PICCOLI GRANDI LIBRI  Piero Gheddo
IL SANTO COL MARTELLO
Felice Tantardini
70 anni di Birmania

  STORIA E VITA MISSIONARIA

EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

I - Prigioniero nella prima guerra mondiale
II - In missione tra i cariani della Birmania orientale ....
III - I primi passi nella vita missionaria Leikthò e Kalaw (1922-1933)
IV - Nella tragedia della seconda guerra mondiale
V - Ricostruire dopo la guerra
VI - A 85 anni Felice va in pensione

VII - Quando nasce la "fama di santità" di Felice
Scrive le sue memorie per obbedire al vescovo - "La gente lo prega e ottiene grazie" - "L'asino dei padri e delle suore di Birmania" - Il Pime comunità missionaria di sacerdoti e di laici - I missionari laici del Pime (o fratelli) - I missionari laici a vita: una vocazione attuale - "Fratel Felice affascinante per i giovani d'oggi".

VIII - La vita eroica di fratel Felice
IX - Testimonianze su fratel Felice
X - Come ricordano il fabbro di Dio

VII

QUANDO NASCE LA "FAMA DI SANTITA'" DI FELICE

Nei capitoli precedenti ho raccontato, con parole mie, "Il fabbro di Dio" di Felice Tantardini, con ampie citazioni dal testo originale dell'Autore, sintetizzando i passaggi meno interessanti e aggiungendovi notizie riprese da lettere o testimonianze su Felice. E' strano che un missionario scriva la sua autobiografia: nell'Archivio generale del Pime a Roma ci sono molti diari, ma "Il fabbro di Dio" è unico nel suo genere. Vediamo come e perché è nato questo libro.

Scrive le sue memorie per obbedire al vescovo

All'inizio degli anni cinquanta, il vescovo di Toungoo mons. Alfredo Lanfranconi esprime a fratel Felice il desiderio che egli scriva le sue memorie, dato che sapeva raccontare in modo vivace e gradevole le sue avventure. Per Felice ogni parola del vescovo è un comando. All'inizio de "Il fabbro di Dio" egli scrive:

"In obbedienza al mio veneratissimo vescovo mons. Alfredo Lanfranconi di santa memoria, nonché del suo successore mons. Giovanni Battista Gobbato, scrivo qualche cosa della mia vita, come mi riesce di ricavarla dalla memoria dopo tanti anni. Dedico queste pagine anzitutto alla cara Madonna, che mi ha sempre protetto con cura particolare e mi ha liberato da tanti pericoli sia materiali che morali, e solo in Paradiso, ove spero di andare, potrò ringraziarla meno inadeguatamente. Dopo che a lei, dedico il mio scritto alla mia tanto amata madre terrena che, come diceva il mio venerato vescovo mons. Lanfranconi, di venerata memoria, se ho delle buone qualità, dopo che alla cara Madonna, le devo a lei per le sue cure materne piene di fede".

Felice si mette subito all'opera raccontando i fatti della sua vita, tutti quelli che ricordava. Per lui, abituato a maneggiare il martello e l'incudine più che la penna, quell'obbedienza era una fatica eroica: scriveva alla sera dopo cena perché di giorno non aveva mai tempo nemmeno per un sonnellino pomeridiano. Normalmente andava a letto alle 21-21,30 e si alzava alle 4,30-5; per scrivere, rinunzia a un'ora di riposo! Questo sacrificio dura 3-4 anni e termina col racconto del viaggio in Italia nell'anno 1956 (vedi il capitolo VI). Padre Ziello scrive (1):

"Fratel Felice tenne il voluminoso manoscritto sul suo tavolo. Poi, vedendo che nessun glie lo chiedeva e pensando ad una innocente burla (2), un bel giorno decise di affidarlo alla forgia, la quale in un battibaleno lo ridusse in cenere e fumo, senza nessun rincrescimento dell'autore, che era persuaso non trattarsi di una perdita.
Ma non così pensava il buon Dio. Il quale ispirò all'attuale vescovo, mons. Gobbato, di ripetere l'ordine (o desiderio, che per Felice era la stessa cosa). Il fratello obbedì senza nulla obiettare e senza richiamare lo sfortunato incidente di anni addietro. Ed è così che abbiamo un'autobiografia più accurata, copiosa e aggiornata, di quella che andò a finire nel fuoco (3).
Queste memorie" vennero scritte originariamente per noi confratelli di missione, che tante volte abbiamo ascoltato il buon fratello narrarci le sue avventure, ora patetiche ora umoristiche. Gran parte di quelle deliziose conversazioni sono ora fissate sulla carta, ma prive di quella drammaticità e di quel brio, che nessun scritto saprebbe riprodurre".

