PICCOLI GRANDI LIBRI  Piero Gheddo
IL SANTO COL MARTELLO
Felice Tantardini
70 anni di Birmania

  STORIA E VITA MISSIONARIA

EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

I - Prigioniero nella prima guerra mondiale
II - In missione tra i cariani della Birmania orientale ....
III - I primi passi nella vita missionaria Leikthò e Kalaw (1922-1933)
IV - Nella tragedia della seconda guerra mondiale
V - Ricostruire dopo la guerra
VI - A 85 anni Felice va in pensione
VII - Quando nasce la "fama di santità" di Felice
VIII - La vita eroica di fratel Felice
IX - Testimonianze su fratel Felice

X - Come ricordano il fabbro di Dio

Intervista a fratel Pietro Giudici - La testimonianza di p. Igino Mattarucco - Intervista a p. Paolo Noè

X

COME RICORDANO IL FABBRO DI DIO

Questo capitolo contiene le tre testimonianze più lunghe e accurate su fratel Felice, rilasciate da suoi confratelli che hanno condiviso con lui la missione in Birmania:
- fratel Pietro Giudici, con Felice dal 1938 al 1967;
- padre Igino Mattarucco, in Birmania dal 1948 al 1999, con un periodo di lavoro in Italia (1986-1993);
- padre Paolo Noè, in Birmania dal 1948, l'unico missionario del Pime rimasto nel paese, dopo la morte di p. Luigi Galbusera il 15 marzo 2000. Dal 1960 è superiore regionale dell'Istituto in Birmania.

Intervista a Fratel Pietro Giudici

"Ho lavorato molti anni con Felice"

Fratel Pietro Giudici, missionario in Birmania dal 1938 al 1967, quando venne richiamato da mons. Aristide Pirovano (allora superiore generale del Pime) alla procura delle missioni di Milano, nella quale è stato incaricato fino al 1999 per le spedizioni di materiali alle missioni: ha aiutato molto la sua Birmania inviando medicine, vestiti, materiale di cancelleria, libri, denaro e tutto quanto poteva raccogliere. L'11 settembre 1998 (e nei giorni seguenti) suor Franca Nava, missionaria dell'Immacolata e mia segretaria a Milano, l'ha intervistato. Ne è venuta fuori una conversazione che completa bene la descrizione della figura di Felice.

"Aveva una stima enorme dei padri e delle suore"

Giudici - Non ho mai conosciuto né un padre, né un fratello più santo di Felice Tantardini. Ho vissuto con lui 20 anni e posso testimoniare che non ho conosciuto una persona più virtuosa e santa di lui. Se si è sempre mantenuto come io l'ho conosciuto sono certo (metto la mano sul fuoco) che fratel Felice è andato dritto in Paradiso senza passare per il Purgatorio.

Nava - Perché dice questo? Mi racconti qualche fatto e come si comportava nella vita quotidiana.

Giudici - Posso dire che era distaccato da tutto e da tutti, semplice, obbediente, sempre contento, non sapeva cos'era la mormorazione. Se capitava qualche bisticcio o piccole discussioni lui andava in chiesa a pregare; non c'era pericolo che si spazientisse.

Ad esempio, padre Ziello era il tipo che se aveva bisogno di un fazzoletto distante non più di 10 metri, doveva farselo portare. Felice stava lavorando il ferro e Ziello lo chiama: "Felice, Felice"; Felice piantava lì il suo lavoro e con fare gentile chiedeva di cosa avesse bisogno, portava il fazzoletto e se ne ritornava al lavoro, calmo e sorridente come se niente fosse.

Non erano passati pochi minuti, Felice sempre al suo lavoro e Ziello ancora: "Felice, Felice"; il fratello: "Cosa vuole, padre?". "Guarda che in refettorio c'è una mela, portamela che ho fame"; lui subito andava in refettorio e portava la mela. Dopo un po', ancora: "Felice guarda che nella mia camera c'è una ciabatta rotta, vedi se puoi rimediare in qualche modo"; Felice correva a prendere la ciabatta, la riparava e la portava a p. Ziello che magari si dimenticava di dirgli almeno "grazie".

