IL NOSTRO PROGETTO DI VITA   IN MEMORIA   SPAZIO CINA

Cimitero di Jingang, Nanyang.

(Cimitero di Jingang, Nanyang)

PARTE I
NECROLOGI DEI MEMBRI DEL PIME del HENAN

HONG KONG 2008
(a cura di P. Stefano Andreotti e P. Sergio Ticozzi)

Vicari apostolici – Vescovi del Henan 1

Henan 2 Henan 3 Henan 4 Henan 5 Henan 6
Henan 7 Henan 8 Henan 9 Henan 10 Henan 11

PARTE II

NECROLOGI DEI MEMBRI DEL PIME dello SHAANXI / HANZHONG 

Fr. MARCANDALLI MARCELLLO (1908-1978)
Necrologio
(P.A. Rusconi, da Il Vincolo n. 130, agosto-settembre 1980, p. 162)

Fr. Marcello Marcandalli, figlio di Carlo e di Leonilde Andreani, nato a Camps (Francia) il 22 ottobre 1908, entrò nell’Istituto il 4 settembre 1927, partì per Hanchung l’8 settembre 1933. Morì a Roma il 26 ottobre 1978.

Carissimo Fr. Marcello, ti dovrei chiedere scusa e non solo io. Il tempo corre davvero. Sembra ieri e sono già due anni, da quando ci hai lasciati, in fretta, quasi di nascosto. Avevi messo mano all’aratro, partendo per Hanchung nel 1933 e non ti sei più voltato indietro. La tua morte improvvisa, nel silenzio della notte, solo in faccia al tuo Signore, senza disturbare nessuno, è proprio l’immagine e la sintesi della tua vita; un’esistenza operosa, vissuta nascostamente, fedele alla missione. Basta questo per essere "un grande del Regno", "una figura di valore" per noi. Paolo infatti ci dice che la fedeltà è quanto verrà chiesto a noi, ministri di Cristo: "a un amministratore si chiede di essere fedele".

Ricordo bene gli ultimi giorni passati insieme a Roma. Volesti andare al tuo paese nel Bresciano a celebrare il tuo settantesimo compleanno, con le tue nipoti. Una scappata solo e poi eri già di ritorno a riprendere il lavoro solito e un po’ monotono lì, in portineria. Quel martedì, venuto in studio a portare la posta, mi dicevi che non ti sentivi bene. Ti eri fermato a lungo, così, a parlare. A tavola non ti vidi; seppi che eri a riposare. Rientrando in casa alla sera, P. Piero mi disse che ti avevano portato all’ospedale San Camillo, che la situazione era seria, un attacco cardiaco; non ti si poteva venire a trovare; i medici avevano prescritto il riposo assoluto. "Padre mi dia l’assoluzione", furono le tue ultime parole a P. Cumbo, che premuroso ti aveva accompagnato all’ospedale e ti doveva lasciare.

In missione avevi fatto anche il sarto, avevi preparato vesti belle e nuove per il tuo vescovo e per i padri; ora che "lo sposo stava per venire" ad invitarti al banchetto, volevi farti trovare pronto "con la veste nuziale" per entrare e stare con lui. È mezzanotte. Lo sposo viene. Ne senti la voce. Gli apri senza rimpianto la porta. Sei con Lui nella gioia. "Lo vedremo e gioiremo e questo senza fine". Non ti conosco tanto. Ti ho sempre visto in portineria, prima a Milano, poi a Roma. Volevo scrivere qualche riga subito dopo i tuoi funerali, così umili, così semplici, ma nell’archivio non ho trovato nulla: solo il foglio con i dati anagrafici e una cartolina.

In oltre venti anni di vita missionaria in Cina, negli anni difficili della seconda guerra mondiale e dell’invasione comunista, non avevi mai fatto parlare di te, e a te bastò il lavoro, la simpatia e fiducia dei tuoi vescovi Civelli prima e Maggi poi, che ti vollero sempre in episcopio; il darti in tanti modi ai confratelli, lo stare a lungo in preghiera, magari suonando l’armonio, con il tuo Dio. Solo la scorza era rude, ma l’atteggiamento di fondo era una preoccupazione costante di essere utile a tutti in quella grande casa, dove tutti passavano e chiedevano e dove la tua presenza fu attenta, discreta e multiforme. Il tuo mal di testa continuo, quello non contava. Gli altri non dovevano accorgersi.

Mi disse P. Moschini che un giorno cercava una statuetta di Gesù bambino per preparare il presepio nella sua missione. Lo incontra e si sente dire: "Padre, vuole un bambino?". "Ma fratello, risponde, ce ne sono dappertutto in Cina". "No, un Bambino Gesù, bello che ho portato io dall’Italia".

La tua partenza dall’Italia è stata salutata come il canto del cigno del superiorato del P. Manna e sei stato anche l’ultimo a lasciare Hanchung, dopo l’espulsione di tutti i padri dalla Cina. Nel periodo dell’arrivo dei comunisti e dell’imprigionamento dei missionari, ti si lasciò libero e fu allora soprattutto che hai rivelato tutta la tua forza di animo bresciano. Spinto più volte, non hai mai voluto sottoscrivere dichiarazioni di essere stato maltrattato dal vescovo e dai padri. Poi, quando corse voce che il vescovo era stato condannato a morte e forse era già stato sepolto vivo, iniziasti uno sciopero della fame, idea e fatto originale allora. Ai nuovi "padroni" dell’episcopio e della missione, che insistevano perché desistessi, rispondevi: "Non ho più ragione di vivere, mi avete ammazzato il mio vescovo". Non avevi studiato tanta ecclesiologia, ma la vivevi. "Ti ringrazio Padre, perchè nascondi queste cose ai sapienti e le riveli ai piccoli". Ti piacevano poco le lunghe conversazioni, preferivi lavorare e poi stare a giocare con i bambini. Ce ne era sempre qualcuno nel cortile della casa generalizia. E loro ti hanno capito, ti hanno pianto.

Vedendoti giocare serenamente con loro, mentre diventa di moda… giocare ad essere persone serie, non si poteva pensare ad un’altra parola di Gesù: "Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli". E poi ti piacevano tanto i fiori. A Roma passavi il tuo tempo, con la pipa in bocca, tra la portineria e i fiori del giardino. Li coltivavi con passione, ne eri quasi geloso. Rallegravano subito quanti venivano nella casa generalizia. Si capisce anche per questo la tua mancanza! Forse ti parlavano di Lui. "Il fiore, scrive Tagore, viene con un messaggio dell’altro mondo e ci sussurra all’orecchio: eccomi a te, mandato da Lui. Io sono il messaggero di Colui che è la bellezza stessa".

Caro fratel Marcello, tante sere ci si trovava in camera tua, tu ci godevi nel ricevere, c’era sempre un caffè pronto o un bicchierino, e intanto la camera si riempiva di fumo… Dal tuo paradiso prega per noi, perchè, passato l’autunno, era autunno quando ci hai lasciato, venga la stagione dei fiori, tanti, belli, profumati e l’Istituto sia davvero un Eden di amicizia e di lavoro.

1979
P. DANIELE EMANUELE (1905-1979)
Necrologio
(P. Giovanni B. Tondi, da Il Vincolo n. 128, marzo-aprile 1980, p. 75)

P. Emanuele Daniele, figlio di Bernardo e di Vittoria Ambrogio, nato il 24 marzo 1905 a Cervere (Diocesi di Mondovì), entrato nell’Istituto a Roma il 10-9-1923, ordinato sacerdote il 19-4-1930, partì per Nanyang il 9-11-1930. Morì a Milano il 19-9-1979.

P. Daniele entrò nell’Istituto di Roma proveniente dal Seminario Diocesano di Mondovì. Si laureò in filosofia all’Università Urbaniana e si licenziò in Teologia alla Gregoriana. Ordinato sacerdote dal Card. Schuster il 19 aprile 1930, partì nello stesso anno per la Cina, destinato alla missione di Nanyang che raggiunse dopo avere passato il primo anno di studio della lingua cinese nell’appena aperta Casa regionale di Kaifeng.

Semplice e mite

Ho conosciuto poche persone nella mia vita così semplici e rette come il P.Daniele. Era di una limpidezza stupenda, di una rettitudine che ti faceva scorgere, anche dal solo sguardo e dal costante e sereno sembiante, un’interiorità soffusa della grazia dello Spirito. Aveva un animo cristallino come quello di un bimbo, un cuore mite, sincero, un’espressione dolce, cattivante.

La sua conversazione non stancava mai, anche se di parole non ne diceva molte. Di lui ci si poteva fidare non ti avrebbe mai tradito, anche se un giorno gli avessi usato qualche involontaria scortesia. Non aveva competitori in nessun campo: semmai emuli nella via che mena alla perfezione evangelica. Credo che nessuno l’abbia mai visto dare in escandescenze, né in parole irose. Preferiva piuttosto tacere che difendersi quando aveva ragione. Per questo piaceva a tutti. Talvolta sembrava piuttosto "ingenuo", ma così non era: egli, mite e dolce di cuore, pensava e trattava tutti come se fossero del suo stesso stampo e della sua stessa levatura morale e spirituale.

Non sapeva dire male di nessuno, non giudicava mai le cattive qualità degli altri, poiché in tutti egli scorgeva il lato buono e secondo questa angolatura egli ne parlava. Si trovava a disagio, quando sentiva parlare male di qualche persona: avrebbe voluto contraddire o scappare; non lo faceva per non compromettere la conversazione. Però quando qualche confratello usava parole dure o aspre contro un superiore o un altro confratello, oppure criticava con una certa leggerezza il nostro Istituto, egli così delicato, si sentiva sconcertato e amareggiato, quasi si fosse offesa la sua mamma, e non faceva complimenti: prendeva subito e con veemenza le difese del malcapitato offeso.

Perciò alla sua presenza bisognava evitare qualsiasi parola offensiva contro chiunque. Era un galantuomo e un gentiluomo nato, ma anche perfezionato alla scuola del Vangelo. Quante volte l’ho sentito dire: "Ma quel cristiano (cinese) è gentiluomo, quella signora è cortesissima".. Un uomo simile non poteva non irradiare, specialmente tra i cinesi che sono maestri dell’arte diplomatica, la bontà cristiana che emanava dalla sua parola e dal suo atteggiamento. Così io ho stimato e amato il P.Daniele.

Il Missionario paziente

Quando posi piede nella missione di Nanyang, il P. Daniele vi lavorava da due anni. Già lo avevo conosciuto a Roma, quando eravamo studenti (1928-1930) delle Gregoriana, e cominciai ad imparare molto dal suo comportamento dignitoso e dal suo impegno nell’osservanza della disciplina, nella serietà dei suoi studi e, soprattutto, nel modo con cui praticava la pietà senza raffinatezza ma con una fede incisiva e direi spontanea.

Essendo noi allora studenti in pochi a vivere insieme nella casa di Roma al Corso d’Italia, formavamo una piccola famiglia ben amalgamata. Ma eravamo anche abbastanza liberi. Quindi qualche "marachella" talvolta scappava. Lui, se non vi prendeva parte, non fece però mai lo "spione".. E anche questo era motivo per fidarci di lui. In missione non sono mai stato insieme in distretto con P.Daniele, ma ci si vedeva qualche volta all’anno e, poi, quasi ogni anno, per un mese circa durante il periodo estivo. Quindi potevo godere della sua compagnia e congratularmi del bene che egli, con tanti sacrifici e tanta fatica e incomprensione, compiva in mezzo ai suoi cristiani.

E so che per molti anni dovette reggere un vastissimo distretto montano con pochi cristiani sparsi in zone disagiate, mentre in città dove risiedeva aveva il conforto di un solo battezzato: una vera pena. Ma il buon padre seppe attirarsi la stima e la benevolenza dei pagani con un dispensario per malati e con una scuola elementare. Quello che stupiva era che non si scoraggiava mai: sempre sereno e fiducioso nel Signore. Stava là dove lo poneva l’ubbidienza. Svolse così il suo apostolato nei distretti di Neihshiang e di Yuan T’ang. Poi fummo insieme internati in un campo di concentramento, durante la guerra, dal 1942 al 1945.

Ritornato in distretto, riprese il suo lavoro apostolico con rinnovato vigore ed entusiasmo, ma nel 1949, con l’avvento del nuovo regime rosso, sia per le angherie subìte sia per la malfema salute (non fu mai un colosso di salute), fu costretto a ritornare in Italia. In Italia svolse il suo ministero in varie comunità: negli anni 1951 e 1952 insegnò missiologia ai Formandi della Grugana; dal 1953 al 1956 fu padre spirituale degli apostolini della casa di S.Ilario. Dal 1958 al 1970 fu a Gaeta, prima come direttore spirituale degli studenti di teologia e poi come rettore del Santuario della SS.Trinità, sempre attento, delicato e zelante nel dirigere le anime e nel decoro della casa di Dio.

Trascorse gli ultimi anni a Milano, addetto all’archivio del centro missionario Ramazzotti: la malferma salute fu un continuo cruccio per lui e fu quasi una sua angustia spirituale: egli voleva essere sempre efficiente e non pesare a nessuno. Ha lasciato scritto nel suo testamento: "Vi ringrazio, Signore, dei tanti doni concessimi durante la mia vita, ma specialmente di avermi chiamato a seguirvi più da vicino con la sublime vocazione alle missioni estere". Caro P.Daniele, prega ora dal cielo un po’ anche per chi ti ha voluto tanto bene.