"Il fabbro di Dio" è un testo molto semplice ma anche profondo, di francescana semplicità: una traduzione moderna dei "Fioretti di S. Francesco". E' stato stampato dal Pime di Napoli nel 1972, per interessamento e a cura di padre Pasquale Ziello, che ha corretto le espressioni dialettali e grammaticalmente errate; non dimentichiamo che Tantardini aveva fatto solo la terza elementare ed era partito per la Birmania a 23 anni senza altri studi.
Diffuso soprattutto a Introbio e nella Valsassina, "Il fabbro di Dio" ebbe un grande successo: fratel Felice incomincia ad essere visto come un santo; e, dopo la sua morte nel 1991, molti lo pregano per ottenere grazie da Dio attraverso la sua intercessione. Nel 1994 la redazione di "Venga il Tuo Reno", mensile del Pime stampato a Napoli, pubblica la seconda edizione de "Il fabbro di Dio" come supplemento della rivista, perché la prima era da tempo esaurita e molti la richiedevano.

"La gente lo prega e ottiene grazie"

Don Cesare Luraghi, sacerdote diocesano milanese dal 1955 e parroco a Introbio (Lecco) dal 1980, mi racconta com'è nata la devozione a fratel Felice nel suo paese natale (4).

Luraghi - Quando sono diventato parroco di Introbio nel 1980, fratel Felice era ancora vivo, ci scrivevamo e mandavamo aiuti. E' nato il gruppo missionario parrocchiale, che ha realizzato un "Laboratorio missionario" come quello di Lecco. Così vendiamo i manufatti e aiutiamo i missionari, fra i quali fratel Felice era il primo. Poi in Birmania padre Angelo Tin ha fatto un orfanotrofio, che aiutiamo e continuiamo ad aiutare. Ci sono una ventina di famiglie che si sono impegnate a dare due volte l'anno 300.000 lire, all'Epifania e ad agosto; e raccogliamo anche altre offerte: quindi ogni anno mandiamo un bel po' di milioni per mantenere questo orfanotrofio.
Con Felice abbiamo avuto tanti scambi epistolari, ma purtroppo non ho tenuto molte lettere. Invece è stata conservata una bella corrispondenza con la famiglia e in particolare con la sua figlioccia.

Gheddo - Com'è nata la devozione a fratel Felice?

Luraghi - Introbio è un paese di 1.500 abitanti e si conoscono tutti. La famiglia di Felice è radicata nel paese. Prima che arrivassi a Introbio c'era già una certa devozione verso Felice, molti lo ricordavano quando era venuto in Italia nel 1956 e aveva suscitato una gran bella impressione: la gente era rimasta edificata dal suo comportamento. A farlo conoscere e venerare ha molto contribuito "Il fabbro di Dio", letto in tutte le famiglie; e poi le sue lettere così semplici e piene di amore e di fede: rispondeva sempre agli aiuti che gli mandavamo per i suoi poveri.
Quindi la gente lo conosce e dopo la morte ha incominciato a pregarlo. Padre Angelo Tin mi ha sempre tenuto informato della devozione a fratel Felice che c'è in Birmania e delle grazie ricevute. E mi ha mandato anche un pezzo della sua veste. Era verso il 1994-1995. Così ho fatto fare delle immaginette, con una preghiera composta da me e in copertina ho messo il bel disegno che c'è sul libretto stampato dal vescovo mons. Mattia in inglese (5); vi ho aggiunto un pezzetto della veste di Felice come reliquia... Ne ho distribuite un migliaio di copie e adesso ne abbiamo stampate un altro migliaio.

Gheddo - La veste doveva essere ben grande!

Luraghi - Mi ha mandato solo una manica, ma si ricavano tantissimi pezzettini da mettere nell'immagine. Non pochi mi hanno detto: "Grazie dell'immaginetta di fratel Felice. L'ho pregato e mi ha aiutato, ho messo la sua immagine dove avevo dolore e sono guarito...".

Gheddo - Quindi a te pare che come aiuto pastorale fratel Felice ha dato qualcosa alla parrocchia?

Luraghi - Senz'altro, lo sentiamo come un santo e uno dei nostri, quindi molti lo pregano. Questo vuol dire che si avvicinano alla fede e alla preghiera. Tutti gli anni, nell'anniversario della morte, il 23 marzo, celebriamo al Messa da morto per lui. Per me è sempre un problema celebrare la Messa da morto per fratel Felice, preferirei celebrare una Messa di gloria. Comunque stiamo alle regole. La gente viene numerosa e il gruppo missionario si impegna a pregare ed a lavorare per aiutare padre Angelo Tin e la missione di Birmania e a far pregare per ottenere grazie attraverso la sua intercessione.

