PICCOLI GRANDI LIBRI   Amedeo Cencini
Il respiro della vita
La grazia della formazione permanente

SAN PAOLO 2002

Prefazione di P. Marko Rupnik sj
INTRODUZIONE

PARTE PRIMA

RINNOVAMENTO INCOMPIUTO

I. NODI TEORICI E PRATICI
1. Se non è formazione permanente sarà frustrazione permanente...
2. I nodi da sciogliere
2.1. Prospettiva originaria della formazione
2.2. Rilevanza teologica del concetto
2.3. Orizzonte di senso
2.4. Mistero e ministero

 

II. DAI NODI AGLI SNODI
1. La sfida della «docibilitas»
2. Verso un tentativo di definizione
3. Progettare la formazione permanente
4. Livelli e responsabilità
4.1. Livello istituzionale-generale
4.2. Livello istituzionale-particolare
4.3. Livello comunitario-locale
4.3.1. Comunità religiosa
4.3.2. Comunità presbiterale
4.4. Livello personale-individuale

PARTE SECONDA

LA SFIDA DEL TEMPO

III. RITMO E RITMI DELLA FORMAZIONE PERMANENTE

1. Il tutto e i frammenti
2. La formazione permanente come «tempo compiuto»

2.1. Tempo concentrato: ritmo sincronico
2.2. Tempo disteso: ritmo diacronico
2.3. Tempo compiuto: ritmo sincronico-diacronico

IV. RITMO ESISTENZIALE: È LA VITA CHE FORMA

1. La straordinarietà dell'ordinario

2. Il ministero, 
luogo naturale di formazione

3. La vita comune, 
luogo naturale di formazione

V. RITMO QUOTIDIANO: «OGNI VOCAZIONE È MATTUTINA»

1. I rituali quotidiani
1.1. Rituali personali-individuali
1.2. Rituali collettivi-comunitari

2. L'azione quotidiana di Dio
2.1. «In spirito e verità» (la preghiera educa)
2.1.1. Verità dell'io attuale
2.1.2. Verità dell'io ideale

2.2. «Pane spezzato e sangue versato» 
(la preghiera forma)
2.2.1. La preghiera, anima dell'apostolato
2.2.2. L'apostolato, anima della preghiera
2.3. «Ogni mio desiderio è di fronte a te» 
(la preghiera accompagna)
2.3.1. La docibilitas del cuore orante
2.3.2. Liturgia delle Ore 
e mistero del tempo
2.3.3. Paura dell'intimità? (Ovvero, quando non si ha nulla da dire a Dio)

3. La disciplina della veglia e del sonno
3.1. La notte e la precarietà
3.2. Il giorno e la rinascita
3.3. Dialogo immaginario 
tra il giorno, la notte e il corpo

VI. RITMO SETTIMANALE: IL SETTIMO GIORNO, IL PRIMO DOPO IL SABATO

1. «Il giorno del Signore»

2. La distensione come momento formativo

VII. RITMO MENSILE: «INSEGNACI A CONTARE I NOSTRI GIORNI»

1. Il ritiro spirituale, «esercizio di raccoglimento»
1.1. Raccogliere la vita
1.2. Prendere le distanze
1.3. Nostalgia del chiostro 
(e istinto da mandria)

2. I frutti del raccoglimento (o il raccoglimento dei frutti)
2.1. Responsabilità e sensibilità
2.2. Ordine interno ed esterno
2.3. Educazione dei sensi e dell'attenzione
2.4. Stabilità e creatività 
(la montagna e l'albero)
2.5. Umorismo e serenità

3. Il «guaritore ferito»
3.1. «Assolvimi dalle colpe che non vedo» 
(Sal 18/19,13)
3.2. L'agnello che porta su di sé 
il peccato del mondo

PARTE TERZA

IL DONO DEL TEMPO

VIII. RITMO ANNUALE: «PER ME VIVERE È CRISTO» (Fil 1,21)

1. Mistero e magistero dell'anno liturgico

2. «Christus totus»

3. I ritmi dell'anno liturgico

IX. RITMO DELL' AVVENTO: DESIDERIO INAPPAGATO

1. Purificazione e scavo

2. Passione orante

3. Intensificazione e crescita

X. RITMO DEL NATALE: DESIDERIO APPAGATO

1. L'Eterno si fa relazione

2. L'Eterno è Amore

3. La certezza d'essere amato

4. Libertà di amare

XI. RITMO DELLA QUARESIMA: DESIDERIO DI CONFORMARSI ALLA MORTE DI CRISTO

1. «Mors tua - Vita me a»

2. «Mors tua - Mors me a»

XII. RITMO DELLA PASQUA: DESIDERIO DI CONFORMARSI ALLA RISURREZIONE DI CRISTO

1. «Vita tua - Vita me a»

2. «Vita mea - Vita tua»

XIII. RITMO DI PENTECOSTE: DESIDERIO D'ANNUNCIARE

1. «Pietro, levato si in piedi, 
parlò a voce alta...» (At 2,14)

2. «...E ciascuno 
li sentiva parlare la propria lingua» 
(At 2,6)

3. «Erano assidui e concordi nella preghiera 
con Maria...» (At 1,14; 2,42)
3.1. La pratica degli esercizi spirituali
3.2. Il ruolo di Maria nella formazione permanente: dal «fiat» allo «stabat»

XIV. RITMO DEL TEMPO ORDINARIO: DESIDERIO «STRAORDINARIO»

1. «...E li inviò a due a due avanti a sé» (Lc 10,1): la prima destinazione
1.1. La guida spirituale
1.2. Comunità e comunione presbiterale o religiosa

2. «Signore, da chi andremo?» (Gv 6,68): l'adulto giovane
2.1. Realismo (e disincanto) pastorale
2.2. Ricerca dell'essenziale
2.3. «...Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68)

3. «Simone di Giovanni, mi ami?» (Gv 21,16): l'adulto maturo
3.1. Quella maledetta (clericale) presunzione
3.2. Verso la paternità/maternità spirituale
3.3. «.. . Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo» (Gv 21,17)

4. «Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18): l'adulto anziano
4.1. Il mito del giovanilismo
4.2. Verso l'amore puro
4.3. «Seguimi» (Gv 21,19)

 

CAPITOLO VII

Ritmo mensile: «Insegnaci a contare i nostri giorni»  

Se la formazione vuole essere permanente deve trovare anche la sua cadenza mensile. Senza alcuna rigida schematizzazione, ma con quell'intuito interiore che sa riconoscere i tempi dello spirito e identificare attese e risposte da parte dell'uomo.

Ovvio che poi i vari ritmi che stiamo considerando siano inevitabilmente legati l'uno all'altro; di conseguenza l'attenzione con cui viene osservato e favorito il ritmo vitale e quotidiano consente di stare al passo del ritmo settimanale, e quest'ultimo permetterà d'entrare nel ritmo anche mensile. Che ora cerchiamo di delineare brevemente, ma sempre ricordando che il ritmo più piccolo, come estensione di tempo, è sempre «compreso» e dev'essere mantenuto in quello più grande.  

1. Il ritiro spirituale, «esercizio di raccoglimento»  

L'espressione è di R. Guardini (1), al cui pensiero mi rifaccio per elaborare una proposta che sembra tutt'altro che originale, tanto è classica e tradizionale, come quella del ritiro mensile (2), ma che può caricarsi d'un significato rilevante nell'economia della formazione permanente. Soprattutto se questa proposta è connessa, come c'invita a fare lo stesso pensatore italo-tedesco, col recupero di valori indispensabili, e c'è il coraggio - da parte nostra - d'uscire da una prassi che ha un po' impoverito la cosa rendendola pochissimo incisiva, e di rinnovarla nello spirito e nella pratica.

