PICCOLI GRANDI LIBRI   Mario Antonelli
ALLA RICERCA DEL CORPO PERDUTO
Un invito alla riflessione

ANCORA 2004

I. Dov'è il corpo? VI. Il corpo come lotta.
II. Vivere secondo lo Spirito. VII. Confidare il corpo, affidarsi a Dio.
III. Il corpo alla prova. VIII. Il corpo offerto.
IV Il corpo come promessa. IX. Per sempre corpo della comunione.
V. Il corpo opaco. X. La fede di Maria.

IX
Per sempre corpo della comunione

Dal sepolcro la vita è deflagrata.
La morte ha perduto il duro agone.
Comincia un'era nuova:
l'uomo riconciliato nella nuova alleanza
sancita dal tuo sangue
ha dinanzi a sé la via.
Difficile tenersi in quel cammino.
La porta del tuo regno è stretta.

M. Luzi

Ascoltando l'esortazione alla mensa del corpo del Signore

«Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d'intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi» (l Corinzi l, 10ss). L'esortazione di Paolo sferzava la comunità di Corinto e interpella oggi ogni comunità cristiana. Si dirama in tre raccomandazioni: «siate tutti unanimi nel parlare», «non vi siano divisioni tra voi», «siate perfetti nello stesso pensiero e nello stesso intento».

Paolo non vuole imporre ai cristiani di Corinto una piatta uniformità, una omologazione dei pensieri e degli stili secondo criteri umani: richiama il fatto che la comunità cristiana, nella sua identità profonda, è la comunione di quelli che appartengono a Gesù Cristo. Coerentemente tutti siano protesi ad adeguarsi al parlare, al pensiero, all'intento non di un altro nella comunità (foss'anche Pietro, Apollo o Paolo stesso: anche qui l'altro idolatrato!), ma- di Cristo: «Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» Cl Corinzi 2, 16), abbiamo l'intento di Cristo, siamo unanimi nel condividere il parlare di Cristo. Questo è il vanto di Paolo; questo sia il vanto della comunità cristiana.

Invece ci sono discordie. E questa è anomalia grave per la comunità cristiana, perché significa rinnegare l'appartenenza comune a Gesù Cristo; attentare all'identità stessa della comunità cristiana. Se apparteniamo a Gesù Cristo, se siamo «incorporati» a lui, se siamo membra dell'unico corpo di Cristo, una cosa sola in lui, allora è impensabile essere discepoli e vivere nella discordia. La discordia, il conflitto che esclude e sopprime l'altro è cosa passata se davvero viviamo nel mondo nuovo dell'unanimità nel pensare, nel parlare e nel desiderare secondo Gesù Cristo (leggi la ripresa di questa esortazione in l Corinzi 12, 12-27).

Che in questo riapparire della forma vecchia dell'uomo, che è la discordia, vi sia anche una qualche trascuratezza nel celebrare degnamente la cena del Signore? Paolo tuona, severissimo, nel denunciare la clamorosa infedeltà al senso della cena del Signore (l Corinzi 11, 17-34). Se è convivialità con Gesù Cristo, che ha dato la vita per tutti, la cena del Signore è principio e luogo della convivialità con i fratelli; invece, non praticando la relazione di comunione reale con i fratelli più bisognosi, evidentemente «il vostro non è più un mangiare la cena del Signore».

Il contrasto è di una chiarezza impressionante: dovreste mangiare la «cena del Signore», invece ciascuno mangia la «propria cena» in modo del tutto privatistico, secondo i moduli non del condividere il pane e del confidare il corpo, ma del tenere tutto per sé.

Accade; e accade così di «disprezzare la chiesa di Dio» e «umiliare i poveri»: e le due cose coincidono! «O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente?» (l Corinzi 11, 22). Umiliare i poveri, escluderli o semplicemente ignorarli rappresenta gesto o abitudine che attenta alla verità della Chiesa: palate di fango non sulla facciata, ma al cuore della Chiesa. Lo stridore rispetto al senso della cena del Signore risulta insopportabile; infatti l'attuale rendersi presente del Signore nel gesto celebrativo fa dei credenti uomini e donne che offrono i corpi, che versano il sangue, che vivono la carità del Signore. Gli uomini e le donne delle divisioni, delle esclusioni e delle umiliazioni vicendevoli dovrebbero essere passati.