Gheddo - Padre Giampiero Beretta del Pime, che viene da te in parrocchia, mi ha detto che hai presentato Felice anche fuori di Introbio.

Luraghi - Sì, padre Giampiero viene ogni tanto ad aiutarmi, quando è libero. Mi ha invitato al suo paese, a Lurate Caccivio (Como), dove al primo venerdì del mese usano esporre il Santissimo e celebrare una Messa missionaria. Una volta sono andato io e ho parlato di Felice. Poi mi ha invitato anche a Saronno e anche lì una volta al mese fanno una celebrazione missionaria: sono andato ed ho presentato Felice. Mi piace parlare di lui, perché penso faccia del bene alla gente. Riassumo la sua vita e presento alcune sue caratteristiche: la semplicità, l'obbedienza, lo spirito di sacrificio, la devozione alla Madonna, i tre Rosari al giorno. Felice è conosciuto e pregato anche nei paesi della Valsassina e a Lecco.

Gheddo - I parenti a Introbio chi sono?

Luraghi - Ha i nipoti, figli di fratelli e sorelle. Aveva una sorella che è morta già da tempo a 101 o 102 anni, era più anziana di lui. I nipoti sono molto legati a Felice.

Gheddo - Dimmi qualcosa delle grazie ricevute di cui hai conoscenza. Hai qualche scritto di quelli che ti hanno detto che hanno ricevuto grazie da lui?

Luraghi - No, scritti no, alcuni mi hanno parlato a voce delle grazie ricevute. Vedrò di raccogliere queste testimonianze.

Gheddo - Bisogna documentare che c'è la devozione a Felice e far pregare la gente, perché la Causa di Canonizzazione ha senso solo se si prega. Quando si parla di una causa di Canonizzazione, molti pensano subito ai soldi...

Luraghi - I soldi sono l'ultima cosa, si trovano sempre.

Gheddo - Bravo, è proprio vero. Bisogna far conoscere fratel Felice, farlo amare e imitare, pregare e chiedere grazie per sua intercessione. La cosa più importante non sono i soldi, ma la santità del "Servo di Dio" e la "fama di santità" di cui gode presso il popolo, dimostrata dalle preghiere e dalle grazie ricevute. Dalla Birmania le testimonianze su Felice sono concordi: era un missionario santo. Così hanno scritto anche mons. Gobbato, p. Noè, superiore del Pime in Birmania, e p. Mattarucco.

"L'asino dei padri e delle suore di Birmania"

Già negli anni settanta nasce dalla sua autobiografia, "Il fabbro di Dio", la "fama di santità" di fratel Felice in Italia, mentre in Birmania era forte fin da quando Felice viveva e lavorava a Toungoo, cioè a partire dal 1922. Interessante, nella prima edizione de "Il fabbro di Dio", la lunga "Presentazione" di padre Pasquale Ziello (6), nella quale il padre riferisce la domanda che s'é sentita rivolgere:

"Queste memorie sono scritte da fratel Felice o furono da lui narrate a voce e da altri più o meno abilmente stilate? Onestamente si dichiara - risponde Ziello - che furono scritte da lui. Quelle mani callose, adusate alla mazza e all'incudine, hanno impugnato la penna e si sono posate su un tavolino a vergare questo scritto, con lo stesso impegno con cui martellano e storcono il ferro. Felice connubio del martello e della penna in un umile operaio. che ha saputo adoperarli entrambi per la gloria di Dio! Naturalmente leggeri ritocchi linguistici sono stati ritenuti necessari, rispettando però qua e là alcune sgrammaticature di quelle che il Tommaseo, leggendole, forse chiamerebbe sapienti''".

Ma la storia de "Il fabbro di Dio" non finisce qui. Il seguito lo racconta padre Ferdinando Germani, scrivendo la biografia di padre Ziello. Il manoscritto di Felice, inviato da Ziello a Germani nel 1970, incontra qualche difficoltà per essere pubblicato.
Erano gli anni dopo il Concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965), quando si affermava in Italia il "laicato missionario". Il Pime, come altri istituti missionari, tentava di adattare l'antica formula dei "fratelli missionari" alle nuove esigenze della vocazione laicale e missionaria raccomandata dagli ultimi Papi (7) e dal decreto "Ad Gentes" del Concilio (1965). La personalità di Felice Tantardini, come risulta dal suo "Il fabbro di Dio", sembrava ad alcuni troppo umile e dimessa: si dichiarava addirittura "il servo dei padri", nel senso di essere a totale servizio dei missionari.
Germani scrive a Ziello facendogli presente le difficoltà incontrate. Ziello risponde (8):

