PICCOLI GRANDI LIBRI   Amedeo Cencini
Il respiro della vita
La grazia della formazione permanente

SAN PAOLO 2002

Prefazione di P. Marko Rupnik sj
INTRODUZIONE

PARTE PRIMA

RINNOVAMENTO INCOMPIUTO

I. NODI TEORICI E PRATICI
1. Se non è formazione permanente sarà frustrazione permanente...
2. I nodi da sciogliere
2.1. Prospettiva originaria della formazione
2.2. Rilevanza teologica del concetto
2.3. Orizzonte di senso
2.4. Mistero e ministero

 

II. DAI NODI AGLI SNODI
1. La sfida della «docibilitas»
2. Verso un tentativo di definizione
3. Progettare la formazione permanente
4. Livelli e responsabilità
4.1. Livello istituzionale-generale
4.2. Livello istituzionale-particolare
4.3. Livello comunitario-locale
4.3.1. Comunità religiosa
4.3.2. Comunità presbiterale
4.4. Livello personale-individuale

PARTE SECONDA

LA SFIDA DEL TEMPO

III. RITMO E RITMI DELLA FORMAZIONE PERMANENTE

1. Il tutto e i frammenti
2. La formazione permanente come «tempo compiuto»

2.1. Tempo concentrato: ritmo sincronico
2.2. Tempo disteso: ritmo diacronico
2.3. Tempo compiuto: ritmo sincronico-diacronico

IV. RITMO ESISTENZIALE: È LA VITA CHE FORMA

1. La straordinarietà dell'ordinario

2. Il ministero, 
luogo naturale di formazione

3. La vita comune, 
luogo naturale di formazione

V. RITMO QUOTIDIANO: «OGNI VOCAZIONE È MATTUTINA»

1. I rituali quotidiani
1.1. Rituali personali-individuali
1.2. Rituali collettivi-comunitari

2. L'azione quotidiana di Dio
2.1. «In spirito e verità» (la preghiera educa)
2.1.1. Verità dell'io attuale
2.1.2. Verità dell'io ideale

2.2. «Pane spezzato e sangue versato» 
(la preghiera forma)
2.2.1. La preghiera, anima dell'apostolato
2.2.2. L'apostolato, anima della preghiera
2.3. «Ogni mio desiderio è di fronte a te» 
(la preghiera accompagna)
2.3.1. La docibilitas del cuore orante
2.3.2. Liturgia delle Ore 
e mistero del tempo
2.3.3. Paura dell'intimità? (Ovvero, quando non si ha nulla da dire a Dio)

3. La disciplina della veglia e del sonno
3.1. La notte e la precarietà
3.2. Il giorno e la rinascita
3.3. Dialogo immaginario 
tra il giorno, la notte e il corpo

VI. RITMO SETTIMANALE: IL SETTIMO GIORNO, IL PRIMO DOPO IL SABATO

1. «Il giorno del Signore»

2. La distensione come momento formativo

VII. RITMO MENSILE: «INSEGNACI A CONTARE I NOSTRI GIORNI»

1. Il ritiro spirituale, «esercizio di raccoglimento»
1.1. Raccogliere la vita
1.2. Prendere le distanze
1.3. Nostalgia del chiostro 
(e istinto da mandria)

2. I frutti del raccoglimento (o il raccoglimento dei frutti)
2.1. Responsabilità e sensibilità
2.2. Ordine interno ed esterno
2.3. Educazione dei sensi e dell'attenzione
2.4. Stabilità e creatività 
(la montagna e l'albero)
2.5. Umorismo e serenità

3. Il «guaritore ferito»
3.1. «Assolvimi dalle colpe che non vedo» 
(Sal 18/19,13)
3.2. L'agnello che porta su di sé 
il peccato del mondo

PARTE TERZA

IL DONO DEL TEMPO

VIII. RITMO ANNUALE: «PER ME VIVERE È CRISTO» (Fil 1,21)

1. Mistero e magistero dell'anno liturgico

2. «Christus totus»

3. I ritmi dell'anno liturgico

IX. RITMO DELL' AVVENTO: DESIDERIO INAPPAGATO

1. Purificazione e scavo

2. Passione orante

3. Intensificazione e crescita

X. RITMO DEL NATALE: DESIDERIO APPAGATO

1. L'Eterno si fa relazione

2. L'Eterno è Amore

3. La certezza d'essere amato

4. Libertà di amare

XI. RITMO DELLA QUARESIMA: DESIDERIO DI CONFORMARSI ALLA MORTE DI CRISTO

1. «Mors tua - Vita me a»

2. «Mors tua - Mors me a»

XII. RITMO DELLA PASQUA: DESIDERIO DI CONFORMARSI ALLA RISURREZIONE DI CRISTO

1. «Vita tua - Vita me a»

2. «Vita mea - Vita tua»

XIII. RITMO DI PENTECOSTE: DESIDERIO D'ANNUNCIARE

1. «Pietro, levato si in piedi, 
parlò a voce alta...» (At 2,14)

2. «...E ciascuno 
li sentiva parlare la propria lingua» 
(At 2,6)

3. «Erano assidui e concordi nella preghiera 
con Maria...» (At 1,14; 2,42)
3.1. La pratica degli esercizi spirituali
3.2. Il ruolo di Maria nella formazione permanente: dal «fiat» allo «stabat»

XIV. RITMO DEL TEMPO ORDINARIO: DESIDERIO «STRAORDINARIO»

1. «...E li inviò a due a due avanti a sé» (Lc 10,1): la prima destinazione
1.1. La guida spirituale
1.2. Comunità e comunione presbiterale o religiosa

2. «Signore, da chi andremo?» (Gv 6,68): l'adulto giovane
2.1. Realismo (e disincanto) pastorale
2.2. Ricerca dell'essenziale
2.3. «...Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68)

3. «Simone di Giovanni, mi ami?» (Gv 21,16): l'adulto maturo
3.1. Quella maledetta (clericale) presunzione
3.2. Verso la paternità/maternità spirituale
3.3. «.. . Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo» (Gv 21,17)

4. «Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18): l'adulto anziano
4.1. Il mito del giovanilismo
4.2. Verso l'amore puro
4.3. «Seguimi» (Gv 21,19)

 

Parte seconda

LA SFIDA DEL TEMPO

Vista per sommi capi la situazione e intravista, ancor più genericamente, una prima interpretazione del concetto anche sul piano dell'attuazione pratica, passiamo alla sezione più decisamente propositiva. Si tratta, anzitutto, di definire i punti di riferimento per istruire in qualche modo l'intera questione della formazione permanente, dai modelli alle prospettive del cammino.

