nostri pensieri
sono già rivolti verso la Parola.

Facciamo silenzio
dopo l'ascolto della Parola,
perché questa ci parla ancora,
vive e dimora in noi.

Facciamo silenzio
la mattina presto,
perché Dio deve avere la prima Parola.

Facciamo silenzio
prima di coricarci,
perché l'ultima Parola appartiene a Dio.

Facciamo silenzio
solo per amore della Parola.

Dietrich Bonhoeffer