"Quando mi giunsero all'orecchio simili contestazioni, feci leggere a fratel Felice la biografia del suo santo protettore, San Felice da Cantalice, intitolata "L'asino dei frati", in quanto lui a nessuno negava i suoi servizi. Fratel Felice fu entusiasta di questo libro e lui stesso diceva di potersi considerare "l'asino dei padri e delle suore di Birmania". Io sono venuto in missione per servire i padri, afferma Felice, che cos'altro mi si vuol far dire? Che sono il fratello universale" come il De Foucauld?".

Padre Germani sottopone le valutazioni pro e contro la pubblicazione de "Il fabbro di Dio" al vescovo di Taunggyi (mons. G.B. Gobbato) e al superiore generale del Pime (mons. Aristide Pirovano).

"Dopo circa un anno di attesa - continua Germani - mi venne dato ufficialmente il via alla stampa. Fratel Felice è davvero meraviglioso - mi scriveva mons. Pirovano (30 agosto 1971) - e vorrei averne tanti di fratelli come lui''".

I motivi di questa "contestazione" vanno spiegati. Nessuna critica a fratel Felice e al suo modo di essere, ma il timore che presentare un "fratello missionario" in quell'atteggiamento modesto e sottomesso potesse ostacolare l'appello per la vocazione nel Pime dei giovani "laici missionari", consacrati a vita alle missioni; o creare un'immagine errata di questi, mentre si stava tentando di precisare la nuova figura del "laico missionario a vita" dopo il Capitolo di aggiornamento post-conciliare dell'Istituto (Roma, 29 maggio 1971 - 27 gennaio 1972).
E' un tema da illustrare brevemente, per comprendere il significato e il valore non solo della vita di Felice Tantardini, ma anche di questo libro.

Il Pime comunità missionaria di sacerdoti e di laici

Il Capitolo di aggiornamento post-conciliare appena citato, ha rinnovato il Pime cercando di

"orientarlo sempre più chiaramente all'apostolato fra i non cristiani. L'Istituto non vive per se stesso, né per offrire ai suoi membri l'opportunità di santificarsi nella vita comunitaria. Nessuno sceglie il Pime se non per servirvi le missioni. Per questo la nostra vita comunitaria, l'educazione che diamo, l'attività che svolgiamo vanno continuamente verificate con questo metro" (9).

In questo quadro, il Capitolo ha discusso a lungo dei fratelli, equiparandoli a pieno titolo ai padri: cessano quindi

"le ultime discriminazioni giuridiche che ancora vi erano tra sacerdoti e fratelli e che non sono direttamente connesse con l'esercizio del ministero sacerdotale... Il fondamento del nostro appartenere al Pime è la vocazione missionaria, che in se stessa è uguale nei sacerdoti come nei fratelli: sacerdozio e laicato sono modi diversi di attuare questa vocazione fondamentalmente uguale. La conseguenza più importante sta nel vedere i laici come missionari a pieno titolo e non come semplici cooperatori dei sacerdoti e quindi nel chiedere e nell'offrire loro un impegno che sia chiaramente e direttamente di apostolato missionario... I metodi migliori per tradurre in pratica queste esigenze possono essere di affidare interamente ad un gruppo di fratelli certe opere sociali che sono indubbiamente di competenza laicale più che sacerdotale, oppure di formare delle comunità apostoliche in cui l'apostolato del sacerdote e del laico si integrino a vicenda, a tutto vantaggio reciproco".

Altra conseguenza riguarda l'animazione vocazionale e la formazione:

"Se l'Istituto ha nel suo interno due modi di essere missionari (quello laicale e quello sacerdotale), essi vanno sempre presentati tutti e due... I fratelli devono essere preparati ad esercitare anche l'apostolato diretto, dando a tutti una solida base spirituale, religiosa e culturale". Infine, l'Istituto dovrà cercare "i modi più adatti per aprire le porte a laici missionari temporanei".