Ritornava al suo lavoro e dopo pochi minuti ecco che arriva mons. Gobbato: "Felice, hai notato se questa mattina hanno portato il latte in cucina?"; Felice corre in cucina per assicurarsi che il latte è arrivato e va da monsignore assicurandolo. Torna in officina e continua il suo lavoro, ma arrivano le suore: "Felice, non abbiamo più patate"; lui, senza un lamento, lascia il lavoro e corre al mercato a comperare un sacco di patate. Tutto questo quando eravamo a Taunggyi.

Nava - Era molto paziente e servizievole.

Giudici - Non era solo questo. Felice aveva una stima enorme dei padri e delle suore, qualunque loro desiderio era per lui un ordine. Ma era così con tutti. Abbiamo costruito assieme la cattedrale di Taunggyi e l'episcopio: eravamo solo noi due con i muratori locali, io dirigevo i lavori e gli preparavo i disegni per lavorare il ferro necessario alla costruzione. Mai una volta abbiamo avuto occasione di litigare, potevo chiedergli qualsiasi lavoro, lui lo eseguiva perfettamente.

Un altro caso che ricordo bene. Quando padre Pedrotti, parroco della cattedrale a Taunggyi, aveva qualcosa da fare in chiesa, chiamava Felice che stava magari facendo un lavoro impegnativo: aveva i sacrestani locali, ma sapeva che il fratello i lavori li faceva bene e chiamava lui. Felice lasciava tutto e correva dal padre chiedendogli cosa desiderava: "Guarda, quei candelieri sono un po' storti, vedi se puoi fare qualcosa". Felice li prende, li porta in officina, li ripara e dopo due giorni ritorna con i candelieri rimessi a nuovo. Li consegna al padre che dice semplicemente: "Mettili lì" e se ne va senza nemmeno rendersi conto del lavoro fatto.

"Sempre contento, non aveva una lira in tasca"

Nava - Qualche volta si lamentava?

Giudici - Lo strano era che non si lamentava mai di nessuno e di nessuna sofferenza. E sì che di disturbi ne aveva. Ad esempio, non portava mai le calze perché soffriva di cattiva circolazione alle gambe. Di notte faceva fatica a dormire perché i piedi bollivano. Io che dormivo nella stanza accanto, una notte che lo sentivo scendere più volte dal letto, vado da lui e gli chiedo perché non dorme; gli suggerisco di fare un bagno freddo ai piedi e lui obbedientissimo lo fa, sentendone un certo sollievo e mi ha anche ringraziato. Lo trovavo sempre con la corona del Rosario in mano, soffriva e pregava. Insomma, il suo modo di comportarsi era davvero virtuoso e diverso da quello comune di noi tutti.

Nava - Dove dormiva fratel Felice?

Giudici - Il suo letto era una stuoia sul pavimento o un asse di legno e una coperta. Non ha mai dormito con le lenzuola, il guanciale c'era sì e no, ossia anche se alla sera ce l'aveva, al mattino si trovava per terra, e lui usava una semplice federa.

Era sempre con la pipa in bocca, spesso capovolta e il tabacco finiva sull'incudine. Per comperare il tabacco andava al mercato con la federa (quella che serviva da cuscino) come sacco, la riempiva e quando chiedevamo: che ne fai di tutto quel tabacco? "Fin che dura - rispondeva - per almeno due o tre mesi non mi occorre andare al mercato". Era sempre contento, la pipa non doveva mai mancare, ne ha consumate una ventina perché masticava il bocchino.

Nava - Come vestiva?