Fondamentalmente, mi sembra, sono due i criteri cui deve attenersi un progetto di formazione permanente se vuol essere davvero praticabile: il criterio del tempo o della continuità nel tempo, e poi il criterio dei contenuti o delle piste pedagogiche da proporre. Il primo rimanda alla prospettiva temporale della formazione permanente, di quel che chiameremo il ritmo o i ritmi d'essa, quasi il suo respiro; il secondo rimanda alla questione del modello antropologico in base al quale è possibile definire i contenuti, le aree di sviluppo della formazione permanente stessa lungo l'arco della vita.

La sensazione è che del primo criterio, quello temporale, non si parli granché, quasi lo si desse per scontato, mentre abbondano le proposte a livello di contenuti (un po' meno a livello di piste pedagogiche). In realtà il criterio del tempo rappresenta il vero punto peculiare e strategico della formazione continua, la sua caratteristica essenziale, o forse ne esprime la sfida radicale, il problema perennemente aperto. La formazione permanente consiste esattamente nella continuità temporale del processo di maturazione; ma è proprio questo punto, pur peculiare e strategico, che spesso è difficile da attuare e programmare, al punto da attirare una scarsa attenzione: vedi i tanti programmi istituzionali di formazione permanente, corretti e completi sul piano dei contenuti da proporre o sulle dimensioni e livelli da prevedere, ma poi praticamente incapaci di attivare di fatto una dinamica costante, di fedeltà e continuità nel tempo, o tali da ridurre questa continuità a una sequenza di appuntamenti straordinari, sovente scollegati tra loro e a volte neppur vicini nel tempo, e che difficilmente il soggetto sente come grazia. Proprio per questo il recente documento della Commissione episcopale per il clero parla dell' «urgenza della riappropriazione del tempo, come dono di Dio» (1).

In questa seconda e terza parte del nostro studio cercheremo di analizzare particolarmente la dimensione temporale della formazione permanente, rimandando a un'ulteriore pubblicazione la considerazione circa il modello antropologico, con l'analisi dei contenuti e dei percorsi metodologici, o delle dimensioni pedagogiche e dei parametri evolutivi.

Particolarmente nella presente sezione vedremo il primo versante, per così dire, della dimensione temporale: il tempo come sfida, come attimo gravido di senso e che pure rischia di sfuggire all'attenzione della mente, quasi di... correre troppo in fretta e non lasciarsi afferrare nella sua ricchezza. Anche nella vita, spesso così agitata e frenetica, del presbitero e del consacrato/a, che finisce per avere un rapporto conflittuale col tempo, o col «non aver tempo» o, apparentemente al contrario, col «perderlo»..., cedendo, dice ancora il documento della Cei, «alla tentazione della ideologia dominante, secondo cui non c'è più tempo per sé e per l'ascolto delle persone» (2). Eppure ogni tempo della vita, o ogni frammento temporale, è ricco di grazia, e dunque è offerta e possibilità di formazione permanente!

Affronteremo allora la questione del ritmo e dei ritmi tipici d'un processo complesso che s'estende nel tempo come la formazione permanente (cap. III), e che scandiscono l'esistenza di chi ha offerto a Dio il proprio tempo in un ministero particolare (cap. IV), dando poi cadenze diverse e pure convergenti ai differenti ritmi temporali: della giornata qualsiasi (cap. V), della settimana (cap. VI), del mese (cap. VII).

NOTE

[1] La formazione permanente, 8.
[2]
Ibidem.

CAPITOLO III

Ritmo e ritmi della formazione permanente

Se il processo della formazione permanente abbraccia tutta la vita e s'estende, dunque, alle attività ordinarie, ciò non avviene automaticamente, ma solo se queste ultime sono fatte con un certo spirito; inoltre, se tutto è formativo e rappresenta teoricamente un'occasione di sviluppo, c'è però qualcosa che lo è e lo dice in modo particolare e in certi momenti privilegiati della nostra giornata o del nostro tempo (pensiamo, ad es., alla centralità della celebrazione eucaristica nell'economia quotidiana), e dunque è non solo da non trascurare, ma da promuovere e vivere con fedeltà: è grazie a esso che anche il resto assume valenza formativa. In tal modo l'ordinario e il routinario, o il piccolo e l'apparentemente insignificante diventano realmente momento normale e indispensabile del processo della formazione permanente, e solo a questo punto tale processo può durare tutta la vita.

Di conseguenza vi sono anche vari ritmi da prevedere e da sincronizzare il più ordinatamente possibile, ritmi che appartengono alle diverse scansioni della vita umana (quotidiano, settimanale, mensile, annuale...), e che nel caso della vita sacerdotale e religiosa assumono una cadenza specifica. Tali ritmi vanno coordinati e messi in relazione tra loro: nessuno di essi basta, ma ognuno è indispensabile per dare il giusto passo al cammino. Né vanno posti in conflitto l'ordinario con lo straordinario, o isolati l'uno dall'altro, come se uno potesse fare a meno dell'altro.

La formazione permanente è una gara di... resistenza e di lunga durata (quanto la vita); non si decide in una volata o in uno strappo d'alta montagna, non consiste in una sola tappa né è fatta solo di picchi faticosi da scalare o di noiose cavalcate in pianura, ma è una prova che prevede tutti i tipi di percorso e di asperità, e in cui è decisivo avere - sempre in termini ciclistici - il rapporto giusto, quello che consente la pedalata più fluida e meno dispendiosa, e il passaggio intelligente e altrettanto spontaneo, dunque, da un rapporto all'altro. A partire, ovviamente, dalla consapevolezza del dono che precede lo sforzo e dal desiderio d'accogliere la formazione permanente come grazia, con tutta la fatica, ma anche la gioia che ciò comporta. Tutte operazioni, queste, nient'affatto semplici e la cui complessità forse è all'origine della precarietà di tanti progetti di formazione permanente.

Sarà allora importante tentare di definire più precisamente, anzitutto, il rapporto che intercorre tra i vari ritmi, o tra quello che potremmo definire il ritmo centrale della persona, ciò da cui gli viene quella gran voglia di «correre», e i vari ritmi determinati dalle «condizioni del percorso» o dal tempo di riferimento (il giorno, la settimana, il mese ecc.). Ma sempre ricordando che, come dice la liturgia della Chiesa, è il Signore, il Dio immutabile ed eterno che segna «i ritmi del mondo: i giorni, i secoli, il tempo» (1). È dunque entro questo ritmo fissato da Dio, oggettivo e già stabilito, che dovrà cercare d'inserirsi l'azione del presbitero e del consacrato/a che vuole vivere il suo proprio tempo come tempo di formazione permanente, e non di evasione permanente.

