PICCOLI GRANDI LIBRI   CARDINALE ANGELO BAGNASCO
Arcivescovo Metropolita di Genova
CAMMINARE NELLE VIE DELLO SPIRITO
ALLE SORGENTI DELLA VITA SPIRITUALE

LETTERA PASTORALE 2009-2010

I. INTRODUZIONE
II. VERSO IL “CENTRO ”
III. LA VITA SPIRITUALE
IV. LE SORGENTI DELLA VITA SPIRITUALE
1. La Parola di Dio
2. La preghiera
    2.1 Eucaristia          
    2.2 Riconciliazione
3.  La carità .  
    3.1 Risposta d’amore
    3.2 Obbedienza fiduciosa
    3.3 Solidarietà evangelica
4. L’ascesi      
5. Alcuni punti dell’ascesi
    5.1 Conoscenza di se stessi
    5.2 Disciplina dei sentimenti
    5.3 Disciplina del corpo
V. NEL GREMBO DELLA CHIESA
VI. MARIA MAESTRA DI VITA SPIRITUALE

NOTE

IV. LE SORGENTI DELLA VITA SPIRITUALE

1. La Parola di Dio  (Audio)

11.
«Tu hai parole di vita eterna» risponde Pietro a Gesù che chiede se anche loro, gli apostoli, volevano abbandonarlo come la folla (25).

Nel grande mercato delle parole, l’uomo moderno cerca la Parola come il mercante cerca la perla preziosa. La Parola di cui il mondo ha bisogno riguarda il senso ultimo di questo straordinario e fragile universo, della nostra tormentata storia. L’uomo cerca la luce sulla morte e sul dolore, specialmente quando questo bussa alla porta di casa. È di questa parola che ognuno ha desiderio: le altre hanno significato se in qualche misura servono a questa parola decisiva.

Immergersi nelle Scritture Sante, affidarsi con semplicità e costanza alla Parola del Signore, è la prima sorgente della vita spirituale. Dal Vangelo infatti emerge il volto di Gesù: le sue parole, i silenzi, i gesti, i sentimenti, il suo rapporto con il Padre. A questa sorgente cristallina le anime si sono sempre dissetate prendendo vigore per vivere, come ricorda il Concilio: « La Chiesa ha sempre venerato le Divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra Liturgia, di nutrirsi del Pane della vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo» (26). E il grande Vescovo e martire del secondo secolo, sant’Ignazio d’Antiochia, affermava in modo incisivo: «Mi affido al Vangelo come alla carne di Cristo»! Nella linea di questa viva tradizione, i Vescovi italiani esortano tutti a fare della Bibbia il pane quotidiano: «Dovremmo nutrirci della Parola di Dio bramandola come il bambino cerca il latte di sua madre: per la vitalità della Chiesa, questa è un’esperienza essenziale» (27).

Accostare ogni giorno un brano evangelico richiede un po’ di fede e di buona volontà. È come esporsi alla luce per diventare luminosi, è nutrire l'anima, è mettersi alla scuola di Gesù, il Figlio eterno di Dio. Attraverso le mani invisibili dello Spirito Santo, la Parola modella il nostro spirito e gli imprime i sentimenti di Cristo. Il Vangelo, “frequentato” ogni giorno, diventerà la nostra casa accogliente anche se esso è impegnativo perché mette a nudo l’anima. Lasciamoci incoraggiare dalle parole del salmo: «Sono più saggio di tutti i miei maestri perché medito i tuoi insegnamenti. Ho più senno degli anziani perché osservo i tuoi precetti» (28).  

12. Per accostare con verità e frutto le Sacre Scritture è necessario credere che esse «contengono la Parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente Parola di Dio» (29). Il Vangelo non è un libro fra i libri. È la parola del Verbo di Dio fatto vita da contemplare e da raccontare. In esso c’è una virtù che illumina e trasforma, un dono che si riversa nelle mani della fede; che si riceve nelle profondità della speranza; che chiede un’anima prosternata nell’adorazione. È avvincente la testimonianza dell’agnostico André Gide: «Non perché mi sia stato detto che tu eri il Figlio di Dio ascolto la tua parola; ma la tua parola è bella al di sopra di ogni parola umana e da ciò riconosco che sei il Figlio di Dio»!

Inoltre, occorre ricordare che Gesù continua ad essere con noi anche oggi per spiegarci le Scritture: è Lui, con il suo Spirito e nella sua Chiesa, a spiegare la sua parola. Ecco perché la Bibbia va sempre letta nella Chiesa e con la Chiesa, per non correre il rischio di dare interpretazioni puramente soggettive e distorte; per lasciarlo parlare senza aggiustamenti; per non «metterlo alla pari con la moda del giorno, come se Dio non fosse alla moda di tutti i giorni, come se si potesse ritoccare Dio», come scriveva una ventenne francese, Madeleine Delbrêl, che si convertì al Cattolicesimo nel 1924 (30).

Una vita spirituale solida, dunque, richiede l’attenzione alla Tradizione viva e al Magistero autentico: la Chiesa è Madre e Maestra, e ha ricevuto dal suo Signore il compito di custodire intatta la fede apostolica per il bene dei credenti. Ecco perché l’ascolto filiale e docile della parola del Papa, e dei Vescovi con lui, fa parte della crescita spirituale di ogni credente. Ascoltiamo ancora il Concilio Vaticano II: «L’ufficio di interpretare la Parola di Dio scritta o trasmessa è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo» (31).

