PICCOLI GRANDI LIBRI  CLAUDIO DOGLIO 
Lettera ai Filippesi

Introduzione

1. Saluto e preghiera iniziale (1,1-11) 7. Paolo ricorda il suo passato (3,1-9)
2. Una vita per il vangelo (1,12-21) 8. Un uomo conquistato da Cristo (3,10-15)
3. Per me vivere è Cristo (1,22-30) 9. Istinto religioso e fede cristiana (3,16-21)
4. L’inno cristologico (2,1-11) 10. Perseveranza nella gioia (4,1-7)
5. Testimoni della perfezione (2,12-18) 11. Tutto posso in Cristo (4,8-13)
6. Gli esempi di due discepoli (2,19-30) 12. Sacrificio di soave odore (4,14-23)

 

5. Testimoni della perfezione (2,12-18)  

Cristo Gesù è il modello della nostra esistenza; in lui Dio ha rivelato il proprio stile.

Nella vicenda pasquale di Gesù Cristo, che si è abbassato fino alla morte di croce ed è stato innalzato fino alla gloria più grande, noi abbiamo conosciuto come Dio opera e come vuole essere onorato.  

2,12 Quindi, miei cari,  

Dopo aver citato l’inno cristologico, Paolo riprende il discorso notando le conseguenze. Dal momento che Gesù Cristo è così, di conseguenza anche voi, miei cari,  

siate obbedienti come sempre, non solo come quando ero presente, ma molto più ora che sono lontano,  

Chiama i suoi destinatari «avgaphto,i» (agapetói). Noi abbiamo tradotto con “cari”, ma la radice è quella di “agàpe”, cioè “amore”. Agapetòs è “l’amato”, il diletto, quindi: “miei amati”. Non tanto amati da Paolo, quanto amati da Dio.  

L’amore viene da Dio  

Molte volte ricorre questo titolo nelle lettere degli apostoli; noi siamo amati da Dio, di conseguenza viviamo in un certo modo. È molto importante avere chiaro questo rapporto. Non siamo noi che facciamo qualche cosa per primi nei confronti Dio, ma la nostra vita, il nostro comportamento, le nostre scelte, sono sempre una risposta, una reazione, una azione che risponde all’azione di Dio.

Dio ci ha amati per primo Dio, Dio ci ha dato l’esempio Dio, Dio ci ha dato la forza di imitare il suo esempio. Questo è importantissimo: non basta l’esempio, se noi non avessimo la forza per imitarlo. Il Signore ci ha dato l’esempio e ci ha dato anche la forza per imitarlo. Quella che noi chiamiamo la grazia di Dio è proprio il suo amore riversato in noi. Siamo stati amati, siamo stati dotati del suo amore, cosicché possiamo essere obbedienti come lui.

Ritorna la stessa parola che abbiamo incontrato al versetto 8, nel cuore dell’inno:

«Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte» Non significa che è stato obbediente fino all’ultimo respiro, ma che è stato obbediente fino al punto di accettare “volentieri” la morte. Quel “volentieri” va interpretato nel senso che “ha voluto”, non è stato costretto, ma ha scelto liberamente, consapevole. Per questo è stato obbediente fino al massimo grado possibile.

Quindi, miei cari, anche voi siate così; non solo quando è presente Paolo, ma proprio adesso che Paolo non è presente, perché l’obbedienza non è a Paolo, ma al Signore.

È importante riflettere su questo, perché anche noi, quando parliamo di obbedienza, dobbiamo dare un grande peso a questo atteggiamento che riguarda tutta la nostra vita in rapporto al Signore; la nostra obbedienza è dovuta al Signore.

“Obbedienza” vuol dire “ascolto”: “ob–audire”. “Audire” è “ascoltare”, “ob” è una preposizione che rafforza il verbo; è un ascolto vero. Obbediente è colui che ascolta davvero.