Il ritiro mensile ha senso ed è importante per la formazione permanente nella misura in cui indica e implica un effettivo «ritiro» (psicologico prima che fisico) della persona dall'ambiente abituale e dalle occupazioni ordinarie o dallo stile di vita normale, per trascorrere un certo periodo, dalla mezza giornata al giorno intero, in «ritiro» con Dio, in dialogo con lui e nella meditazione della sua parola, ma in dialogo anche con se stessi e con la realtà in cui si vive.

L'atteggiamento intrapsichico che predispone a questa operazione dello spirito è il raccoglimento. Al punto che possiamo dire che il ritiro spirituale è un esercizio di raccoglimento, limitato certo nel tempo, ma intenso e vero, poiché «il mezzo grazie al quale l'uomo s'avvicina a se stesso, a Dio e al suo prossimo è... il raccoglimento». Anzi, sempre secondo Guardini, «sotto un certo aspetto, tutta la formazione morale e spirituale si riassume nell'esercizio del raccoglimento» (3). Di conseguenza diventa importante mantenere vivo questo esercizio.  

1.1. Raccogliere la vita  

In generale «raccoglimento vuol dire richiamare noi stessi a noi stessi; le nostre forze dalla dispersone all'unità... semplificare i nostri desideri; imparare a riposare in noi stessi senza brame, a diventare tranquilli e sereni. Apprendere a esse­re padroni di noi stessi» (4). Attraverso il raccoglimento, dice ancora il teologo italo-tedesco, vengono vinte «la distrazione e l'inquietudine», e si crea «l'unità vitale di un'esistenza ricca di forze e protesa all'azione, calata nel mondo delle cose e nella molteplicità degli eventi» (5).

Più in particolare, e in riferimento all'oggetto del raccoglimento nel contesto del ritiro mensile, raccoglimento non è solo operazione riflessiva e quasi autospeculare, ma vuol dire raccogliere la vita con tutta la sua complessità, e raccoglierla in particolare dinanzi a Dio. Raccoglierla nel senso di osservarla con realismo e pure con benevolenza, ma anche percependo in essa il mistero; riconoscerla come dono che viene dall' Alto, dono immeritato e di cui rendere grazie al Creatore, in ogni caso; accettarla nei suoi aspetti luminosi e oscuri, per il già vissuto e per quel che resta da vivere; ancora, raccogliere la vita significa portare avanti a Dio anche i passi meno esaltanti del proprio cammino, i propri difetti e immaturità, le incoerenze e i dubbi, le paure assieme alle aspirazioni..., ma pure quelle forze vive che ci premono dentro e che a volte non sappiamo ben calibrare e integrare (ad es. sessualità, affettività, voglia di relazione e bisogno d'autoaffermazione.. .), insomma non lasciar fuori nulla, raccogliere... «anche gli avanzi», o quelli che noi riteniamo tali.

Probabilmente non avrebbe tanto senso il raccoglimento del soggetto nel giorno del ritiro come semplice gesto neutro e vuoto, privo d'oggetto, o non sarebbe completo il raccoglimento, per quanto devoto e compunto, senza questa disposizione a raccogliere la vita intera. Anzi, diciamo che è bello e necessario «chiamare a raccolta» la propria esistenza ogni tanto, per cogliere in essa i passi di Dio, riconoscervi il suo progetto, confrontarla con la sua parola e aprirla sempre più al suo intervento, perché nessuno può presumere d'aver già capito tutto, d'aver già esaurito il mistero, d'aver già afferrato pienamente il senso della presenza divina nei suoi giorni, di cogliere sempre immediatamente, in tempo reale, quel che il Signore vuole dire o dare attraverso gli eventi. Dunque va bene il raccoglimento come concentrazione e assenza di distrazioni, ma solo per giungere al raccoglimento esistenziale, o per giungere alla sapienza biblica di «contare i propri giorni».

Ma come si realizza o si raggiunge il raccoglimento nei due sensi ora visti?  

1.2. Prendere le distanze  

Anzitutto prendendo le distanze, tanto meglio se in senso anche fisico, da un certo mondo di sollecitazioni e inquietudini che affannano e disperdono, o pongono addirittura in contraddizione con se stessi; o uscendo dalla confusione e sgombrando il guazzabuglio che c'è dentro e fuori del cuore. Il «ritiro», come sappiamo, almeno in teoria offre la possibilità di questa presa di distanza, di «ritirarsi da». Anzi, sembra proprio questo il suo significato originale o, quanto meno, una condizione basilare per stare con Dio e ascoltare la sua voce, o per riconoscere le sue tracce nel mare della nostra storia, orme invisibili a occhio nudo (cfr. Sal 76/77,20) e dunque percepibili solo allo sguardo contemplativo, di chi non si ferma all'esteriorità.

L'uomo di oggi e di sempre, dunque anche il consacrato e l'apostolo, ha un bisogno imprescindibile d'uno spazio ecologico, di lasciare ogni tanto quel caos che lo invade e contamina, o quell'ambiente dominato dal culto dell'esteriorità, del risultato, della prestazione vincente, della visibilità a tutti i costi o addirittura delle luci della ribalta... che lo allontana da se stesso come una droga inducendolo addirittura «a desiderare oggetti che in realtà non vuole, di cui non ha veramente bisogno» (6).

È terribile pensare che il condizionamento sociale-culturale odierno possa determinare questo tipo di conseguenze anche nello spirito o nella mentalità di chi ha fatto una certa scelta di vita e di valori; è terribile pensare che l'allontanamento da sé lo possa portare a questa sorta di schizofrenia o di suicidio spirituale, a desiderare ciò che in realtà non vuole, che non può volere e di cui non ha in effetti bisogno, perché attrae e illude e gratifica solo la parte superficiale dell'io, ma non incrocia la sua verità, ciò che è e che è chiamato a essere, né tanto meno lo può aiutare a cogliere il passaggio di Dio nella sua storia passata e presente. Il ritiro mensile è un invito anzitutto ad accorgersi di quest'inganno, a ritirarsi un momento da questa confusione per trovare il modo di non lasciarsene contaminare pur dovendoci vivere dentro, a prendere le distanze dal falso io, per non rimanerne schiavi e rendere falsa la vita e virtuale la consacrazione.  

1.3. Nostalgia del chiostro (e istinto da mandria)  

Chi si raccoglie spesso tiene gli occhi chiusi: non vede attorno a sé per veder meglio dentro di sé. O non vede per concentrarsi su se stesso, nella «cella» più personale e intima. «Questa cella interiore esiste; la sfera interiore, nella quale posso ritirarmi, nella quale mi posso occupare degli oggetti, e dove sono, da solo a solo, con me stesso; là dove vengono prese le decisioni vitali, dove mi trovo con Dio, alla sua presenza, sotto il suo sguardo... Questa cella esiste e può diventare più ampia, più profonda, più viva, più tranquilla, più sicura» (7), anche attraverso il ritiro, anzi, il ritiro è in qualche modo questa cella ove l'anima incontra il suo Dio. Evidentemente non perché sia frequentata unicamente il giorno del ritiro mensile, ma perché divenga sempre più dimora abituale, come un santuario all'interno dell'io, ove Dio custodisce con cura il mistero dell'io, cioè la sua verità. E ove l'io si sente davvero nella sua propria casa. Abitare questa dimora è di per sé distensivo: dovrebbe far sentire come riposante il giorno del ritiro, nel senso pieno che abbiamo prima dato al concetto di distensione, e far desiderare continuamente al soggetto di... «tornare a casa», alla sua vera casa, e non lasciarla mai.