Giudici - Nessuna cura per la sua persona: veste usata fino a che, ridotta ad uno straccio, le suore pensavano a sostituirla e per lui era sempre troppo. Non era attaccato a niente, non aveva una lira in tasca, sempre sereno, cordiale con tutti, sempre il primo a salutare. Non voleva aver nulla in tasca. Aveva un senso di giustizia verso gli altri quasi esagerato. Stavamo costruendo il seminario, io pagavo gli operai secondo il lavoro fatto. C'era un tizio non troppo onesto, pagato regolarmente. Venne dopo alcuni giorni a ritirare 500 rupie che secondo lui non gli avevo dato; gli mostro la ricevuta da lui firmata, non contento va da mons. Gobbato dicendo che io non l'avevo pagato. Monsignore mi fa chiamare e mi dà una buona ramanzina dicendomi che dovevo essere giusto con gli operai. Mostro la ricevuta e l'uomo se ne va con le pive nel sacco. Il fatto addolorò molto Felice. Lui così esatto, sincero, non diceva mai e poi mai una bugia e non poteva neppure pensare che ci fossero degli imbroglioni.

Nava - Pregava molto?

Giudici - Non parliamo di preghiera, era un Rosario continuo, recitava il Rosario di giorno e di notte, sul lavoro e in chiesa; spesso si addormentava in chiesa con il Rosario in mano, e io gli toccavo delicatamente una spalla: "Che fai, Felice? Dormi?". Lui, sorridendo, scuoteva la sua corona e continuava la preghiera. Quando andava coi ragazzi da un villaggio all'altro aveva sempre la corona in mano. Non ha mai tralasciato la preghiera comune, non perdeva una Messa. Quando andava nei villaggi a volte non c'era il prete, ma lui suppliva con le preghiere e i Rosari.

"Le nipoti volevano che si pettinasse"

Nava - Quando andava nei villaggi faceva dell'apostolato?

Giudici - Non saprei, perché io non ebbi mai occasione di vivere con lui nei villaggi. Lui andava con i ragazzi e certamente faceva molto pregare. A proposito di apostolato, Felice racconta ne "Il fabbro di Dio" (pag. 38): "Il p. Ravasi era morto nel 1923 e il p. Bossi, per più di un anno, dovette addossarsi la cura anche del distretto di Tithasò, data la scarsezza dei missionari. Io potevo allora parlare speditamente il cariano, e alla domenica mi recavo nei villaggi non troppo lontani a spiegare il Vangelo e fare un po' di dottrina alla gente e ai ragazzi. Mi piaceva tanto questo lavoro di catechista, e anche in seguito non lasciai mai passare l'occasione di dire una buona parola alla gente nei villaggi, ogni volta che vi andavo, specie per le costruzioni di cappelle".

Felice andava spesso nei villaggi a riparare grondaie, tetti e lavoretti vari, tutti lo chiamavano e lui diceva sempre di sì. Io invece andavo solo per le costruzioni e con lui rimanevo il tempo che era necessario. Una volta sono stato due mesi per la costruzione del seminario. Mai una volta ci fu occasione di litigare o dissentire in qualcosa. Un certo giorno gli dissi che dovevamo litigare almeno una volta e tanto per incominciare presi un suo arnese di lavoro e gli dissi che quello era mio. Lui mi risponde: "Va bene, tienilo pure". Abbiamo riso e non tentammo più nessun litigio.

Nava - Cosa mangiava? Com'era il suo aspetto fisico?

Giudici - Era magro come un chiodo, lavorava molto ma mangiava anche molto: una volta che è andato con due o tre ragazzi in un villaggio, si è portato un casco di banane, strada facendo le mangiarono tutte; arrivato a sera al villaggio, Felice si mangiò un piattone di riso bollito. Non so proprio come facesse a mangiare tanto. Non aveva pretese, bastava un piatto di riso e "curry" (salsa piccante, n.d.r.), non tollerava burro e formaggio. Non è che ne avessimo molto ma quando andavamo a lavorare in qualche missione dove vi erano i padri americani, ci servivano bene, ma lui rifiutava il cibo a cui non era abituato. Io gli dicevo: "Prendilo, Felice, poi lo passi a me"; e lui, obbediente, prendeva la sua porzione che poi metteva nel mio piatto.

Nava - Manteneva contatti con la sua famiglia?