1980

P. NORDIO GIOVANNI BATTISTA (1908-1980)
Necrologio
(P. Carlo Suigo, da Il Vincolo n. 129, maggio-giugno 1980, p. 117)

P. Giovanni Battista Nordio, figlio di Vincenzo e di Carolina Beacco, nato il 15 luglio 1908 a Venezia, entrato nell’Istituto il 30 agosto 1929 proveniente dal seminario patriarcale di Venezia, ordinato sacerdote a Milano il 24 settembre 1932, partì per Hanchung (Shensi) l’8 settembre 1933. Dal 1946 al 1956, quando fu espulso, fu vicario generale della diocesi. Morì a Rancio di Lecco l’8 marzo 1980.

Malandato in salute, dopo soli due anni di missione, nell’autunno 1935, il P. Nordio dovette lasciare la missione e recarsi a Hankow per essere operato. Di quel viaggio avventuroso sul fiume Han, tristemente noto non solo perchè sulle sponde si annidavano spesso bande di briganti e di comunisti, ma anche per quelle paurose rapide che non poche vittime avevano causato tra gli incauti viaggiatori, ci lasciò una relazione che venne pubblicata in "Le Missioni Cattoliche" (anno 1936). Una relazione soffusa di trepidazione, di timore, sì, ma anche di poesia, quasi di inconscia, patetica confidenza con gli elementi che lo circondavano.

Ad un certo punto del racconto, si legge che mentre il buon padre stava, stupefatto, guardando dal grosso barcone lo specchio d’acqua tranquillo in cui fu pesantemente sbattuto dall’impeto di una delle suddette rapide, alcuni pescatori attirarono la sua attenzione; subito l’animo gli si ricompose ai ricordi passati e annotava: "Allora mi si risvegliò la compiacenza di essere doppiamente pescatore e per tradizione familiare e per vocazione apostolica…" e ricorda ancora le "visioni tanto note della mia laguna, dove sognai ciò che ora provo quaggiù…"

Figlio, dunque, di pescatori, nato e cresciuto su quell’isola di Venezia detta la "Giudecca", dove, come scriverà poi il 9 aprile 1929: "Fin dai più teneri anni della mia giovinezza attesi a coltivare nel mio cuore la vocazione ecclesiastica".. Queste parole, se da un lato sono indicative di un animo aperto alla grazia, dall’altro svelano, almeno in parte, gli effetti positivi dell’educazione impartita dagli ottimi genitori. Terminato lo studio delle elementari, il piccolo Nene, come era familiarmente chiamato, espresse il desiderio di farsi prete, ed entrò nel Seminario Patriarcale di Venezia dove compì gli studi ginnasiali e liceali.

Fu proprio durante gli anni di liceo che "più insistente si è fatta sentire la voce del Signore che mi chiamava a dedicarmi con tutto lo zelo alla causa missionaria" (lett.cit.). Dopo "aver pensato con molta riflessione – e di avere pregato e fatto pregare – ottenne dal Patriarca Pietro La Fontaine il permesso di iniziare le pratiche per essere accettato nel Pime. Tra i documenti esibiti per l’occasione citiamo la lettera del Rettore del seminario di Venezia, Mons. Rovetta, il quale scrivendo a P. Risso, vicario generale del Pime, in data 6 luglio 1929, presentava l’aspirante missionario Nordio Giovanni come "giovane di buona indole, di squisita pietà e di serietà di proposito…"

E aggiunge: "Non posso nasconderle il vivo dispiacere nostro e dell’Em. Card. Patriarca; dispiacere naturale, perchè il Nordio dà buon affidamento di sè e sarebbe stato anche in Diocesi un sacerdote attivo nella vita parrocchiale. Tuttavia anche Sua Em.za – conosciuta la vocazione seria – non crede di opporsi, confidando che tale vocazione altre ne chiamerà anche per noi e per la diocesi". I genitori, per quanto ottimi cristiani avanzarono delle difficoltà.. Ma il buon Nene le superò facilmente e il primo settembre 1929 lasciava la famiglia ed entrava nella nostra casa di Genova dove trascorse l’anno di formazione.

Passò poi a Milano per gli studi teologici. Con il giuramento perpetuo (11 marzo 1932) si legava "in perpetuo all’opera missionaria". Con la sua serena intuizione delle anime semplici, ma ricche del sensus Christi, egli vedeva e ne godeva, la grandezza dell’ideale missionario "nella stima ingenua, nella benevolenza e riverente affetto del popolo (i suoi cari veneziani) per chi sarà domani il loro missionario (lettera al P. Manna, da Venezia l’11 luglio 1932). L’umiltà accomuna, sempre, riconoscendole, senza orgogliosa esitazione, grandezza e simpatia, bontà e riconoscenza.

Riferendosi ormai all’imminente ordinazione sacerdotale, così si esprime: "L’alba radiosa del dì della Prima Messa anticipa già la sua luce e le ebbrezze sante. Voglia intanto il Signore trasformare il povero strumento delle sue divine misericordie" (lett. citata). Fu ordinato il 24 settembre 1932. A quei tempi i nostri teologi, godendo di una concessione speciale della S. Sede, ricevevano il presbiterato al termine del terzo anno di teologia. Terminati gli studi, egli ed altri sei confratelli furono destinati per la missione di Hanchungfu in Cina. Lasciarono l’Italia l’8 settembre 1933. In una poesiola, pubblicata poi in "Italia Missionaria" (1 gennaio 1934), esprime il dolore di dovere abbandonare i propri cari: "… è atroce – scrive – i tuoi cari lasciar!".

Ma subito si rianima: "Perchè tenti Venezia/di ritrarmi dall’onde…?/ Vi son plaghe infeconde/laggiù che urge sanar". Il 6 ottobre i nostri viaggiatori raggiunsero Kaifeng dove si diedero con impegno allo studio della lingua cinese. Nel maggio dell’anno seguente, con ben comprensibile entusiasmo, ma anche con un po’ di "tremarella" per via delle strade malsicure, iniziarono il lungo e avventuroso viaggio verso Hanchungfu. In località Lin-pa ebbero la gioia di incontrare il neo eletto Superiore Generale dell’Istituto, Mons. Balconi, che lasciava la missione diretto in Italia. Raggiunsero la meta verso la fine del mese di maggio 1934.

I primi contatti con la nuova realtà P. Nordio li descrive in una lettera del 15 marzo 1935 a Mons. Balconi: "Va da sé che un giovane non desidera altro che slanciarsi nel campo; d’altra parte anche questo tirocinio di vita, dirò, semipubblica non manca dei suoi vantaggi e per lo studio della lingua e per l’acclimatazione. Intanto ci si esercita nel ministero". Infatti scrive: "… dal settembre scorso mi trovo nel collegetto del Fuli (città), attendendo pure all’orfanotrofio". Purtroppo, però, quei primi entusiasmi furono bruscamente mortificati da un fatto che poteva avere conseguenze tragiche.

Nel febbraio 1935 una banda di diecimila comunisti scese dalla provincia del Szechwan e puntò direttamente su Hanchungfu. Poco mancò che la città non cadesse nelle loro mani. Inutile dire che nelle zone occupate "da quei tristi vi fu una scia di orrori… con l’attuazione di piani criminosi di una raffinata crudeltà e di cinismo che fanno rabbrividire".. A fine marzo la situazione sembrò schiarirsi, e il P. Nordio scriveva al direttore delle nostre riviste, promettendo la sua collaborazione. E mantenne la parola inviando periodicamente relazioni e poesie, come si può vedere sfogliando le riviste stesse.

Mentre con le dovute cautele riprendeva il lavoro apostolico, fu colpito da un improvviso attacco di appendicite che ripetendosi con una certa intensità, faceva temere della vita stessa del padre. Il nuovo vicario apostolico Mons. Mario Civelli, credette bene di mandarlo a Hankow, come si è visto. Ristabilitosi in salute, il 14 marzo 1936 era di ritorno. Con rinnovato entusiasmo riprese il suo lavoro apostolico nella misura e nei modi consentitigli dall’ubbidienza, alla quale egli, dal carattere mite e sorretto da una umiltà esemplare, si affidava con quella disponibilità serena che fa del missionario il perfetto uomo evangelico.

"A dir vero – scriveva a Mons. Balconi il 20 giugno 1938 – si potrebbe dire di me: "Tutto ei provò", essendo più volte stato chiamato, per la riduzione del nostro personale, a turare questo o quel buco…Il lavoro è sempre lavoro. Posso dire tuttavia di avere portato ovunque quel po’ di entusiasmo che il Signore mi ha dato e mi conserva…". Un entusiasmo che "esplose" quando Mons. Civelli gli affidò il distretto di Paocheng.. Ce ne dà notizia lo stesso P. Nordio in una lettera, sempre a Mons. Balconi, del 10 ottobre 1938: "Come già saprà, mi trovo da un anno nel distretto di Paocheng".

Dovette affrontare una situazione pressoché scoraggiante. In tutto il vasto distretto i briganti e le bande comuniste avevano letteralmente distrutto tutto: case, scuole, catecumenati, dispersi o massacrati i cristiani. La vita cristiana ridotta a una specie di lucignolo fumigante. Agendo quasi di impulso, egli cominciò con il rintracciare le pecorelle smarrite, senza peraltro trascurare la riedificazione delle opere. Ricostruì la residenza di Changtsai, che elesse come suo quartier generale; acquistò perfino una "pagodina che ci fiancheggia"; ricostruì la residenza di Changkiamiao, aprendovi subito una scuoletta, quella di Ts’aolypa, di Matao, di Shiesoei, ecc. ecc. Con altrettanta energia e solerzia si impegnò nell’opera di ricostruzione morale.

"Benché molto freddi – scriveva - i cristiani del luogo mostrano a poco a poco di seguire l’opera del missionario, e così pure i pagani che cerco di attirare col fonografo e di abbordare poi con i discorsetti...". Nelle visite alle varie cristianità si faceva precedere da un catechista, arrivava, poi, lui con l’inseparabile fonografo. Per dirla in breve, in poco tempo mutò il volto del distretto. Non importa – come scriveva a Mons. Capettini, Vicario Apostolico prima di Mons. Balconi – se per realizzare quanto aveva in animo si vedeva costretto a fare prestiti presso i confratelli o addirittura vendere i propri vestiti! (Lettere del 6-4-1939, 7-1-1940). Di fronte ai risultati così consolanti Mons. Civelli decise di inviargli un coadiutore nella persona del P. Fraccaro; nel 1940, poi, gli affidò anche il distretto di Mienhsien aumentando i coadiutori: i padri Cintolo e Cattaneo.

Né si creda che tutto quel lavoro si sia svolto in tranquillità, tutt’altro! La guerra scoppiata tra Cina e Giappone nel 1937 finì per fare sentire i suoi malefici effetti anche nella remota missione di Hanchungfu con ripetuti bombardamenti, tra i quali quello dell’ottobre 1939 che distrusse tutte le opere della missione. E dopo i bombardamenti, il colera e il timore sempre incombente dei briganti e dei comunisti.

Commentava il buon Padre: "Se l’apostolato è una sorta di spirituale maternità, il dolore ne è parte integrante e la prova come condizione di efficacia. È questo principio che sollevò i nostri spiriti nelle recenti, come già nelle passate tribolazioni…" (Le Missioni Cattoliche, aprile 1940). Dalla fine del 1940 al 1945 più nessuna notizia filtrò da quell’angolo remoto della vigna del Signore. Siamo in piena guerra mondiale. Anche a Hanchungfu, Vescovo, padri e suore, come si rileva da Le Missioni Cattoliche (maggio-giugno 1945) furono brutalmente prelevati e condotti prigionieri a Lioyang, una cittadina nascosta tra i monti all’estrema periferia del Vicariato.

Dopo la liberazione, a P. Nordio fu affidato, in qualità di rettore, la cura o, per meglio dire, la ricostruzione del seminario. Cosa ardua, in momenti tanto tristi. Ma con la pazienza che gli era congeniale, riuscì a raccogliere, tra vecchi e nuovi, una trentina di ragazzi che nel 1948 aumenteranno a 54 (lettera a P. De Rocco, 28-11-1948). Cercò di dirozzarli tenendo presente che "l’ambiente pagano in mezzo al quale passarono l’infanzia è una difficoltà che ostacola tremendamente la nostra opera di educazione".

Ebbe, tuttavia, la consolazione di raccogliere preziosi frutti (cfr. Lettera a Mons. Balconi, 8-1-1947; Italia Missionaria, agosto-settembre 1947). In quel giro di tempo, alcuni fatti importanti intervennero a risollevare l’animo dei missionari. L’11 aprile 1946 la S. Sede decideva di elevare a sedi residenziali i Vicariati apostolici. Mons. Civelli veniva trasferito alla sede di Weihweifu e il P. Giuseppe Maggi, il 3 agosto era eletto vescovo di Hanchungfu. Questo cambio di guardia interessa anche il P. Nordio. Infatti Mons. Maggi lo volle suo vicario generale con il titolo di Monsignore (durante munere). "Benché privo delle qualità richieste – scriveva a Mons. Balconi l’8 gennaio 1947 – dovetti anche io sobbarcarmi a farne il cireneo, coadiuvandolo nel governo generale della diocesi".

La diocesi si era decisamente incamminata verso un prospero avvenire: "Il nostro lavoro continua indisturbato" scriveva il 28 novembre a P. De Rocco. Fu, ahimé, un respiro di sollievo troppo fugace. Con il fiato mozzo dal timore, il P. Nordio scriveva in data 21 maggio 1949 al nuovo superiore generale P. Risso: "Siamo sotto l’impressione del crollo ormai imminente e senza uno spiraglio di speranza…" e aggiunge con tristezza: "Questo popolo si muove convulsamente sotto l’ineluttabilità di una maledizione collettiva!". Dalle vicine province del Kansu e del Szechwan i comunisti premono. Il 6 dicembre 1949 la città cadde nelle loro mani.