Pensate nei casi dei bambini, quando li si rimprovera perché fanno qualcosa di sbagliato e ci si accorge che non ascoltano; quando hanno ripetuto lo stesso sbaglio si richiamano: “Ma allora non hai ascoltato. Con chi ho parlato? Non mi senti quando parlo?”. Non ha obbedito perché non ha ascoltato. Il problema vale anche per noi che siamo grandi; anche noi ascoltiamo il Signore, lo ascoltiamo continuamente nelle nostre preghiere, nelle nostre letture, nelle nostre celebrazioni; ma quell’ascolto, diventa vita?

Il suo stile diventa il nostro stile? Se non facciamo quello che abbiamo visto in lui non siamo obbedienti, perché l’ascolto non può essere superficiale; bene ascolta chi nota, ricorda, assimila e vive.

Quindi, carissimi – dice Paolo – non ubbidite se io vi vedo, ma obbedite anche se non vi vedo.

È una questione molto seria, perché la legge viene applicata se c’è un controllore che verifica e punisce, se non c’è nessuno che controlla e punisce facilmente la legge viene violata. Nella nostra vita civile è così, ma nella vita morale il comportamento non è legato al controllore esterno che eventualmente ci punisce, ma è legato alla tua adesione al Signore. Fai così perché hai scelto di fare così, perché il Signore vuole che tu faccia così. Non lo fai per farti vedere, non lo fai se ti vedono, lo fai per il Signore, tutto e sempre.

Provate a riflettere anche come esame di coscienza su questi aspetti, perché è possibile che ci troviamo mancanti, è possibile che obbediamo – cioè facciamo le cose che ci vengono dette – per farci vedere, oppure facciamo le cose che ci sono chieste se ci vedono. Notate che c’è una insistenza sul vedere, quindi sull’apparire; vuol dire che manca la sostanza, non c’è la convinzione di fondo, si fanno delle cose superficialmente, in apparenza. È invece necessario che l’obbedienza sia profonda, convinta, maturata, perché è un’obbedienza al Signore.  

attendete alla vostra salvezza con timore e con tremore.  

Questa obbedienza rivolta al Signore opera la vostra salvezza; è il modo concreto con cui noi realizziamo l’opera della salvezza compiuta da Gesù Cristo. Ha fatto tutto lui, ha già fatto tutto lui, a noi che cosa resta? Resta da fare tutto! Visto che ha già fatto tutto lui, dobbiamo fare tutto noi.  

Con timore e tremore  

Sembra un paradosso, ma è importante sottolinearlo. Devi agire convinto che tutto dipende da Dio, ma devi impegnarti sapendo che tutto dipende da te. È un altro discorso di riequilibrio e di completezza: uno solo di questi atteggiamenti è parziale e distorto. Se faccio tutto io sbaglio, se lascio fare tutto al Signore sbaglio; ci vogliono tutti e due gli atteggiamenti: la convinzione che fa il Signore è l’impegno che devo fare io, perché la grazia che il Signore mi ha dato io devo usarla. Mi ha dato l’esempio, mi ha dato la forza di imitarlo: bene! Adesso io opero la mia salvezza obbedendo al Signore. Paolo adopera proprio il verbo delle opere, del fare, realizzate la vostra salvezza; la costruite voi la vostra salvezza, vi giocate la vita.

Il punto determinante è: obbedite a Dio come Cristo, o no? Obbedendo a Dio voi realizzate la vostra salvezza.

«Con timore e tremore». È una espressione importante che è stata utilizzata anche da un filosofo religioso, Kierkegaard, come titolo di un suo libro: Timore e tremore, indica l’atteggiamento di riverenza e sottomissione. Non significa paura, significa profondo rispetto, considerazione per il Signore. È l’atteggiamento di Abramo che – con timore e tremore – obbedisce al Signore ed è disposto a sacrificare il figlio, perché dà peso a Dio, lo considera, lo prende sul serio. Il timore e il tremore indicano la consapevolezza della potenza di Dio, della sua grandezza, della sua signoria.