Nei seguenti capitoli, dunque, non parleremo esplicitamente dei contenuti della formazione permanente, quanto della sua dimensione temporale, di ciò che le consente di estendersi davvero a tutta la vita, di quel respiro profondo che le permette di vivere e far vivere chi vi s'impegna responsabilmente, respiro che dovrebbe diventare sempre più spontaneo e naturale, esattamente come quello fisiologico: il respiro della vita.

Affronteremo prima la questione della relazione funzionale tra i diversi e convergenti dinamismi ritmici della vita del credente, e poi, nei capitoli successivi, vedremo di descrivere alcuni tipi di ritmi sempre nell'ottica della formazione permanente del prete e del consacrato/a.

1. Il tutto e i frammenti

Per la comunità dei credenti il tempo è gravido del mistero di Cristo, secondo l'immagine paolina di Rm 8,21-22: «La creazione stessa geme e soffre le doglie del parto in attesa della piena manifestazione della libertà dei figli di Dio».

Quest'attesa di per sé è cominciata, coi suoi gemiti sofferti, con l'incarnazione del Verbo, che ha conferito al tempo dell'uomo un respiro d'eternità, come una prospettiva sempre aperta sull'orizzonte umano. E ha trovato già una certa risposta in quell'evento che costituisce il centro della storia e dà la cadenza giusta al nostro tempo: la pasqua di Gesù. Risposta in sé completa, ma che attende che il singolo credente la faccia sua, vi riconosca il compimento delle sue attese, ma pure la sua vocazione, il senso e l'esito del suo vivere e morire, o, per venire al nostro tema, ciò che scandisce e pure unifica il suo tempo, dandogli finalità e dignità. È il rapporto tra ritmo sincronico e diacronico, o tra tempo concentrato e tempo disteso (o tra evento già dato e narrazioni dell'evento stesso), per arrivare al tempo compiuto. Al di là dei termini un po' singolari è qui nascosto il segreto, forse, della formazione permanente.

2. La formazione permanente come «tempo compiuto»

C'è una certa contraddizione o incongruenza in questo titolo. Rigorosamente parlando, infatti, sembra esservi come una non consecutio temporum, una non corrispondenza temporale tra qualcosa di fluido, che scorre nel tempo («permanente» come participio presente), e qualcosa che invece indica il fatto avvenuto, un esito ormai definitivo (evidenziato dal «compiuto» come participio passato). Se la formazione continua deve... continuare nel tempo, come può esser correlata col «tempo compiuto» di cui parla Gesù quando inizia il suo ministero pubblico?

In realtà non solo non v'è contraddizione alcuna, ma proprio questa è la dinamica un po' paradossale della formazione permanente, forse addirittura la sua dimensione di mistero, mistero nel senso che Imoda dà a questo termine, come quel punto centrale che riesce a tenere insieme polarità apparentemente contrapposte (2), quali potrebbero essere, in questo caso, le polarità del divenire e dell'essere, in ultima analisi, o del dono fatto una volta per tutte e del faticoso cammino di internalizzazione del dono stesso, o del sacerdos in aeternum e del presbitero quotidianamente educato-formato dal mistero che celebra, o della consacrazione per tutta la vita («perpetua») e del cammino inevitabilmente quotidiano d'internalizzazione dei sentimenti del Figlio.

Anzi, proprio questa apparente contrapposizione ci consente di comprendere una condizione fondamentale del processo di formazione permanente, ciò che dà il via a tale processo: in concreto, la formazione è permanente solo se la persona ha dato una prospettiva definitiva o compiuta alla propria vita e a partire da quel momento, non necessariamente quand'è finita né perché s'è conclusa la fase cosiddetta iniziale. Quando la persona prende la decisione in cuor suo di seguire il Signore in una particolare strada, già in quel momento e solo da quel momento inizia la formazione permanente.

Per questo, abbiamo detto nella prima parte, la formazione permanente è la prospettiva di partenza del processo formativo che dovrebbe delinearsi progressivamente nella coscienza del soggetto, almeno come disponibilità di fondo, e sempre per questo in molti casi la formazione non riesce a esser permanente, perché di fatto, nonostante la persona abbia emesso i voti per sempre o abbia ricevuto l'ordinazione sacerdotale, nel suo cuore non si è ancora data in modo definitivo e totale, o permangono paure e reticenze, o zone d'ombra e d'incertezza, come si fosse solo «imprestata» o avesse stipulato un contratto a tempo determinato, e potesse in ogni istante riprendersi quel che ha finto di dare... E il tempo, di conseguenza, il «suo» tempo non si compie mai, è come se nella sua vita non fosse mai ora di niente, e tutto restasse sempre sospeso o in bilico, come la persona stessa, o ritardato e rimandato (3).

È importante allora vedere come giungere al tempo compiuto, o come questo tempo s'articola e giunge a pienezza attraverso i ritmi della vita.

2.1. Tempo concentrato: ritmo sincronico

Di per sé il tempo è concentrato quando è tutto proteso verso un'unica direzione o interamente speso nella tensione verso un centro, verso il suo centro. Per il credente tempo concentrato è il tempo umano che celebra l'evento divino della morte-resurrezione di Cristo, fatto oggettivo e dato una volta per tutte, ormai fuori del tempo e pure al centro della storia, anzi, «centro di tutti i cuori», secondo l'espressione di Moioli (4). È tempo concentrato perché e quando è tutto condensato in quell'evento e nella sua «celebrazione», attratto e posseduto in ogni sua frazione da esso, quasi raccolto e totalmente assorto nella sua contemplazione.

Ma soprattutto è tempo concentrato perché e quando chi celebra o fa memoria di quell'evento è interamente preso, senz'alcuna distrazione o calo d'attenzione o di tensione, dall'evento stesso e dal suo mistero, dal suo fascino di verità e bellezza, dal suo carattere di contemporaneità, che lo rende straordinariamente attuale e presente alla sua vita. Per questo la qualità di questo tempo è altissima, in se stessa e nell'economia di vita del consacrato e presbitero: è tempo essenziale, poiché in qualche modo svela l'essenza della vita e della vita credente, dell'esistenza consacrata e ministeriale.