Celebrare l'Eucaristia significa annunciare la morte del Signore, perché non c'è Eucaristia che non sia «in memoria di Gesù». Nella comunità di Corinto (e nelle nostre?), abituata non poco a vagheggiare una comunione spiritualistica con il Signore, questo richiamo giungeva puntuale, trafiggente: quando fate questo gesto voi non vi estraniate in una disincarnata e intimistica relazione con il Signore (nel modo contradditorio di chi tradisce lo stile del Signore). No; quando fate l'Eucaristia voi vi disponete a portare in giro lo spettacolo della croce di Cristo, proprio perché il senso di quel gesto del Signore era ed è l'offerta del suo corpo... E il suo corpo siete voi!

Infatti per la comunione al corpo e al sangue del Signore siamo riuniti in un solo corpo: il suo, verità della nostra umanità. Se la gratitudine non è simulata, se la gioia del cuore è sincera, perché non sciogliere il canto del desiderio? Desiderare ancora che la forma del corpo di Gesù diventi la forma del nostro corpo; che non ci sia contraddizione tra il confessare Gesù, Signore della vita, e la forma del nostro corpo; che, vestiti a festa, i nostri corpi danzino la carità, disegnino la forma della croce, portino le piaghe dell'umanità afflitta e disperata, si pieghino a lavare i piedi di tutti, siano pane spezzato per tutti, nutrimento e consolazione per gli affamati e i desolati.

L'Eucaristia è l'amore di Cristo che si dilata e vi travolge. Se avete paura dell'amore non celebrate mai la Messa. La Messa farà riversare sulla vostra anima un torrente di sofferenza interiore, che ha un'unica funzione, quella di spaccarvi in due, affinché tutta la gente del mondo possa entrare nel vostro cuore. Se avete paura della gente, non celebrate mai la Messa! Perché quando incominciate a celebrare la Messa lo Spirito di Dio si sveglia come un gigante dentro di voi e infrange le serrature del vostro santuario privato e chiama tutta la gente del mondo affinché entri nel vostro cuore.

Se celebrate la Messa condannate la vostra anima al tormento di un amore che è così vasto e così insaziabile che non riuscirete mai a sopportarlo da soli. Quell'amore è l'amore del cuore di Gesù che arde dentro il vostro miserabile cuore e fa cadere su di voi l'immenso peso della sua pietà per tutti i peccati del mondo. Sapete che cosa quell'amore vi farà, se lo lascerete lavorare nella vostra anima, se non gli resisterete? Vi divorerà. Vi ucciderà. Spezzerà il vostro cuore.

(T. Merton, Dove ho incontrato Cristo)

Si tratta, dice Paolo in quella sua esortazione, di «riconoscere il corpo del Signore». Vuol dire certamente disporsi a ricevere in quella cena il corpo del Signore e la sua forma che è la forma della carità, e della carità che giunge al dono di sé. Insieme, indisgiungibilmente, vuol dire riconoscere con attenzione solerte e fattiva il «corpo del Signore» che è la Chiesa, la comunione effettiva di tutti i credenti, senza esclusioni né selezioni.

«Il pane che spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c'è un solo pane, noi, che siamo molti, siamo un solo corpo perché condividiamo quest'unico pane» (l Corinzi 10, 16 s). Altrimenti, se si fa l'Eucaristia senza riconoscere il corpo di Cristo, ci si ritrova condannati; cioè ci si esclude stoltamente dalla comunione con Dio proprio compiendo esteriormente e distrattamente il gesto che dovrebbe fondare la comunione con Dio. Ed è così, dice Paolo, che si moltiplicano gli ammalati e gli infermi, e molti muoiono (e non in senso figurato!); infatti quando la cena del Signore non viene lasciata fruttificare secondo il suo senso proprio, i credenti risultano dei solitari che condividono non il pane della carità, ma il veleno della diffidenza e del disinteresse vicendevoli. Si resta non rivestiti dell'uomo nuovo, ma si segue ancora la logica del mondo, passandosi la droga di un cameratismo elettivo e selettivo che produce, come ben si può registrare, malattie, infermità e, sì, anche morti.