Contrariamente a quanto si temeva, l’occupazione non recò disturbo a nessuno, nemmeno ai nostri missionari (ci penseranno poi, i famigerati Kun tzuo yuan = segretari politici, a riordinare le cose secondo quella spregiudicatezza che è ben nota a chi ebbe la sventura di vederla in atto). I missionari, dunque, per più di un anno poterono, entro certi limiti, continuare il loro lavoro. Ma verso la fine del 1950 "cominciò una pressione spietata per fare aderire i nostri cristiani alla triplice autonomia" (lettera del P. Nordio al P. Strizoli, 11 aprile 1951). Poco più tardi si diffuse la notizia che si voleva addirittura "tenere un sinodo sollecitato dalle autorità maggiori" (lettera allo stesso in data 17 giugno 1951).

Non parliamo delle continue perquisizioni, cui seguivano azioni brigantesche, minacce, soprusi di ogni genere. Furono i prodromi di quel tristissimo venerdì santo che vide mons. Maggi e il suo vicario generale Nordio, con la corda al collo, le mani legate alla schiena, costretti a passare di corsa tra le vie della città, condotti al famigerato tribunale del popolo che li condannò alla galera. Era il 25 ottobre 1951. Rimasero imprigionati fino al 25 agosto dell’anno seguente, quando, dopo un ulteriore giudizio popolare, furono condannati all’esilio perpetuo! Raggiunsero Hong Kong il 5 settembre. Due giorni dopo P. Nordio scriveva un biglietto al P. Risso: "È un onore per noi l’avere sofferto di persona qualche pena per la causa di nostro Signore e della Chiesa. Speriamo che quanto prima torni la pace in questa Cina martoriata e noi possiamo ritornare ai nostri posti".

Arrivarono in Italia il 24 settembre 1952. Davvero imprevedibile il gioco che le contingenze umane intrecciano sulle nostre vicende. P. Nordio non era ancora uscito del tutto dal trambusto mentale causato dal dramma vissuto in Cina, che ricevette l’invito di assumere la direzione delle nostre riviste. Restò sbigottito, e il 20 novembre 1952 scriveva al Superiore Risso: "… in coscienza non mi sento di accettare un tale peso". Fedele, però, al principio della completa obbedienza" accettò. Ma non resistette. Scosso nella salute, in condizioni di spirito tutt’altro che tranquillo, supplicò il P. Risso di esonerarlo.

Gli scriveva tra l’altro: "Mi sento senza forze, con la testa appesantita…" (lettera del 31 marzo 1953). Fu nominato rettore della nostra casa liceale di Monza. "Capisco – diceva tutto preoccupato – quanto mi sarà difficile quell’ufficio, ma devo pur obbedire". Facevano, allora, capolino le prime cosiddette nuove vie riguardo la formazione ed educazione seminaristica; ed è noto quanto le novità incidano sull’animo dei giovani che si aprono ai problemi della vita. Preoccupato di "non toccare la suscettibilità dei confratelli" (lettera al superiore generale 4 maggio 1957) e trangugiando bocconcini non del tutto dolci, resistette fino al 1960. Il suo impegno di rettore, tuttavia, non gli impedì di interessarsi presso le autorità religiose di Venezia onde ottenere le spoglie mortali del Servo di Dio Mons. Ramazzotti, nostro fondatore, e ci riuscì.

Dal 1960 al 1963 lo troviamo a Milano impegnato nell’ufficio di propagandista dell’Istituto nei seminari diocesani. In questi, scriveva il 29 giugno 1960 al superiore generale "ho cercato di fare cadere il buon seme nella speranza di non avere trovato solo terreno sassoso". Agli inizi del 1964 passò rettore della casa di Cervignano. Riferendosi a questa sua nuova carica, il 17 febbraio scriveva a P. Morelli: "Ti ringrazio delle tue parole di augurio e felicitazione per il mio incarico, che ho accettato semplicemente fidando nell’obbedienza".. E alla luce di questa virtù a lui così cara, cercò di compiere il suo dovere fino a quando un primo attacco di infarto lo colpì sulla breccia.

Dopo un secondo attacco (1966) fu costretto a dimettersi. Riavutosi una seconda volta, fu destinato a Sotto il Monte, dove, purtroppo, lo colpì un terzo infarto. Dall’ospedale di Milano il 28 febbraio 1967 scriveva al P. Vicario Generale: "Purtroppo mi trovo ancora a letto per le varie complicazioni che si sono accompagnate all’infarto… La sua letterina mi è giunta graditissima e mi ha richiamato qualche motivo a cui indirizzare le mie poche preghiere e sofferenze, anche a favore di quella persona che ci è tanto cara…".. Parole semplici il cui significato varca i limiti dell’umano e si radica in quella divina disposizione che rende prezioso il soffrire. Per quanto consapevole che la sua vita era legata a un filo, non lesinò tempo, preghiere e sacrifici per la salvezza delle anime attraverso il ministero sacerdotale e rendendosi utile con l’assistenza ai pellegrini che numerosi accorrevano a visitare la casa natale di Papa Giovanni XXIII.

Devotissimo cultore della memoria dei nostri primi padri, in particolare di Mons. Ramazzotti, non mancava mai di suscitare la devozione, distribuendo immagini ed incoraggiando tutti ad invocarli. Perfettamente convinto che solo per una grazia specialissima di Mons. Ramazzotti poté ritornare – come spesso mi diceva – da morte a vita, promise di collaborare con gioia alla causa di beatificazione. Rimanevo davvero stupito nel vederlo impegnato a cercare documenti nei vari archivi di Venezia; tanto che spesso dovevo intervenire a moderarne l’entusiasmo. Mi rispondeva: "No, no, lasciami fare, è un lavoro che mi ricrea".

Spesso mi scriveva: "È arrivata la bella stagione…", oppure: "Mi sento abbastanza bene… andiamo a Venezia". E quando negli ultimi tempi (si era ormai rifugiato nella casa di riposo a Rancio) non si sentiva più di affrontare il viaggio, mi scriveva: "Mandami le segnalazioni archivistiche, interesserò mio nipote a fare le ricerche".. Entusiasmo davvero ammirabile! Alba del giorno 8 marzo 1980. P. Nordio celebrò la S.Messa, poi si ritirò in camera, si buttò sul letto e spirò. Così chiuse il suo terreno pellegrinaggio con la mente e il cuore rivolti all’ideale missionario che mai tradì.

Fr. BESTETTI UMBERTO (1901-1980)
Necrologio
(P. Alessandro Bosco, da Il Vincolo n. 130, agosto-settembre 1980, p. 165)

Fr. Umberto Bestetti, figlio di Enrico e di Alma Brambilla, nato il 7 settembre 1901 a Brugherio (MI), entrò nell’Istituto il 21 marzo 1927, partì per Nanyang il 21 agosto 1931. Morì a Rancio il 14 giugno 1980.

Parlare di un fratello missionario e della sua opera in missione è un po’ come parlare di S. Giuseppe che è il loro modello e il loro protettore. Cosa si può dire di S. Giuseppe? Ha lavorato tutta la vita nel silenzio e nel nascondimento. Niente di straordinario, almeno nella comune accezione della parola, di quello cioè che fa notizia e fa parlare il mondo. La vocazione del fratel Bestetti sorse e si sviluppò negli anni in cui P. Manna col suo ardore missionario scuoteva il mondo cattolico e attirava alle missioni centinaia di giovani ardimentosi, desiderosi di togliersi dalla vita piatta e comune dei loro coetanei per consacrarsi ad un ideale più grande e più nobile.

Essendo già adulto, era nato a Brugherio (MI) nel 1901, e senza una adeguata preparazione culturale, pensò di farsi fratello missionario. Avrebbe così potuto ugualmente soddisfare i suoi desideri e le sue aspirazioni missionarie. Di particolare della sua vita giovanile sappiamo solo che faceva parte della squadra di ginnastica del suo paese che a quel tempo era molto rinomata e nella quale egli si distinse e guadagnò parecchie decorazioni. Entrato nell’Istituto, partì con me nel 1931 destinato alla missione di Nanyang dove rimase ininterrottamente, senza mai ritornare, fno al 1954, quando fu espulso dai comunisti. Bell’esempio di fedeltà alla vocazione che lascia alle nostre giovani reclute.

Qui, nella grande residenza di Kin Kia Kang, passò i suoi primi anni di missione. Kin Kia Kang, che significa "collina della famiglia Kin" è un paese di vecchi cristiani discendenti di martiri che dà dei punti a tanti dei nostri paesi cattolici. Là vi lavorarono nel secolo scorso i Beati Clet e Perboire. Kin Kia Kan è sempre stato il centro della missione di Nanyang, il cuore propulsore di tutta la sua attività missionaria. Qui c’erano tutte le opere che si credevano necessarie, le due congregazioni religiose femminili, europee e indigene, la residenza vescovile, il seminario, il catechistato, la S.Infanzia con centinaia di ragazze, la scuola media "Volonteri" con le sue centinaia di studenti che ci era invidiata da tante missioni ed elogiata anche dalle autorità civili, poi c’era il catecumenato, il ricovero per vecchi, ciechi, ecc.

Attorno a tutte queste opere essenziali ad una missione, a poco a poco, per ragioni organizzative e di risparmio, era sorta una vera fattoria con magazzini, mulino, stalle, cucine per tutti, ecc. Tutte queste opere, però, richiedevano necessariamente personale, specie di fratelli laici che accudissero a tutto, nella parte maschile. Ecco perchè Mons. Belotti, da bravo stratega dell’apostolato, domandò a Milano ed ottenne addirittura tre fratelli per la sua missione. Fr. Bestetti, uno di questi tre, rimase in questo ambiente per alcuni anni, facendo un po’ di tutto: era veramente un factotum di Kin Kia Kan. Fu perfino insegnante di ginnastica agli alunni della scuola. Poi, avendo il vescovo comperato un grande pullman che servisse per trasporto di materiale e nello stesso tempo di cappella volante nelle visite del vescovo alle varie cristianità, che spesso erano sprovviste di cappella, il fratel Bestetti divenne l’autista ufficiale del vescovo.

In mezzo poi a tutte queste faccende, trovò tempo di fare anche l’infermiere e sembra con frutto, se si considera almeno dai regali che gli portavano i malati da lui guariti. Tutto questo era però sempre un lavoro aleatorio, senza ordine, che lo teneva sempre occupato, mentre sembrava che non facesse mai niente ed egli ci soffriva, si sentiva mancato, si trovava a disagio, insomma, non era soddisfatto perchè avrebbe voluto un lavoro fisso che lo valorizzasse di più e manifestasse di più tutte le sue doti. Ma il Signore, nella sua provvidenza, gli trovò il buco adatto in cui potere fare il suo nido e in cui realmente si manifestò in pieno con tutte le sue doti.

P. Attilio Villa, nel suo distretto di Fang Th’eng aveva aperto un dispensario e aveva bisogno di un infermiere. Lo domandò ai superiori i quali decisero di mandargli il fratel Bestetti. Qui egli, sebbene avesse sempre trovato grande difficoltà nella lingua cinese, col suo lavoro e il suo carattere allegro si cattivò le simpatie di tutti e fece veri miracoli. E che gioia manifestò la prima volta che riuscì a battezzare un neonato, che poco dopo morì. Anche pezzi grossi della zona furono guariti da lui e il risultato fu che quando noi, per causa della guerra, fummo concentrati, P. Villa e il Fr. Bestetti furono dispensati dal concentramento perché potessero continuare la loro opera di bene con l’ospedaletto da loro diretto. P. Villa era entusiasta di lui e lui era felice e contento.

Aveva finalmente realizzato in pieno la sua vocazione missionaria. Là rimase fino alla fine della guerra quando gli eventi bellici e l’occupazione comunista lo obbligarono a rifugiarsi a Nanyang. Qui, per un bombardamento aereo, divenne sordo e gli acciacchi della vecchiaia finirono per stroncare la sua forte fibra. Il resto, il suo carattere, il suo spirito di pietà e di servizio, è noto a tutti voi che avete condiviso con lui questi ultimi anni. Il Bousset, parlando di S. Giuseppe, dice che, egli, pur essendo grande per la dignità e avesse la gioia di passare tutta la sua vita accanto a Gesù ed a Maria, "ignota fu la persona, oscura la sua vita, non conosciute le sue azioni e le sue virtù".

E continua "l’esempio suo ci insegni che si può essere grandi senza splendore, illustri senza rumore, virtuosi senza strepito di fama e per la sola testimonianza della nostra coscienza. Questo bell’elogio che Bousset fa di S. Giuseppe credo si possa applicare al nostro fratel Bestetti e a tutti i fratelli laici che, fedeli alla loro vocazione, passano la loro vita nel silenzio e nel lavoro come S. Giuseppe, loro modello. Il fratel Bestetti passò la sua vita nel nascondimento, senza fare niente di grande, in spirito di servizio a tutti. Il suo nome sarà grande in cielo e ci aiuti a rimanere fedeli come lui alla nostra vocazione fino alla fine e godere un giorno Dio nella beata eternità.

P. CALANCHI GIUSEPPE (1901-1980)
Necrologio
(P. A.M. Cattaneo, da Il Vincolo n. 132. gennaio-maggio 1981. p. 32)

P. Giuseppe Calanchi, figlio di Luigi e di Giuseppina Manganelli, nato il primo ottobre 1901 a S. Giovanni Persiceto (Bologna), entrato nell’Istituto il 23 settembre 1920, ordinato sacerdote il 6 giugno 1925, partì per Hanchung il 1 ottobre 1926. Ritornato in Italia nel 1948, morì a Milano il 4 agosto 1980.