Giudici - Scriveva ai parenti e ai suoi compaesani, le sue nipoti gli volevano molto bene. Tornò al suo paese una volta sola nel 1956, vi è rimasto pochi mesi, non si ritrovava più. Si meravigliava perché le sue nipoti gli spazzolavano la veste. Volevano che si pettinasse, lui che non aveva mai usato il pettine: quando i capelli erano un po' cresciuti li tagliava lui stesso.

Ritornato in missione incominciarono problemi di salute, ma lui lavorava sempre e non si lamentava mai. Soffrì di idrocele e di ernia. A proposito di ernia, un medico protestante, che a noi voleva molto bene, vedendo Felice che stringeva con la cintura dei pantaloni una parte ingrossata della gamba, lo volle visitare e lo portò subito all'ospedale. Subì l'operazione e avrebbe dovuto restare a riposo per un po' di tempo, ma lui appena si sentì meglio scappò a casa e il dottore dietro con la jeep: ma Felice non ne voleva sapere di salire e tornare in ospedale, si sentiva bene, anche troppo, era tempo di riprendere il suo lavoro.

Coi lebbrosi era a suo agio, non aveva nessuna paura del contagio. Abbiamo costruito parecchie casette nel lebbrosario di padre Perego a Loilem e lui si fermava a chiacchierare e scherzare con i lebbrosi.

Nava - Normalmente, come stava di salute?

Giudici - Abbastanza bene e se aveva qualcosa guariva in fretta. Non ha mai preso la malaria, era immunizzato, anzi diceva che le zanzare lo pungevano e poi morivano. E sì che la malaria l'hanno subìta tutti i missionari della Birmania.

Sono rimasto con fratel Felice fino al 1967, poi il governo comunista ha requisito tutto il materiale e allora mons. Pirovano, venuto in visita in Birmania, mi invitò a ritornare. Fratel Felice poteva continuare a lavorare perché le sue erano riparazioni di vario tipo nei villaggi. Avevamo già comperato del terreno ed avevamo in progetto l'Università cattolica... Ma poi vennero i comunisti e tutti i nostri piani fallirono.

Nava - Com'era l'officina di fratel Felice?

Giudici - L'officina? A lui bastava una tettoia, un sostegno di ferro per appendere i suoi arnesi. Anche quando andava nei villaggi non si è mai servito di nessuna stanza. Era abituato a fare a meno di tante cose, bastavano i suoi arnesi di lavoro e la pipa, anche se consumava il bocchino masticandolo e spesso la teneva in bocca capovolta.

La testimonianza di P. Igino Mattarucco

"Prego che possiamo presto venerare il beato Felice"

Con fratel Felice ho avuto diversi incontri, però stetti con lui solo 6 mesi nel 1960, a Leikthò, residenza a circa 50 miglia nord di Toungoo; e poi ancora con lui due anni 1969-1970 a Taunggyi, sede vescovile. Perciò posso direttamente testimoniare solo riguardo al tempo che vissi con lui. Sentii spesso parlare di lui e sempre in bene; era ammirato, lodato, amato dai padri italiani del Pime e dai sacerdoti locali.

Dovunque fosse mandato, "di qua e di là, di su e di giù", come diceva lui scherzando, lavorava con la stessa alacrità, buon umore e puntualità. Non faceva distinzione tra padri italiani e preti indigeni; un loro desiderio significava per lui un comando.

"Sempre di fretta, non voleva perdere tempo"

Nel leggere il suo libro "Il fabbro di Dio" si rimane strabiliati per l'immensa mole di lavoro fatto, eseguito con esattezza e rapidità. Felice aveva sempre fretta e non voleva perdere tempo. Lui era soprattutto fabbroferraio, ma poi faceva anche il carpentiere e il falegname, non di mobili, ma di edifici di legno. Si adattava a tutto, si ingegnava in tante cose e secondo il bisogno: anche come idraulico, costruttore di vasche di cemento e di grondaie per incanalare l'acqua piovana. Come fabbro, passava il tempo nella sua officina, spesso all'aperto sotto una tettoia. E con le sue braccia nerborute forgiava, batteva, limava putrelle o sbarre di ferro per farne capriate, cancelli, letti, blocchiere.