È strano come nell'uomo, in ogni essere umano, vi sia - da un lato - una vera e propria «nostalgia del chiostro» e - d'altro canto - quelli che Guardini non esita a definire, in termini un po' meno nobili, «istinto da mandria»: la solita contraddizione o dialettica interna che non risparmia, ancora una volta, nessuno di noi. Per cui, se è riconoscibile una certa attrazione per il raccoglimento silenzioso, a volte tutto ciò sembra così radicalmente smentito, nella nostra vita, da «quel bisogno di sentire intorno a sé sempre del chiasso; di dover sentire sempre chiacchierare; di non saper riservare nulla per noi soli e di non saper da noi stessi venire a capo di nulla» (8).

È appunto l'istinto da mandria (9), che forse sembrerà eccessivo a qualcuno o addirittura offensivo, ma chi potrebbe negare, nella sua sostanza, anche in coloro che sono stati chiamati dal Maestro «perché stessero con lui», quella certa paura della solitudine e il conseguente bisogno degli altri (cui appoggiarsi o con cui riempire la vita), o quell'incapacità di stare in silenzio, cioè soli con se stessi e con Dio, al di là d'una certa apparenza cultuale, e di curare il raccoglimento, per ricostruire l'unità interiore e contemplare in sé l'azione divina? È proprio esagerato dire che sta sparendo il silenzio dalla nostra vita? O, per lo meno, un certo sapore e ricerca del silenzio?

Lo scadimento qualitativo e la banalizzazione del ritiro mensile, o la sua riduzione... ai minimi termini (a una predica, magari registrata), o la confusione del ritiro con altri tipi d'incontri (raduno del clero, incontro cosiddetto fraterno, riunione di commissioni varie, occasione per fare due chiacchiere e sentire «l'ultima» o fare gli acquisti in centro...), o il continuare a sentire il ritiro come un obbligo cui esser richiamati da un'autorità superiore... son tutte conseguenze tra le tante di questo generale smarrimento del gusto e della capacità di vivere nel raccoglimento. Un organismo spirituale in buone condizioni di salute sente l'appuntamento del ritiro come un'esigenza personale e un appuntamento gradevole; se invece lo avverte come un peso o un impegno soprattutto disciplinare vuol dire che... non sta tanto bene di salute psicologica e spirituale, perché sta perdendo sapori e gusti importanti, e sta lui stesso divenendo insipido e incolore. Chi lo salta perché pressato da impegni pastorali (alibi clericale tenace e quanto mai frequente) si contraddice senza avvedersene, perché il pastore non è tale se non... pascola a sua volta in terreni ubertosi, e non c'è niente di più esemplare e pastorale per il «gregge» del constatare la coerenza di chi lo guida. E niente di più finto d'un pastore che ha smarrito l'abitudine della solitudine col suo Signore, e sta divenendo sempre più impiegato dell'azienda-Chiesa.

Certo questo appuntamento mensile non va enfatizzato, né tanto meno il ritmo del ritiro ogni trenta giorni esaurisce la dinamica della formazione permanente, ma va ricordato in ogni caso che vi sono tempi e ritmi anche psicologici che van­no rispettati, che non possono esser ignorati o sottovalutati: se «salta» questo richiamo mensile si rischia piano piano di compromettere una certa vigilanza e sensibilità spirituale, che può portare a esiti pericolosi. Questo appuntamento mensile, infatti, può costituire senz'altro nella vita del presbitero e del consacrato/a quel tempo concentrato, o una particolare forma di tempo concentrato, tutto preso dall'ascolto della Parola e «raccolto» in Dio, che poi continua in qualche modo nel tempo disteso, negli altri giorni del mese. Come la vita è stata «raccolta» nel ritiro, e raccolta-nascosta con Cristo in Dio, così la vita stessa si dispiega e si svela nei giorni successivi, prolungando nel tempo gli effetti di quella concentrazione temporale, o «raccontando» quel che Dio ha fatto nella storia di chi s'è affidato a lui e dando ragione della speranza.

Ed è ancora una volta la sapienza biblica di «contare i giorni», di contarli uno ad uno perché in ognuno di essi vi sono tracce dell'Eterno. Ogni giorno in qualche modo «ritirandosi e raccogliendosi» in Dio. E raccogliendo anche frutti squisiti, in un tempo sempre più compiuto.  

2. I frutti del raccoglimento (o il raccoglimento dei frutti)  

Torniamo all'analisi di Guardini, per sottolineare i frutti del raccoglimento, nel ritiro mensile e nella vita d'ogni giorno.  

2.1. Responsabilità e sensibilità  

Il primo frutto del raccoglimento, e del ritiro che l'ha promosso, è la restituzione dell'uomo a se stesso, e più in parti­colare la scoperta della propria identità e responsabilità, con conseguente capacità di vigilanza e sensibilità nei confronti della vita: «Solo l'uomo in raccoglimento è qualcuno. Solo a lui ci si può rivolgere, egli solo ha la capacità di rispondere. Egli solo è sensibile a ciò che la vita reca. Solo l'uomo in raccoglimento è vigile», di quella vigilanza interiore che «è capacità di riconoscere l'essenziale, di assumere decisioni responsabili, la vitalità del sentimento e la disponibilità alla vita» (10).

È singolare questa combinazione di responsabilità e sensibilità come frutto dell'attitudine al raccoglimento, ma è quanto mai pertinente e su misura dell'identità del presbitero e del consacrato. La capacità di ascolto dell'altro o la delicatezza d'approccio alla vita e alle sue rotture e contraddizioni sono caratteristiche di chi ha imparato ad ascoltare ogni giorno il silenzio e a ritrovare se stesso nel raccoglimento. Se responsabilità significa letteralmente responsabilità, ovvero, capacità di risposta, è nel silenzio e solo nel silenzio che il singolo si percepisce interpellato, quasi cercato e ricercato, al punto da non potersi esimere da una risposta e dal coraggio di assumersi, dunque, la propria responsabilità. L'irresponsabile, in tal senso, è sempre anche uno che non sta mai solo con se stesso, o uno che riempie la vita di quanto possa coprire quella voce che lo chiama e interroga. Al punto di zittirla.. .

Ma non solo; chi accoglie nel proprio cuore drammi e problemi altrui è naturalmente rimandato al silenzio e al raccoglimento del proprio rapporto con Dio, per imparare a rispondere al dolore umano con il cuore di Dio, con la sua stes­sa comprensione e benevolenza. È così che il contatto con la sofferenza diventa momento altamente formativo. Ed è solo in tal modo che la parola sulla nostra bocca non corre il rischio di divenir banale e vuota formula consolatoria, incapace di dare consolazione.  

2.2. Ordine interno ed esterno  

Un'ulteriore peculiare conseguenza del raccoglimento è l'ordine, che anzi per Guardini è «la forma più ovvia» del raccoglimento medesimo: «Ordine della vita e del lavoro quotidiani, degli oggetti in camera e in casa, delle occupazioni nel corso della giornata e dei giorni; della lettura, dei pensieri e così via» (11). Anche questo potrà sembrare esagerato e formale, specie a chi della propria camera ha fatto - a seconda degl'interessi (o del tipo di disordine) - o una tipografia o un'officina o un retro bottega o un ripostiglio o qualcos'altro di non ben identificabile e di praticamente invivibile (12).