Mi sono incontrato per la prima volta con P. Calanchi il 6 novembre 1937. Era partito per Hanchung nel 1926 insieme ai PP. Gerardo Brambilla, Ghislanzoni, Brevi, Belotti e Giuseppe Lombardi. Questa era la partenza di missionari per lo Shensi meridionale, la cui capitale era Hanchung. Il viaggio durò sei mesi: la parte più difficile e faticosa fu la risalita del fiume Han, uno dei più grossi della Cina. I missionari e alcune suore Canossiane erano sistemati su due barche trainate dalla riva da uomini, perciò il cammino lento e faticoso, con soste interminabili per riposare.

Ma il disagio più grande era dovuto al fatto che bisognava rimanere in barca tutto il giorno, e le barche erano piccole, senza comodità e col sole bruciante, e pericolo di insolazione; un padre del Pime, P. Piazzalunga, era morto di insolazione durante il tragitto su questo fiume, tra Hankow e Hanchung. Era perciò necessario rimanere quasi costantemente sotto coperta. Nel 1928 P. Calanchi sfuggì per miracolo all’assalto dei briganti, nella residenza principale della missione, al Kulupa. Svaligiata completamente la casa, i ladri portarono via con sé P. Filia, Mazzoli ed altri. Nel 1934 rimase incolume dopo l’assalto alla città da parte dei comunisti cinesi. Nel 1938-39 si salvò, pur restando sotto le macerie dei bombardamenti dei giapponesi.

P. Calanchi ha lavorato tra i vecchi cristiani convertiti dal P. Stefano Le Fevre nel 1700 e tra i nuovi cristiani di Li Shiang, l’ultimo distretto della missione, al Sud, a più di 100 kilometri dalla residenza principale. È là che l’ho incontrato e ricordo in particolare il suo zelo e l’attaccamento alla preghiera. In tutto il da fare che aveva, ed anche nei suoi lunghi viaggi, pregava sempre e trovava modo di fare, in ginocchio, un’ora di adorazione al giorno. Questo è uno dei motivi per cui credo che ora abbia ottenuto il premio promesso da Dio a chi gli resta fedele.

P. ANTONIO LOZZA (1890-1980)
Necrologio
(P. Antimo Boerio, da Il Vincolo n. 138, gennaio-aprile 1983, p. 31)

P. Antonio Lozza, figlio di Giovanni e di Caterina Mologni, nato il 30 ottobre 1890 a Seriate (Bergamo), entrato nell’Istituto il 26 agosto 1910, ordinato sacerdote il 28 giugno 1914, partì per Nanyang (Honan) il 29 dicembre 1914. Fu eletto assistente generale nel capitolo del 1934 e poi rieletto in quello del 1947. Morì a Rancio il 31 ottobre 1980.

Del Cardinal Federico Borromeo si sa come molto presto comprese che "la vita non è destinata ad essere un peso per molti ed una festa per alcuni, ma per tutti un impiego del quale ognuno renderà conto", e che per questo "cominciò a pensare da fanciullo come potesse rendere la sua utile e santa". Penso di non esagerare dicendo che queste parole del Manzoni, che P.Lozza applica al Beato Alberico, all’inizio della bellissima novena da lui composta e pubblicata nel manuale di preghiere dell’Istituto, si possono applicare benissimo anche allo stesso P. Lozza, nell’ampia parabola dei suoi 90 anni di vita: uno dei missionari più longevi del nostro Istituto. Si può dire che egli mise sempre in pratica, nella sua lunga esistenza, queste parole del Manzoni, che formarono il vero impegno, il programma della sua vita, che egli rese veramente utile e santa per la gloria di Dio e il bene delle anime.

P. Lozza nacque a Seriate (Bergamo) il 30 ottobre 1890. Passò la sua infanzia nel suo paese frequentando i primi anni di studio. Dalla sua famiglia, tipica delle belle numerose famiglie bergamasche, profondamente religiose e strettamente praticanti, ricevette la prima educazione religiosa che incise sulla sua personalità fin da bambino. Non c’è quindi da meravigliarsi se entrò subito nel seminario diocesano di Bergamo, dove finì brillantemente i suoi studi di liceo. Era uno degli alunni più in vista per la sua intelligenza e scrupolosità nello studio. Il vescovo di Faenza, Mons. Giuseppe Battaglia, in una lettera del 4 gennaio 1957, ringraziando P.Lozza dell’invio del libro "Il pacifico stratega" così gli scriveva: "Ho ricevuto il tuo libro, scritto con arte e studio letterario…, e riconosco in te l’antico condiscepolo che, in liceo, nei componimenti riusciva quasi sempre il primo". Fin dal liceo affiorava la sua stoffa di forbito scrittore. Finito il liceo nel 1910, fece domanda di essere ammesso nel nostro Istituto e a 20 anni incominciò gli studi teologici a Milano.

Il 28 giugno del 1914 fu ordinato sacerdote dal Card. Ferrari, e il 29 dicembre dello stesso anno 1914 partì per la Cina destinato alla missione di Nanyang (Honan Sud). Appena arrivato in missione, si diede subito allo studio della difficile lingua cinese. Nel 1915 dopo un solo anno dall’arrivo in Cina, appena incominciava a balbettare questa strana lingua, che poi imparò a perfezione, fu subito mandato come coadiutore nei grossi distretti di U-yang, Lu-y e Teng Shien, luoghi di antiche cristianità.. Dal 1921 al 1928 fu nominato capo distretto con vari coadiutori e poi con vari preti cinesi. Erano tempi difficili di grande carestia e di pericoloso brigantaggio. Ma P.Lozza era ugualmente sempre in movimento per visitare i numerosi villaggi cristiani, incurante delle difficoltà e dei pericoli.

Col suo carattere dolce, affabile e nello stesso tempo fermo, trovò molta fiducia nei cuori dei cinesi che gli si affezzionarono talmente da scrivere a Milano una lunga lettera alla Direzione Generale affinché il loro padre non fosse cambiato. Nel 1929, dopo che Mons. Lorenzo Balconi fu trasferito come Vicario Apostolico a Hanchung (Shensi Meridionale), Mons. Belotti lo chiamò vicino a sé nella residenza centrale di Kin Kia Kang nominandolo suo vicario generale. Fu in questa carica che egli si mostrò molto energico e competente. Fu animatore e collaboratore di molte iniziative, suggerite dai tempi nuovi che si evolvevano, per sviluppare in profondità il lavoro apostolico: seminario indigeno, suore cinesi, santa infanzia, scuola media del Collegio "Volonteri" catechistato.

Fu tutto un rifiorire di iniziative che lo resero molto apprezzato non solo nell’ambito della sua missione, ma anche nelle altre missioni vicine. Nel 1934 fu tenuto a Hong Kong il capitolo generale del Pime. P.Lozza fu inviato dai suoi confratelli di missione come capitolare. Fu in questo capitolo che rimase eletto assistente generale della nuova direzione e segretario generale del nuovo superiore generale Mons. Balconi. Dovette perciò ritornare in Italia per la nuova carica, che gli fu confermata, per altro termine, nel capitolo generale del 1947 col nuovo superiore generale P.Luigi Risso. Nel frattempo il suo lavoro presso la direzione generale, che durò quasi una ventina di anni, non gli impedì di darsi ad altri importanti attività.

Dal 1935 al 1946 fu insegnante nel seminario teologico di Milano. Dal 1947 al 1950 fu direttore delle nostre riviste. Iniziò così una sua attività nuova rivelandosi scrittore popolare forbito e incisivo. Dal 1955 al 1957, quando la direzione generale fu trasferita a Roma, fu cappellano della clinica Sanatrix, confessore di religiose, predicatore di ritiri ed esercizi spirituali ecc... Dal 1957 al 1959 fu direttore spirituale degli apostolini di S.Ilario e propagandista delle missioni. Fu in questo tempo che incominciò, periodicamente, per oltre un ventennio, a scrivere dei libri interessanti, per lo più biografie dei nostri grandi missionari, libri che furono molto apprezzati dal pubblico. Citiamo i principali: "Sangue fecondo" (I missionari martiri del Pime), 1943; "Il missionario fanciullo del Bengala" (P. Giacomo Meroni), 1944; "Il pacifico stratega" (Mons. Simeone Volonteri), 1956; "Canto d’amore nella foresta" (P. Enrico Ravasi), 1958; "Un seminatore di gioia" (P. Sperandio Villa), 1961; "Il Genio benefico del fiume Giallo" (P. Paolo Giusti), 1961; "L’amico dei Paria (P. Silvio Pasquali), 1966; "L’avventura più bella" (Fratel Santo Pezzotta), 1967; "La Madonna e l’apostolato dei laici", 1968; "Il grande appello del Vaticano secondo" 1971; "Una ragazza in gamba", 1975, edizione abbondantemente rifusa di "Colei che vinse", pubblicata in prima edizione nel 1965.

In quest’ultimo libro si può trovare abbondantemente tutto lo spirito di P. Lozza, tutto il suo entusiasmo, il suo ottimismo e la sua pietà apostolica e mariana, animata da zelo irresistibile. Ma i due libri che lo resero più famoso presso i lettori delle nostre riviste sono "Il pacifico stratega" e "Sangue fecondo". Il primo ebbe lusinghiere prefazioni: quella di un nostro scrittore, Piero Bargellini; di un cardinale, che fu delegato apostolico in Cina, Mons. Celso Costantini; e di un vescovo Mons. Pietro Massa, che fu il quarto successore di Mons. Volonteri nella missione di Nanyang. "È un libro di storia non solo sanguinante ma di fede, scritto con serietà di preparazione, purezza di stile, perfezione d’arte, che dona alla produzione editoriale dignità e un valore che non dovrebbero essere disconosciuti". (Piero Bargellini nella prefazione).

Sangue fecondo è uscito in quarta edizione, stampato dall’Emi di Bologna, nel 1982. È il libro che P. Lozza amava di più. Non ebbe la gioia di vederlo ristampato, ma lo aveva ritoccato nello stile e aggiornato in ogni particolare. È forse il libro più indovinato di tutti quelli che P. Lozza scrisse. Anche in questi lavori letterari, per dir così, egli continuava il suo ministero apostolico. Nelle prefazioni ai suoi libri, che erano tutte piene di unzione missionaria, egli manifestava tutta la sua anima e il suo spirito. Senza parlare della bellissima novena al Beato Alberico, da lui composta e riportata nel manuale di Preghiere in uso nel Pime dal 1963. Questa novena non è solo un felice condensato della vita del beato, ma anche un saggio di purissima ascetica missionaria. In questa novena possiamo trovare tutta la spiritualità di P.Lozza, che egli mise in pratica, sempre, in tutto il tempo della sua lunga vita di vero apostolo di Cristo, sia in missione che in patria.

Molti pensando alla lunga vita nonagenaria di P. Lozza possono pensare che egli aveva una salute di ferro. Era invece di una costituzione fisica molto cagionevole, ma è sempre riuscito a tirarsi fuori dai malanni fisici che lo hanno tormentato nella sua lunga vita. Già nel 1916, a due anni dal suo arrivo in Cina, si scusava con P. Manna, allora direttore delle nostre riviste a Milano,di non avere potuto mantenere la promessa di mandare qualche articolo per le "Missioni Cattoliche": - Non dipende da me, scriveva, ma da questo clima che non mi lascia stare bene. Spero che col tempo mi acclimatizzerò anche io e potrò lavorare molto per il Signore - .

Lui stesso racconta le peripezie della sua salute. Nel novembre del 1931 dovette rimpatriare e, nell’ospedale di Vaprio d’Adda subì un grosso intervento chirurgico che lo liberò da un tumore, e gli fu asportato il rene destro. Dopo l’operazione il chirurgo che rientrava a Milano, al saluto del parroco rispose: "Se quello lì domani è ancora vivo, mi avverta perchè verrò a vederlo". P. Lozza guarì perfettamente e con un rene solo potè tornare in Cina a lavorare come prima. Ma già in prima teologia, egli racconta, fu in punto di morte, spacciato dai medici. Suo fratello, vistolo agonizzante, tornò a casa per consolare la mamma, dicendo: "C’è niente da fare. È meglio rassegnarsi! Almeno sappiamo come è andato a finire, piuttosto che lasciarlo perdere chissà dove…".

Invece guarì perfettamente forse, dice lui stesso, per la promessa fatta dai superiori di erigere una grotta di Lourdes in giardino, a Milano. Così pure fu in fin di vita in Missione, nel 1930, per un male misterioso, in mezzo a dolori indicibili, tanto che i cinesi dicevano: "Se il Padre Eterno se lo vuole prendere perchè lo fa soffrire tanto? È meglio che muoia subito!". In Italia, dopo il capitolo del 1957, la sua salute ritornò di nuovo a dargli fastidio con un enfisema polmonare e asma bronchiale che lo rendevano prostrato a letto. Fu nel 1966 che finalmente lo specialista Prof. Bencini dell’ospedale di Livorno lo liberò dall’asma operandolo alla carotide, e da allora in poi non ebbe più questo disturbo.

Nel 1962 si era ritirato nella casa di riposo di Rancio. Ma anche qui tutto il tempo che passò assieme ai nostri venerandi confratelli anziani non rimase inerte. Oltre al lavoro della stesura dei suoi libri, egli sentiva l’ansia dell’apostolato, anche se non sempre le forze lo reggevano. Era sempre a disposizione per il ministero spicciolo domenicale presso le vicine parrocchie per la celebrazione della Messa, predicazione, ritiri… Oltre a questo lavoro si prestava molto volentieri a stendere dignitosi necrologi in memoria dei nostri confratelli defunti.