Come carpentiere, quante impalcature per case e ponti di legno costruì, quanti tronchi e assi tagliò, segò e trasportò nei vari lavori che doveva compiere. E pur impartendo ordini, mai stava con le mani in mano, ma lavorava con gli operai e più di loro.

Felice era un ometto minuscolo quasi come un nano, ma dalle sue braccia robuste sprizzava una forza incredibile, straordinaria; sembrava che non avvertisse stanchezza; faceva stordire la gente che voleva palpare i muscoli delle sue braccia. Pur avendo a volte disturbi fisici o accidentali incidenti sul lavoro, come martellate sulle dita o casuali ferite, non ci faceva caso; "dà l'impressione che non senta il dolore" osservava un Fratello delle Scuole Cristiane che ha lavorato con lui.

Quando nel 1960 si doveva trasferire la residenza parrocchiale di Leikthò a distanza di un miglio, vicino alla strada camionabile, fratel Felice fu mandato dal vicario capitolare p. Ziello a dirigere i lavori. Il vescovo, mons. Alfredo Lanfranconi, era morto nel novembre 1959. Allora io ero parroco di Leikthò. Si dovevano smantellare diversi edifici tutti in legno, e riedificarli nel posto stabilito. Così conobbi fratel Felice che, aiutato da alcuni operai, lavorava indefesso, non curante della fatica; e questo ogni giorno, tutto il giorno, eccetto naturalmente la domenica e sempre obbedientissimo ai consigli o avvisi ricevuti; sorridente con la fedele compagna pipa in bocca, spesse volte spenta. Aveva già 62 anni.

Al pomeriggio non conosceva siesta e riprendeva il lavoro; per gli operai rispettava l'orario di 8 ore, lui però continuava a mettere in ordine il materiale e gli arnesi sparsi. E alla sera recitava immancabilmente il Rosario intero, secondo la promessa fatta alla sua "cara Madonna" nel 1924 dopo la guarigione da ernia o appendicite, ottenuta quasi miracolosamente; anche se, per la soverchia stanchezza gli succedeva di sonnecchiare. Il giorno seguente però, pur dopo poche ore di sonno, per un disturbo ai piedi che letteralmente gli bollivano, riprendeva il lavoro.

Io che avevo conosciuto il fratello solo per sentito dire, scrivevo al procuratore, p. Achille Carelli, che stava a Toungoo: "Ma che uomo è il fratello, straordinario per lavoro e per virtù!" E il padre mi rispondeva: "E' per questo che tutti lo vogliono".

Fratel Felice non si arrabbiava mai; al più mostrava qualche impazienza con gli operai pigri, dicendo: "Ma che state facendo?".

"Per Felice un desiderio espresso era un ordine"

Come dissi all'inizio, stetti con fratel Felice a Taunggyi, dove fui parroco della cattedrale per due anni, succedendo a p. Pedrotti, che aveva retto la parrocchia per 40 anni.

Taunggyi è per importanza la terza città della Birmania (dopo Yangon - Rangoon e Mandalay, n.d.r.) ed è la capitale degli Stati Shan del Sud, con circa 70.000 abitanti; dista da Toungoo più di 200 miglia. Divenne sede episcopale (ora arcivescovile) con mons. G. Battista Gobbato, quando venne staccata dalla diocesi di Toungoo nel 1961. Taunggyi significa "monte grande", situata e circondata da monti e si trova a circa 1.500 metri sul livello del mare. Fratel Felice visse molti anni a Taunggyi e da là si recava nelle altre residenze dei padri al nord o al sud. Nella sua bottega di fabbro ferraio faceva i lavori che i padri gli ordinavano.