I missionari laici del Pime (o fratelli)

Negli ambienti clericali si parla a volte del laicato cattolico impegnato e qualcuno lo definisce "il gigante addormentato". Definizione azzeccata: già prima, ma specialmente dopo il Concilio Vaticano II, tutti i battezzati sono chiamati a svolgere con la loro vita un compito missionario. Ma hanno ancora un lungo cammino da fare per impegnarsi nella missione della Chiesa. Nella "Redemptoris Missio" (n. 71) si legge:

"I Pontefici dell'età recente hanno molto insistito sull'importanza del ruolo dei laici nell'attività missionaria... La missione è di tutto il popolo di Dio... La partecipazione dei laici all'espansione della fede risulta chiara fin dai primi tempi del cristianesimo, a opera sia di singoli fedeli e famiglie, sia dell'intera comunità. Il Vaticano II ha confermato questa tradizione, illustrando il carattere missionario di tutto il popolo di Dio, in particolare l'apostolato dei laici, e sottolineando il contributo specifico che essi sono chiamati a dare all'attività missionaria".

Il Pime è nato nel 1850 come Istituto missionario formato da sacerdoti e da laici consacrati a vita all'opera delle missioni, all'inizio chiamati "catechisti", poi "fratelli" e oggi "missionari laici a vita". Il Capitolo di aggiornamento del 1971-1972, dopo un intenso periodo di preparazione, ha discusso a lungo dei fratelli, mettendoli sullo stesso piano dei padri, come s'é detto (10). L'Assemblea generale del Pime nel 1989 a Tagaytay (Filippine) fa un passo avanti: dà mandato alla direzione generale di istituire la "Delegazione missionari laici" (Dml), che ha lo scopo di

"meglio animare, formare e rinnovare i missionari laici, operando sempre nel quadro dell'Istituto, in collaborazione con i vari animatori e formatori. I missionari laici, sia in forma autonoma che in collaborazione con altre regioni e delegazioni, attendono a progetti del seguente tipo: sviluppo integrale; presenza-testimonianza in ambienti non cristiani, inserendosi nella realtà locale; collaborazione diretta con i padri del Pime in ogni settore d'Istituto e di missione".

I missionari laici a vita: una vocazione attuale

La "Delegazione missionari laici" viene istituita il 1° novembre 1991, quando entra in vigore lo "Statuto della Dml" (11). Il primo responsabile è Fabio Mussi (12), che così presenta la vocazione dei laici del Pime consacrati a vita alla missione (13):

"Credo fermamente che la nostra scelta di vita sia ancora valida. E' tramontata l'epoca in cui si indirizzava tra i fratelli" l'aspirante di animo buono che non ce la faceva" con gli studi teologici. Oggi missionari laici non si diventa per ripiego: la nostra scelta ha invece le sue precise caratteristiche che la rendono unica, diversa sia da quella dei preti che da quella dei volontari internazionali.
Anzitutto la scelta di vita. Ci sono delle presenze che un volontario potrà difficilmente intraprendere, perché richiedono tempi molto lunghi, oppure una preparazione troppo specifica o ancora un lavoro in situazioni ambientali o geografiche particolari. Dall'altro lato esistono ambiti (ad esempio le nazioni islamiche) dove ad un prete potrebbe essere interdetto l'accesso o comunque l'apostolato suo proprio. Il missionario laico invece cerca la sua strada anche lì.
La Delegazione missionari laici" è una forma giuridica per rendere più evidenti le caratteristiche e i compiti delle vocazioni laicali a vita. In pratica è una sorta di organizzazione" non territoriale, della quale fanno parte i missionari laici e i sacerdoti ad essa destinati dai superiori; ai laici che sono già membri dell'Istituto è data facoltà di aderirvi, i nuovi missionari laici invece vi saranno assegnati di norma".

Quale il cammino della Dml negli ultimi anni (14)? Il delegato attuale dei missionari laici, Ettore Caserini, così risponde (15):

"Anzitutto mi preme di dire che oggi per i nostri missionari laici abbiamo a Busto Arsizio una buona struttura formativa, sia sul piano degli studi che della formazione spirituale (16). Nell'ottobre 1999 apriamo la casa con 8 giovani che intendono diventare missionari laici a vita: 4 sono italiani e 4 vengono dalle missioni, Bangladesh (due), uno dalla Papua Nuova Guinea e uno di origine vietnamita (dagli Stati Uniti).
I nostri obiettivi concreti sono due e siamo ancora all'inizio, ma il cammino si prospetta buono e pieno di speranze:
a) L'inizio dell'animazione vocazionale e del reclutamento di missionari laici membri dell'Istituto nei territori di missione e una pre-formazione sul posto, prima di venire in Italia.
b) stabilire nelle missioni delle opere che siano sotto la diretta responsabilità della Dml, come personale e come finanze e direttive operative: oggi le tre scuole tecnico-industriali di Eluru (India), Dinajpur (Bangladesh) e Watuluma (Papua Nuova Guinea). Quest'ultima attualmente è al centro della nostra attenzione perché nuova: abbiamo mandato due missionari laici giovani ad aiutare Mario Fardin che è là da vari anni. Poi ci sono presenze di missionari laici nelle missioni affidate al Pime, in Brasile (a San Paolo fra i ragazzi di strada), Amazzonia, Camerun, Thailandia: di qui potrebbero nascere altre opere della Dml".