Il Signore gli diede la gioia di potere celebrare festosamente il suo sessantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale (1914-1974). L’allora superiore generale Mons. Aristide Pirovano, gli scrisse una lettera di felicitazione, con la quale terminiamo questo nostro ricordo sulla persona di P. Lozza: "Sessant’anni di sacerdotale servizio a Dio e alla sua Chiesa nell’opera missionaria, sono tanti senza dubbio, ma soprattutto ardui, pieni di responsabilità, di rischi e pericoli di tutti i generi, ma direi soprattutto per la nostra missione delicata tendente esclusivamente alla salvezza delle anime! "Però, pur sempre timorosi con S.Paolo del nostro operato, io le rendo testimonianza che lei, caro Padre, ha ben meritato in questo vasto arco di tempo della chiesa missionaria in Cina e in Italia e dell’Istituto, che ha servito sempre in cento campi: dall’esercizio saggio dell’autorità, all’insegnamento della teologia, alla missione di fecondo scrittore, nella testimonianza di una vita semplice, lineare ed esemplare sotto tutti gli aspetti!".

P. Lozza era nato il 30 ottobre 1890, ed è morto il 31 ottobre 1980. Giusto 90 anni!

1981

P. SUIGO CARLO (1912-1981)
Necrologio
(P. S.Magistrali, da Il Vincolo n. 133, giugno-settembre 1981, p. 70)

P. Carlo Suigo, figlio di Giuseppe e di Maria Grimoldi, nato il 28 luglio 1912 a Cislago (MI), entrato nell’Istituto il 22 settembre 1927, ordinato sacerdote il 2 luglio 1939, partì per Weihwei il 16 agosto dello stesso anno. Rimpatriato, arrivò a Milano il 9 agosto del 1947. Ebbe un impiego presso Propaganda Fide (UMdC); successivamente fu animatore a Lecco, Vice-Postulatore e Direttore dell’ufficio ricerche storiche dell’Istituto. Morì a Roma il 28 aprile 1981.

La sera di Pasqua di quest’anno, dovendomi assentare da Roma per ricerche archivistiche, ho fatto una breve visita al P.Suigo ricoverato in clinica. Al momento di lasciarci, l’ho salutato con un "arrivederci", a cui rispose sommessamente e con fatica: "Chissà dove?". Due giorni dopo, con sorpresa di tutti, ci lasciava.

Vocazione sofferta

Nacque a Cislago, quarto di sei fratelli. Di suo figlio Carlo, di appena due anni, la madre, donna di fede, soleva ripetere alle vicine di casa: "Il mio Carluccio diventerà prete, ma io non lo vedrò". E infatti morì quando Carlo aveva appena 8 anni. L’educazione ricevuta fin dai primi anni deve essere stata molto buona, se il parroco, presentandolo ai superiori dell’Istituto, scrive: "Il giovinetto Suigo Carlo tenne sempre una condotta ottima sotto ogni aspetto, segnalata specialmente per una pietà viva e costante".

Ed anche la vocazione missionaria deve essersi fatta sentire presto, se lo stesso parroco nota: "Egli da parecchio tempo si sente chiamato all’apostolato nelle missioni e per questo ha chiesto di entrare in codesto Istituto, al quale viene con il pieno consenso dei suoi genitori". Entrato nel Pime, compie gli studi ginnasiali a Treviso e quelli liceali a Monza. Nell’ultimo anno è tormentato da un dolore persistente al ginocchio, dolore che lo accompagnerà per tutta la vita. Il superiore, Mons. Balconi, gli consiglia di trascorrere tutte le vacanze in famiglia, ma il giovane propone al rettore, P. Colli, di poter passare un mese a S.Ilario, per curarsi. E invece, pochi giorni dopo, con lettera al parroco viene rimandato dall’Istituto per ragioni di salute (sinovite cronica).

Fu una grave delusione per il giovane. Ecco cosa scrive al P. Colli: "Ho cercato di ricevere la cosa dalle mani di Dio, sicuro che la mia vita si trascinerà non dico penosamente, ma certo non passerà serena come sarebbe stato il mio desiderio, con la vocazione missionaria. Mi pareva che diventato missionario, la mia vita dovesse passare troppo felice e il Signore volle togliermi anche questa gioia. Lei dirà, e forse a ragione, che io scrivo sotto l’influsso di un malinteso pessimismo; senza esitazione, invece, paragono la mia situazione a colui che dopo avere perso papà e mamma, si trova solo, disperso nel mondo.

Preghi per me, reverendissimo padre, perchè il Signore, che mi ha aiutato a fare fino ad oggi la sua volontà, mi aiuti a compierla fino alla fine. Vistasi sbarrata la strada per le missioni, si rivolge al seminario di Venegono. Avendo già terminato il corso liceale a Monza, dovrebbe passare subito alla teologia, ma secondo i regolamenti deve sottoporsi ad un esame di ammissione per accedere alla teologia. Data la vastità della materia (3 anni di liceo quasi per intero), l’esiguità del tempo a disposizione (poco più di due settimane) e lo shock provocato dalla dimissione improvvisa dall’Istituto, non supera l’esame: non può passare in teologia, ma è ammesso alla terza liceale.

Non sentendosi di ripetere studi già fatti, si consiglia col parroco. Questi in una bella lettera a Mons. Balconi, gli chiede di accettarlo a S.Ilario per un anno e frequentare la prima teologia insieme ai suoi compagni, per ritornare poi eventualmente a Venegono. Ma la richiesta non viene accolta. Tenta allora di entrare nel seminario di Genova. Tutto faceva prevedere un esito positivo quando il Card. Minoretti si rifiutò di accettarlo. Svanita anche questa possibilità, presenta la domanda per essere assunto come prefetto al collegio Leone XIII di Milano e viene accettato. Anche se l’anno scolastico è già per metà trascorso (febbraio 1936), riesce a terminare la prima teologia.

Per la seconda teologia non lo troviamo più a Milano ma a Savona. Conservava ancora un po’ di speranza di potere rientrare nel Pime, per cui cercò un seminario sulla riviera, per proseguire gli studi e ristabilirsi in salute. Ritornando da Savona, portava con sé il seguente attestato del rettore del seminario: "Dichiaro che il chierico Carlo Suigo, nell’anno di permanenza in questo seminario, dall’ottobre 1936 al giugno 1937, tenne sempre una condotta ottima sia per pietà, per applicazione allo studio e disciplina. Egli è sempre stato di buon esempio e di edificazione ai suoi compagni". Nel settembre 1937 viene riaccettato nel Pime: con quale soddisfazione, è facile immaginarlo. Compiuti con serenità ed entusiasmo, lo possiamo ben supporre, gli studi del terzo e quarto anno teologico, fu ordinato sacerdote in duomo dal cardinale I. Schuster, il 2 luglio 1939.

Missionario in Cina

Trascorse poche settimane dalla ordinazione, parte per la Cina, imbarcandosi a Genova il 16 agosto 1939 con i PP. Marelli e Russano, pure diretti a Weihwei. Dopo otto mesi dedicati allo studio della lingua a Kaifeng, si trasferisce nella residenza del vescovo a Weihwei, continuando per altri tre mesi il perfezionamento della lingua.

Nel settembre 1940 viene destinato a Shuyie come coadiutore a P.Perottoni. Le attività che svolge sono quelle comuni anche a tutti gli altri distretti: visite alle comunità sparse, due o tre volte all’anno, catechismo ai catecumeni in residenza, ospedaletto, ecc. Ma come il P.Suigo concepisse il missionario, e quindi come vivesse la sua vocazione missionaria, lo possiamo arguire da un suo scritto che qui riportiamo: "Il missionario non è l’uomo del compromesso e tanto meno delle mezze misure. Vive il suo mondo pericolosamente, forse temerariamente, ed è felice. Ci sono gli artisti del pensiero, della forma, del pennello, ai nostri giorni potremmo dire anche della meccanica. Il missionario non entra in questo ordine categorico.

È un artista a sé. È l’artista dell’azione, nel pericolo, nel vagabondaggio. È l’artista della vita. Il più delle volte inconsapevole e quindi più efficace, direi quasi prepotente. E noi li ammiriamo questi artisti senza nome e senza cartello". La notte del 29 giugno 1945 un gruppo di comunisti prende possesso della residenza di Shuiye. I padri (Suigo, Perottoni, Monti) vengono arrestati, ma trattati non troppo male. L’otto luglio la truppa comunista si ritira, temendo l’arrivo dei giapponesi, e porta con sè i tre padri, perchè "Shuyie è zona di confine e di pericolo di guerra. È obbligo dei comunisti di proteggere la vita preziosa dei forestieri, altrimenti offenderebbero il vostro nobile paese, l’Italia!

I padri non temano niente: arrivati in luoghi più sicuri, sarebbero liberi di fare il loro ministero".. E infatti sono considerati ospiti, non prigionieri, ma non possono allontanarsi dal paese. Possono celebrare la Messa, i cristiani possono venire a visitarli, ma verso la fine dell’anno sono controllati più di prima e i cristiani riescono ad avvicinarli solo di nascosto. Il vescovo Mons. Chiolino, che amava tanto il distretto di Shuyie e vi andava spesso, scriveva: "Carissimi martiri, vi mando la mia benedizione. La manderei volentieri con il mio sangue. Tutto il cuore".

Durante questi mesi, P.Suigo attraversa momenti di tale abbattimento da credersi vicino alla pazzia. A metà dicembre P. G.Arosio ottiene dall’autorità politica della zona il permesso che i tre padri possano essere trasferiti a Wu An. Ma il P.Suigo non si rassegna a vivere sotto l’incubo della minaccia comunista e decide di fuggire in territorio non ancora occupato dai comunisti. Ritrova così la libertà il 28 gennaio 1946. Dopo avere trascorso alcuni mesi a Weihwei e a Changte, si trasferisce a Kaifeng dove insegna per un certo tempo S.Scrittura e storia in seminario.

Divenuto ormai impossibile il sogno di ritornare nella sua missione per l’affermarsi dei comunisti, lascia la Cina. Imbarcatosi il 26 giugno 1947, arriva a Milano il 9 agosto.

Animatore a Lecco

Reduce dalla Cina, dopo anni di "convivenza" con i comunisti, P.Suigo diede un notevole contributo nello scuotere gli animi in occasione delle elezioni del 1948. Ma ben presto gli viene offerto un incarico… più missionario come addetto al segretariato internazionale dell’ UMdC. Questi tre anni passati a Propaganda Fide (giugno 1948-luglio 1951) rappresentano però solo una breve parentesi, perchè lo attendono uffici più impegnativi.

Lo troviamo infatti a Lecco come "propagandista" dal 1952 al 1958. L’attività svolta in sei anni è veramente imponente. In Lecco città era una specie di coadiutore al Santuario della Vittoria, data la presenza assidua, chi lo ha conosciuto afferma che tanto era burbero nel modo di fare, altrettanto era delicato e paterno, e quindi ricercato, nel confessionale. Nella zona di Lecco, si contano a decine le parrocchie da lui ripetutamente visitate. È presente nell’azione cattolica, negli incontri parrocchiali; predica ritiri ed esercizi, fonda laboratori missionari e i gruppi amici del Pime, per i quali stende anche un programma di formazione spirituale e di azione.

L’attività febbrile non gli fa dimenticare la Cina. Scrive al P. A. Riganti: "Noi qui stiamo tutti bene e invidiamo cordialmente voi che potete continuare il vostro lavoro in terra di missione. Chissà mai che si abbia a rischiare un po’ l’orizzonte e sperare almeno di potere ritornare ai nostri posti". E in un’altra lettera: "Incomincio a persuadermi di essere un povero fallito pensando alla fortuna che avete voi di essere davvero dei "missionari apostolici" Sotto tutti i sensi". Ma l’iniziativa più riuscita, e che ha inciso sul futuro del P. Suigo, fu la celebrazione del martirio del servo di Dio P. Giovanni Mazzucconi, di cui fu il vero "regista".. Coloro che hanno partecipato ai festeggiamenti raccontano che il P.Suigo ha mosso mezzo mondo (l’ultimo giorno erano presenti rappresentanti di oltre 50 paesi).

Scriveva al P. Riganti nel gennaio 1954: "Vogliamo che il centenario riesca una cosa degna del nostro martire… Metteremo la prima pietra della nuova casa di formazione dei nostri piccoli aspiranti (attuale casa di Rancio), poi mureremo una lapide commemorativa sulla casa dove nacque il P.Mazzucconi e faremo la partenza dei novelli missionari. Sto mettendo insieme una "vitella" (piccola biografia) del martire da regalare ai pesci grossi affinché si commuovano a venirci in aiuto". La data dei festeggiamenti a Lecco fu fissata dal 18 al 25 settembre 1955. Ogni giornata era organizzata per una particolare categoria di persone con programmi appropriati: azione cattolica, bambine, genitori, sacerdoti, fanciulli, malati, seminaristi.

L’ultimo giorno si tenne il congressino degli amici del Pime con la funzione di partenza dei missionari. Ai festeggiamenti presero parte diversi vescovi e lo stesso arcivescovo di Milano, Mons. G.B. Montini. Per l’occasione si era stampato un numero unico, "Lecco ricorda…", i cui temi erano stati scelti dallo stesso P. Suigo, mentre la biografia del P.Mazzucconi, Sangue su "La gazzelle", era già stata uscita alla fine di gennaio.