Non sembrerà invece esagerato a chi comprende che la questione dell'ordine non è nient'affatto puramente formale, ma questione di buon gusto, di stile, in particolare. E lo stile è importante nella vita, perché è l'espressione coerente dell'interno d'una persona, o l'impronta di quel che uno è in quel che uno fa, in ciò che dice e opera, in ciò che ama e per cui s'affanna, e nel modo in cui dice, opera, vuol bene... Davvero in tal senso lo stile è la persona, ed è affare tutt'altro che formale e di pura convenienza esteriore. Ma dice un ordine interno, e affermandolo all'esterno rende coerente la persona, lineare il suo operato ed efficace la sua testimonianza.

Più in particolare, è un ordine che viene da dentro, da quella educazione dei sensi e dell'attenzione che il raccoglimento porta naturalmente con sé.  

2.3. Educazione dei sensi e dell'attenzione  

«Esercitare il raccoglimento vuol dire... che non si lasci entrare tutto quello che batte alla porta dei sensi e dell'attenzione; che si sappia distinguere fra il bene e il male, fra ciò che è nobile e ciò che è ignobile, fra quello che ha valore e ciò che non vale nulla, fra quello che porta consapevolezza e ordine e ciò che crea soltanto confusione e trascina in basso» (13). C'è chi la chiama, o chiamava, «mortificazione degli occhi», ma l'espressione è senz'altro riduttiva rispetto alla ricchezza di senso che con Guardini abbiamo scoperto nell'idea e capacità di raccoglimento, che non è un «mortificare», bensì un ritrovare senso e dare spessore alla vita.

È comunque certa una cosa, che con l'odierno enorme aumento degli stimoli d'ogni tipo da gestire in quasi completa autonomia e senza controllo (almeno apparente), e con la pressione sempre più insistente di ciò che «batte alla porta dei sensi e dell'attenzione», aumenta anche il rischio della dispersione interiore, o della perdita del centro, di profondità ed equilibrio e d'ogni tempo concentrato. Lungo le tante «autostrade dell'informazione» si può giungere senza saperlo a smarrire anche la propria identità (che non è la stessa cosa, evidentemente, della «password»!). Il senso d'identità è fatto anche di energia emotiva, di passione e attrazione per certi valori nei quali si riconosce quel che si vuol diventare; tale passione, a sua volta, si nutre d'ogni gesto che vada nella medesima direzione, ovvero l'identità è forte e positiva solo se c'è una fondamentale e molto concreta coerenza di vita e di comportamenti. Proprio per questo anche l'identità si forma in modo continuo e progressivo. Se, al contrario, vengono accolte e gratificate attrazioni diverse, per qualcos'altro, anche se con gesti non necessariamente gravi (piccole curiosità, veniali gratificazioni ecc.), il rischio è quello di perdere poco per volta l'amore per quello che si è e che si è chiamati a essere.

Piccole gratificazioni dei sensi che fanno smarrire le grandi ragioni del cuore!

Dicevamo prima che non si tratta di demonizzare nulla, ovviamente; l'aumento di stimoli è anche possibilità preziosa d'un maggior numero d'informazioni e opportunità culturali, è scambio che arricchisce e può aprire addirittura possibilità inedite all'annuncio del vangelo in ambiti diversamente irraggiungibili; ma per gestire con intelligenza tutto ciò è e diventa ancor più indispensabile oggi la capacità di raccoglimento, come garanzia di libertà interiore e di discernimento di «ciò che è buono, a Dio gradito e perfetto» (Rm 12,2), di ciò che è conforme con la propria identità, e utile e salutare per la propria formazione permanente.

Ognuno si forma a partire da ciò di cui si nutre (o che altri gli «cucinano» a sua insaputa e che lui imperterrito manda giù...), anche quando ciò di cui si nutre non è secondo la sua verità.

E quale potrebbe essere il punto d'arrivo dell'educazione permanente dei sensi d'un credente? Obiettivo naturale dei sensi umani sono... i sensi di Dio, se così possiamo dire. In altre parole, il nostro sguardo è destinato a incrociarsi con lo sguardo di Dio, il nostro udito ad ascoltare le parole che escono dalla bocca del Padre, il nostro cuore a vibrare dei battiti dell'Eterno, la nostra sensibilità ad avere i suoi gusto (14) ... Mistica e ascetica nella formazione permanente del presbitero e del consacrato/a è proprio questo, entrare coi propri sensi sempre più nel mondo di Dio, avere in sé i sentimenti del Figlio, per seguire la stessa sua strada, la stessa sua vocazione.  

2.4. Stabilità e creatività (la montagna e l'albero)  

E allora possiamo capire un altro squisito frutto del raccoglimento. Chi si raccoglie abitualmente in Dio «è stabile per sempre... come il monte Sion che non vacilla» (Sal 124/125,1), di quella stabilità interiore che viene dall'avere scoperto o constatato le fondamenta su cui è poggiata la propria vita. Da questa stabilità sgorga spontanea una serenità di fondo che consente non solo di mantenere una certa calma in tutte le circostanze, pure in quelle avverse, ma anche di crescere attraverso di esse, di maturare nella fiducia e nella ricerca dell'essenziale, radicandosi sempre più su di esso («le sue fondamenta sono sui monti santi», Sal 86/87,1). È bella ed espressiva questa immagine della montagna per dire qualcosa e qualcuno che resta fisso e ben piantato, sicuro di sé e relativamente imperturbabile nelle vicende alterne della vita.

Ma la cosa singolare è che chi si raccoglie abitualmente in Dio riesce a coniugare insieme la stabilità con la creatività. Non solo raggiunge la solidità della montagna, ma proprio perché ben piantato sulle sue radici e sicuro di ciò che lo sostiene può muoversi con scioltezza e libertà, come «l'albero piantato lungo corsi d'acqua che darà frutto a suo tempo» (Sal 1,3), o come «l'albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese» (Ap 22,2). Ovvero è libero di creare, d'interpretare con fantasia intelligente la sua fede e la consacrazione, il ministero e la preghiera. Ed è logico che sia così: il raccoglimento mette il credente in contatto con Dio e al tempo stesso gli consente d'ascoltare il proprio cuore; è inevitabile che questo duplice contatto faccia scoccare la scintilla della creatività e originalità, del gusto del bello e del coraggio di produrlo, d'esserne artefice (o artigiano) nella vita quotidiana, nelle piccole cose d'ogni giorno.

È interessante pensare che la creatività non sia questione di quoziente intellettuale, essenzialmente, quanto di capacità relazionale o, più precisamente, di capacità di rapporto profondo, anzitutto, e poi di amore intenso. La creatività è la risultante di questa miscela formidabile di contemplazione e innamoramento, o di visione e passione: non è difficile, infatti, far amare dagli altri quanto è oggetto d'un forte amore personale, perché non è difficile trovare mille maniere per dire e svelare nella sua amabilità quel che si contempla e si ama. Anzi, in tutto ciò, nel rendere amabile il proprio oggetto d'amore, la persona gode profondamente, si distende e si ricrea: se l'amore forte corrisponde al tempo concentrato, ancora una volta, raccontare l'amore per farlo amare anche dagli altri è tempo narrativo.