Con la coscienza viva che il ruolo dei laici nella missione della Chiesa acquista sempre più importanza, il Pime ha dato inizio, negli ultimi anni, a due forme nuove di presenza missionaria laicale collegate con l'Istituto, che stanno iniziando il loro cammino:
a) la "Comunità missionarie laiche" (fondate nel 1988). Sono l'equivalente dei missionari laici a vita del Pime (fratelli) in campo femminile. Fanno vita comunitaria e promessa di servire le missioni per tutta la vita nella castità, povertà e obbedienza. Sono una decina in formazione e quattro in missione in Cambogia (17).
b) l'Alp ("Associazione laici del Pime") avviata nel 1991, per mandato dell'Assemblea di Tagaytay (1989): laici (uomini e donne, sposati e non sposati) che desiderano realizzare un servizio missionario con il Pime e si impegnano in progetti nelle missioni, con un contratto di 3-5 anni, dopo due anni di formazione in Italia. Oggi sono una sessantina in formazione e 25 in varie missioni: Thailandia, Bangladesh, Camerun, Guinea-Bissau, Costa d'Avorio, San Paolo, Parintins e Macapà (18).

"Fratel Felice affascinante per i giovani d'oggi"

Dopo aver presentato i "laici missionari a vita" nel Pime, torniamo al volume di Felice Tantardini "Il fabbro di Dio". Chiedo a Massimo Cattaneo, missionario laico del Pime in Bangladesh, se ha letto il volume e cosa ne pensa (19).

Cattaneo - Ho 39 anni, sono stato in Bangladesh tre mesi nel 1997 e poi sono tornato stabilmente nell'ottobre 1999. Adesso sono in Italia per fare le pratiche per il visto permanente e ritorno subito in Bangla. Ho letto "Il fabbro di Dio" e vedo in fratel Felice Tantardini una figura attuale, nel senso di poterla proporre anche oggi al missionario laico. Potrei definirlo "il Vangelo vissuto nella situazione quotidiana"; non cercato in situazioni straordinarie, ma vissuto nella vita normale di tutti i giorni. Questa, secondo me, è la dimensione prediletta dal Vangelo e che forse si sta un po' perdendo.
Fratel Tantardini, senza fare studi teologici né alcunché di straordinario, ha trovato Gesù nella sua professione e vita quotidiana. L'incarnazione di Gesù ha per me questo significato: non dobbiamo cercarlo chissà dove, lui si è fatto uomo per essere con noi sempre, tutti i giorni, in tutto quello che facciamo e viviamo, nelle situazioni di vita più normali. Tra l'altro anche Gesù era un fabbro o un falegname!

Gheddo - Perché dici che nella Chiesa questo messaggio è stato un po' perso?

Cattaneo - Mi sembra che oggi il Vangelo sia reso troppo difficile, lontano dalla vita comune: c'è troppa scienza, troppo studio, troppi ragionamenti, troppa teologia e poca vita. Sembra quasi che per vivere il Vangelo uno debba cercare situazioni estreme, straordinarie, studiare chissà cosa... Per cui il semplice fedele finisce per delegare il Vangelo alle persone consacrate, ai preti, suore, monaci di clausura. Il laico ha la famiglia, il lavoro, le occupazioni e preoccupazioni quotidiane, la vita economica, sociale e politica. Poi si ricorda del Vangelo quando la domenica va in chiesa, quando c'è qualche fatto straordinario: non è nel suo mondo quotidiano.

Gheddo - Ti pare quasi che l'appello alla santità è lasciato agli specialisti del sacro?