Impossibile toccare questa carne [del fratello] senza toccare l'altra [la carne del Cristo], che ha fatto di essa una carne. Impossibile colpire uno senza colpire il Cristo. Lo dice lui stesso: «Quello che fate al più piccolo dei vostri fratelli, lo fate a. me» (Matteo 25, 35). Non si tratta di una metafora. La frase non vuol dire che quello che fate a uno dei vostri fratelli è come se lo faceste a me. Nel cristianesimo non ci sono metafore, niente che sia dell'ordine del «come se».

(M. Henry, lo sono la verità. Per una filosofia del cristianesimo)

Quale responsabilità! Tu, toccato dalla mano del Signore e mondato dalla lebbra che ti escludeva dal mondo della vita autentica e che ti sformava corpo e cuore in un disfacimento a stento camuffato (Marco l, 40-45), tu ora sai bene che è impossibile toccare la carne del tuo fratello (carne sempre in qualche modo piagata dalla lebbra...) senza toccare la carne del Signore. Non c'è modo di evadere dalla responsabilità prospettata da Gesù che non sia simulazione e ipocrisia.

Tu cammini all'ombra di questa parola che ammonisce; parola che amorevolmente ti ammaestra circa il modo evangelico di godere della comunione con il Signore. «Quello che fate al più piccolo dei vostri fratelli, lo fate a me» (Matteo 25, 35). Se tocchi con premurosa dedizione la carne del tuo fratello, se la onori con il profumo della carità, tu tocchi con affetto la carne del Signore: la onori come splendore di Dio.

Ma se eviti di toccare la carne del tuo fratello (con il senso profondissimo di prossimità che sta nel toccare!), tu eviti di toccare la carne del Signore. Se tocchi la carne dell'altro non nel modo della benevolenza che monda e ricrea, ma nel modo dell'offesa, dello sfruttamento, dell'abuso, tu tocchi nello stesso modo la carne del Signore. E la comunione di te con il Signore sarà miseramente simulata, risucchiata nell'ipocrisia di chi stende la mano e tocca magari un'ostia consacrata, ritraendo però la stessa mano e scansando il corpo, sempre un po' implorante, dell'altro; ...0 stendendo la mano e toccando malamente questo corpo del fratello. Che non è «come il corpo del Signore»; è il corpo del Signore!

Davanti all'Ultima Cena

La mano destra di Gesù sulla tavola nell'atto di afferrare il pane; l'altra, sempre sulla tavola, ben evidente, protesa e spalancata nel gesto dell'offerta generosa. Lì, sempre sulla tavola, in una prossimità sconcertante, la mano sinistra di Giuda, pure essa nell'atto di afferrare il pane. E, come per Gesù, è l'altra mano a illustrare il senso di quel gesto: tant'è che, quasi nascosta, come ritratta in un istinto di vergogna, la "mano destra di Giuda si stringe in forma di pugno intorno al sacchetto dei soldi, figura dell'egoismo che non sopporta l'inedita rivelazione di Dio fatta da Gesù. Nel gesto del prendere, spezzare e offrire il pane, Gesù compie il dono di sé in vista della salvezza di tutti: lì si compie il desiderio di Dio, Padre suo e Padre nostro. Umanità che in modo singolare si affida a lui dando il corpo per tutti. La genialità di Leonardo ha fissato così la memoria dell'Ultima Cena: movenze di mani, giochi di sguardi, flussi di affetti... tutto raccolto nell'intenzione di Gesù di realizzare l'alleanza nuova, la comunione degli uomini con il Padre dell'amore eterno.