Se così stanno le cose il calo di creatività pastorale di oggi, a vari livelli, è parecchio preoccupante e tutt'altro che questione puramente tecnica o legata a condizionamenti sociali; poiché indica la povertà della visione e dell'amore, quasi oggi vivessimo tempi, come all'epoca di Eli e Samuele, in cui le visioni non sono frequenti (cfr.1Sam 3,1).

Chissà se è proprio così, in ogni caso c'è un dato eviden­te: le persone più intelligentemente creative, non i saltimbanchi d'occasione né gli artisti troppo narcisisti e incomprensibili, sono proprio quelle più familiari all'esercizio del raccoglimento e del silenzio interiore ed esteriore. L'autentica formazione permanente è formazione d'entrambi gli aspetti, o è autentico processo educativo che accompagna tutta la vita nella misura in cui rende la persona sempre più raccolta e sempre più creativa. A immagine dello Spirito santo, la fantasia scapigliatissima e pacatissima di Dio!  

2.5. Umorismo e serenità  

Infine, l'ultimo frutto che prendiamo in considerazione è l'umorismo, dono di Dio (che «ride dell'empio», Sal 36/37,13) e punta estrema di quel processo interiore iniziato con il raccoglimento silenzioso, così estrema da apparire improbabile, o da far sembrare improbabile a qualcuno il collegamento tra il raccoglimento stesso, operazione introversa, e la capacità di ridere e - se possibile - di far ridere o sorridere, per natura sua estroversa. Di fatto tale connessione rimanda a quel rapporto più fondamentale che ben conosciamo tra tempo concentrato e tempo disteso. L'umorismo è uno splendido esempio di quella distensione intelligente tipica di chi ha imparato a trovare il suo centro e ogni giorno lo riscopre nel cuore del mistero che celebra. È come una narrazione particolarmente gradevole di quel centro.

In realtà se l'umorismo è la libertà di ridere e sorridere di sé, della vita e delle cose che si amano continuando ad amarle ancora, esso suppone un notevole equilibrio, di nuovo, tra sguardo che giunge in profondità e benevolenza cordiale, e consente di mantenersi in equilibrio. Come dice infatti Imoda solo «un'identità fondata sulla roccia di una relazione con Dio può più facilmente guardare con distacco, e insieme interesse, all'evolversi delle figure umane proprie e altrui, che si muovono sul palcoscenico della storia» (15). In tal senso trovo molto azzeccata la definizione di Arbuckle, per il quale l'umorismo è «il senso interiore che ci spinge a una contemplazione benevola delle incongruità della vita (...), contemplazione che tocca un punto elevato quan­do ciò che esaminiamo sono le nostre mancanze e, insieme, la misericordia e l'amore di Dio per noi... Un individuo ha il senso dell'umorismo solo se sa dedicarsi a tale contemplazione» (16), grazie alla quale impara a guardare con occhio benevolo e tollerante i limiti e le incongruenze della vita e della propria persona. Il contemplativo, allora, o il mistico, è il vero umorista, ma solo quel contemplativo che ha grande familiarità non solo con le altezze mistiche, ma pure con le sue proprie debolezze.

D'altronde chi ha imparato nel raccoglimento silenzioso a familiarizzarsi col mistero, sa bene che c'è nella vita qualcosa d'importante che non si vede, così come sa che a volte quel che appare (anche di se stesso) non corrisponde a quel che è veramente. Proprio per questo non prende troppo sul serio la realtà; è così intelligente da capire che non è serio prendersi troppo seriamente; sa cogliere la dimensione relativa della realtà, non considera gli eventi così rilevanti e non se ne lascia schiacciare: se è apprezzato o riesce in qualcosa, ne gode - ci mancherebbe! - ma non s'esalta eccessivamente; se è criticato o ha un insuccesso ci sta male, ma non si deprime oltre illecito, e gli riesce persino di ridere dei suoi errori, sfruttando al tempo stesso l'occasione per riconoscere i suoi limiti e lasciarsi correggere.

Sa prendere le distanze da se stesso e dalla realtà, ma non per allontanarsi e isolarsi in uno spazio artificiale, ove il riso serva a nascondere la storia quotidiana nei suoi aspetti più ingrati o camuffarla, ma per ritrovare se stesso e la realtà nella sua verità più profonda con la quale riconciliarsi, quella che permette, paradossalmente, di cogliere il lato comico della vita, in ogni circostanza, o di osservarla con lo sguardo bonario di chi sa che dietro a tutto c'è la provvidenza dell'Eterno, e che ogni cosa è nelle sue mani, mani grandi e sicure. E dunque nulla è così tragico da giustificare tristezza e amarezza. Anzi, quando uno cerca onestamente di fare di sé e delle sue stupidità l'oggetto del proprio umorismo (17), allora consegue un merito di valore incomparabile, una qualità che lo mantiene normale e sano, sia come credente che come essere umano (18).

Tale individuo sa allo stesso modo coinvolgersi con gli altri, ma anche prendere le distanze, senza enfatizzare alcuna relazione né mitizzare alcuna persona. E se è libero di scherzare con l'altro e i suoi limiti, lo fa con quella leggerezza che non offende e senza mai avvelenare l'aria che tutti devono respirare; ha imparato a dire la verità sorridendo, e così finisce spesso per contagiare anche gli altri e aiutare magari il diretto interessato (chi è stato «preso in giro») a ridimensionarsi e... volersi più bene: il riso, infatti, come sostiene Bergson, è un gesto sociale, perché nessuno ride da solo, normalmente (19), o, meglio, nessuno dovrebbe essere così contento se rimane da solo a ridere (20). In tal senso le famose «prese in giro» e battute scherzose possono avere una funzione molto positiva in un progetto «serio» di formazione permanente («ridendo castigat mores»!), ma - come sempre – ciò che è decisivo è esattamente la libertà interiore di sorridere di sé e di lasciare che altri ridano di noi. Ognuno ha qualche aspetto della propria personalità che lo rende ridicolo o lo fa cadere in qualche contraddizione o che, insomma, giustifica sorriso e ilarità in chi lo vede!

D'altronde, e a un livello di estrema serietà, se «la parola della croce è stoltezza per quelli che vanno in perdizione» (1Cor 1,18), e dunque appare incongrua, come uno «scherzo» agli occhi di questo mondo, il credente che vive con coerenza coraggiosa la sua fede dovrà essere e accettare d'apparire come cosa incongrua, come uno scherzo per la mentalità e cultura mondana, come «giullare di Dio» (21). . .

Il dramma è quando uno diventa troppo rigido e non può più accettare di ridere e sorridere di sé e della vita, perché troppo consapevole di sé e d'essersi fatto da sé, al punto di godere e compiacersi, magari, che nessuno scherzi su di lui. Costui non sa o finge di non sapere che chi non si rende conto e non accetta d'esser ridicolo lo diventa ancor di più. Ma molto serio può essere il motivo che è all'origine di questo atteggiamento, come un equivoco di fondo in due possibili versioni: ha messo il lavoro al centro della vita e il proprio io al centro del lavoro, oppure, altra variante, ha confuso la santità (quale dono di Dio) con la perfezione (come conquista dell'io), mettendo, ancora una volta, il proprio io al centro di tutto. Due distorsioni prospettiche molto gravi e molto simili proprio perché falliscono nell'identificare il centro della persona o lo smarriscono, finendo per squilibrare la vita intera e creare confusione e dispersione, o depressione e smarrimento: un io invadente, infatti, non può che ritrovarsi depresso alla fine, perché è insaziabile.