Vice-postulatore a Milano (1958-1965)

Uno dei frutti migliori del centenario fu la decisione di iniziare il processo di beatificazione del P.Mazzucconi. P.Suigo, che aveva già le mani in pasta per aver dovuto raccogliere i documenti per stendere la biografia, viene nominato vice-postulatore della causa. Nell’Istituto, l’idea di introdurre la causa non si era mai spenta, ma è merito soprattutto del P.Suigo l’aver destato l’interesse e create le condizioni per iniziare il processo.

"C’è da correre, e corro volentieri", scrive al P. Frumento.

Preparazione della Positio per la beatificazione del P. G.Mazzucconi (1965-1969)

Terminato il processo informativo ordinario, la causa di beatificazione prosegue il suo iter presso la congregazione competente a Roma. Qui, trattandosi di una causa "storica", occorre preparare uno studio (positio) dal quale risulta se il servo di Dio sia martire o no. Si tratta di riscostruire, sotto la direzione di un ufficiale della congregazione stessa, la vita e le circostanze del martirio in base a documenti attendibili dell’epoca, compulsando tutti gli archivi nei quali si può ragionevolmente credere che vi siano documenti utili.

È un lavoro che richiede molta pazienza e serietà. Il postulatore, P. F.Frumento, propone il P.Suigo come la persona più preparata a svolgere questo compito. Questi, pur avendo già lavorato alla causa da tanti anni e con entusiasmo, gli risponde da Milano: "Non nascondo che mi sento addosso un po’ di tremarella perchè penso che la causa, dipendendo da questo studio, potrebbe rischiare una specie di fallimento, data la mia limitatezza. D’altra parte mi consolo perchè penso che sarò un semplice mezzo nelle mani di Dio; e se Lui vuole glorificare P.Mazzucconi, certo non guarda in faccia agli uomini e tanto meno a me! Amen!". E così nei primi mesi del 1965 inizia quel lavoro di ricerca negli archivi e di composizione che si concluderà nel 1969.

E il risultato è lusinghiero. Scrive lui stesso al P. Frumento: "Oggi sono stato in Curia e ho consegnato copia a Mons. Bonino per il tribunale, a Mons. Palestra per l’archivio e a Mons. Marcora per l’Ambrosiana. Sono stati tutti stupefatti del lavoro e mi hanno sollecitato a prendere io la causa del Biraghi!". Tra i giudizi di esperti, riportiamo quello di Don V.Maconi: "Un volume che vale una vita".

Direttore dell’ufficio ricerche storiche (URS)

Concluso il lavoro di stesura della positio, il P.Suigo non si è trovato disoccupato. Il superiore generale, nei primi mesi del 1970, "grato per il magnifico lavoro fatto con il valido e scientifico volume sul servo di Dio P.Mazzucconi, lo prega di "accettare l’incarico dei lavori di ricerche storiche e degli studi necessari, circa la santa vita, le virtù e la fama di santità del nostro fondatore Mons. Angelo Ramazzotti, in vista di un eventuale processo di beatificazione".

Si tratta di rifare, o almeno per ora, iniziare un cammino simile a quello della causa Mazzucconi. Il primo dicembre 1972 il consiglio generale istituisce l’ufficio ricerche storiche dell’Istituto (URS), e ne nomina direttore P. Carlo Suigo. Pochi giorni dopo il superiore generale lo ringrazia, scrivendogli in questi termini: "Sono contento come te, e forse anche più di te, per avere tu accettato l’ufficio e l’incarico delle ricerche storiche a beneficio dell’Istituto e di tutti i suoi membri (…). Grazie di cuore. Mi auguro vivamente e sono certo che tu farai onore con le tue appassionate ricerche al nostro Istituto che merita anche in pubblico qualche riconoscimento per quello che ha fatto attraverso i suoi uomini di Dio al servizio della Chiesa missionaria.

È bene che la santità e le opere dei nostri grandi siano conosciute, apprezzate e imitate". Il lavoro di ricerca storica intanto lo ha messo in contatto con altri studiosi, alcuni dei quali gli chiedono studi da pubblicare su riviste specializzate. Così mons. A.Piolanti, postulatore della causa di beatificazione del servo di Dio Pio IX, gli propone una ricerca sui rapporti tra Mons. Ramazzotti e Pio IX. P. Suigo accetta. Il lavoro è definito dallo stesso Mons. Piolanti "non solo bello, ma splendido". La morte lo ha colto sulla breccia. Vari disturbi, negli ultimi anni, avevano già minato il fisico robusto, ma non avevano indebolito lo spirito. Quando venne ricoverato in clinica, stava terminando il terzo capitolo della positio su Mons. Ramazzotti.

Forse gli è mancata una soddisfazione: quella di vedere conclusa la causa del P.Mazzucconi, al buon esito del quale si era dedicato senza risparmiarsi.

Amore all’Istituto

Chi ha conosciuto P. Suigo probabilmente è stato impressionato dal suo carattere un po’ rude, imprevedibile, scostante. Ma c’è un altro aspetto della sua personalità che forse è sfuggito ai più ed è invece rivelato dalla abbondante corrispondenza: finezza di sentimenti, delicatezza di animo, umile senso di sè, semplicità. Scrive ad amici: "E con altrettanto affettuoso "compatimento" ringrazio degli auguri e dei sentimenti espressi, i quali provenendo da due carissimi amici, hanno il potere di penetrare fino in fondo all’anima".

Ed è ancora la corrispondenza, insieme all’appassionata ricerche sull’origine dell’Istituto a testimoniarci il suo amore al Pime. Era stato in contatto epistolare con diversi padri e fratelli, inviando spesso anche offerte. In una lettera di augurio al superiore generale, P.L. Risso, scrive: "quando dico che le faccio tanti auguri proprio di quelli belli e buoni, io vorrei avere un cuore grosso come come è grosso il nostro caro Pime (…). Cosa vuole, sono un po’ mezzo matto ma non credo e non voglio credere di essere secondo a nessuno per l’amore verso la mia famiglia e verso chi la governa".

E in un articolo pubblicato sul Vincolo (1974, n.109, p.33), esprime in questi termini la sua ammirazione per gli inizi gloriosi dell’Istituto: "Risalire alle origini. Questo è il punto. Ciò non significa ritornare al passato. Non sembri oziosa questa affermazione. Se, infatti, "il ritorno al passato" potrebbe significare "un salto nel buio", il "risalire alle origini", al contrario definisce la dinamicità della vita stessa dell’Istituto che non conosce passato, ma solo la sua identità. Volesse il cielo che tutti i membri del Pime sentissero incarnata in se stessi questa identità della propria origine, senza ricorrere, come fanno alcuni, alla "droga" dei nuovi profeti…

Lo sbaglio più incomprensibile, e che causa una iniqua e deleteria evasione, è proprio questo: ignorare le origini!". L’aveva ben capita l’importanza di tali ricerche sulle origini Mons. Pirovano, quando gli scriveva: "Ti ringrazio di cuore per tutto l’immenso, intelligente lavoro pieno di amore per i nostri grandi e per l’Istituto". Ma forse non è stato apprezzato quanto meritava.

 

P. AROSIO GEREMIA (1906-1981)
Necrologio
(da Il Vincolo n. 143, giugno-settembre 1984, p. 85)

P. Geremia Arosio, figlio di Giuseppe e di Giulia Resnati, nato a Lissone (Milano) l’8 giugno 1906, entrato nell’Istituto il 1 ottobre 1923, ordinato sacerdote il 23 settembre 1933, partì per Weihwei il 12 ottobre 1934. Espulso nel 1947 fu destinato al Brasile nel 1950. Morì a Desio il 18 maggio 1981.

P.Geremia da Rancio, dove si era ritirato per malattia, in quel maggio radioso, si era recato nella sua Lissone per partecipare alla gioia della prima comunione di una pronipotina. Durante la concelebrazione della santa Messa, si è sentito male. Si dovette trasportarlo urgentemente all’ospedale di Desio. Dopo ore di agonia, entrava nell’eternità: era il 18 maggio 1981.

I suoi funerali sono stati un vero trionfo. Vi ha partecipato tutta la vecchia Lissone che lui ha sempre portato nel cuore: ci teneva a dire che era cittadino di Lissone e guai a chi osava parlare meno bene del suo paese. P. Geremia Arosio è una delle prime vocazioni adulte dell’Istituto. È entrato nel Pime il 1 ottobre del 1923, nella casa apostolica di Genova che in quell’epoca funzionava in una dipendenza del monastero dei Padri Carmelitani: a Sant’Anna in Genova. Nonostante avesse già diciassette anni e già provato nel lavoro di falegnameria, si adattò facilmente alla vita seminaristica e si manifestò subito di carattere gioviale e aperto a tutti. Non era difficile allacciare con lui profonda e sincera amicizia: questa è stata la caratteristica di tutta la sua vita: essere sinceramente amico di tutti.

Non incontrò difficoltà a riprendere gli studi interrotti dalle elementari: anzi ben presto si manifestò di una capacità non comune: più intuitivo che discorsivo. Coi suoi colleghi di classe si trovò sempre bene; era di una delicatezza particolare: aveva un vero timore di offendere; aiutava i compagni negli studi, li incoraggiava nelle difficoltà disciplinari o coi superiori. Come giovane oratoriano, si era specializzato a suonare nella banda; in seminario si perfezionò, autodidatta, nella musica: si dedicò al suono del piano e dell’harmonium, riuscendo ad essere un buon pianista e organista e con abilità accompagnava le corali dei nostri seminari: arte che perfezionò sempre più e che gli fu assai utile nella sua vita missionaria.

Ordinato sacerdote nel Duomo di Milano del Cardinale Ildefonso Schuster il 23 settembre 1933, trascorse il primo anno di sacerdozio nel nostro seminario teologico di Milano, per completare gli studi. Nel giugno del 1934 ricevette la destinazione alle Missioni: suo campo di apostolato la Missione di Weihwei in Cina. Ne fu entusiasta e con grande ardore si preparò alla partenza, che avvenne il 12 ottobre 1934. Il crocefisso che gli fu consegnato, gli fu davvero compagno per tutta la sua vita apostolica: vita che non è stata facile. Come abbia vissuto la sua missione in Cina non mi è noto: ma deve essere stata meravigliosa, paragonandola a quella vissuta in Brasile.

Espulso dalla Cina, ritorna in patria l’11 settembre 1947. È destinato alla Casa di Genova come propagandista delle missioni: vi si dedicò con entusiasmo giovanile, superando le difficoltà che incontrava per la scarsa comprensione del problema missionario e per gli ambienti refrattari a tale problema. Ma il nostro padre non poteva sopportare tale situazione e si riaccese in lui l’ansia per le missioni. "Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra". Così disse il divino Maestro.

Ed è quanto ha fatto P. Geremia. Espulso dalla Cina, sentendo che il Brasile era un campo fecondo per il regno di Dio, chiese ai superiori di raggiungere l’immenso paese. Riprese così il cammino delle missioni il 19 settembre 1950, all’età di 44 anni. Per lo studio della lingua e dei costumi locali, si ritira a Braganca Paulista, presso un grande apostolo: P.Aldo Bollini. Dopo un anno circa è trasferito nello stato del Paranà, parroco nella città di Sertaneja per continuare il lavoro iniziato da P. Piazzoli. Formare una nuova comunità parrocchiale quasi da zero è stata ardua impresa. Sertaneja era pressapoco un Far-West: lotte tra famiglie per l’occupazione dei terreni. P.Geremia si mise all’opera con ardore apostolico e in pochi anni riuscì a formare una fiorente comunità: una delle migliori in tutto il vasto territorio. Costruì una bella chiesa parrocchiale e opere annesse.

Dopo alcuni anni fu trasferito nella capitale S. Paulo, in una zona periferica. Qui, prima di iniziare altri lavori, aprì una scuola di alfabetizzazione per bambini e adulti: attese ad una catechesi intensiva per la conoscenza di Dio e di Cristo. Si rese necessaria la costruzione della Chiesa. Preparerà i disegni e i mezzi: la costruzione sarà eseguita dal suo successore. Trasferito ad un’altra estrema periferia della città, in un sobborgo assai popolato, deve iniziare da zero; possiede solo un terreno: mancano la casa, la chiesa ed opere annesse.

Non si scoraggiò; con l’ardore di sempre inizia la formazione della comunità; quindi provvede alla costruzione della chiesa con annesse sale di catechismo e sale di ritrovo. Ama il suo popolo, vive in mezzo ad esso: condivide con la sua gente gioie e dolori, fatiche e povertà. L’ininterrotto lavoro comincia a fare sentire il peso della fatica a reggersi in piedi. I superiori lo costringono a dimettersi e a dimettersi nella casa regionale. Nonostante la malattia, è sempre in movimento: aborrendo l’ozio, si dà al giardinaggio nel terreno circostante la casa.

Il male si fa sempre più acuto. P. Geremia, con immenso dolore, è costretto a lasciare l’amato Brasile e ritornare in patria. È trasferito alla casa di Rancio, ove per riaversi discretamente dei suoi acciacchi, e già pensa al ritorno in Missione. È un recupero passeggero. Il male si acutizza sempre più, finché giunge il momento fatale e P. Geremia parte per l’eternità. I suoi resti mortali riposano nel cimitero della sua Lissone, in attesa del suono della tromba per la risurrezione gloriosa.

1982

P. CINTOLO CARMELO (1912-1982) Età 70 – Istituto 56 – Hanchung 17
Necrologio (da Il Vincolo, N. 138, settembre 1982, p. 33)

P. Carmelo Cintolo, figlio di Venerando e di Orazia Spata, natoa Ragusa il 1 gennaio 1912, entrato nell’Istituto nel 1926, ordinato sacerdote il 21 settembre 1935, partì per Hanchung il 30 luglio 1937. Espulso nel 1953, fu economo regionale della Regione Italia meridionale. Morì a Napoli il 4 agosto 1982.