Anche qui, se volete, ci troviamo di fronte a un altro paradosso: parliamo della bontà di Dio, della sua condiscendenza, parliamo della sua grande generosità e misericordia, ma non dobbiamo dimenticare la grandezza, la maestà, la potenza e la giustizia di Dio.

Dio “onnipotente e misericordioso”, tutte e due sono realtà da considerare. Insieme sono vere, prendendone solo una parte, dimenticando l’altra, forziamo la realtà e sbagliamo.

Allora noi siamo contenti di avere conosciuto un Dio misericordioso, buono, mite che ci viene incontro e ci perdona, ma non dobbiamo dimenticare che questo Dio, così buono, è l’Onnipotente, è il giudice, è il Signore creatore del cielo e della terra, davanti al quale dobbiamo stare con timore e tremore.

La confidenza fa perdere la riverenza, così mi dicevano quando ero piccolo. Ai bambini succede che, se prendono confidenza, diventano maleducati. Può capitare anche con il Signore: prendendo confidenza diventiamo maleducati. Certamente dobbiamo prendere confidenza, ma crescere nell’amore e non nella maleducazione.

Avendo confidenza con il Signore, volendogli bene, lo rispettiamo sempre di più, non lo prendiamo in giro e lo disprezziamo, perché tanto è buono: non funziona così. Se siamo convinti che Dio è buono, siamo buoni anche noi, non facciamo i nostri comodi giocando sulla sua bontà.

Allora il timore e il tremore è l’atteggiamento di rispetto, di educazione, di stima, che portiamo al Signore a cui obbediamo; in questo modo operiamo la nostra salvezza.  

È Dio che suscita la volontà di bene  

Paolo ha invitato a questo grande rispetto di Dio e adesso spiega:  

13 É Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni.  

Ecco la potenza di Dio: voi obbedite perché il Signore ha suscitato in voi prima di tutto il volere. Anche all’origine della nostra buona volontà c’è l’azione di Dio. Quando noi vogliamo il bene, pensiamo il bene, progettiamo il bene, ci accorgiamo che lì c’è l’opera di Dio; non viene da noi il volere, ma è una energia prodotta da Dio. I pensieri buoni, i desideri, le aspirazioni nobili che portiamo nel cuore sono un prodotto dell’opera divina.

Non solo il volere, ma anche l’operare. Dio realizza in noi l’operare, il fare, le azioni buone che riusciamo a fare. Non solo le opere di misericordia corporale, ma soprattutto le opere di misericordia spirituale. Se riuscite a perdonare a uno che vi ha offeso, è il Signore che ha operato in voi questo perdono; ha fatto nascere il desiderio del perdono e ha realizzato di fatto il perdono.

Ecco l’aspetto complesso. Voi realizzate la vostra salvezza obbedendo al Signore riconoscendo che è lui che realizza in voi. Datevi da fare, impegnatevi, perché fa tutto il Signore; suscita in voi il volere e l’operare secondo la sua «euvdoki,a» (eudokia) la sua “benevolenza”.

È una parola importante che ricorre diverse volte nel Nuovo Testamento per indicare l’atteggiamento di Dio nei confronti dell’umanità ha un progetto buono. La stessa parola ricorre nel canto degli angeli nella notte di Natale a Betlemme, quando intonano “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini dell’eudokía, della buona volontà. Ma di chi è questa buona volontà? Degli uomini? No!, di Dio. Ecco perché la traduzione corretta dice: “…agli uomini che Dio ama”. “Buona volontà” corrisponde a “voler

bene”. Gli uomini della buona volontà, non sono quelli che si sforzano, ma sono quelli oggetto della bene–volenza di Dio. “Pace a quelli che sono amati da Dio”; c’è forse qualcuno che non è amato da Dio? Certamente no, allora: “Pace agli uomini, a tutta l’umanità, oggetto della benevolenza di Dio”.

Questa è la eudokía, il grande beneplacito divino che permette all’uomo di realizzarsi pienamente. Dio vuol realizzare la vostra salvezza; si è svuotato, si è abbassato, si è umiliato, perché vuole realizzare la vostra salvezza. Accogliete questa grazia, siate riconoscenti con tremore e con timore, mettete in pratica quello che vi è stato regalato.  