C'è allora un duplice livello di concentrazione. A un primo livello, o sul piano oggettivo della fede cristiana, essa corrisponde anzitutto al progetto creazionale-salvifico del Padre-Dio di fare di Cristo, suo Figlio, «il cuore del mondo», il centro non solo del cosmo, ma della vita d'ogni vivente, perché in lui ci ha scelti, benedetti, predestinati, redenti, ricapitolando in lui tutte le cose, rappacificando ogni realtà col sangue della sua croce (cfr. Ef 1,3-10; Col 1,15-20). A un secondo livello, più soggettivo, tempo concentrato è il tempo di chi ha trovato il proprio centro in quell'evento, e ogni volta continua a cercare e scoprire la propria identità e la propria vocazione in esso, celebrando assieme il progetto divino e il suo compimento nella propria storia, o accogliendo il dono del Padre e rispettandolo nella sua centralità (5). È come una doppia concentrazione, dunque, o un doppio dinamismo di tensione verso il centro: a livello umano-psicologico e a livello di fede e rivelazione, da parte di Dio e da parte dell'uomo.

Per questo motivo è tempo intensamente vissuto, ad altissima densità di partecipazione personale, quasi bloccato - se fosse possibile - nel suo scorrere, o come portasse l'individuo, paradossalmente, fuori del tempo stesso (6); è il contrario del tempo fatto di attimi fuggenti o consumato in veloci fruizioni, in vuota e frettolosa ritualità e subito bruciato e dimenticato, debole e banalizzato, a volte negato e cancellato. Il tempo concentrato è tempo forte e «compatto», perché in esso agisce quell'attrazione centripeta, quasi forza gravitazionale, di cui parla Gesù («Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me», Gv 12,32), rendendo colui che celebra contemporaneo a ciò che celebra, quasi facendocelo entrare dentro, come fosse tutt'uno con esso, o stabilendo non solo sincronia, ma anche sintonia tra il credente e il mistero! Di conseguenza è anche tempo umano a cui viene misteriosamente trasmessa l'efficacia e la fecondità dell'evento divino ricordato e celebrato (7).

Il tempo concentrato è la condizione fondamentale della formazione permanente; solo se esiste questo tipo di tempo nella giornata si avvia il processo formativo, perché ne costituisce il naturale punto di riferimento, o il punto di partenza e poi d'arrivo, è ciò che deve crescere e assieme ciò che sostiene la crescita. Senza tempo concentrato l'individuo non sa più chi è e chi è chiamato a essere, e il suo tempo diventa banale e dispersivo (o disperso), inconsistente e inconcludente, tempo vuoto e sospeso nel vuoto.

Da questo tempo concentrato tutto il resto del tempo dell'uomo assume rilevanza e senso, ovvero il tempo concentrato nell'evento e nella celebrazione di esso, nella misura in cui è effettivamente concentrato in esso, imprime un ritmo conseguente al resto dell'esistenza umana, in qualche modo ponendo anch'essa in sintonia-sincronia con l'evento stesso. O, in altre parole, tutti gli altri ritmi della vita, legati alle multiformi attività ed esigenze quotidiane, possono poi assumere la medesima cadenza di quel ritmo centrale, la stessa ispirazione e la medesima finalità, pur esprimendo necessariamente un altro tipo d'attenzioni e prestazioni, come vedremo poi.

Mi sembra un punto molto rilevante per il nostro discorso. Non per dire e ripetere che prete e consacrato/a devono pregare di più, ma per specificare che nella loro vita c'è e ci dev'essere sempre più questo tempo concentrato, come quantità e soprattutto qualità di tempo, da cui deriva una corrispondente qualità della preghiera. Tempo concentrato nella celebrazione (in senso lato) della pasqua di Gesù e/o nella contemplazione del suo mistero. O tempo di effettiva celebrazione di ciò che ne fa memoria (il memoriale eucaristico), ma pure spazio di meditazione e intimità col Signore della vita e della morte per identificarsi con lui, il «mio» Signore, per avere la sua mentalità e vibrare dei suoi stessi sentimenti, per immergere il proprio sguardo nel suo e diventare ciò che si contempla; tempo di preghiera e adorazione, tempo «inutile» raccolto e consegnato al mistero, come l'olio sprecato e versato sui piedi di Gesù, o catturato dal misterioso fascino di colui che, elevato da terra, non solo attira tutto e tutti a sé, ma è in grado di riunire e ricomporre ogni frammento di vita e d'umanità, dando vita a ossa aride e disperse (cfr. Ez 37,1-15), di ricondurre al centro qualsiasi componente della personalità, dagl'impulsi carnali alle aspirazioni spirituali; tempo prolungato di preghiera vera e propria, di deserto e solitudine, ma anche solo frammento di tempo orante lungo la giornata in cui, però, il contatto col divino è intenso e immediato, come un pensiero fugace ma ricco, quasi un... concentrato, appunto, d'intimità e spessore comunicativo (8), o uno spazio di «deserto nella città»...

Tempo concentrato, allora, è tempo che rende presenti alla pasqua di Gesù, e dunque da vivere intensamente, con tutto il cuore, perché è il cuore «il luogo dell'incontro..., il luogo dell'Alleanza» (9), con tutta la propria umanità e le energie di cui essa dispone, a tutti i livelli (istintuale, psicologico e razionale-spirituale ) (10). Tempo concentrato, dunque, è tempo che esprime sempre più l'amore del discepolo per il Maestro, tempo che dice tutto il desiderio d'intimità con lui, d'una sintonia sempre più profonda coi suoi desideri, nello stupore ininterrotto di fronte al Dio teneramente amante...; è il tempo del dialogo intenso con lui, in cui risuona la domanda fondamentale nella vita del presbitero e del consacrato: «...Mi ami tu più di costoro?», e tempo pure della risposta: «Signore, tu lo sai che ti amo». E pure tempo in cui le parole non bastano più a dire l'affetto che cresce, l'amicizia che si pone sempre più al centro della vita, l'amore senza limiti e restrizioni sempre più simile a un innamoramento, e quell'insaziata esigenza d'un oltre, d'un di più che solo gl'innamorati avvertono e che il discepolo del Signore deve provare se non vuol ridursi a fare il funzionario o il faccendiere.