Il Sabato, 31 luglio 1982, il padre Carmelo si recava nel vicino istituto delle Suore Paoline per la celebrazione della S. Messa; a circa una cinquantina di metri dall’Istituto cadde, tentò di rialzarsi, ma cadde di nuovo; venne soccorso da buone persone che abitano nel viale e accompagnato dalle Suore che avrebbero voluto portarlo immediatamente in casa nostra, ma egli non volle, perché doveva celebrare la Messa. - Chi si ferma è perduto - disse col sorriso sulle labbra.

Celebrò la Messa, aiutato dalle Suore, e solo verso la fine trovò difficoltà a parlare; venne riportato nella sagrestia con fatica. Ma la Messa fu gioiosa, hanno detto le Suore. Riportato nella nostra casa, si notò una leggera paresi facciale, la perdita o la difficoltà della parola. Il medico, subito intervenuto, diagnosticò spasmo cerebrale, ma diede buone speranze a meno che nel frattempo non fossero intervenuti fattori peggiorativi, Si cominciò subito la terapia. Il giorno dopo arrivarono dalla Sicilia il fratello Angelo e il nipote Gino, che vollero restargli accanto giorno e notte. aumentando però la temperatura e la pressione, si decise per il ricovero in una clinica (3 agosto); i medici assicurarono la non gravità della situazione, e infatti il malato si nutrì a mezzogiorno e alla sera; durante la notte, però, si ebbe un peggioramento, per cui i medici della clinica richiesero il ricovero in un ospedale che avesse anche il sussidio delle unità coronarie. Venne portato (4 agosto) all’ospedale Assalesi, dove fu intensificata la terapia; ma la temperatura continuò a salire e così anche la pressione; verso sera ebbe un lucido intervallo, e ricevette con devozione l’Olio delgi infermi, ma subito dopo, alle 20 spirò.

Missionario in Cina

Nato a Ragusa il primo gennaio del 1912 da Venerando e Grazia Spata, ferquentò le scuole elemetari e i primi due anni di ginnasio nella città. L’11 agosto 1926entrò nel PIME, nel semianrio di Ducenta (Caserta); passò poi a Monza e a Milano per il liceo e la teologia; nell’anno scolastico 1933-34 fu prefetto e insegnate a Ducenta. Emise il giuramento perpetuo di aggregazione al PIME il 25 luglio 1935, e il 21 settembre dello stesso anno venne ordinato sacerdote a Siracusa dall’arcivescovo Ettore Baranzini , un’anima missionaria.

Destinato alla missione di Hanchung (Cina), partì il 26 luglio 1936; restò per circa un anno nella acsa regionale di Kaifeng per lo studio della lingua e usi cinesi. Quando raggiunse la sua missione venne mandato come coadiutore nel distrettodi Sinkaitse, a ovest di Hanchung. La missione per molti anni era stata messa a soqquadro da bande di briganti; qaundo vi arrivò il padre Cintolo era in atto già una larga propaganda comunista, operata specialmente dai giovani studenti. Per due anni il Padre venen mandato a Kulupa, dove erano tutte le opere principali della Missione; poi dal 1940 al 1946 fu di nuovo a Sikaitse. Nel 1946 venne nomanato direttore delle oepre di Kulupa. Furono anni motlo difficili, senza notizie della famiglia e dall’Italia in sospetto delle autorità locali, perché gli italiani erano alleati dei giapponesi, avversati dai comunisti, la cui ottava armata si avvicinava sempre più alla provicnia dello Scensi.

I nostri missioanri, e il Padre Cintolo specialmenet nella sua evste di direttore, doevttero subire molte vessazioni, fino a qaundo vennero espulsi dalla Cina. Il Padre sbarcava a Napoli nell’agosto del 1953. Dopo un breve periodo di riposo a Ragusa, il 20 gennaio del 1954 venne incaricato della chiesa di S. Giuliano in Catania, proprio allora affidata al PIME, come prima base per l’animazione missionaria della Sicilia; gli fu dato in aiuto temporaneo il padre Orazio De Angelis, missionario di Hong Kong.

Economia e spiritualità

A metà settembre del 1954 venne destianto a Ducenta, economo di quel seminario e anche economo regionale. Da allora, con residenza a Ducenta, Napoli, Gaeta, ancora a Ducenta e finalmente a Napoli (1966) dovette attendere all’ingrato compito di badare a tutte le questioni economiche che riguardavano al Regione meridionale del PIME. Ed egli ci badò con competenza, con spirito di servizio, con diligenza. Ma questo ufficio ‘materilae’ richiedeva contatti continui con i confratelli, con i benefattori, coi responsabili di vari uffici. E nelle operazioni e nei contatti umani egli si fece sempre guidare da una viva fede.

Dal 1978 al 1981 fu anche rettore della comunità di Napoli. In tutti gli anni che ebbe la residenza in questa città è stato assistente domenicale e efstivo nella parrocchia di S. Benedetto all’Arco Mirelli: un’assistenza molto apprezzata dai aprroci e dai fedeli, e da lui svolta con fedeltà e grande spriito di sacrificio.

Il 6 agsoto la salma venne portata a Ducenta dove la concelebrazione eucaristica venne presieduta dal vicario generale della diocesi di Aversa, mons. Nicola Camaprone, con la presenza di missioanri e amici; parteciparono anche tre fratelli e il nipote Gino.

Hanno scritto due persone che l’hanno conosciuto dal 1963: "Padre Cintolo era un’anima bella, umile, laboriosa, modesta, protesa verso gli altri con evro spirito pronto a qualsiasi rinuncia per amore a Cristo e per il bene dei fratelli".

P. OGGIONI PIO (1902-1982)
Necrologio
(P. Alberto Di Bello, da Il Vincolo n. 138, gennaio-aprile 1983, p. 31)

P. Pio Oggioni, figlio di Arturo e di Clotilde Grassi, nato a Milano il 30 luglio 1902, entrato nell’Istituto l’11 agosto 1920, ordinato sacerdote l’11 giugno 1927. Partito per la missione di Nanyang il 18 agosto 1927, fu espulso nel 1949. Passò al Giappone nel 1951 e vi rimase fino al 1961, quando fu richiamato in Italia. Ripartì per il Giappone nel 1968. Morì a Saga il 16 settembre 1982.

L’immagine che mi viene più spontanea pensando al P. Pio è quella di una colonna: una "colona de san Lurèns", come si dice nella sua "porta Cica", alla Ripa Ticinese dove P. Pio è nato. Non è solo per la sua figura fisica alta, diritta, bianca d’estate e nera di inverno per la veste che sempre portava, ma più ancora per la sua figura morale: una fede diritta, semplice, severa, ma sempre umanizzata dal buon senso e dall’umorismo tipicamente meneghini.

Il P. Pio era una di quelle figure che incutono insieme rispetto e allegria, e che tutti hanno sempre piacere di incontrare. La sua voce, tuonante fino a 80 anni, risuonava a volte come rimprovero ma finiva sempre in buon umore. Ma era il fatto stesso della sua presenza, una presenza di fedeltà incondizionata alla chiesa e alla missione, quello che più contava. "Il semplice fatto di vederlo in piedi davanti all’ambone – disse il capo dei cristiani di Saga nel suo discorso funebre – ci faceva ardere il cuore in petto e la sua elevata personalità ci predicava più delle parole.

Forse era la sua vita spesa come testimone di Cristo e il peso dei suoi 80 vissuti lottando con tante difficoltà, che facevano commuovere gli ascoltatori". Ricordiamo allora brevemente le fasi salienti della sua "vita spesa come testimone di Cristo". P. Pio manifestò presto ai genitori di volersi fare prete, e così dopo le elementari vestì l’abito talare che avrà sempre per tutta la sua vita ed entrò nel seminario diocesano di S. Pietro Martire a 13 anni di età. Qui si trovò a studiare a fianco di Colombo Giovanni, che divenne poi cardinale e arcivescovo di Milano, e di Dell’Acqua Angelo, che pure fu cardinale e vicario di Roma.

A Monza nel seminario diocesano in prima liceo, manifestò la vocazione alle missioni e, dopo maturo esame col direttore spirituale P. Motta Enrico, decise di entrare nell’Istituto delle Missioni Estere di Milano. Poche scaramucce contrarie alla vocazione missionaria in casa, e entrò nell’agosto 1920 nella casa apostolica Marinoni di Monza in seconda liceo. Passò poi a Milano in via Monterosa per la teologia. "Non brillò mai molto negli studi – scrive lo stesso P. Pio – però è arrivato alla fine…". Ordinato sacerdote l’11 giugno 1927 dal Card. Tosi nel duomo di Milano fu destinato "senza triangolo ma per linea retta" dai superiori (allora era superiore generale P.Manna) alla missione di Nanyang.

Partì per la Cina in compagnia di P.Villa Gaetano il 18 agosto 1927. A quei tempi fu una traversata lunga: 50 giorni di mare fino a Shangai, poi sul fiume Azzurro (Yang-tse-kiang) fino a Hankow; poi treno fino a Chumatien, e finalmente 4 giorni di carro per arrivare a Kin-Kia-Kang, l’8 novembre 1927! Studio della lingua a Kin-Kia-Kang per 3 o 4 mesi; poi destinazione "sempre per via retta" al distretto di Nei-hiang, con P.Luigi Brugnetti, per 6 o 7 mesi sempre impegnato nello studio del cinese. Richiamato a Kin-Kia-Kang da Mons. Belotti, fu messo nel settembre 1928 al seminario minore della missione e ci stette fino all’avvento del comunismo e ritornò in Italia nell’anno 1949.

Lavorò alla formazione di numerosi seminaristi ed ebbe anche il conforto di vedere una quindicina di giovani cinesi ordinati sacerdoti, che lavoravano coi missionari italiani e rimasero in missione quando questi dovettero rimpatriare a causa del comunismo. A Kin-Kia-Kang P.Pio cooperò anche con P. Antonio Barosi alla fondazione della scuola "Simeone Volonteri" e ne fu insegnante per anni di matematica, chimica e fisica. Ritornato in Italia nel 1949 fu a Roma vice-procuratore con P. Parodi per quasi due anni.

Nel 1951 (giugno) destinato dal superiore generale P. Risso (senza triangolo) al Giappone, partì con altri confratelli il primo dicembre 1951, via mare. Dopo alcuni mesi passati a Tokyo per lo studio della lingua con P.Sardei andò nella missione di Yamanashi (Kofu), dove lavorò una decina di anni. Richiamato in Italia dal superiore generale P. Augusto Lombardi nel luglio 1961, venne assegnato come direttore spirituale alla casa di Firenze dove c’erano le vocazioni adulte. Due anni dopo venne chiamato a Milano come rettore della casa madre, per tre anni. Passò di nuovo un anno a Firenze, e poi un altro anno a Roma come rettore della casa.

Nel frattempo nella missione di Saga sorse un ampio ricovero per vecchi e ragazzi anormali ad opera delle suore giapponesi della Milizia dell’Immacolata, ed essendo richiesto un cappellano, fu chiesto alla direzione generale l’invio di P. Pio. A 67 anni di età, egli accettò tale incarico e dopo il Natale 1968 lasciò di nuovo l’Italia e si stabilì al "Rosario no sono", poco lontano dalla città di Saga, dove pure prestò la sua opera come coadiutore, soprattutto nel ministero delle confessioni. La sua costante assistenza ai vecchi e ai bambini del "Rosario", ai quali potè anche dare molti battesimi, oltre che alle suore stesse, per le quali ogni mattina alle sei celebrava la Messa, fu particolarmente apprezzata fino all’ultimo.

L’aver potuto lavorare come missionario fino all’ultimo credo fu per P. Pio la migliore ricompensa su questa terra. Nonostante gli immancabili sacrifici (anche la vita al "Rosario" aveva i suoi) P.Pio fu sempre entusiasta della sua vocazione, come scrive anche nel suo testamento: "Ringrazio Dio dell’inestimabile dono della vocazione alle missioni e della chiamata a fare parte di questo Istituto, dove mi sono trovato bene sia durante gli anni della mia preparazione alle missioni sia durante gli anni di permanenza in Cina. Ho conosciuto venerandi superiori in Italia e in Missione, a Nanyang ebbi confratelli pieni di spirito e fervore apostolico; ho imparato molto da loro, cari amici, e ancora oggi ricordandoli ne sento vero piacere, riconoscenza, venerazione…

In Giappone posso fare poco, e sento questo sacrificio per la difficoltà della lingua che a 50 anni di età non posso apprendere bene. Pazienza! Offro tutto al Signore per il bene di questa missione che sento di amare come ho amato e amo tuttora la missione di Nanyang". No, P.Pio, non hai fatto poco! Perchè è proprio questo amore l’unica cosa che resta,l’unica cosa che attira su di noi la benedizione di Dio.

Commemorazione del P. Pio Oggioni (da parte di Mitsuyasu Makiyama, rappresentante della cristianità di Saga, 18 settembre 1982, nella chiesa di Saga).

P. Pio, hai finito la tua vita terrena: 80 anni tutti offerti per la missione. Ora potrai finalmente riposare nell’abbraccio eterno di Dio. Grazie! Grazie con tutto il cuore! Qui davanti al volto di P. Pio che ci resta impresso in questa foto ci viene da piangere per la tristezza della separazione, ma se pensiamo che è andato direttamente in cielo, possiamo pregare con tanta pace nel cuore. Ora ripensando alla sua vita lo vediamo ogni giorno occupato nell’assistenza spirituale alle suore e ai vecchi del "Rosario no sono".