Pure in questo caso, all'origine e anche poi, lungo un processo di deformazione permanente, c'è una scarsa familiarità con la logica del tempo concentrato e disteso, e infine, inevitabilmente, col raccoglimento: quando la vita è raccolta dinanzi all'Eterno non si può non ritrovare il proprio centro e rimettere ordine a tutto ciò che ci appartiene e che siamo, non si può non riscoprire il senso profondo d'ogni realtà in noi e attorno a noi, distinguendo bene tra essenziale e accidentale, tra gusto delle cose di Dio ed effimera soddisfazione ambiziosa, tra capacità relazionale e pretesa di mettersi al centro d'ogni relazione e d'ogni affetto..., e magari sorridere di quanto fino a poco prima incuteva timore e soggezione o sembrava indispensabile e irrinunciabile. Sorridere per alleggerirsi del peso ingombrante di un io invadente.

È la testimonianza d'un credente che sembrava aver innato il senso dell'umorismo, come l'indimenticabile monaco benedettino dom Leclercq. Verso gli ultimi anni della sua feconda attività, ci racconta nella sua autobiografia, invitato a partecipare con una sua relazione a un congresso su un tema singolare (l'atteggiamento di monaci e monache di fronte alla morte), sceglie come titolo dell'intervento questa espressione insolita: «Morire, e sorridere». E commenta, con fine umorismo: «...formula più che ambigua, poiché suggerisce non un'alternativa, ma una triplice possibilità, a seconda che il sorridere sia prima, durante o dopo il morire. Una volta mi ero trovato in un monastero in cui si pregava per una badessa ormai agli estremi. Un giorno fu esposto un annuncio che diceva: "Ci si deve attendere il peggio". Il peggio, sembrava dire, sarebbe stato che ella andasse in cielo» (22).Anche il «peggio» della morte, insomma, evento negativo per eccellenza, può esser vissuto in letizia credente.

Significativo che il messaggio di questo umorismo ci venga da un monaco, «uomo del raccoglimento» per definizione, da chi ha fatto del raccoglimento della sua vita in Dio e davanti a Dio il proprio personale modo di vivere.  

3. Il «guaritore ferito» (23)  

Nel respiro mensile della formazione permanente ci dev'essere pure spazio e attenzione per il peccatore, o per il credente che cresce nella fede nella misura in cui non solo prende coscienza del suo peccato, ma soprattutto nella misura in cui sperimenta perdono e misericordia dall'alto, e in forza di questa anche sofferta consapevolezza diviene strumento della grazia che perdona, suo ministro.

Di per sé questa presa di coscienza esperienziale potrebbe trovare il suo luogo naturale nel ritiro, nel momento in cui l'individuo ha «raccolto» dinanzi a Dio la propria vita, riconoscendo con sincerità le sue colpe e chiedendone perdono. Ma è e rappresenta in ogni caso una dimensione troppo importante nella vita del prete e del religioso per non dedicar­le un'attenzione specifica. Importante e forse oggi in crisi. Così in crisi che qualcuno potrà giudicare come moralistico che qui se ne parli o fuori luogo ed eccessivo il legame con la scadenza mensile. Non fa invece problema, peraltro, la crisi del sacramento della confessione tra i semplici credenti. E se fosse in crisi ancor prima, e più radicalmente, anche tra... «gli addetti ai lavori»? E se fosse quest'ultima crisi a determinare, almeno in parte, l'altra? Non è questo il luogo per decidere a chi appartenga questo poco onorevole primato; qui vogliamo solo riaffermare la valenza educativo-formativa della dimensione penitenziale nella coscienza soggettiva di prete e consacrato/a, dalla lucidità interiore con cui scopre il suo peccato fino alla celebrazione sacramentale della Riconciliazione.  

3.1. «Assolvimi dalle colpe che non vedo» (Sal 18/19,13)  

C'è una profonda saggezza in questa supplica accorata del salmista, saggezza di chi... ben sa di non sapere, di chi frequenta i propri abissi e sa quanta oscurità vi sia da quelle parti. Eppure intuisce, ed è ancora dono di quella sapienza che viene dall'alto e raggiunge l'intimità del credente sincero («tu vuoi la sincerità del cuore e nell'intimo m'insegni la sapienza», Sal 50/51,8), che in quell'oscurità abitano anche le proprie tenebre, quelle legate ai propri dèmoni. Tenebre che non corrispondono necessariamente a trasgressioni puntuali o a gesti scorretti e atteggiamenti chiaramente errati, con obiettivi riscontri negativi sul piano morale, ma a tutto quel complesso mondo misterioso personale ove il singolo si percepisce debole e insicuro, meno libero e vulnerabile, troppo preoc­cupato di sé e dei suoi bisogni (d'esser amato e stimato), e dunque anche nervoso e ansioso, e alla fine triste e agitato.

Una coscienza matura non è certamente scrupolosa né induce a enfatizzare le proprie responsabilità, ma sa perfettamente che è oltremodo difficile per l'essere umano percepire nella sua globalità e radicalità, ma pure nelle sue ramificazioni e travestimenti, il proprio male, quell'egoismo dai mille volti e caricature che lo tenta continuamente di mettersi al centro (= l'egocentrismo), usurpando il posto a Dio e impedendogli di concentrare il suo tempo e le sue energie nell'unica cosa necessaria. Chi può dire di accorgersi delle tante e sottili forme con cui il nostro io «celebra» se stesso mentre celebra il culto e annuncia l'amore dell'Eterno, mentre si prodiga per il regno e si consuma per i poveri, o mentre stabilisce relazioni con tanta gente, specie quando qualcuno/a lo riempie d'attenzioni e lo fa sentire vivo e importante, promettendogli (e chiedendogli) affetto e stima, amicizia e vicinanza, e segnali precisi in tal senso? Chi può presumere di conoscere bene quella tenuissima linea di confine tra Dio e l'io, perché la frequenta abitualmente nella sua attenzione vigile e coscienziosa, al punto di riconoscere tutti quei piccoli o momentanei o innocui (apparentemente) sconfinamenti d'un io che attira gli altri e le cose verso di sé, che trascinerebbe pure Dio - se potesse - dalla sua parte, perennemente attratto (o tentato) dal mettersi al centro, quel centro che spetta solo a colui che è stato innalzato sulla croce (24)? Chi può dire d'avere una coscienza di peccato che va ben oltre il puro senso di colpa psicologico, unicamente preoccupato della stima di sé da difendere a tutti i costi, e lo rende capace di riconoscere al di là di gesti e fatti obiettivamente scorretti quella tendenza alla ricerca di sé, alla conquista dell'altro e dunque al male..., che è profondamente radicata nel cuore uma­no? E che forse è sempre più visibile e riconoscibile lungo il cammino della vita? E «le inavvertenze, chi le discerne?» come dice quanto mai saggiamente il salmista (Sal 18/19,13).

E allora, chi vuole esser vero con se stesso (e non s'accontenta d'esser sincero), chiede all'Altissimo che gl'insegni la sapienza per non illudersi né presumere di sé, ma soprattutto si rimette alla sua misericordia, ovvero s'affida a un amore, quale quello di Dio, che va oltre la giustizia (25) e che unico lo può guarire e creare in lui un cuore puro, e chiede venia per quel peccato nel quale è stato generato (cfr. Sal 50/51).