Che bella la comunità cristiana che considera la qualità del suo desiderio di lasciarsi edificare dall'Eucaristia e non da qualcos'altro! La comunità che ascolta l'esortazione dell'apostolo e onora l'attesa del piccolo e del povero riconosce, lieta e grata, che davvero la buona celebrazione dell'Eucaristia fa germogliare un'umanità nuova, la Chiesa, dove le mani conoscono le traiettorie premurose delle mani di Gesù che guariscono da ogni infermità e condividono il pane, dove gli sguardi acquistano la luminosità della tenerezza risoluta di Gesù che promuove e consola, corregge e perdona, dove la danza lieve e tenace degli affetti ridisegna i contorni della incondizionata carità di Gesù.

Ogni comunità cristiana confessa che solo nel nome di lui c'è salvezza, che senza il venire del Figlio benedetto e obbediente non ci sarebbe l'umanità nuova della Chiesa e di ogni cuore che, anche fuori dei confini della Chiesa, ripresenta lo spettacolo dell'amore di Gesù.

Anzi, con il disincanto degli umili, la comunità cristiana avverte che anche al suo interno si insinuano e permangono cattive abitudini, «un poco» distanti dalla limpidissima testimonianza di Gesù: mani che, proprio su quella tavola, cocciutamente e avidamente si chiudono nella affannata rincorsa del potere di ogni tipo; sguardi che, miopi e altezzosi, sembrano soddisfatti solo nel denunciare e biasimare il peccato e la stoltezza altrui; affetti che, invece di danzare nell'apertura cordiale e appassionata dell'ospitalità e della missione, si rattrappiscono nei circoli miseri di una specie di soap opera ecclesiastica. Corpi sempre più trattenuti; non più offerti.

Allora la gratitudine, forma per eccellenza della vita e della preghiera cristiana, si fa invocazione: che la Chiesa si lasci fare e rinnovare dall'Eucaristia con sempre più decisa docilità; «portando in giro» lo spettacolo della carità, unico modo sensato di attendere la venuta del Signore e di sperare la comunione senza fine e senza travaglio con lui.

Vestiti a festa, per sempre

Poco sapere ma molta gioia
Tale è il premio dei mortali.

(F. Hòlderlin,
Le liriche)

Tra le domande serissime che arrivano a Paolo da Corinto, ve n'è una che ormai pochi si sognerebbero di rivolgere a un annunciatore del Vangelo: in che modo risorgono i morti? La domanda spiazza anche noi, così ben accomodati in questa vita, raramente sfiorati dalle parole sulla risurrezione dei corpi, soprattutto timorosi nel mettere in conto la morte. Quanto è presente e quanto è incisiva nella nostra vita di fede la prospettiva del futuro? «Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell'attesa della tua venuta»: il mistero della fede è custodito per intero? Oppure la prospettiva si è fatta angusta, limitata al presente, l'attesa si è affievolita, la speranza della gioia eterna si è attenuata ed è stata come consumata dal cumulo degli impegni quotidiani in cui si svolge la partecipazione a Gesù?

A Corinto non sono pochi quelli che si lasciano attrarre da un cristianesimo entusiastico: siamo già risorti con Cristo, quindi siamo liberi in tutto, e in tutto seguiamo le ispirazioni più fantasiose, anche se queste non sempre immettono in una vera conformità a Gesù e nella sua carità. Insomma, per loro la risurrezione è già avvenuta nella loro esperienza carismatica e nella loro sapienza illuminata: pare di assistere a uno svuotamento totale del futuro, tutto assorbito nel presente. Non c'è da attendersi alcuna novità per il «dopo»: «... hanno deviato dalla verità sostenendo che la risurrezione è già avvenuta» (2 Timoteo 2, 18). Paolo vuole ammonire i Corinti: guardate che se non sperate nella risurrezione di quelli che muoiono, vuol dire che non credete nella risurrezione di Gesù Cristo.