A tavola: al mattino una tazza di caffè e due fette di pane gli erano sufficienti; a mezzogiorno e sera veniva spesso in ritardo per ragioni del suo lavoro, mangiava quello che era preparato; però preferiva il riso abbrustolito al fondo della pentola; p. Ziello mi diceva che lo faceva per mortificazione, non perché gli piacesse di più. Osservavo spesso a tavola che non chiedeva mai il "curry" (salsa piccante da mescolare al riso) ma aspettava che glielo passassero. Aveva un'affezione speciale per il cane e gli dava bocconcini speciali, anche se il personale di servizio lo cibava regolarmente.

A Taunggyi Felice occupava, oltre alla sua stanza, anche un'altra per tenervi ferramenta o altro, una bella stanza con bagno, che poteva essere adibita per ospiti o piccole riunioni. Le cose che v'erano dentro potevano essere messe altrove. Io mi permisi di osservargli gentilmente che forse poteva lasciarla libera. Quello stesso giorno, alla sera tornai a vedere e trovai la stanza completamente sgombra e pulita. Lo dissi al p. Ziello, procuratore, e lui mi rimproverò: "Non era necessario. Non sa che esprimere al fratello un desiderio o dare un avviso è per lui un comando?". Rimasi mortificato ed edificato.

Fratel Felice ci teneva all'igiene e pulizia personale, ma non troppo. La sua stanza da letto era piena di ferramenta e attrezzi; il letto senza lenzuola, con una o due coperte. Era abbastanza pulito, ma non ordinato nelle sue cose; ordinato invece nell'eseguire i lavori. Con le mani callose all'inverosimile e almeno al mattino abbastanza pulite.

La domenica era riservata per rispondere alle poche lettere che riceveva dall'estero o dai padri della missione, e per lavare i suoi panni. Alle suore permetteva che gli lavassero la veste bianca, che indossava quando andava in chiesa e sempre metà sbottonata.

"Se ho delle buone qualità le debbo a mia madre"

Era molto semplice nelle sue devozioni, ma la sua fede nell'Eucaristia era solida ed il suo amore alla Madonna quanto mai filiale. Non tralasciava la S. Messa e la Comunione al mattino; per il ringraziamento si serviva di un opuscolo che gli avevo dato, pieno di buoni pensieri e santi affetti: lo gustava usandolo ogni giorno finché le pagine ingiallite si staccarono. Si confessava regolarmente ogni settimana o due. Ogni domenica e più volte alla settimana compiva la Via Crucis. Partecipava a tutte le funzioni parrocchiali. "Ringrazio Dio e la cara Madonna" è una frase che ricorreva spesso nelle sue conversazioni e nel "Fabbro di Dio". Recitava ogni giorno il Rosario intero, 150 Ave Marie, in ossequio alla promessa fatta verso il 1924, per guarigione ottenuta.

Felice ne "Il fabbro di Dio" scrive: "Se ho delle buone qualità, dopo che alla cara Madonna, lo devo alla mia tanto amata madre terrena per le sue cure materne piene di fede. Oh quanto ringrazio il buon Dio di avermi dato una tale madre!". Rivisitando la patria dopo 34 anni di assenza, nel 1956, il mattino del suo arrivo a Introbio, andò nel cimitero per visitare la tomba di sua madre, morta pochi anni prima.

"Cara mamma - le disse - la tua bellissima anima è già in Paradiso. Ora tocca a me fare in modo che ti possa raggiungere lassù, e sono certo che tu mi aiuterai". E non riusciva a trattenere le lacrime.

Io paragonerei fratel Felice a santa Bertilla Boscardin, canonizzata da Papa Giovanni XXIII nel 1961 (1). Era una suora infermiera semplice, umile, sorridente, riservata, solo premurosa di compiere bene il dovere che le era assegnato negli ospedali di Vicenza e di Treviso, paga soltanto di conoscere e praticare il libretto del catechismo di Pio X.

Felice mi richiama questa santa per la sua semplicità, umiltà, riservatezza ed eroica obbedienza. Aveva fatto solo la terza elementare e non si poteva pretendere da lui una gran cultura. Gli piaceva leggere libri di pietà e vite di santi. Anche di teologia e di Sacra Scrittura s'intendeva un pochino.