Inoltre, perché la fede diventi adulta, non si può prescindere dalla conoscenza progressiva di tutte le verità della fede cattolica, altrimenti diventa un sentimento senza contenuti. È qui da ricordare la grande ignoranza che dilaga a proposito delle verità della nostra religione: purtroppo anche delle più basilari. A tale proposito è strumento provvidenziale il Catechismo della Chiesa Cattolica, autorevole e completa sintesi dottrinale.
In questo contesto, è opportuno ricordare che la crescita della fede si misura anche con la storia, cioè con la testimonianza di fronte al mondo. Il Signore Gesù ha dato ai discepoli il compito di essere «luce e sale della terra» (32): si tratta della responsabilità di ogni fedele laico di animare le realtà terrene con i valori cristiani, consapevole che una cultura ispirata al Vangelo è un bene per tutti. Cosciente che il suo compito è di «portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità e, col suo influsso, trasformare dal di dentro (...)» fino a «raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza» (33). La fede non può mai essere confinata nella sfera del privato: coinvolge l’intera persona e quindi anche la sua dimensione pubblica e sociale. I grandi valori della verità, della giustizia, dell’amore, della libertà – pilastri di un mondo prospero e pacificato – sono valori evangelici, desiderati e perseguiti da ogni uomo di buon senso e di buona volontà.

Per rispondere a questo delicato e irrinunciabile compito, dobbiamo ricordare la necessità e il dovere di conoscere e mettere in pratica il Magistero sociale della Chiesa. Il “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa” deve essere, per ogni cattolico che intende vivere una fede matura e incarnata, un punto di costante riferimento e di concreto orientamento.  

13. Anche le parole degli uomini possono aiutare: se non sono chiacchiere. Si può parlare senza dire; peggio ancora è seminare idee false e principi immorali. Tra le molte parole che dilagano è necessario discernere per individuare quelle dense di significato, di saggezza; che aiutano a camminare nelle vie della verità e del mistero; che illuminano per conoscere se stessi. Sappiamo che la parola umana è veicolo di verità e di comunicazione; ma può diventare strumento di menzogna, di raggiro, di violenza.

Gli uomini che, dall’antichità ad oggi, hanno pensato e scritto con intelligenza e onestà interiore, sono come delle luci per l’umanità. Meritano di essere considerati con attenzione e gratitudine. Bisogna distinguere tra i buoni e i cattivi maestri: gli uni umilmente indicano delle vie per introdurci al mistero della realtà. Gli altri con sufficienza, a volte arrogante e a volte melliflua e contorta, demoliscono i valori in nome di una concezione di libertà impazzita perché sradicata dalla verità delle cose. Tentano di insinuare e di «far prevalere una antropologia senza Dio e senza Cristo» (34), chiusa allo spirito e alla Trascendenza. Quando ciò avviene, la libertà perde se stessa e si rivolta contro l’uomo: basta pensare alle varie idee circa la vita, la bioetica, la coppia, la famiglia, il matrimonio. Attaccare questi “santuari” dell’uomo significa non solo andare contro Dio ma anche contro l’uomo.

Solo aderendo alla verità la persona vive sulle ali della libertà. La vera libertà è scegliere il bene, perché solo il bene realizza l’uomo: e il bene ce lo indica Dio che è il Sommo Bene.  

2. La preghiera  (Audio)

14.
Come sulla via di Emmaus, non basta essere ammaestrati dalla Parola del Signore: perché l’incontro con Lui si compia è necessario entrare nella preghiera. Mentre le Sacre Scritture ci svelano il mistero di Cristo, la preghiera personale esprime il dialogo con Lui, e i sacramenti – in modo particolare la divina Eucaristia – ci introducono tra le braccia del Risorto.

Emerge, dunque, un altro aspetto fondamentale dell’itinerario spirituale: l’unità tra Parola, preghiera e Sacramenti. L’ascolto della Parola scritta, infatti, tende per suo intimo dinamismo all’incontro con la Parola fatta carne, Cristo.

È ancora Giovanni Paolo II che ci incoraggia. Egli constata «un rinnovato bisogno di preghiera» e ci ricorda che «la grande tradizione mistica della Chiesa, sia in Oriente che in Occidente, può dire molto a tale proposito. Essa mostra come la preghiera possa progredire, quale vero e proprio dialogo d’amore, fino a rendere la persona umana totalmente posseduta dall’Amato divino ( ... ) Si tratta di un cammino interamente sostenuto dalla grazia, che chiede tuttavia forte impegno spirituale e conosce anche dolorose purificazioni (la “notte oscura”), ma approda, in diverse forme possibili, all’indicibile gioia vissuta dai mistici come unione sponsale» (35).

15.
Il cammino di vita spirituale richiede ogni giorno un piccolo tempo dedicato alla preghiera personale: potrà essere all’inizio della giornata o al suo termine, da soli o con altri, in casa o in chiesa davanti al Santissimo Sacramento; con un brano del Vangelo, con i salmi o con le tradizionali preghiere del cristiano (il Padre nostro, l’Ave Maria, il Ti adoro, l’Angelo di Dio, l’Eterno riposo ... ), o con il Rosario che è il Vangelo meditato e pregato con la Santa Vergine... Nessuno deve sentirsi incapace o escluso! Nessuno deve pensare che è troppo difficile o impossibile! La preghiera, ci insegnano i Santi, è semplice: «Per me la preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia» (36). E ancora: «La preghiera è l’elevazione dell’anima a Dio o la domanda a Dio di beni convenienti» (37). Uno sguardo al crocifisso, al tabernacolo, all’immagine della Madonna, un semplice grazie, un’invocazione di aiuto nella difficoltà, un’umile richiesta di perdono, una riflessione su una pagina di Vangelo... tutto è preghiera gradita a Dio. Ed è possibile a tutti.