E se l'amore intenso aumenta il grado di autocoscienza, allora nel tempo concentrato c'è anche tutta la consapevolezza del dramma e dell'irripetibilità del momento che si sta vivendo e celebrando, al di là - nel caso del presbitero - d'un semplice compito ministeriale e ruolo liturgico, per quanto composto e solenne, tanto più al di là d'ogni forma di allegra e sbrigativa, o stanca e ripetitiva gestione dell'evento (vedi i tanti modi di «sborracciare» un'eucaristia divenuta abitudine e scaduta a banalità). Tempo dunque anche di sosta da tutte le altre attività, poiché Colui che è al centro della vita merita di essere intensamente cercato e celebrato, lasciando tutto il resto per stare con lui; tempo concentrato è tempo vacans per Dio, speso solo per lui, perché la sua grazia «vale più della vita» (Sal 62/63,4), e un giorno nei suoi atri «è più che mille altrove» (Sal 83/84,11).

L'obiettivo finale della maturità spirituale, come sappiamo e come ribadiremo presto, è la capacità di vivere l'intimità con Dio nel vivo dell'azione o di ritrovare Dio nel fratello, unendo contemplazione e azione, ma proprio per questo, per raggiungere in modo stabile questo obiettivo è indispensabile il tempo concentrato; il cammino che conduce all'unità di vita passa necessariamente attraverso la decisione di riservare del tempo all'unica cosa necessaria, sottraendolo a ogni altra attività, per concentrarlo nella contemplazione-celebrazione esclusiva del mistero.

Se, dunque, il tempo concentrato è celebrazione dell'evento centrale nella vita della persona, allora tale tempo deve naturalmente occupare sempre più una posizione centrale nella vita del credente e nelle economie della sua giornata, perché questo è il tempo «che dà il tempo» a tutta la vita, è il cantus firmus che ne segna la tonalità generale, è il ritmo dal quale partono e al quale tornano tutti gli altri ritmi dell'esistenza.

Ma se tempo concentrato vuol dire tutto ciò, va anche detto, con consapevole realismo, che non è per niente scontato che nella vita del prete o del religioso/a, professionisti del divino, vi sia effettivamente questo tempo (o questa concezione del tempo); né che le varie sue operazioni che hanno Dio per referente o interlocutore (dalla preghiera personale a quella liturgica) siano interpretate con tale tensione e attenzione. Potrebbero trascorrere intere giornate, nella sua esistenza, senza che vi sia un minuto o una frazione di tempo concentrato, nonostante l'osservanza e puntualità con cui porta a termine i suoi doveri di pietà (le cosiddette «pratiche di pietà»), al punto da meritare l'amaro rimprovero di Gesù: «Questo popolo... mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Is 29,13). Come dire: ci sono le preghiere, ma non c'è la preghiera, perché è un pregare superficiale e apatico.

E non è certo un caso isolato. Recentemente si chiedeva, infatti, con tono allarmato l'editoriale d'una rivista per sacerdoti: «Perché gli uomini di Dio passano così poco tempo con lui? Perché gente che dice tante preghiere, solo raramente è gente di preghiera?» (11). E concludeva: «Dio voglia che, o prima o dopo, giungeremo a quella saggezza che ci farà vedere come unico radicale tempo "utile" della nostra vita quello dedicato a imparare ad amare. Cioè a imparare a "pregare"» (12). A pregare, potremmo specificare noi, nello spirito e nello stile del tempo concentrato, ove la preghiera dice l'amore, unico radicale tempo «utile» della nostra vita.

Un'esistenza priva di tempo concentrato è una vita senza senso in una persona senza centro e senz'amore. In una storia in cui non scatta alcun dinamismo di formazione permanente!

2.2. Tempo disteso: ritmo diacronico

Tempo disteso, in un quadro di realizzazione armonica dell'io, è tempo che parte dal centro, ne assume la memoria e rivive il senso, estendendolo al resto della giornata e irradiandolo su ogni istante d'essa.

È tempo «disteso» perché si distende lungo le varie occupazioni quotidiane, narrando in esse l'evento centrale, quell'evento che ha dato e dà identità all'io stesso e salvezza alla storia intera. Per questo è detto anche tempo narrativo; la narrazione, potremmo dire, è ciò che dà qualità al tempo disteso, o alla vita stessa, in definitiva, perché ogni esistenza è degna d'essere raccontata non in quanto cronaca qualsiasi, ma per quel che Dio fa in essa, così come, d'altro lato, non esiste evento di salvezza che non possa essere narrato (13).

Il tempo disteso ha senso, dunque, nella misura in cui nasce dal tempo concentrato nell'evento, da esso sgorgando e in esso rifluendo, ne è o ne diventa un'espressione o un'espansione, ne manifesta l'intima potenzialità, ne racconta i prodigi e canta la ricchezza, ne rende accessibile la verità oggettiva e godibile la bellezza trascendente nella misura piccola e limitata d'una esistenza terrena soggettiva. Al tempo stesso l'espone o sottopone, per così dire, alle provocazioni della storia e agl'imprevisti del quotidiano, in tal modo spremendone sempre più le recondite risorse e lasciando progressivamente emergere il mistero di salvezza in esso racchiuso. Come i cerchi disegnati in uno specchio d'acqua dal sasso ivi gettato, tempo disteso-narrativo sono i cerchi concentrici che nascono, estendendosi sempre più, dallo stesso punto centrale e abbracciano la vita intera e ogni sua dimensione.

Anche qui c'è un doppio livello e movimento di estensione-distensione (come nella concentrazione): da un lato il centro raggiunge la periferia, come il sangue pompato dal cuore che arriva fino alle vene e arterie più lontane dando vita a tutto l'organismo, mentre il mistero si dispiega nella sua ricchezza lasciandosi sfiorare e intravedere; d'altro lato l'individuo, vivendo i tempi e gl'impegni quotidiani in coerenza con quel centro che lo genera e rigenera in continuazione, si distende lui stesso, nel senso più pieno del termine, perché trova pace e armonia, unità di vita e d'intenti. Come dire: si distende il tempo, ma anche e soprattutto l'individuo scopre qui la sua distensione, e la narrazione dell'evento, come una teologia narrativa, diventa modo autentico e pieno di vivere la fedeltà a quel mistero che è al centro della vita.