14 Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche,  

Il riferimento è agli israeliti durante il cammino del deserto, che continuamente mormoravano contro Dio e contro Mosè, si lamentavano e volevano ritornare in Egitto.

Le mormorazioni e le critiche sono soprattutto nei confronti di Dio. Sono un atteggiamento di lamentela continua sulle cose che non vanno bene; molto spesso sono unite al rimpianto di una volta, quando invece le cose si immagina che andassero bene.

Non è questo l’atteggiamento giusto e corretto. Agite, fate tutto senza mormorazioni e senza polemiche.

Più che critiche io tradurrei polemiche, discussioni, contestazioni. L’atteggiamento negativo è quando non si opera perché si deve discutere su tutto e – chiusi in un impianto e in un lamento – non si vede quello che si deve fare.

Un autore romano scrisse, polemicamente, che mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata; la città veniva conquistata e a Roma discutevano come fare a difenderla. Mentre noi perdiamo tempo a discutere su come spegnere l’incendio, la casa brucia.

È il difetto della nostra Chiesa, il mondo va a rotoli e noi discutiamo sulle maniglie delle porte; abbiamo una casa che vieni giù, la nostra Chiesa è come una casa che ha dei grossi problemi strutturali, e noi discutiamo sulle maniglie delle porte, sul tipo di maniglie da metterci; c’è a chi piace in un modo e a chi piace in un altro. Il tetto crolla, è venuta giù la struttura, non c’è più nessuno, fa freddo, e noi… discutiamo sulle piccolezze. Sono queste le mormorazioni e le critiche; sono tutte le piccolezze che ci distraggono dalle grandi realtà.  

Il cristiano è luce per il mondo  

15 perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, 16 tenendo alta la parola di vita.  

E un programma di vita eccezionale.

Siamo chiamati a essere irreprensibili, persone di cui non si può dire niente di male, semplici, schietti, limpidi, non mescolati a falsità, figli di Dio immacolati. È proprio il termine che noi attribuiamo alla Beata Vergine Maria, lei è l’Immacolata; ma noi siamo chiamati a essere figli di Dio immacolati, anche noi: lei lo è, noi siamo chiamati a esserlo e Dio non scherza.

Se ci chiama a essere figli immacolati, vuol dire che possiamo esserlo; è lui che opera il volere e l’operare e noi realizziamo la sua opera.

Questo termine, nella lingua biblica, era applicato all’agnello del sacrificio pasquale; in genere viene tradotto “senza difetti”. È un agnello immacolato, senza macula, senza macchia.

Noi siamo chiamati a essere come l’agnello del sacrificio, in mezzo a una generazione perversa e degenere. Viviamo in mezzo a gente storta; per questo noi dobbiamo essere diritti.

È inutile che vi lamentiate che il mondo va male, datevi da fare per farlo andare bene; è inutile che vi lamentiate che le persone non vanno più in chiesa e pregano poco, vivete bene, andate in chiesa, pregate di più; è inutile che vi lamentiate che si comportano male, fate vedere come è bello vivere bene e comportarsi secondo vangelo.

Dovete splendere come astri nel mondo. É notte, non ci si vede più, intorno a noi sono le tenebre, ma le uniche luci possibili siamo noi. In mezzo a questa generazione perversa noi dobbiamo splendere come stelle, anche come fiammiferi, ma anche un solo fiammifero acceso, in una stanza buia, un po’ di luce la fa.

Allora accontentiamoci, se non siamo proprio delle stelle, di essere dei fiammiferi, delle candeline: siamo chiamati ad essere luce.

Tanto tempo fa, quando ero al liceo, il mio professore di filosofia, sapendo che io frequentavo la parrocchia, mentre lui era abbastanza anticlericale, ogni tanto mi passava vicino, mi metteva una mano sulla spalla e mi diceva: “Doglio, la rovina dell’Italia sono i preti”. Poi, col tempo, mi spiegò che cosa intendeva; intendeva che i preti non fanno niente per fare andare meglio l’Italia. La rovinano perché non sono capaci a correggerla, a guidarla. Secondo lui era una classe ormai decaduta, decadente, incapace di guidare il popolo, per cui diventano la rovina.