16.
Vorrei aggiungere una certezza di fede: non dobbiamo lasciarci impressionare dalla semplicità e a volte dalla povertà della nostra preghiera. La cosa più importante e decisiva è credere che attraverso questi momenti di orazione, piccoli ma quotidiani, lo Spirito Santo forma la nostra anima e la configura al volto di Gesù.

Quando il dolore, il bisogno, le difficoltà bussano alla nostra porta, la preghiera sgorga più facile e immediata. Nel mio ministero molte volte ho ascoltato l’obiezione che la preghiera fatta in stato di necessità non è autentica perché “interessata”! È un’obiezione ingiusta. Dimentica l’esempio di Cristo che mai, nella sua vita terrena, ha biasimato la preghiera dei malati e dei sofferenti: di coloro che si rivolgevano a lui sulla spinta dell’afflizione. Senza dire che Egli stesso, nell’orto degli Ulivi, in stato di sanguinosa agonia di fronte alla passione imminente, ha pregato di allontanare il calice della sofferenza e della morte: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!» (38).

L’esperienza della difficoltà e della debolezza riconduce l’uomo alla sua verità: la verità di non essere creatore ma creatura, non padrone della vita ma beneficiario e quindi umile custode. Troppo spesso oggi si rischia una specie di “delirio di onnipotenza”, dimenticando che noi esistiamo perché “dipendiamo” da Dio: «dimenticando che non è l’uomo che fa Dio ma Dio che fa l’uomo. L’aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l’uomo» (39). La prova ci ricorda, anzi ci fa toccare con mano questa realtà: per questo l’anima ritrova facilmente la via della preghiera che esprime umilmente il rapporto vitale con Dio, Creatore e Padre.

Certamente, è auspicabile e doveroso che la nostra preghiera vada oltre il momento della difficoltà e percorra ogni istante, lieto o triste, della nostra esistenza. Così come, sull’esempio di Gesù, le nostre richieste devono essere sempre ispirate al totale e fiducioso abbandono alla divina Provvidenza, le cui vie non sono sempre le nostre: «Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (40).  

2.1 Eucaristia  (Audio)

17.
Ma la preghiera delle preghiere, il gesto dei gesti, è la santa Messa, il Sacrificio divino, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (41): «nella Santissima Eucaristia, infatti, è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua» (42).

Nella partecipazione alla santa Messa offriamo al Padre, insieme al Sacrificio di Cristo, le pene e le gioie della vita, le difficoltà e le speranze, perché tutto acquisti valore per il tempo e per l’eternità. Gesù ci ha lasciato il memoriale del Sacrificio della Croce perché la nostra vita spirituale potesse attingere luce e forza, e così imparare ad amare come Lui ama ciascuno di noi. L’apostolo Paolo afferma con inesausto stupore: «...mi ha amato e ha dato se stesso per me... !» (43). Ognuno applichi a sé queste parole! Sentirà sua l’affermazione di san Giovanni Crisostomo: «Niente spinge tanto all’amore chi è amato, quanto il sapere che l’amante desidera ardentemente di essere corrisposto!» (44). La divina Eucaristia non è forse Gesù stesso che nel pane e nel vino consacrati rende visibile il suo ardente desiderio di essere amato dall’uomo? Lì Dio è con noi nella sua reale presenza: si fa pane di vita eterna, sorgente della comunione fraterna. Egli non ha bisogno di noi, mentre noi abbiamo bisogno di Lui: nel presente e nell’eternità futura.

Comprendiamo che non si può camminare nella via dello Spirito senza partecipare il più possibile alla santa Messa, a cominciare dalla domenica, il Giorno del Signore, in cui per tutti i cristiani esiste un gioioso dovere.

Nell’omelia per il XXIV Congresso Eucaristico nazionale, Papa Benedetto XVI ha rivolto a tutti questo invito: «Noi dobbiamo riscoprire la gioia della domenica cristiana. Dobbiamo riscoprire con fierezza il privilegio di poter partecipare all’Eucaristia, che è il sacramento del mondo rinnovato. ( ... ) Sant’Ignazio di Antiochia presentava i cristiani come persone “viventi secondo la domenica ( ... ) Come potremmo vivere senza di Lui?”. Sentiamo echeggiare in queste parole di sant’Ignazio l’affermazione dei martiri di Abitene: “Sine dominico non possumus” – “senza la domenica non possiamo vivere ”. Proprio di qui sgorga la nostra preghiera: che anche i cristiani di oggi ritrovino la consapevolezza della decisiva importanza della Celebrazione domenicale e sappiano trarre dalla partecipazione all’Eucaristia lo slancio necessario per un nuovo impegno nell’annuncio al mondo di Cristo “nostra pace” (45). Amen !» (46).
Siamo tutti invitati, per la nostra vita spirituale come per quella delle nostre comunità, a crescere nell’amore all’Eucaristia non solo con la regolare partecipazione alla Messa festiva, ma anche con la visita individuale al Santissimo Sacramento, con la pratica della “Comunione Spirituale” quotidiana e, almeno una volta nella settimana, con l’adorazione personale o comuni­taria davanti al Santissimo esposto.

È questo il momento migliore per vivere la preghiera di adorazione, di lode, di benedizione. L’«adorazione» è riconoscere e gioire della nostra piccolezza e fragilità di fronte a Dio «sempre più grande di noi» (47). È stare da creature di fronte al nostro Creatore che ci avvolge e ci abbraccia. La “lode” è cantare Dio perché Egli è, gioire perché esiste. La “benedizione” è la nostra risposta riconoscente e grata per i doni che Egli sparge nella nostra vita e nella storia. Come è evidente, la benedizione diventa ringraziamento, ed è preludio dell’intercessione e della domanda.  