Avere questa libertà interiore è di enorme importanza ai fini della formazione permanente. Anzitutto rende la persona attenta e umile, vigilante e... intelligente, perché toglie ogni presunzione e sufficienza, ogni pretesa o illusione di conoscersi già, di sapere ormai tutto di sé e dei propri problemi, o di esser già credente e buono, pastore d'anime e dunque migliore degli altri. Abbiamo già detto, ma non guasta ripeterlo, che il nemico principale della formazione permanente è esattamente la presunzione di conoscersi o di non aver granché da cambiare e convertirsi, è quell'aria di sufficienza che spesso proprio chi ha o dovrebbe aver fatto un certo cammino di formazione esibisce o nasconde in qualche modo, ma che sottrae la motivazione centrale per continuare il cammino formativo (che, evidentemente, non era mai cominciato ), e che finisce per generare paradossalmente proprio in chi non è mai partito la pretesa d'esser già arrivato. Al contrario, chi conosce il rischio di non vedere le sue colpe e sa quanto sia profondamente radicato un certo egoismo tiene alto il livello d'attenzione e impara ogni giorno qualcosa di nuovo.

Inoltre, la consapevolezza di aver ancora qualcosa da scoprire di sé rende capaci di accettare gli altri e i loro limiti, poiché consente di non sentirsi migliore di nessuno, di non meravigliarsi di fronte alle debolezze altrui, di non fare gli scandalizzati dinanzi all'eventuale trasgressione, di non emarginare nella stima e nell'affetto chi è fragile e cade. Chi pretende vivere in uno spazio asettico, privo di problemi e di persone problematiche, per non esserne contaminato, strano a dirsi, perde una notevole possibilità di educazione personale e formazione permanente. L'abbiamo accennato parlando del ritmo della vita, ma specifichiamo ora che il lasciarsi toccare e, entro certi limiti, addirittura condizionare dalle debolezze altrui è non solo segno di grande libertà interiore, ma grande opportunità educativa per chi impara a integrare il male dell'altro. Attraverso le diverse forme d'integrazione (26): o caricandosi sulle spalle il peso del fratello, o intervenendo con senso di responsabilità per correggerlo (27), o scegliendo di non rispondere alla sua eventuale aggressività con altrettanta ag­gressività, o stando attento a non gratificare le richieste immature dell'altro. Secondo Berdjaev, se alle origini della storia umana Dio s'è rivolto a Caino per interrogarlo sul conto di Abele, al termine dell'umana vicenda storica chiederà anche ad Abele cosa ne ha fatto di Caino suo fratello...

Dice col solito linguaggio provocante Bonhoeffer: «Il fratello è un peso per il cristiano, soprattutto per il cristiano. Per il pagano l'altro non diviene nemmeno un peso, egli evita di lasciarsi aggravare da qualcuno, mentre il cristiano deve por­tare il peso del fratello» (28); se questo è vero noi aggiungiamo ora che il fratello che è un peso e solo quello che tu accetti come un peso diventa di fatto, nella dinamica della vita d'ogni giorno, tuo «formatore»; come dire, solo il «fratello» può divenire «padre». E aggiungiamo pure che è molto facile e vi sono molti accorgimenti per evitare il peso dell'altro. Ma allora, se attorno a te nessuno dei tuoi fratelli è un peso per te, non c'è nessuna formazione permanente!

Infine, chi è arrivato alla convinzione di non sapere tante cose di sé o di rischiare d'ignorare i suoi... mostri, impara a pregare, a pregare nella verità, cioè nella consapevolezza indotta che solo chi scruta cuori e reni può aprire gli occhi a chi non vede. Nel vangelo sono i ciechi (= coloro che sanno di non vedere) che «gridano» a Gesù con insistenza la loro richiesta, e sono guariti, perché la loro richiesta è sincera, a differenza di chi presume di vedere e resta nella sua inguaribile e impenitente cecità.

Preghiera, fa notare Enzo Bianchi, viene da «precarietà» (29), implica e determina la consapevolezza sempre più piena della propria fragilità, e dunque dell'esigenza o del bisogno di fidarsi d'un altro, con tutto il rischio che ciò comporta. Il cammino di formazione permanente, da questo punto di vista, è un itinerario di progressiva guarigione dalla propria cecità, illuminato sempre più dalla certezza della grazia e misericordia dell'Eterno. Ma soprattutto è guarigione dalla propria presunzione, e dunque preghiera insistente e accorata perché il Signore grande nell'amore dia luce per vedere e perdono per i peccati, specie per quelli che l'individuo non sa. E renda il cuore tenero e comprensivo verso le debolezze altrui.  

3.2. L'agnello che porta su di sé il peccato del mondo  

Chi riconosce il proprio peccato entra a pieno titolo in una logica redentiva. A pieno titolo perché vi entra in tutti e due i sensi, anzitutto come fruitore, per così dire, di redenzione, ma poi anche come strumento attivo e responsabile d'essa. La celebra come penitente che ha bisogno di chiedere perdono e si riconosce sempre più nell'immagine del figlio che torna e ritorna in continuazione alla casa del Padre; ma la celebra anche come padre che sta ad attendere il ritorno del figlio e l'abbraccia quando torna, piccola immagine o narrazione terrena di quel Padre che gode in cielo più per un peccatore che si converte che non per 99 «giusti» che ritengono di non aver bisogno di conversione (cfr. Lc 15,7).

Sarebbe incompleta un'esperienza della redenzione che escludesse uno dei due percorsi; né il presbitero, in partico­lare, potrebbe legittimamente essere espressione della misericordia dell'Eterno, come suo ministro, se tale misericordia non l'avesse sperimentata sulla sua pelle: nessuno può perdonare in nome di Dio se non in quanto peccatore egli stesso, già e continuamente perdonato dal Dio grande nell'amore che getta lontano da noi le nostre colpe. La formazione permanente del ministro della grazia che perdona è la formazione permanente del peccatore, di colui che cresce progressivamente nella coscienza del proprio peccato; non sono due piste formative diverse. E questo non semplicemente per una questione di coerenza, ma perché solo in tal modo il pastore assume il cuore del Buon Pastore che va in cerca della pecora smarrita e, trovatala, se la carica sulle spalle (cfr. Le 15,5); e solo con questa esperienza personale impara cosa vuol dire redenzione e salvezza dall'Agnello che porta su di sé il peccato del mondo, e per questo lo toglie (30)!

Dice in tale linea con profondo intuito R. Cantalamessa: «Dopo il peccato, la vera grandezza di una creatura umana si misura dal fatto di portare su di sé il minimo possibile di colpa e il massimo possibile di pena del peccato stesso. Cioè nel non commettere il male e tuttavia accettare di portare le conseguenze di esso. Questo è il tipo di sofferenza che avvicina a Dio. Solo Dio, infatti, se soffre, soffre da innocente» (31).

È mistero grande e vertice massimo di realizzazione dell'identità del presbitero, in particolare (e anche, relativamen­te, del consacrato/a). La cui formazione penitenziale non mira semplicemente alla confessione mensile o giù di lì, né solo alla fedeltà al dovere faticoso e a volte (a Natale e Pasqua) mortalmente noioso del confessionale, ma alla creazione d'una mentalità redentiva, attivamente e responsabilmente redentiva nei confronti del male del mondo, a immagine del Figlio, il Servo di Jhwh, l'Agnello di Dio, e dunque culminante in un coinvolgimento reale della propria persona per un bene che la trascende, in un dono effettivo di sé per il bene degli altri.