E la domenica, dalla mattina alla sera, veniva come coadiutore alla chiesa di Saga e ci guidava nella confessione e, colle sue parole forti, nella predica della Messa. Le sue prediche ricche di contenuto e ardenti di fede ci lasciavano sempre una profonda impressione. Il semplice fatto di vederlo in piedi davanti all’ambone ci faceva ardere il cuore in petto e la sua elevata personalità ci predicava più delle sue parole. Forse erano tutta la sua vita spesa come testimone di Cristo e il peso dei suoi 80 anni vissuti lottando con tante difficoltà, che facevano commuovere gli ascoltatori. Nel 1927, lo stesso anno in cui nella nativa Milano era stato ordinato sacerdote, P. Pio, novello Francesco Saverio, pieno di zelo e di coraggio per l’evangelizzazione dell’Oriente era andato in Cina.

A Nanyang nell’Honan passò 22 anni di difficoltà indescrivibili. Egli stesso raccontava come in quel territorio sconfinato faceva in un giorno anche più di 100 kilometri a cavallo per andare a visitare i cristiani. Forse fin da allora aveva imparato a praticare la pazienza in tutte le necessità della vita. La sue precisione e fedeltà alle regole sono ormai famose. Al mattino alzata alle 4; alla sera, anche se c’era ancora il sole, riposo alle 7. Quattro sigarette al giorno, né una di più né una di meno. Nell’osservanza dell’ora degli appuntamenti era più preciso di un orologio.

La sua memoria era straordinaria. Aveva inoltre una ricca cultura e gli piacevano soprattutto la storia e la musica. Quando c’era l’opera italiana alla televisione lo faceva sapere a tutti. Ho saputo che fin da quando era missionario in Cina, per quante occupazioni potesse avere, scriveva a suo padre una lettera ogni settimana. I suoi genitori prima di morire portarono al Pime di Milano una cassa piena delle sue lettere. Queste lettere sono conservate nell’archivio del Pime e, come quelle di P. Frois per il Giappone, descrivono gli usi e i costumi e gli avvenimenti della Cina di quel tempo e sono un materiale prezioso per la storia delle missioni in Cina.

Ho saputo da lui stesso che era stato compagno di seminario e amico intimo del Cardinale Colombo, già arcivescovo di Milano. Una volta andai a trovarlo nel suo studio al "Rosario no sono" e restai colpito al vedere la precisione che c’era. Aveva trascritto per suo uso il Messale e gli altri libri liturgici in lettere grandi (perchè ci vedeva poco) e la sua scrittura era di una bellezza straordinaria. Conservava ancora i registri dove erano segnate tutte le intenzioni delle Messe fino dalla sua prima Messa. P. Pio era severo con se stesso, e con gli altri non solo era largo, ma sapeva anche sacrificarsi per loro. P. Gazzardi mettendo in ordine la sua scrivania trovò fra le carte che P. Pio aveva lasciato un fascetto di fogli da 1.000 yen con una scritta che gli fece fare un gesto di sorpresa: "Questo denaro, dopo che io sarò morto, usatelo per la chiesa. Addio".

Anche quando alla chiesa di Saga si fecero le sale parrocchiali e quando si restaurò la chiesa e anche per le celebrazioni dell’ottantesimo di fondazione e per l’acquisto del nuovo organo, contribuì con diversi milioni, alleggerendo così il contributo che avrebbero dovuto dare i fedeli. Il suo buon cuore non aveva limiti. Noi non lo ringrazieremo mai abbastanza dell’affetto con cui sino alla fine ha continuato a pensare alla nostra parrocchia. P. Pio, grazie! Oggi, ricordando il buon cuore di P. Pio, possiamo pensare che questo funerale è veramente conveniente per accompagnarlo all’ultima dimora.

Le sale parrocchiali sono costruite, la chiesa è stata restaurata all’interno e all’esterno ed è stata abbellita colle vetrate istoriate; il giorno 16 di questo mese, compleanno di P. Gazzardi, è arrivato anche l’organo nuovo. Tutto questo sembra che sia stato progettato come dono di addio a P.Pio partito per il cielo. P. Pio, quando, dopo il rimpatrio forzato dalla Cina, venne in Giappone, aveva già passato i 50 anni.

Nel suo testamento ha lasciato scritto: "In Giappone posso fare poco, e sento questo sacrificio, per la difficoltà della lingua che a 50 anni di età non posso apprendere bene. Pazienza! Offro al Signore tutto per il bene di questa missione che sento di amare come ho amato e amo tuttora la missione di Nanyang". P. Pio, l’orma che tu hai lasciato è troppo grande e noi non siamo capaci nemmeno di misurare la sua grandezza. Davanti alla tua vita di missionario modello, tutta offerta e vissuta come testimone di Cristo noi ci inchiniamo in segno di rispetto e di ringraziamento, e mentre ci separiamo da te con la speranza di rivederti un giorno, preghiamo Dio che ti dia la degna ricompensa. "L’eterno riposo dona a lui, o Signore".

1983

P. PIETRO PIAZZOLI (1912-1983)
Necrologio
(P.Luigi Cattaneo, da Il Vincolo n. 139, maggio-agosto 1983, p. 70)

P. Pietro Piazzoli, figlio di Giuseppe e di Giuditta Gamba, nato a Bergamo il 30 agosto 1912, entrato nell’Istituto a Genova S.Ilario il 26 settembre 1935, ordinato sacerdote a Milano il 24 settembre 1938, partì per la missione di Nanyang il 16 agosto 1939. Ritornato in Italia nel 1947, passò al Brasile nel 1949, dove rimase fino al 1973. Morì a Milano il 13 maggio 1983.

Omelia tenuta da P.Luigi Cattaneo

Assieme a D. Giacomo, noi tutti, missionari del Pime, ci uniamo in questa concelebrazione, per dire, al nostro confratello P. Pietro, il nostro "arrivederci in paradiso". Dirglielo, celebrando l’Eucarestia, è, senz’altro, il momento più bello, il momento in cui ci sentiamo più vicini a lui, noi, sacerdoti e missionari. Ancora tre giorni fa, quando ormai sentiva che il male prendeva il sopravvento, lui ha voluto celebrare assistito da un confratello. Perchè è stata l’Eucarestia, celebrata e distribuita, l’anima e la forza dei suoi 44 anni di sacerdozio e dei suoi 31 anni di missione: 8 anni in Cina, durante l’ultima grande guerra, e 23 in Brasile, dopo il ritorno dalla Cina. Un’eucarestia vissuta nella sua vita sacerdotale e missionaria percorrendo quel cammino che il Signore ha voluto tracciare per lui.

Un cammino punteggiato da sofferenze, slanci apostolici, momenti di inattività forzata, da fermezza e tenacia nel vivere la sua vocazione missionaria. Ho qui sott’occhio la prognosi rilasciata dal Prof. Nardone, al Shanghai General Hospital, l’otto ottobre del 1940, dopo neppure un anno che era arrivato in Cina: "Il padre Piazzoli è stato ricoverato in ospedale il 27 settembre 1940 in osservazione per grave deperimento e sintomi polmonari. (Segue l’elenco degli esami clinici, batteriologici…). Prognosi fausta quoad vitam, ma riservata quoad valetudinem". Se la sua vita non era in pericolo, la sua salute ne rimarrà pregiudicata per sempre. Ed il periodo della missione passato in Cina, sarà per lui un vero Calvario.

Oltre ad affrontare i pericoli propri di quelle regioni in tempo di guerra e di brigantaggio, lui lo trascorrerà da un ospedale all’altro, mentre il suo desiderio, come missionario, era quello di potersi dedicare all’evangelizzazione del popolo cinese. Ma Dio voleva che il suo sacerdozio, il suo essere missionario, fosse vissuto così. Quando lo rividi, allorché fu rimpatriato dopo la guerra, nel 1947, non riconoscevo più in lui lo scatenato compagno di giochi dei tempi della teologia… Ma anche se provato nel fisico, il suo spirito non aveva ceduto: anzi, si era rinvigorito con quella dura esperienza di missione.

Il desiderio di ritornare in Cina lo tormenta sempre e gli fa accarezzare l’idea di studiare medicina, lui che sa, per esperienza diretta, cosa significa soffrire, per tornare nella sua missione ed essere utile come medico. Sconsigliato di affrontare studi così impegnativi, non si rassegna a rimanere in Italia e, nel 1949, parte, discretamente ristabilito in salute, per il Brasile dove l’Istituto stava aprendo un nuovo campo missionario. Laggiù, all’interno degli stati del Paranà e di Sao Paulo, dove le foreste bruciavano per lasciare lo spazio alle piantagioni di canna da zucchero, di caffé, di cotone, dove la gente accorreva ad ondate sempre crescenti ed era impegnata in un lavoro sfibrante, spesso mal retribuito, dove l’assistenza religiosa, scolastica, medica era quasi inesistente, P.Pietro vive i suoi anni più belli di apostolato missionario.

A Sertaneja, la parrocchia che lui iniziò nel Nord del Paranà, ancora oggi, parecchie persone che là vivevano allora, lo ricordano e gli hanno scritto fino a ieri… Era una presenza veramente missionaria la sua, preoccupata non solo di costruire la chiesa di mattoni, ma soprattutto di cristianizzare quelle migliaia di battezzati che vivevano allo sbando, di assisterli nelle loro necessità spirituali e materiali. E lo faceva pagando di persona, fin che poteva, con la sua salute malferma. Lo faceva vivendo il suo sacerdozio integralmente, così da essere esempio a tutti.

Anche quando dovrà ritirarsi dalla parrocchia e si trasferirà nella cittadina di Assis, luogo più confacente alla sua poca salute, continuerà a preoccuparsi dei poveri, a visitare le famiglie più bisognose alla periferia della città. L’intelligenza acuta, l’animo suo sensibilissimo gli facevano immediatamente percepire e capire le situazioni personali e famigliari di chi soffriva. Vi si sentiva coinvolto fino a soffrirne lui stesso, fino a difendere chi era indifeso e oppresso dall’ingiustizia umana.

Purtroppo, la sua attività apostolica veniva spesso frenata da momenti di pausa per la malferma salute. Nel 1973, dieci anni fa, ritornava definitivamente in Italia.

Anche in Italia la sua sofferenza sarà un modo di vivere il suo sacerdozio missionario associandosi a chi soffre. Ecco uno stralcio della lettera di una signora che ha il marito infermo, al quale il Padre scrive spesso: "Vedo, Rev.mo Padre, che vi fate compagnia nella sofferenza…

Quanto soffre anche lei, Padre… lo si capisce dai suoi scritti… Non posso che pregare Gesù che dia forza a tutti e due, vi dia la sua grazia di forza, di pazienza e di rassegnazione per sopportare le sofferenze che lui stesso vi manda… La ringrazio, Padre, della sua lettera confortante che mi ha mandato…". Dio ha voluto che P.Pietro vivesse il suo sacerdozio missionario così… P.Pietro non ha compiuto grandi imprese, non ha costruito grandi edifici, grandi chiese… ma ha saputo fare crescere la fede e l’amore nel cuore di coloro che ha incontrato sul suo cammino… (E lo potete testimoniare anche voi, qui a Brembo di Dalmine, P.Pietro ha passato lunghe ore al confessionale in questi ultimi dieci anni.

Ha visitato le vostre famiglie, ha parlato al vostro cuore, al cuore dei vostri ragazzi, vi ha aiutato a crescere nella fede e nell’amore. La vostra riconoscente risposta non deve limitarsi alla vostra presenza, della quale vi ringrazio per pregare per lui… Lui vi ha dato l’esempio di una vita donata al Signore per le missioni. La vostra risposta sarà completa quando qualcuno di voi avrà il coraggio di rispondere alla chiamata del Signore per continuare quel ministero sacerdotale e missionario di cui lui vi ha dato l’esempio). Così come è vissuto, P.Pietro si è preparato a morire.

Quella fede e quell’amore che aveva insegnato, ad un certo punto gli fanno alzare gli occhi al cielo e gli fanno scrivere ad un confratello che vorrebbe andare lassù dove Dio, giusto giudice e galantuomo, gli darà la giusta mercede… Ed il confratello gli risponde: "… Lei ha voglia di andare "lassù", ma proprio Lui perchè è un "galantuomo" sa cogliere il momento buono perchè la nostra festa, là dove le stelle saranno il pavimento delle nostre dimore (per dirla col Mazzucconi), sia la più bella, dovendo durare per l’eternità. Conviene quindi rimettersi a Lui, anche se con lo stesso Mazzucconi gli diremo che lo aspettavamo da un pezzo, quando verrà a prenderci…".

P. Pietro si rimette a Dio e si prepara ad andarlo a trovare rivolgendo alla Madonna una bella preghiera che tiene sempre vicino a sé e che chiama il suo Magnificat… La recito anche io, con lui e per lui, sicuro che lui la gradirà tanto…

"Con te il mio Magnificat".

Maria, alla sera della mia vita aiutami a ringraziare il Signore per tutte le grazie che mi ha fatto. Ottienimi la certezza che i miei peccati sono stati perdonati, che le mie sofferenze, la solitudine e il sentimento della mia miseria sono una riparazione, che la mia vita ha ancora uno scopo. Aiutami a lavorare secondo le mie forze e a donare un sorriso di riconoscenza, di fiducia e di incoraggiamento. Ottienimi di accettare il mondo così come è ed i giorni così come sono.

Donami l’amore comprensivo per coloro che mi circondano. Preservami da una sera egoista, triste ed irascibile, dai rimpianti inutili, dai ricordi che turbano, dalle angosce che affliggono. Dammi la ferma fiducia che il Signore mi attende per stringermi al suo cuore e farmi entrare, con Te, Maria, nella sua gloria eterna. E così sia.