2.2 Riconciliazione    (Audio)

18. E che dire del sacramento della Riconciliazione o del perdono? «Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio» (48). Gesù dona agli Apostoli il potere di riconciliare con Dio i peccatori pentiti: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (49). La confessione individuale e integra e l’assoluzione sacramentale costituiscono l’unico modo ordinario con cui il fedele, consapevole di peccato grave, è riconciliato con Dio e con la Chiesa (50).

Siamo tutti peccatori, bisognosi della misericordia e del perdono di Dio. Vivere da cristiani è avvincente ma arduo, significa spesso andare contro corrente, anche contro noi stessi: non di rado si è incoerenti. Il Signore Gesù nella confessione ci fa scoprire e gustare il suo cuore compassionevole e ci riconcilia pienamente a sé (grazia santificante). Ci dona anche una grazia tutta particolare per riprendere il cammino della vita spirituale con fiducia e vigore (grazia sacramentale).
Per questi motivi è importante accostarsi frequentemente alla confessione con umiltà e fede. Come non essere presi da intima commozione ripensando al padre misericordioso della parabola evangelica (51), che ogni giorno scruta l’orizzonte per scorgere il ritorno del figlio dissoluto, da lontano ne riconosce la figura, gli corre incontro e lo avvolge con il suo abbraccio di perdono e di festa?

Alla luce di questo incontro che rigenera, comprendiamo e restiamo avvinti dalle parole di sant’Ambrogio: «Non mi glorierò perché sono giusto, ma mi glorierò perché sono redento. Non mi glorierò perché sono vuoto di peccati, ma perché i peccati mi sono rimessi. Non mi glorierò perché sono stato d’aiuto (... ) ma perché il sangue di Cristo è stato versato per me» (52).

Un cammino spirituale serio non può prescindere dalla Confessione frequente e ben preparata attraverso l’esame di coscienza, il dolore per il male compiuto, il proposito sincero di migliorarci con la grazia di Dio, l’accusa dei propri peccati al sacerdote, e l’accettazione cordiale della penitenza.  

3. La carità    (Audio)

19. «Uomo, dice il Signore, considera che io sono stato il primo ad amarti. Tu non eri ancora al mondo... e io già ti amavo. Da che sono Dio, io ti amo!» (53). La carità cristiana, senza la quale non esiste vita spirituale, ha questa origine: «In questo si è manifestato l’amore: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (54).

La carità, altra sorgente della vita spirituale, si presenta sotto un triplice profilo.  

3.1 Risposta d’amore  

20. Camminare nella vita spirituale significa lasciarsi amare da Gesù. Si dice che il problema più grave oggi è la fede: ed è vero. Come ho già accennato, i cristiani devono essere attenti a non confondere la “fede” con la “religiosità”. Questa, infatti, esprime il bisogno umano verso la trascendenza, indica l’intuito di una qualche apertura verso il divino: ma l’esito è spesso una spiritualità vaga, astratta, non esente da superstizione, senza un reale impegno con Dio che in Cristo si è rivelato “persona”, “volto”, “parola”. Come affermava il Santo Padre, «il tema fondamentale è che noi dobbiamo riscoprire Dio e non un Dio qualsiasi, ma il Dio con un volto umano, poiché quando vediamo Gesù Cristo vediamo Dio (... ) In certo modo il fenomeno religione ritorna, anche se si tratta di un movimento di ricerca spesso piuttosto indeterminata». È urgente «rendere visibile il Dio col volto umano di Gesù Cristo, offrendo così agli uomini l’accesso a quelle fonti senza le quali la morale si isterilisce e perde i suoi riferimenti» (55).

Dio non è, dunque, un’entità, un’energia cosmica, ma è un “Tu”, è il Padre che si coinvolge con la vita dei suoi figli fino a condividere e riscattare la sofferenza e la morte. Per questo “Dio è amore” come afferma san Giovanni (56). Ma l’essere amati – aspirazione e bisogno esaltante di ogni uomo – è terribilmente serio e impegnativo! Richiede un esodo interiore continuo, un esporsi all’amore dell’Altro che è Dio. Richiede di rinunciare a se stessi, diventare docili all’Amore e alle sue esigenze per rispondere con il nostro amore:

«L’amore è il solo tra tutti i moti dell’anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari (...) Perché non dovrebbe essere amato l’Amore?» (57).
Ecco perché la fede cristiana ha una misura “alta”: alta e affascinante! Non è un sentimento vago, ma un rapporto da persona a Persona: è impegnarsi con Lui che si è impegnato con noi! Il cristiano è “prigioniero” per amore: prigioniero di una vita, di un pensiero, di uno slancio. La vita, il pensiero, la passione di Cristo. Come è centrata la risposta di un giovane a cui chiesi a bruciapelo: «Che cosa significa per te essere cristiano?». Senza pensarci due volte mi rispose: «Non vergognarmi mai di Lui»! Per questo la prima forma della carità evangelica è amare il Signore: anche quando non lo comprendiamo! Gli apostoli, alla scuola del Maestro, qualche volta hanno sentito più pesante la difficoltà di comprenderlo; ma sempre si sono arresi all’amore appellandosi alla sua presenza. «Forse, dobbiamo amare quello che non possiamo capire», intuisce A. Camus nel suo celebre romanzo “La peste”.
 

3.2 Obbedienza fiduciosa    (Audio)

21. L’amore, anche tra gli uomini, se non si traduce in gesti concreti è vuoto, semplice dichiarazione sentimentale priva di consistenza. La vita non si costruisce sullo slancio emotivo: questo deve diventare gesto, opera, attenzione quotidiana e concreta. Gesù non ci ha amato a parole, ma con il fatto decisivo e sconvolgente della sua Incarnazione: prendendo la nostra carne mortale ha preso su di sé la condizione umana, ha condiviso tutto di noi eccetto il peccato. Ci ha amati, per così dire, “dall’interno”, aderendo a noi in un modo unico e sconvolgente. Fino alla croce.