Un giorno mi disse: "I padri continuano ad insistere che bisogna leggere la Bibbia per aggiornarsi, per conoscere la Parola di Dio. Chissà che cosa è mai questa Bibbia". E la leggeva un po' quando aveva tempo. "Sfortunatamente!", come lui stesso diceva, si imbatté nei re Davide e Salomone, ambedue dotati di numerose mogli e concubine, e mi disse: "Basta, basta, cosa mi tocca sentire dalla Bibbia!" E la piantò lì. Forse dopo, penso, avrà cambiato parere.

"Per penitenza dica tre Ave Marie"

Mons. Emanuele Sagrada successe a mons. Rocco Tornatore, morto nel 1908, come vicario apostolico di Toungoo fino al 1937. Morì a Toungoo due anni dopo. Come vescovo ordinava a fratel Felice i lavori da compiere nella città episcopale o nei distretti (o parrocchie) sparsi sulle colline. Egli deve aver apprezzato la non comune tempra del fratello obbedientissimo; secondo me però ne approfittò un po' troppo, comandandogli di andare da questo a quel distretto ad eseguire tanti lavori (e spesso i viaggi si facevano a piedi), fissandogli anche il tempo di ritorno. Questa però, è solo una mia impressione strettamente personale che ebbi leggendo il libro "Il fabbro di Dio".

Mi pare che mons. Sagrada, e poi anche il suo successore mons. Alfredo Lanfranconi (del resto ambedue santi e zelantissimi vescovi), non abbiano avuto troppa considerazione per la mole di lavoro che il fratello doveva fare, e non troppo riguardo alla sua salute. Il fratello non si concedeva riposo. In qualunque posto andasse, portava il suo sacco di arnesi, mai con borsa o valigia, e appena giunto chiedeva al padre il lavoro da fare. Qualche volta il padre gli diceva: "Fratello, pazienza, si riposi un po'; glielo dirò domani".

Fratel Felice emanava purezza, innocenza, serietà, pur congiunte a giovialità di modi, gentilezza di parole e disinvoltura. Anche quando le bambine volevano vedere i suoi muscoli e che lui le sollevasse alquanto, una per braccio, per provare la sua forza, lo faceva con amabile ingenuità, senza ombra di malizia.

Egli dava l'impressione di aver conservato l'innocenza battesimale. Una conferma del suo candore si ha da quanto lui stesso racconta nel suo libro. Dopo due anni di prigionia (durante e dopo la prima guerra mondiale) fece la sua confessione sacramentale e il sacerdote gli impose per penitenza la recita di 3 Ave Maria. Felice gli espone la sua meraviglia: "Così poco, dopo due anni che non mi confesso?!". Ma il sacerdote risponde: "Ho capito tutto, dì tre Ave Maria e va in pace".

Mai parole equivoche o barzellette spiritose, poco pulite uscirono dalle sue labbra.

"Ma cosa è andato a fare in Italia?"

Nel 1986, dopo 38 anni di missione in Birmania, io venni in Italia a curare la mia scossa salute. Dopo un mese, in cuor mio, avevo già deciso di ritornare in missione, però i superiori non furono del parere e rimasi in Italia sette anni lavorando a Senigallia (Ancona) ed a Saronno (Varese), nelle case del Pime.

Quando fratel Felice sentì che ero tornato in Italia, si rattristò: "Ma perché è andato in Italia?". Così mi fu riferito dal p. Noè, mio compagno di partenza nel 1948. Fui amareggiato e svergognato, quantunque nel frattempo desideravo di recarmi in altre missioni, del Pime naturalmente, poiché avevo perso il diritto di permanenza in Birmania.

Intanto mi raccomandai al fratello, morto nel 1991 e ad altri santi e santini e gente del luogo, di aiutarmi. E tanto sospirai e brigai presso l'ambasciata birmana a Roma, che solo per me fu fatta un'eccezione dal governo di Yangon, e nel novembre 1993 potei far ritorno alla mia patria di adozione: la Birmania (dal 18 giugno 1989 Myanmar).