Così, dopo aver ribadito che i morti risorgono, che la vita con Cristo è protesa verso un futuro di gloria dove anche l'ultimo nemico, la morte, sarà annientato, Paolo passa ad affrontare questo interrogativo (1 Corinzi 15, 35-58): in che modo risorgono i morti? Con quale corpo verranno? E comincia col dire che tra l'estremo del «corpo terrestre» e l'estremo del «corpo celeste» vi è non una pacifica evoluzione, ma una rottura drammatica. Tra il semplice seme e la pianta rigogliosa sta, inesorabile, la morte del seme; c'è insomma un «venir meno» del corpo e una ri-creazione da parte di Dio. E tu - mette in guardia Paolo - tu non puoi disporre dell'opera di Dio; piuttosto, gioisci semplicemente di questo corpo che senti e che vedi, corpo che Dio dispone per te. Gioisci di questo corpo terrestre che è stato rivestito della carità di Gesù; e in questa gioia attendi, fiducioso e operoso, il futuro di gloria, senza ombre né lacrime.

Va sospesa dunque l'immaginazione presuntuosa che pretende di raffigurare ciò che è indisponibile alle nostre menti: sei così preso a rivestire il tuo corpo terrestre della carità di Gesù che non perdi tempo a inseguire domande alienanti circa il corpo glorioso.

Invece si tratta di considerare con affetto la via che conduce alla «vita per sempre»; la via, vivendo e morendo nella quale, erediti la gloria. La via non è quella del primo Adamo; non è l'uomo vecchio che è preda della morte e della sua arma (il peccato), non è l'uomo che è schiavo del peccato e della sua forza (la legge), l'uomo insomma che diffida di Dio... La via invece è quella del nuovo Adamo; l'uomo celeste, l'uomo che è «spirito datore di vita», l'uomo che ha sottomesso la morte e l'ha ingoiata, l'ha vinta; l'uomo insomma che si affida a Dio...

Non si deve dunque immaginare il corpo glorioso a partire dal corpo terrestre; bisogna piuttosto re-inventare il corpo terrestre a partire dalla memoria affettuosa del corpo del nuovo Adamo che è Gesù Cristo. «La carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio»; il corpo che si corrompe nella logica del mondo e resta come rattrappito nella forma dell'idolatria e dell'egoismo non può condurre alla condizione gloriosa.

Ci vuole un ri-vestimento: la conversione proprio di quel corpo terrestre che viene al mondo già pronto a vestirsi con le foglie di fico, come Adamo. Il corpo che si lascia rivestire della veste nuziale per partecipare alla festa del corpo e del sangue di Gesù: questo corpo risorgerà. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Giovanni 6, 54). Risorgerà ogni corpo che nel suo stare al mondo avrà in qualche modo ripresentato le movenze del corpo di Gesù. Vivrà per sempre nella gioia di Dio ogni corpo che avrà assimilato, come sostanzioso nutrimento, la forma del corpo di Gesù: il dono, la comunione.

Il corpo incorruttibile, il corpo glorioso che mai più potrà corrompersi, non sappiamo come sarà. Non perdiamo tempo, il nostro tempo, a farcene delle immagini: il corpo glorioso sfugge a ogni immaginazione e a ogni previsione, come del resto il corpo risorto del Signore che si offriva sempre imprendibile ai discepoli e alle donne. Cosa hanno ricordato, discepoli e donne, di quegli incontri insperati? Quali segni, quali tratti di quella gloria si sono impressi nella loro memoria e nei loro corpi? Segni e tratti che identificassero quella gloria che veniva a visi tarli e ad attrarli? Cosa hanno ricordato se non quelle mani e quei piedi, quel costato, quel pane spezzato, quel mangiare insieme?

I segni dell'amore e dell'amore crocifisso identificano il corpo della gloria di Dio. Non cercarne altri, non immaginarne altri. E quindi con quale corpo verranno i morti che risorgono nella comunione con Gesù? Non lo sappiamo. Questo solo sappiamo: che senz'altro avrà la forma del corpo dell'uomo spirituale, dell'Uomo pienamente docile allo Spirito, Gesù. Avrà la forma del dono, della condivisione, della comunione, per sempre. Ecco come risorgono i morti, ecco con quale corpo essi verranno. Che si intravveda questa forma gloriosa nel corpo nuovo di quanti stanno alla mensa del Signore; vestiti a festa. La festa che è già cominciata...