L’immagine del volto sofferente di Cristo coronato di spine esprime in modo plastico e commovente la misura e la concretezza di come Egli ci ha amati e continua ad amarci. Per questo è necessario avere l’immagine del crocifisso presente e ben visibile nelle nostre case.  

22. L’obbedienza alla Legge di Dio, dunque, è un’altra forma della concretezza del nostro amore per Cristo, come afferma san Giovanni: «In questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi» (58). È utile ricordare che la Legge di Dio non è un abito che viene imposto all’uomo dall’esterno, ma esprime ciò che è l’uomo in se stesso, nella sua profonda e immutabile natura. I dieci Comandamenti riflettono l’ordine della creazione che la ragione stessa può individuare: «Fin dalle origini Dio radicò nel cuore degli uomini i precetti della legge naturale. Poi si limita a richiamarli alla loro mente: è il Decalogo» (59).
Alla luce di queste considerazioni, ciascuno deve chiedersi qual è la propria obbedienza alla Legge morale. Solo nella prospettiva dell’amore a Dio, i dieci Comandamenti, le Beatitudini evangeliche, le indicazioni morali della Chiesa potranno essere accolti e diventare puntuali criteri di vita. Solo in questo orizzonte la vita spirituale non sarà un evanescente miscuglio di sensazioni e di sentimenti, ma un percorso serio e concreto, sostenuto dalla fiducia nella grazia e ricco di frutti, come ricorda l’apostolo Paolo: «Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito ( ... ). Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé ( ... ). Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (60). In questa prospettiva, non esiste pericolo del cosiddetto moralismo.
 

3.3 Solidarietà evangelica    (Audio)

23. Ma non basta! «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli ( ... ) Fratelli non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (61). E ancora: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (62).

Alle sorgenti della vita spirituale, troviamo dunque anche la via della carità fraterna, il desiderio di fare della nostra vita un dono per gli altri. Nella storia, l’esempio sommo di come fare di noi stessi un dono è Cristo: Egli si è fatto dono per il mondo con il sacrificio di sé e continua a farsi dono attraverso l’Eucaristia, Pane di vita eterna. Il Concilio, con grande chiarezza, afferma che l’uomo in terra è la sola creatura che Dio ha voluto per se stessa e «non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un sincero dono di sé» (63).
L’esperienza insegna che quando siamo egoisti per paura di perdere qualcosa di noi, dell’esistenza, dei piaceri immediati, il risultato è la sensazione di aver gustato una soddisfazione in più, ma di essere scesi nella scala della stima di noi stessi e della felicità. Al contrario, quando in nome della generosità usciamo dai nostri calcoli rinunciando a qualcosa di nostro o di noi, la certezza è quella di ritrovarci su un piano più alto e nobile: ci sentiamo cresciuti come persone e come cristiani, spiritualmente più ricchi.
 

24. È quanto Gesù indica nel Vangelo in modo inequivocabile: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo la salverà. Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (64).

È la “regola d’oro”, il grande “segreto”: vuoi diventare adulto nello spirito, maturo nel cuore, forte nella fede? Sull’esempio di Cristo che si dona a tutti fino al sacrificio, fai di te stesso, dei tuoi talenti, della tua vita, un dono di servizio ai fratelli: in famiglia, al lavoro, con gli amici, con chi ha bisogno. Forse non diventerai ricco e famoso ma, noto al cuore di Dio, sarai felice. Ci sono uomini potenti e ricchi che il mondo ammira e invidia, ma che sono degli infelici e, non di rado, dei gretti di spirito. La solidarietà evangelica conduce alla felicità del cuore, alla maturità della vita terrena, anticipo e promessa della vita eterna.  

25. La carità fraterna ci spinge a guardarci attorno con occhi attenti per cogliere la sofferenza e il bisogno degli altri, per farci “samaritani” con la concretezza tempestiva delle opere. Ma non dobbiamo dimenticare che l’intervento pronto e generoso del buon samaritano nasce da un cuore aperto e disponibile. Potremmo dire che la carità “delle mani” scaturisce dalla carità “dell’anima”. Sant’Agostino descrive in modo magistrale questa sorgente interiore:

«Una volta per sempre ti viene dato questo precetto.
Ama e fa’ ciò che vuoi.
Se taci, taci per amore.
Se parli, parla per amore.
Se correggi, correggi per amore.
Se perdoni, perdona per amore.
Sia il tuo cuore radicato nell’amore.
Da questa radice non può uscire che del bene» (65).

Perché le opere di carità nascano da un’anima caritatevole, è opportuno ricordare almeno tre condizioni.

* Sii umile. È necessario riconoscere in noi una tendenza al male. Il diavolo non si stanca di seminare zizzania nel cuore di ciascuno. L’egoismo, la gelosia, l’invidia, l’arrivismo, l’aggressività... sono forme del “non-amore”, e nessuno è esente dalla vigilanza su di sé e dalla lotta con sé. Solo l’umile sa guardarsi nella verità e sa vedere i fratelli nella misericordia.

* Ama te stesso. È una condizione per amare il prossimo. Certi cattivi umori, molti contrasti nei rapporti nascono dal fatto che non accettiamo noi stessi, non vogliamo bene a noi stessi. Non si tratta di amare i nostri difetti, ma di riconoscerli serenamente, accettarli per superarli con la forza della grazia. Così è per la nostra storia personale: nella vita di tutti vi sono pagine tristi e buie, torti dati e subiti. Non si può vivere in permanente lotta recriminando sul passato: è necessario accettarlo in una visione superiore di fede, credendo che il Crocifisso trae dal male occasione di bene. È necessario essere unificati per unificare, essere pacificati per pacificare.