Mi è rimasta impressa questa frase, perché mi sembra una parola Dio: la rovina dell’Italia sono i preti perché non fanno quello che dovrebbero fare, perché non splendono come astri nel mondo.

La colpa che il mondo va male è anche nostra, perché se non siamo noi che facciamo andare bene le cose, chi può farlo? Se non ci impegniamo nel bene noi, chi può impegnarsi? Noi dobbiamo tenere alta la parola, è una parola di vita, ma dobbiamo tenerla e tenerla in alto come si teneva una lanterna, una fiaccola. In un luogo buio, se hai una candela per fare chiaro, la tieni in alto e dall’alto la luce scende e illumina; più grande è il lume, più luce c’è nell’ambiente.

Siamo noi che abbiamo in mano la fonte della luce e dobbiamo tenerla alta con la nostra vita; se c’è buio è colpa nostra. Dato che la luce l’abbiamo noi, non possiamo pretendere che siano altri a fare luce, e lamentarci che è buio. Siamo causa del male, piangiamo noi stessi, correggiamoci.  

La soddisfazione dell’apostolo  

Allora nel giorno di Cristo, io potrò vantarmi di non aver corso invano né invano faticato.  

Il lavoro di Paolo è paragonato a una corsa, a una fatica; è servita a qualcosa?

Dipende! Dipende dai frutti. Se voi splendete come astri nel mondo, il lavoro di Paolo non è stato sprecato. «Il giorno di Cristo» è la fine della storia, è il compimento delle nostre vicende terrene, è il giorno del Signore che concluderà il nostro giorno terreno; allora Paolo potrà vantarsi.

Ah!, sono contento, sono fiero di voi, non ho faticato per niente; altrimenti, guardate che faccio brutta figura io. È un discorso molto semplice, cordiale. Polo dice: “Se voi che siete miei discepoli vi comportate male, io – davanti a Cristo – faccio brutta figura.

È logico. Se un bambino si comporta male, la brutta figura la fanno i genitori che non gli hanno insegnato bene. Se i cristiani di Filippi si comportano male, Paolo dice: “Mi fate fare brutta figura; davanti a Cristo io rischio di aver corso invano. La mia fatica a che cosa è servita?  

17 E anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento, e ne godo con tutti voi.  

Io sono pronto a pagare di persona, dice Paolo. Usa un’altra immagine, quella del sangue versato come una libagione, come un sacrificio sull’offerta della vostra fede.

Ecco il sacrificio.

Non ci sono più le offerte di animali come avveniva nell’Antico Testamento; adesso il sacrificio e la liturgia sono quelli della fede, cioè di una relazione di fiducia con il Signore; la fede è obbedienza; a Dio che si rivela è dovuta l’obbedienza della fede. Dio, che si è manifestato a noi, viene accolto con l’atteggiamento di fede; questa nostra accoglienza obbediente è il nostro sacrificio, è la nostra liturgia.

Paolo è disposto a versare il suo sangue perché questa liturgia funzioni. Sono contento e ne godo con voi di perdere la vita; io sono pronto a morire perché voi possiate essere persone di fede. È una frase grande che dice il cuore grande di Paolo.

Anche se devo versare il mio sangue, perché voi possiate diventare cristiani autentici, sono contento e ne godo con tutti voi  

18 Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me.  

Di nuovo l’insistenza sulla gioia nonostante le difficoltà del momento. Paolo sta parlando della sua possibile morte e ne parla con termini di gioia e contentezza. Voi allora condividete questa mia gioia, una gioia del sacrificio.

L’apostolo, che ha maturato veramente lo stile di Gesù, è pronto a rimetterci la propria vita perché la comunità fiorisca, cresca e porti frutti di santità.