In effetti credo che questa sia la vera distensione anche del presbitero e del consacrato/a, alle prese con il quotidiano assillo delle tante cose da fare, ma saldamente ancorato al suo centro. La sua gioia è nella consapevolezza, grata e umile, d'aver vissuto e di vivere con coerenza il dono ricevuto, d'averlo diffuso e di continuare a seminarlo attorno a sé, d'averlo trasmesso agli altri...; e forse ancor più nella sorpresa di ritrovarlo alla fine negli eventi umani vissuti o accostati ogni giorno, in volti, parole, drammi, attese..., inconsapevoli espressioni di quell'unico drammatico evento che ha dato e continua a dare un senso alla storia di tutti, e che esattamente a lui tocca annunciare e indicare presente nel tempo. Quell'evento, contemplato-celebrato nel mistero e ora ritrovato-narrato nel quotidiano è ciò che lo plasma e forma lentamente: lo forma mentre egli lo celebra nel tempo concentrato e mentre lo annuncia nel tempo disteso. È la grazia della formazione permanente!

Più radicalmente questa è la logica sottesa a ogni processo di formazione permanente che proprio a questo punto comincia a lasciar intravedere la sua struttura di fondo, quale dinamismo di concentrazione-condensazione del tempo nell'evento e di distensione-narrazione dell'evento nel tempo. O movimento in intensità (= concentrazione) ed estensione ( = narrazione).

Proprio in tal senso gli altri ritmi della vita partono dal ritmo centrale, quasi estendendolo al resto dell'esistenza sacerdotale e religiosa in una relazione diacronica, che si distende nel tempo e abbraccia ormai e sempre più tutte le dimensioni dell'esistente, segnate in profondità da questo intreccio inscindibile. Ritmo diacronico è il ritmo della vita che corre, delle attività che premono, degl'impegni che assillano... La persona si muove ma rimanendo sempre fissa nel suo centro: tutto in essa resta intimamente collegato col centro, «nulla si sottrae al suo calore» (Sal 18/19,7) (14). In qualche modo gli altri ritmi quotidiani e periferici contengono in sé quel ritmo centrale e vi sono essi stessi contenuti, così come «ogni frammento porta in grembo il tutto. Il frammento è qualitativamente denso e vivo, anche quando è cronologicamente logoro» per l'età, la malattia, la stanchezza stessa. «Per la sua comprensione più vera il frammento rinvia al tutto e il tutto al suo dispiegarsi in frammenti e suddivisioni cronologiche» (15).

È il senso della raccomandazione paolina: «Tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù...» (Col 3,17). Per questo il tempo disteso non è meno nobile né meno importante del tempo concentrato: l'uno ha bisogno dell'altro e rimanda all'altro.

Se salta, invece, questo raccordo tra centro e periferia, fra tempo concentrato e tempo disteso, il tempo concentrato diventa vuoto e infecondo, come fosse meno credibile pur nella sua correttezza esterna, e il tempo disteso diviene caotico e anonimo, mentre s'apre la strada a tutte quelle forme di disorientamento e schizofrenia fin troppo note, di nervosismo e insoddisfazione, a stento nascoste o attribuite ad altre cause; oppure a quelle forme di concreto disimpegno o di caduta d'ogni entusiasmo appena coperte da una certa pretesa d'aver «fatto il proprio dovere», giusto il proprio dovere e niente più, senza alcuna fantasia e parresia, poiché entrambe queste virtù dell'apostolo possono venire solo dal centro, da un centro forte cui saldamente ancorarsi e da cui partire e ripartire ogni giorno per una nuova missione. E per una formazione continua.

2.3. Tempo compiuto: ritmo sincronico-diacronico

Il tempo è compiuto quando riesce a comporre insieme tempo concentrato e tempo disteso, nella vita d'un credente sempre più proteso verso il regno e sempre più conforme ai sentimenti del Figlio, ai suoi gusti e desideri.

Si tratta, in altre parole, di passare dalla successione articolata tra i due tempi finora considerati, alla loro progressiva compenetrazione, senza che nessuno dei due perda la propria specificità, e perché assieme si arricchiscano vicendevolmente rendendo ogni istante momento di formazione. Più in particolare tale simultaneità non è solo temporale (o sincronica), ma è ciò che consente al discepolo di dedicarsi pienamente al suo Dio mentre si dedica totalmente ai fratelli, e impedisce al suo rapporto col mistero trascendente d'esser limitato ai tempi ufficiali della sua orazione. A livello ancor più radicale questa compenetrazione indica la progressiva identificazione coi sentimenti del Figlio: la concentrazione del tempo in Dio e nella pasqua di Gesù, infatti, determina sempre più non solo l'irradiazione del mistero ai frammenti di tempo quotidiano, ma l'estensione d'esso alla totalità della personalità credente, ovvero fa sì che tutta la persona progressivamente entri nel mistero del Figlio, divenendo conforme alla sua immagine, nel cuore e nella mente, negli affetti e nelle attrazioni, a livello conscio e pure inconscio.

Da un punto di vista metodologico giunge a questo obiettivo di profonda unificazione interiore quel discepolo che sa unire la contemplazione all'azione, anzi, il massimo della contemplazione al massimo dell'azione, dato che la sintesi nella vita spirituale si costruisce solo sui valori massimi, solo quando uno vive al massimo grado la propria vita d'intimità con Dio e la propria dedizione agli altri (mentre non c'è alcuna sintesi o unità di vita non solo se i due versanti sono staccati tra loro, o uno è assente, ma anche quando il livello sia della vita spirituale che del dono concreto di sé agli altri è mediocre). Il ritmo, allora, diventa sincronico e diacronico assieme.

Ma in tal modo, soprattutto, il tempo diventa occasione favorevole alla salvezza, kairos, tempo di formazione permanente. Il rapporto armonico-consequenziale tra tempo concentrato e tempo narrativo non solo li rende sempre più contemporanei, ma è ciò che dà un senso di compiutezza o pienezza al tempo, in qualche modo lo rende definitivo e dotato di valenza formativa, già deciso e decisivo, perché gravido di salvezza ma anche sospeso a una scelta, ricco del dono che viene dall'alto e drammaticamente esposto alla decisione umana di accettarlo o meno (16). È in fondo il senso dell'annuncio evangelico che apre il ministero pubblico di Gesù: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15). E il ritmo diventa assieme sincronico («il tempo è compiuto») e diacronico («convertitevi e credete...»). È il ritmo della formazione permanente!