* Amati fino a dimenticarti. C’è l’amore che riceve, l’amore che condivide, l’amore che dona, l’amore che perdona, l’amore che si dona. Infine, l’amore che s’immola come Gesù sul Calvario. Non cercare più noi stessi significa lasciar trasparire solo Dio con il suo puro amore: è una grazia. Per questo dobbiamo pregare per amare e amare pregando.  

26. Non dobbiamo dimenticare che la carità evangelica, che ispira comportamenti coerenti e che è ethos diffuso, ha radici precise. L’Italia, nonostante il secolarismo, respira il Vangelo. Il cristianesimo impregna l’ethos del nostro popolo anche se esistono palesi contraddizioni: il modo di sentire la vita, di concepire il valore di ogni persona, il rapporto pacifico con gli altri, il senso della solidarietà con chi è nella sofferenza e nel bisogno, sono radicati nell’anima di tutti.

La presenza capillare delle Parrocchie, l’opera costante dei sacerdoti e dei consacrati, le tradizioni, le innumerevoli forme di aggregazione laicale, le molteplici espressioni della pietà popolare così radicata nel nostro Paese, diffondono il “buon profumo di Cristo”. Non dobbiamo perderne la sostanza: la linfa viva e vitale del Vangelo.
Nella prospettiva della carità cristiana, è necessario vivere le proprie responsabilità e svolgere i propri compiti non come dominio e affermazione di sé, ma come servizio agli altri, ricordando che Cristo ha dato la vita per tutti e che ognuno ha la dignità di figlio di Dio.

È importante, altresì, che ciascuno individui alcuni gesti di amore e di servizio gratuito – non previsto già dai propri compiti – perché la dimensione della vita come “dono” si esprima con maggiore evidenza. In questo senso, la Domenica può essere lo spazio più idoneo perché la dimensione del dono e della gratuità si attui, e il “giorno del Signore” diventi anche il “giorno della carità”: la visita ad un ammalato, un dono, una telefonata, una preghiera per i defunti al Cimitero... possono essere un segno dell’amore di Dio che tutti abbraccia.  

4. L’ascesi    (Audio)

27. Sembra fuori moda parlare di “ascesi”: essa significa “salita” e ogni salita esige “sforzo” e “metodo”. La mentalità corrente pare bandire questi valori come se fossero contrari alla gioia del Vangelo e al primato della Grazia: quindi disdicevoli alla vita spirituale. Come se bastassero il desiderio e la spontaneità individuali per raggiungere una meta ardua. Il cammino spirituale non è un cammino spensierato, pianeggiante e trionfale. Non dimentichiamo: lo scopo è essere veri discepoli di Gesù, amici autentici dello Sposo. E questo è affascinante e arduo. L’ascesi cristiana, però, non ha nulla a che vedere con l’affermazione di sé, non è una forma di “volontarismo” chiuso e orgoglioso che fa dipendere il progresso spirituale direttamente dallo sforzo individuale secondo una visione pelagiana. Ma neppure è una sorta di “quietismo”, che considera inutile e incoerente lo sforzo spirituale del discepolo.
Essere figli di Dio è una grazia, ma vivere da figli è una responsabilità! Il primo e principale protagonista della vita spirituale – è già stato detto – è lo Spirito Santo: la Sorgente di ogni altra sorgente. Per tale ragione la fiducia non deve mai venir meno. Nulla della nostra fragilità, neppure i nostri peccati, deve gettarci nello scoraggiamento e farci arrendere nella costruzione dell’uomo interiore. Assolutamente nulla! La potenza dello Spirito è più forte della nostra debolezza: «Tutto posso in colui che mi dà forza» (66), era la convinzione e l’esperienza dell’Apostolo. Ma dobbiamo lasciarlo agire! Disporci nella via dell’ascesi, infatti, significa disporci all’azione viva e trasformante dello Spirito di Dio: è questo l’insegnamento di grandi maestri di spiritualità come santa Teresa d’Avila (1515- 1582) e san Giovanni della Croce (1542-1591).

Quest’ultimo descrive con un efficace paragone l’azione purificante e trasformante dello Spirito nella vita dell’uomo spirituale: «Il fuoco divino dell’amore, di cui sto parlando, purifica l’anima e la dispone alla perfetta unione con Dio, come fa il fuoco con il legno per trasformarlo in fuoco. Il fuoco, appiccato al legno, prima lo dissecca, espellendone l’umidità e facendogli lacrimare tutto l’umore; poi lo rende nero, brutto e anche maleodorante. Essiccandolo a poco a poco, gli cava fuori tutti gli elementi interni incompatibili, anzi contrari all’azione del fuoco. Alla fine, quando incomincia a incendiarlo all’esterno e a farlo crepitare, lo trasforma in fuoco, rendendolo brillante com’è esso stesso. A questo punto il legno non presenta più alcuna sua proprietà e capacità naturale, se non il peso e la densità che sono superiori a quelli del fuoco, di cui ora possiede le proprietà e forze attive. È secco e dissecca; è caldo e riscalda; è luminoso e diffonde il suo chiarore; è molto più leggero di prima, avendogli il fuoco comunicato le sue proprietà e i suoi effetti. Possiamo applicare il nostro paragone al fuoco divino dell’amore. ( ... ) Agli inizi della purificazione spirituale, il fuoco divino si volge più ad asciugare e disporre il legno dell’anima che a riscaldarla; ma poi, con il passare del tempo, quando il fuoco comincia a riscaldare l’anima, assai sovente essa percepisce questi ardori e questo calore d’amore... Senza fare nulla, sente ardere così tanto nel suo intimo questo fuoco divino fiammeggiante d’amore che le sembra di essere divenuta un braciere ardente.