Cattaneo - Sì, io ho scoperto tardi che non è così. Mi aveva impressionato, quando ero animatore dell'oratorio di Saronno, che in un incontro don Paolo Zago, allora coadiutore a Saronno, diceva: "La santità è per tutti, anche per me e per tutti noi". Mi ha colpito e mi ha incantato. Ecco, secondo me Felice Tantardini è proprio il santo comune, si è fatto santo facendo il fabbro!
Un'altra cosa che mi ha impressionato di Felice, la sua professionalità. Lui era fabbro, sapeva lavorare bene il ferro e aveva coscienza di questa sua abilità. Per cui in tutta la sua vita non ha alcun complesso di inferiorità: era fabbro, era contento di fare il fabbro, si presentava come fabbro, sapeva farlo bene, in spirito di servizio. E' una figura quanto mai attuale per i giovani d'oggi, che a volte sognano o vanno alla ricerca di chissà cosa. Invece ciascuno di noi deve essere se stesso e servire il Signore per quello che è.
Fratel Felice metteva questa sua professione a servizio di tutti, della missione, del popolo, della Chiesa. Il "servizio" è l'eredità che Gesù ci ha lasciato quasi come testamento. Nell'ultima Cena compie un gesto esemplare, lava i piedi agli Apostoli: proprio come segno di spirito di servizio! L'amore ha diverse dimensioni: il perdono, la gratuità, la sopportazione vicendevole e naturalmente il servizio. Quante cose cambierebbero nel mondo se tutti facessimo quel che facciamo per servizio; non per affermare noi stessi, ma per fare un servizio agli altri.

Gheddo - Qualcuno dice che Felice è una figura troppo all'antica, nato più d'un secolo fa, con uno stile modesto, umile, servizievole, che oggi non è più di moda e non combina più con la figura del laico missionario. Tu cosa dici?

Cattaneo - Io credo che lo spirito di servizio, esercitato con professionalità, vale sempre. E vedo che anche oggi ci sono molte situazioni, nelle missioni, che chiedono disponibilità e servizio. E poi Tantardini aveva spirito di preghiera, spirito di sacrificio, di umiltà, di adattamento alle varie situazioni: tutte qualità indispensabili anche oggi al missionario. Felice era fabbro, ma poi si è adattato a costruire, a fare il falegname, l'ortolano, il muratore, l'infermiere, il sacrista...
Io credo che uno debba avere la consapevolezza di cosa sa fare, della sua professionalità. Perché allora è sicuro di se stesso, non è una bandiera che non sa da che parte girarsi e aspetta il vento che la faccia girare. E poi si adatta anche a fare di tutto, quando è un servizio richiesto. Io so che sono capace di fare il meccanico.

Gheddo - La tua professione è il meccanico?

Cattaneo - Sì, ho studiato al Politecnico e poi ero artigiano, avevamo una ditta meccanica di famiglia, lavoravo col papà. Già da diversi anni andavo in Guinea-Bissau per brevi periodi di tempo con un gruppo di Saronno collegato con padre Dionisio Ferraro del Pime, per aiutare a costruire le strutture scolastiche nella parte meccanica. Quando il papà è andato in pensione, abbiamo chiuso e venduto la ditta e allora, finalmente, sono entrato nel Pime per consacrarmi a Dio e alla missione e fare tutta la vita quel servizio che facevo per poche settimane in Guinea-Bissau.
Io so di avere una competenza in campo meccanico sulle macchine utensili e sono destinato alla "Novara School" di Suihari. Ho studiato l'inglese a Detroit negli Stati Uniti e adesso sono a Dacca a studiare il bengalese, poi entrerò in attività.

Gheddo - Quindi a te pare che Felice Tantardini sia, oggi per i laici consacrati a vita nel Pime, una figura bella da proporre ai giovani, da imitare?

Cattaneo - Senza dubbio. Nella sua semplicità, professionalità, normalità di vita e santità, Felice è un modello grandioso. Mica a tutti è richiesto di usare il computer, no? Se tutti lavorassero al computer, non mangeremmo più l'insalata. Perché l'insalata non esce dal computer e non ci sarebbe più nessuno che sa che l'insalata va seminata con la luna giusta, altrimenti non cresce.

Gheddo - Ma no! Questo non lo sapevo...

Cattaneo - Vedi? Se si sbaglia a seminare, l'insalata non cresce, vengono solo semi, semenza. Tutti i contadini lo sanno, ma se sparisce chi coltiva la terra smettiamo anche di mangiare l'insalata e tutto il resto!
Per cui, riassumendo, io credo che per fare il laico missionario oggi, oltre a tutta la preparazione religiosa, spirituale e culturale adeguata ai tempi nostri, occorre che uno sappia fare qualcosa e abbia la coscienza della sua professionalità: e poi faccia la scelta di dedicare la sua vita al servizio degli altri, della missione, della Chiesa, del popolo. Questa è la consacrazione a Dio e questo è il Vangelo. E' attraverso la vita ordinaria che si incontra il Signore, che si è fatto uomo per salvarci.