Per questo ogni frammento di questo tempo contiene una valenza formativa, nel senso etimologico e più pieno del termine, poiché è tempo che ha già una sua forma (= la forma della salvezza che rende compiuto il tempo), e dunque è anche tempo che può dare una forma corrispondente alla vita del credente e del salvato (la forma della conversione e della fede, nel linguaggio di Gesù). E se ha già una sua forma, è perché il Padre Dio s'è in qualche modo impegnato in quel tempo rendendolo salvifico, come un tempo fece col Figlio nei giorni della sua vita terrena, quando questi riconobbe «giunta l'ora» (Gv 17,1), la sua ora stabilita dal Padre. Per questa ragione quel tempo umano, in ogni suo frammento, segna allo stesso modo il compimento di un'ora fissata dal Padre, quasi un prolungamento dell'ora del Figlio, decisiva e drammatica come essa, e pure sempre nuova e irripetibile per quel che offre e chiede al discepolo di Gesù (17).

È vero e proprio tempo di formazione, dunque, luogo e offerta di formazione continua nel tempo. Come un compimento-completamento progressivo, che è in definitiva continuazione nel credente del mistero del Figlio e della sua identità, come dice Paolo: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1,24). La grazia della formazione permanente è proprio questa: poter accogliere entro il confine limitato della propria esistenza quotidiana, della propria «carne», il mistero dell'amore crocifisso e risorto, al punto d'esserne plasmato fin nei sentimenti! È grazia grande che dice ancora una volta l'azione di Dio che precede e sostiene l'agire umano e giunge là ove noi da soli non potremmo mai arrivare, a cambiare il cuore, a vivere i sensi, gl'impulsi, gl'istinti, la carne (come dice Paolo)... come luogo ove è misteriosamente presente sempre più lo Spirito per renderci conformi al Figlio, o come luogo ove realizzare questa misteriosa somiglianza.

Non solo, allora, ogni frammento di tempo, sacro o profano, ha una sua valenza educativa, ma anche ogni frammento di personalità, istintivo-impulsiva o spirituale, diviene spazio e oggetto di formazione, e di formazione permanente (= tempo disteso a tutta la vita), proprio perché, ripetiamo ora con nuova evidenza, deve giungere nelle profondità dell'io (= tempo concentrato nell'assimilazione dei sentimenti del Figlio che si estendono ai sentimenti della creatura, in qualche modo dimorando in essi). Se lo scopo della formazione, cioè, implica questa concentrazione d'energie attorno al centro che è il cuore di Cristo, è indispensabile che il progetto venga disteso o programmato su tutta l'esistenza, perché la vita intera se ne faccia carico! Solo allora la formazione sarà compiuta: quando idealmente tutte queste energie vitali umane (desideri e passioni, istinti e impulsi terreni) sono piene di Cristo, sono evangelizzate, sono passate attraverso la conversione chiesta da Gesù perché il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino!

La formazione permanente consiste sempre più, di conseguenza, proprio in questo dialogo costante tra Dio e l'uomo, in una sintesi progressiva tra dono offerto (da Dio) e ricevuto-attualizzato (dal credente), o tra dimensione oggettiva e soggettiva della salvezza. Tale scambio d'amore diviene la condizione interiore che la rende possibile, è ciò che consente di ricongiungere il ritmo del tempo esteso a tutta la vita e a tutta la persona (= tempo disteso) a quello del tempo intensamente vissuto (= tempo concentrato), l'estensione alla profondità, la sequela costante di Cristo all'avere in sé i suoi sentimenti.

In concreto, allora, c'è formazione continua solo nel tempo compiuto, ovvero solo laddove il mistero celebrato nel tempo concentrato raggiunge le fibre più intime e più umane della personalità, in una tensione inevitabilmente costante e interminabile, capillare e pervasiva, o solo in una vita che racconta, cioè compie-completa, idealmente in ogni momento e in tutte le sue espressioni, quello stesso mistero che è la pasqua di Gesù, compimento massimo e definitivo del tempo, d'un tempo che non può che esser «pasquale», in un'ora che non può che esser la continuazione dell'ora drammatica e decisiva del Figlio.

Per esemplificare,

c'è formazione permanente solo in una giornata
ove la frazione eucaristica del pane
è celebrata-vissuta come centro della vita e degli affetti
(=
tempo concentrato),

rendimento di grazie e "memoria crucis"
protesa verso il passato e verso il presente
(=
ritmo sincronico),

per «narrare» lungo il giorno
(=
tempo disteso e narrativo)

il dono che rende eucaristico ogni frammento di vita
e di personalità
(=
ritmo diacronico),

e fa d'ogni momento della giornata tempo in cui «è giunta l'ora» fissata dal Padre
(=
ritmo sincronico-diacronico),

in un organismo credente divenuto sempre più,
fin nei suoi istinti più carnali,
«pane spezzato e sangue versato»
(=
tempo compiuto).

È proprio questo raccordo tra carne e Spirito, vorrei ribadire, che fa risaltare in modo inedito ruolo e importanza della formazione permanente. Il processo, infatti, di penetrazione-invasione dello Spirito e dei suoi impulsi fino nei sentimenti e nei desideri, consci e inconsci, fino negl'istinti più carnali (ad es. nell'affettività e sessualità) è necessariamente operazione che si compie nei tempi lunghi e abbraccia tutta la vita. Il tempo è compiuto, però, nella misura in cui tale parabola formativa si distende non solo nella storia della persona, ma in quanto raggiunge o tende verso le sue profondità intrapsichiche, facendo coincidere movimento in estensione e in intensità. In tal senso, allora, la formazione permanente è tempo compiuto se consente al credente di compiere-completare «nella sua carne» quel che manca ai patimenti di Cristo.

D'altro canto è proprio la formazione permanente che «compie» il tempo, che lo rende pieno e gli dà spessore di senso. Fino al momento conclusivo della vita, quando la morte segnerà il compimento definitivo del tempo, secondo la misura assegnata a ciascuno da Colui che è fuori del tempo, e la carne umana sarà resa simile nella morte alla morte del Figlio per partecipare poi alla sua risurrezione.

Se il ritmo è come il respiro della formazione permanente, qui abbiamo come i due movimenti del respiro fisiologico, inspirazione ed espirazione, o le due fasi dell'attività cardiaca, sistole e diastole.

Le tavole che seguono tentano di riassumere in un quadro sintetico queste riflessioni sul tempo. La tav. 2 a livello di contenuti, la tav. 3 dal punto di vista dei dinamismi. La tav. 4 in qualche modo mette insieme le due prospettive.

Tale schema (tav. 3) esprime chiaramente non solo il legame naturale tra il tempo, a livello concettuale e pratico, e la formazione permanente, ma anche la prospettiva verticale-trascendente del tempo concentrato, e quella orizzontale-immanente del tempo disteso, e mostra pure il tempo compiuto come una risultante del rapporto tra tempo concentrato e tempo disteso.