Né si tratta solo della logica del caricarsi sulle spalle il peso del fratello, di chi mi vive accanto, come abbiamo ricordato prima, ma di estendere in qualche modo verso tutti, verso ogni forma di male, idealmente, questa disponibilità per­sonale a lottare contro il male, continuando l'azione salvifica che il Figlio di Dio è venuto a inaugurare su questa terra e culminata nella sua morte di croce. E la logica della «grazia a caro prezzo», direbbe Bonhoeffer: «Grazia a caro prezzo è l'Evangelo che si deve sempre di nuovo cercare, il dono che si deve sempre di nuovo chiedere, la porta alla quale si deve sempre di nuovo picchiare. È a caro prezzo perché ci chiama a seguire, è grazia, perché chiama a seguire Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché l'uomo l'acquista al prezzo della vita, è grazia perché proprio in questo modo gli dona la vita; è cara perché condanna il peccato, è grazia perché giustifica il peccatore. La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è costata molto a Dio; a Dio è costata la vita del suo Figliolo (...). È soprattutto grazia, perché Dio non ha ritenuto troppo caro il suo Figlio per riscattare la nostra vita, ma lo ha dato per noi. Grazia cara è l'incarnazione di Dio» (32).

Chi è stato salvato da questa grazia, chi ogni giorno celebra il mistero di questa grazia e prende coscienza della grazia a caro prezzo della sua salvezza, non può non disporsi a pagare lo stesso prezzo, con la sua vita, per la salvezza di altri.

In fondo se è grazia la formazione permanente, come stiamo ripetendo, è anch'essa grazia a caro prezzo!

 

 

NOTE  

[1] R. Guardini, Il testamento di Gesù, Milano 1993, p. 40.
[2] N e parla come di pratica diffusa anche il recente documento della CEI, La for­mazione,4.
[3] Guardini, Il testamento, 40.
[4] Idem, La coscienza, Brescia 1948, pp. 86-87.
[5] Idem, Il testamento, 40-41.
[6] Ibidem, 41, corsivo nostro.
[7] Ibidem.
[8] Idem, La coscienza, 82.
[9] Anche E. Fromm ricorre a questo tipo di terminologia (parla, infatti, del bisogno del «tepore della stalla» ), per dire quel certo istinto a rimanere nel proprio ambiente e frequentare i propri simili, a cercare l'intimità facile e rapporti calorosi, a evitare relazioni complicate per non soffrire il freddo della solitudine.
[10] Guardini, La coscienza, 82.
[11] Ibidem, 78.
[12] Alcuni anni fa il fotografo A. Toscani chiese di scattare in alcuni conventi le fotografie per il catalogo Benetton, con queste motivazioni: «Il messaggio che dovrebbe trasparire da questo progetto è un messaggio di semplificazione, di forza interiore, di allenamento spirituale, di limpidezza, di sfrondamento ed eliminazione di tutto ciò che ci hanno abituato a considerare indispensabile e che non è invece neppure necessario.. - Mi piacerebbe fotografare giovani uomini e donne all'interno degli ambienti in cui si vive e si prega e privilegerei senz'altro ambienti puliti e rigorosi. Vorrei mostrare dettagli di oggetti di uso quotidiano, cibi, luoghi di meditazione. Oggi che perfino i carcerati hanno la televisione in cella mi piacerebbe restituire la sensazione di completezza che si riceve nel guardare una camera arredata solo da un letto e da un inginocchiatoio». Fa molto piacere questo interesse (al di là dell'obiettivo finale commerciale), e con questo tipo di motivazioni, per quella bellezza sobria, essenziale e «ordinata» tipica del convento o del monastero; ma chissà se Toscani ha poi realmente trovato nei nostri ambienti una camera arredata come voleva lui...
[13] Guardini, La coscienza, 80. Guardini esemplifica in termini ancor più chiari quanto intende dire: «Quando vado per le vie voglio rimanere padrone di me stesso e non permetto che ogni affisso attragga il mio sguardo. Conservo la mia indipendenza e non mi lascio attirare da ogni vetrina. Mi rendo interiormente indipendente da tutto quel tramestio di gente, di veicoli, di figure, di chiasso e di calca, e non permetto che il mio interno venga distratto da ogni cosa che abbia dell'inso­lito. In ciò mi esercito, e torno a esercitarmi continuamente» (ibidem). Non è forse formazione permanente questo «esercitarmi continuamente»? Esemplare in una personalità notevole come quella di questo grande pensatore, oltre all'umile disponibilità all'esercizio costante, l'attenzione ad aspetti della vita e della vita interiore che ad altri potrebbero sembrare insignificanti.
[14] Cfr. A. Cencini, La mediazione dei sensi nell'orientamento vocazionale, in «Rogate ergo», 4 (2001),13-17.
[15] F. Imoda, Sviluppo umano. Psicologia e mistero, Casale M. 1993, p. 23.
[16] G. Arbuckle, Strategie di crescita nella vita religiosa, Cinisello B. 1990, pp. 78.92.
[17] Per Goethe l'indole migliore è di coloro che fanno di se stessi l'oggetto pri­   mario dell'umorismo.
[18] Cfr. Arbuckle, Strategie, 81-82.
[19] Bergson, citato da L. Tappatà, Dimmi come ridi e ti dirò chi sei, in «Psicologia
contemporanea», 163 (2001),54.
[20] Anzi, come dice Peyretti, «la virtù del sorriso è la forza del tenere per sé pesi e oscurità, e regalare agli altri leggerezza e sollievo» (E. Peyretti, Sorriso e tenerez­za,in «Rocca» 2 (2001),49).
[21] Così s'esprime quel finissimo autore di spiritualità per il nostro tempo che è stato H. Nouwen: «Se la nostra società fosse un grande circo, tra le azioni emozionanti degli eroi di questo mondo, vi sarebbe un costante bisogno di clown, di persone che con la loro vita vuota e solitaria di preghiera e di contemplazione, ci rivelino l'''altra faccia" e ci rivelino così consolazione, conforto, speranza e un sorriso... I clown, col loro comportamento "inutile", ci mostrano non soltanto che molte delle nostre preoccupazioni, dei nostri affanni, delle nostre ansie e tensioni hanno bisogno di un sorriso, ma che anche noi abbiamo del bianco sul nostro volto e siamo chiamati anche noi a comportarci come clown» (H. 1. M . Nouwen, I clown di Dio. Una vita spirituale per il nostro tempo, Brescia 2000, pp. 162-163).
[22] J. Leclercq, Di grazia in grazia. Memorie, Milano 1993, pp. 183-184.
[23] E il titolo di un famoso libro di H. Nouwen, Brescia 1989.
[24] Cfr., su questo punto, Cencini, I sentimenti, 207-211.
[25] Dives in misericordia, 5:
[26] Ho trattato ampiamente questa tematica in A. Cencini. «Come rugiada del­l'Ermon... ». La vita fraterna, comunione di santi e di peccatori, Milano 1998, spe­cie pp. 239-319.
[27] Secondo una suggestiva interpretazione la radice etimologica del verbo "cor­reggere" sarebbe cum-regere, ovvero portare assieme all'altro un certo peso.
[28] D. Bonhoeffer, La vita comune, Brescia 1973, p. 127.
[29] Cfr. E. Bianchi cit. da Scalia, Dalla parte, 330.
[30] È in questo doppio senso che va intesa, infatti, anche l'espressione latina dell'«Agnus Dei qui tollit peccata mundi».
[31] R. Cantalamessa, Il mistero del Natale, Milano 1999, cit. in Aa.Vv., Dall'alba al tramonto, XII (2000),57.
[32] D. Bonhoeffer, Sequela, Brescia 1975, pp. 21-23.