 

(1) Nella Presentazione alla I edizione de "Il fabbro di Dio", Pime, Napoli 1972.
(2) Come già s'è detto, i missionari del Pime in Birmania prendevano volentieri in giro fratel Felice: uomo semplice e ingenuo, aveva dei preti una grandissima stima e si fidava di loro, prendeva sul serio tutto quel che dicevano. Di qui la facilità di giocargli scherzi: Felice, quando se ne accorgeva, era il primo a riderne.
(3) La seconda stesura de "Il fabbro di Dio" è completata da Felice nel suo 67° anno di età, cioè nel 1965. E' quindi aggiornata solo fino a quell'anno.
(4) Intervistato il 16 aprile 1998 e l'8 maggio 2000.
(5) Nel 1995 l'arcivescovo di Taunggyi, mons. Matthis U Shwe, ha pubblicato, con una sua prefazione, un opuscolo di 56 pagine composto da p. Angelo Tin e da altri: "Brother Oo Maung Than Chaung" (il nome cariano di fratel Felice), Taunggyi 1995 (si veda il capitolo IX).
(6) Nella seconda edizione la presentazione di Ziello è stata tolta e non si capisce perché. Padre Ziello (1901-1976) è una delle personalità più eminenti nella lunga storia del Pime in Birmania: vicario generale di mons. G.B. Gobbato, uomo illuminato e di cultura, di grande umanità e santità, competente in scienze sacre, autore di una trentina di volumi ed opuscoli (in inglese) a servizio della missione. Alcuni di questi, pubblicati in India, ebbero ampia diffusione fra il clero, i religiosi e il popolo cristiano; ad esempio, "Jesus and I" (Gesù e io), stampato ad Allahabad nel 1972, una specie di "Imitazione di Cristo", ricevette cordiale accoglienza anche da pastori protestanti.
L'opera che più ha qualificato Ziello come uomo apostolico è il "Directorium ad usum sacerdotum" (Direttorio ad uso dei sacerdoti della diocesi di Toungoo), che ebbe tre edizioni (1932, 1939, 1952). Il fatto che p. Ziello abbia insistito per pubblicare "Il fabbro di Dio" è un segno di quanto era convinto della santità di fratel Felice. Vedi: Ferdinando Germani, "Padre Pasquale Ziello, missionario in Birmania", Pime, Napoli, 1985, pagg. 337.
(7) Specie Pio XII nell'enciclica "Fidei Donum" (1957) e Giovanni XXIII nell'enciclica "Princeps Pastorum" (1959).
(8) Biografia di Ziello citata alla nota 4, pagg. 292 segg.
(9) I testi citati in questo paragrafo sono presi dal "Documento introduttorio" dei "Documenti capitolari", Pime, Roma 1972, nn. 52-53.
(1)0 Sull'evoluzione dei fratelli nel Pime si veda: "Missionari laici Pime per il rilancio della propria vocazione", "Quaderni di Infor Pime", n. 46, aprile 1991, pagg. 95.
(11) "Il Vincolo", n. 170, ottobre-dicembre 1991, pagg. 201-207.
(12) Fabio Mussi è stato missionario in Costa d'Avorio. Dopo di lui, dal 1° settembre 1998, superiore della Dml è Ettore Caserini, già missionario in Bangladesh.
(13) Roberto Beretta, "Missionari laici, Vangelo quotidiano", "Mondo e Missione", marzo 1993, pagg. 173-189.
(14) Fabio Mussi, "La Dml nel triennio 1994-1997", "Infor-Pime", gennaio 1998, 6-18; "La programmazione della Dml per il triennio 1997-2000", "Il Vincolo", n. 188, dicembre 1997, 150-153; vedi numero di "Infor Pime" dedicato ai missionari laici, n. 124, novembre 1997, 5-27.
(15) Intervistato il 23 settembre 1999. La sede della Delegazione missionari laici è nella casa di formazione per missionari laici del Pime: P.I.M.E., Via Lega Lombarda, 20 - 21052 Busto Arsizio (VA) - Tel. 0331.35.08.33. Fax: 0331.35.08.20.
(16) Bruno Brugnolaro, "Formazione dei missionari laici: riflessioni ed esperienze", "Infor Pime", gennaio 1988, 19-27; Aldo Di Caterino, "Quale impegno e formazione per i laici nella missione?", "Infor Pime", giugno 1996, 32-37.
(17) Franco Cagnasso, "Laiche missionarie a vita", "Infor Pime", maggio 1989, 15-19; "Convenzione tra le Comunità missionarie laiche (Cml) e il Pime", "Il Vincolo", n. 185, dicembre 1996, 137-138.
(18) Fabio Mussi, "Il Pime e i laici con impegno missionario a tempo determinato", "Infor Pime", dicembre 1995, 33-42; Piero Gheddo, "Alp femminile al Mocambo", "Infor Pime", giugno 1996, 27-31.
(19) Intervistato a Roma il 27 aprile 2000.