Tav. 2: La formazione permanente come frutto del rapporto tra tempo concentrato, tempo disteso e tempo compiuto a livello di contenuti

Senso

Parametro

Dinamismo

Qualità

Ritmo

Effetti sulla

fondamentale

biblico

psichico

del tempo

formazione

Tempo

Condensazione

«il disegno

Movimento

Tempo

Sincronico

Scoperta

concentrato

del tempo

del Padre:

cen tripeto

essenziale

e riscoperta

nell'Evento

fare di Cristo

d'intensità

(o vuoto)

del proprio centro

il cuore

del mondo»

Tempo

Irradiamento

«tutto ciò

Movimento

Tempo

Diacronico

Unità di vita

disteso

dell'Evento

che fate

centrifugo

narrativo

e «distensione»

nel tempo

si compia

d'espansione

(o caotico)

personale

nel nome del

Signore Gesù»

Tempo

Compimento

«completo

Identificazione

Tempo pieno

Sin cronico-

Formazione

compiuto

dell'Evento

nella mia carne

coi sentimenti

e formativo

Diacronico

permanente

nel credente

ciò che manca

del Figlio

(o sterile)

effettiva e globale

alla passione

di Cristo»

 

Lo schema mostra come i due movimenti, del tempo concentrato e del tempo disteso, in un primo momento si succedano l'uno all'altro e poi si ricompongano al punto da esser contemporanei nel tempo compiuto. La formazione permanente consiste un po' in questa sintesi, grazie alla quale il progetto di completamento nella propria carne della passione di Cristo (movimento di espansione-distensione) coincide con la tensione esclusiva per il Regno e la conseguente conversione (movimento di concentrazione).

Al di fuori di questa logica di concentrazione del tempo nell'evento e di distensione narrativa nel tempo dell'evento esiste solo il tempo perduto e sprecato, senza memoria e senza futuro, privo d'un centro significativo e d'una finalità; e un credente distratto e smarrito, prima o poi esaurito e anche un po' schizofrenico perché senza un centro che sia cuore della vita, senza una fonte che lo disseti per la sua e altrui sete, senza una storia che valga la pena d'esser narrata per la salvezza di tutti, e con un tempo, invece, condannato a restare incompiuto, come la sua personalità... E allora il rischio della frustrazione permanente è tutt'altro che ipotetico.

 

NOTE

[1] Dall'Inno di Nona della Liturgia delle Ore.
[2] Cfr. F. Imoda, Sviluppo umano. Psicologia e mistero, Casale M. 1993, p. 338.
[3] È per lo stesso motivo, probabilmente, che per molti giovani è difficile la scelta vocazionale, o la rimandano sempre più avanti: anche tale scelta, pur non essendo definitiva, è già parte d'un processo di formazione permanente, poiché indica il primo segno d'una direzione impressa alla vita.
[4] G. Moioli, Il centro di tutti i cuori, Milano 2001, vedi in particolare pp. 67ss.
[5] Dal punto di vista strettamente celebrativo-sacramentale osserva in modo molto pertinente il liturgista Ubbiali: «La celebrazione del sacramento, la cui presenza ed efficacia consente di avere parte all'accadere del mistero gratuito dell'evento divino di salvezza, garantisce all'uomo di poter validamente venire in "possesso" del valore unico di se stesso, e dunque della sua più propria e originale umanità. All'interno dello svolgimento complessivo dell'esistenza umana la celebrazione rituale introduce quel momento particolare che, nella misura in cui riveste un tratto discontinuo rispetto alla successione usuale dell'esistenza, può efficacemente presentarla a se stessa, raffigurandola simbolicamente» (S. Ubbiali, Il sacramento e la fede.
A proposito della celebrazione del rito cristiano,
in «Servitium»,93 [1994],62).
[6] E forse questo il senso profondo della seguente poesia composta proprio da un presbitero: «Se la misura del mio tempo / è stare con Te / ora che sono con Te / sempre e ovunque / come un sorriso in bocca ad una persona felice / esiste ancora il tempo?».
[7] Vedi in tal senso la penetrante analisi di A. Catella, La liturgia rende contemporaneo Gesù di Nazaret?, in «Rivista di Teologia dell'Evangelizzazione», 8 (2000), 331-350.
[8] È forse questo il significato profondo, oltre il devozionale, dell'antica e umile prassi della giaculatoria.
[9] Catechismo della Chiesa cattolica, Città del Vaticano 1992, n. 2563, p. 622. Per capire cosa significhi l'espressione «con tutto il cuore» mi sembrano molto belle e significative le parole che precedono questa citazione: «Il cuore è la dimora dove sto, dove abito (secondo l'espressione semitica o biblica: dove "discendo"). E il nostro centro nascosto, irraggiungibile della nostra ragione e dagli altri; solo lo Spirito di Dio può scrutarlo e conoscerlo. E il luogo della decisione, che sta nel più profondo delle nostre facoltà psichiche. È il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. E il luogo dell'incontro, poiché, a immagine di Dio, viviamo in relazione: è il luogo dell'Alleanza» (ibidem).
[10] E chiaro che questa capacità di concentrare il proprio tempo e le proprie energie dinanzi al Mistero avrà poi conseguenze quanto mai positive sulla capacità in genere di concentrazione della persona a vari livelli.
[11] F. Scalia, Dalla parte di chi non prega?, in «Presbyteri», 5 (2001),321.
[12] Ibidem, 330.
[13] È in fondo l'idea di «teologia narrativa».
[14] Un esempio tanto concreto quanto credibile di questo «muoversi rimanendo fissi nel centro» è possibile ritrovarlo nel testo, di sapore autobiografico, di D. Barsotti, Esistenza cristiana, Bologna 2000. Ma pure nella vita di tanti apostoli, totalmente donata al prossimo e a Dio.
[15] E. Bargellini, Preghiera delle ore, eco della lode eterna, in «Vita monastica», 214 (2000), cit. in «Testimoni», 16 (2000), 19.
[16] Vedi in tal senso l'illuminante analisi di G. Angelini sulla pienezza del tempo della rivelazione cristologica: G. Angelini, «Quando venne la pienezza del tempo». Il tempo pieno della rivelazione cristologica, in «La rivista del clero italiano», 12 (2000),822-837.
[17] Cfr. G. Moioli, «È giunta l'ora» (Gv 17,1), Milano 1994, pp.10ss.