Quest’incendio d’amore è fonte di grande ricchezza e diletto per l’anima. È un certo contatto con la Divinità e un inizio della perfezione dell’unione d’amore verso cui l’anima tende. Ma non si arriva a questo contatto così elevato di conoscenza e d’amore di Dio se non dopo aver attraversato molte prove e compiuto gran parte della purificazione» (67).  

28. Entra in gioco, così, il secondo protagonista: la nostra libertà e quindi il nostro personale impegno. È illuminante l’esortazione dell’Apostolo: «Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo» (68). In questa prospettiva, ho detto che l’ascesi cristiana richiede due inscindibili elementi: lo sforzo e il metodo.
Innanzitutto lo “sforzo”, la fatica. San Paolo, che fu folgorato da Cristo sulla via di Damasco, non fu esonerato dalla via dell’ascesi. Spesso descrive la vita cristiana come lotta e combattimento: «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile» (69). Altrove, esorta il cristiano a comportarsi da buon soldato: «prendi anche tu la tua parte di sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù» (70). Sono sullo sfondo le stesse parole del Maestro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (71). Lo sforzo cristiano, dunque, comporta rinuncia, abnegazione, accoglienza paziente della sofferenza.  

(Audio) 29. L’altro elemento indispensabile dell’ascesi è il “metodo”, cioè un certo ordine. Nessun edificio è costruito solo con grandi sforzi di lavoro: richiede anche un progetto e delle priorità. Così, non basta individuare una meta: è necessario un “metodo”, cioè una “strada-alla-meta ”. Nella vita spirituale, Gesù Cristo è la Meta e il Metodo: «Io sono la via, la verità e la vita» (72). È dunque il nostro rapporto vivo e quotidiano con la persona di Gesù e con la Chiesa il metodo fondamentale.
L’immagine della “palestra”, evocata da san Paolo, è particolarmente intuitiva ed efficace. Non si può raggiungere una abilità artistica o sportiva, una forma fisica, senza un allenamento puntuale e costante, senza una disciplina che richiede sacrificio. L’atleta deve conoscere quali parti del suo corpo deve curare e sviluppare per raggiungere lo scopo. Inoltre, deve allenarsi non ogni tanto secondo la voglia del momento, ma con perseveranza, anche ogni giorno, consapevole che solo nella ripetizione – sia dei gesti che degli atteggiamenti – il corpo e l’anima acquistano il gusto, la capacità e una certa facilità nel vivere determinati valori. Ricordiamo che sul piano ascetico e morale, la facilità nel fare il bene si chiama “virtù”!
L’asceta cristiano non è colui che sfida se stesso per affermarsi agli occhi propri o altrui; egli è alla ricerca di un progresso spirituale, della sua unificazione interiore in Cristo. È fiducioso ma non ingenuo: sa che nel suo cuore si scontrano il desiderio del bene e le inclinazioni disordinate; è consapevole dei suoi istinti e della debolezza della volontà; fa purtroppo l’esperienza del peccato; è alla ricerca della sua libertà perché sa che, in un certo senso, liberi non si nasce, si diventa. Per questo è necessario un lungo e faticoso esercizio.
 

30. Anche la rinuncia fa parte di questa palestra. È luogo comune – una vera falsità e violenza intellettuale – ritenere che qualunque rinuncia sia di per sé negazione della vita e di diritti assoluti e intoccabili. Sembra che il successo dell’esistenza dipenda dall’accumulo di esperienze a prescindere dal giudizio etico. Nasce così una specie di frenesia che porta a quella che potremmo chiamare “sindrome di novità”: come se la calma ripetizione dei giorni, dei doveri, dei rapporti, degli affetti, fosse esecrabile “monotonia” anziché fedeltà responsabile e feconda. Come se la felicità e la riuscita di una persona dipendessero dalla quantità delle cose provate e non piuttosto dalla qualità o, meglio, dalla loro bontà morale.
La vita concreta, e ancor più l’esempio di Gesù, dicono il contrario. Egli non esitò a rinunciare alle gioie immediate per un bene infinitamente più grande: la nostra salvezza attraverso la sua croce (73). La rinuncia, dunque, riguarda non solo il male nelle sue diverse forme, ma anche certi beni a cui a volte dobbiamo rinunciare in nome di beni maggiori. Diversamente dalla mentalità corrente, è necessario essere convinti che non si può assaporare tutto: la vita quotidiana ci chiede di fare serenamente delle scelte, e scegliere significa non solo “prendere” ma anche “rinunciare”.
 

31. In questo contesto non possiamo dimenticare la grande legge delle “piccole cose” o dei “piccoli passi ”: se non ci abituiamo a fare tanti piccoli atti buoni con animo grande, saremo in grado di fare grandi atti d’amore, di affrontare la misura dell’eroismo? Così, se non siamo capaci di rinunciare a delle piccole cose per amore di Gesù, di noi stessi, degli altri, come faremo a dire di no a grandi e allettanti tentazioni? Sono sempre attuali le parole dell’“Imitazione di Cristo”: «Se non vinci i difetti piccoli e leggeri, come supererai i più difficili?» (74).

Nel cammino dell’ascesi non dobbiamo né scoraggiarci né inorgoglirci, ma ricominciare sempre senza desistere, come insegna la grande sapienza spirituale dei Padri del deserto: «Un anziano disse: “Se intraprendi un’opera di ascesi e poi ti lasci andare, rimettiti presto al lavoro e non smettere di ricominciare fino alla morte ( ... ) Esamina dunque te stesso ogni giorno, ogni settima­na, ogni mese, ogni anno, per vedere se hai progredito nel raccoglimento, nel digiuno, nella preghiera e soprattutto nell’umiltà. Questo è il vero progresso dell’anima. Ogni giorno deve considerarsi più misera, pensando alle colpe in cui cade continuamente, e deve ritenere ogni uomo migliore di se stessa. Senza questo pensiero, l’uomo si troverà lontano da Dio, anche se compie prodigi e risuscita i morti”» (75).  

5. Alcuni punti dell’ascesi    (Audio)

32. Segnalo ora alcuni punti dell’ascesi. Naturalmente, dobbiamo considerare sempre l’orizzonte religioso e soprannaturale in cui ci muoviamo, consapevoli che non siamo noi gli artefici primi della nostra santificazione che ha nelle virtù teologali della fede, speranza e carità, la struttura portante. Lo Spirito Santo agisce nell’anima che si fa disponibile alla sua potenza trasfigurante.  

5.1 Conoscenza di se stessi  

33. Il punto di partenza è la conoscenza di noi stessi: nel bene e nel male. Con umiltà e fiducia dobbiamo guardarci così come siamo, evitando la duplice tentazione dell’innamoramento di noi stessi in una sorta di adolescenziale narcisismo oppure dell’autorifiuto. Il Signore ci ama per quello che siamo; vuole che ognuno si conosca nella verità e che si voglia bene, cioè che si accetti con benevolenza. È solo da questo inizio che si può procedere in modo costruttivo. Ognuno si chieda quali sono i suoi pregi, quali i limiti costitutivi e i difetti acquisiti. È utile ricordare anche che gli aspetti peggiori di noi stessi sono sempre motivo di disagio per gli altri e, in fondo, di sofferenza per noi.

In genere, si arriva meglio alla conoscenza di sé chiedendo aiuto a qualcuno che ci vuol bene ed è in grado di dirci con verità e amore le cose come si vedono dall’esterno. Alludo alla tradizionale e sempre attuale figura del Padre o Direttore Spirituale.

Questa fase, in realtà mai conclusa, si accompagni sempre al ringraziamento a Dio perché ci ama per quello che siamo di buono e di bello: «Ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (76). Si accompagni con la fiduciosa e mai interrotta preghiera perché lo Spirito Santo ci aiuti a crescere nel bene e a migliorare negli aspetti che non vanno.  

5.2 Disciplina dei sentimenti  

34. I sentimenti sono una grande ricchezza, sono energie da ordinare alla costruzione della persona e del cristiano. Fanno parte essenziale della vita spirituale. Sono risonanze della coscienza rispetto agli stimoli che provengono dal nostro mondo interiore o da quello esterno. La gioia, l’amore, il desiderio, l’entusiasmo, sono reazioni positive di simpatia e attrazione che coinvolgono la persona nel suo insieme; per contro, l’odio, la collera, la tristezza, la paura, sono reazioni negative che ci allontanano da persone, situazioni, luoghi.

Non sempre è facile, ma è necessario che la persona impari a guardare in volto i propri sentimenti, chiamarli per nome senza nasconderli a se stessa, decifrarli nelle loro cause e valutarli alla luce del buon senso e della fede. I sentimenti e le emozioni non devono diventare criterio di giudizio sulla vita, né in genere né di quella spirituale. Infatti non ogni sentimento, per il fatto di averlo, è motivato e meritevole del nostro credito. Bisogna in un certo senso “smascherarlo”, capire da dove proviene e dove sta andando, quali sono le cause vere e dove ci spinge, sia per non essere indotti in vie sbagliate sia per incanalare positivamente le grandi risorse della nostra sensibilità.

Non di rado, facendo questo esercizio si è illuminati, oltre che dal Vangelo, anche dall’insegnamento e dall’esempio dei genitori, dei nonni, degli educatori, di persone significative: la loro saggezza, la capacità di sdrammatizzare, la visione soprannaturale delle cose aiutano a leggere quello che il grande Alessandro Manzoni chiamava “il guazzabuglio del cuore umano” (77).  

5.3 Disciplina del corpo

35.
Anche il corpo, con le sue potenzialità e pulsioni, chiede di essere guidato. Altrimenti, come a volte accade, tiranneggia con i suoi bisogni spesso indotti o disordinati. In concreto, siamo qui richiamati alla sobrietà nel cibo, nel vestire, nell’uso dei beni di consumo. Se siamo onesti, è quanto mai opportuno ricuperare anche una certa custodia negli sguardi, il dominio dell’istinto sessuale.

È necessaria la castità del cuore e la purezza del corpo per imparare ad amare veramente e a diventare dono. È importante anche riscoprire la preziosità delle conversazioni: sembra che sia ovvio guardare tutto per il gusto, non sempre limpido, di vedere. Una nuova, particolare attenzione si deve avere nell’uso di Internet, perché sia strumento di vantaggio nel bene e non mercato del peggio. Così per il parlare: «se uno non manca nel parlare è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo» (78).

L’unità del mondo interiore richiede di evitare le dispersioni, pretende di essere difeso da quella tendenza centrifuga che rende l’anima più un mercato chiassoso che un edificio armonioso e pacificante. Il nostro sguardo dovrebbe scegliere ciò che è degno, e non essere catturato da ciò che si esibisce; i nostri discorsi dovrebbero tendere di più all’essenziale e alla comunicazione della verità e del bene, piuttosto che alla vanità, alla critica o peggio. Comprendiamo che la via dell’ascesi porta a farci ragionare di più su tutte le nostre azioni, dentro e fuori di noi, in vista di un maggiore dominio di noi stessi. Per poter agire, come diceva San Tommaso, e non “essere agiti”!