Vi stetti ancora sei anni, fino al 1999. Pregavo fratel Felice: "Vedi? Sono tornato, non tenermi più il broncio. Se piace a Dio vorrei restare qui almeno altri 7 anni, e possibilmente morire qui. Intercedi per me presso il buon Dio e la cara Madonna".

Lavorai ancora in una parrocchia, potei anche costruire un accogliente ricovero per anziani. Però dopo sei anni, la mia salute non era più buona. Perciò dovetti tornare in Italia, pur con le lacrime agli occhi: "Grazie, Felice, per favore, potresti aiutarmi ancora in futuro?".

Tanti ottimi fratelli in Birmania

Vorrei che i lettori sapessero che in Birmania, oltre a fratel Felice Tantardini, abbiamo avuto tanti e ottimi fratelli coadiutori, cioè laici consacrati a vita, come si dice oggi. Credo che la missione di Birmania sia quella che ha avuto un maggior numero di fratelli del Pime, e alcuni sono stati veramente meravigliosi: ancor oggi ricordati, a decenni dalla loro scomparsa. Mi limito a citarne tre.

1) Fratello Pompeo Nasuelli, 1850-1927, morto dopo un servizio di circa 50 anni nella missione di Toungoo. Solitamente abitava a Toungoo, nella città del vescovo, ed eseguiva tutte le commissioni e ordinazioni che gli giungevano dai padri dispersi sui monti. Uomo di preghiera e di sacrificio, sempre puntuale, ordinato, premuroso, cercava di soddisfare le richieste dei padri, e non mancava mai di mandare le notizie principali di cui era a conoscenza riguardo al vescovo e agli eventi dei vari distretti. Il foglietto mensile che per molti anni si stampò e diffuse nelle missioni era appunto intitolato "Pompeo".

2) Fratel Giovanni Genovesi (1862-1945), fu uno dei più celebri, rinomati falegnami della missione. Eresse tanti artistici altari in legno per le varie chiese e cappelle della missione e poi fece tanti altri mobili secondo i bisogni delle residenze: lavorava anche per la gente di fuori, ammirata dei suoi capolavori in legno. Sempre fedele, umile, tutto faceva per la gloria di Dio, per amore a Gesù Eucaristia e per adempiere i desideri dei padri.

3) Simpatico e timido fu fratel Sante Pezzotta (1901-1961): un santerello, si direbbe. Lavorò per tanti anni nella tipografia di Toungoo, con scrupolo perché tutto fosse fatto con esattezza ed ordine. Seguiva con ossequio ed obbedienza gli ordini del vescovo e i desideri dei padri della sua e di altre missioni. Era un artista dell'arte tipografica, faceva lavori che nessun altro era capace di fare dalle nostre parti. Aveva un cuor d'oro; con le offerte che riceveva aiutava i poveri. Era la gentilezza in persona. Dovette tornare in Italia per mal di cuore e morì prematuramente nel 1961.

Credo che fratel Felice rappresenti bene tutta la lunga schiera dei fratelli del Pime e in particolare quelli della Birmania. Per questo auguro e prego che il processo per la sua beatificazione si inizi, proceda e si concluda al più presto. Così che possiamo presto venerare il Beato Felice Tantardini!

p. Igino Mattarucco, Pime
Milano - 17 - 3 - 2000

Intervista a P. Paolo Noè

"Una vita spesa tutta per gli altri"

Questa lunga conversazione fra padre Paolo Noè e p. Piero Gheddo, registrata a Roma in varie riprese il 5 dicembre 1995, è una sintesi di come fratel Felice era visto ed è ricordato dai suoi confratelli. E' di particolare importanza sia per l'autorità del superiore regionale del Pime in Birmania, sia perché riferisce fatti nuovi o aggiunge particolari inediti anche a quanto già si è scritto nelle pagine precedenti (2).

Noè - Quando, all'inizio della mia vita missionaria, dovetti andare ai monti per imparare il cariano, mons. Lanfranconi mi diede come guida fratel Felice. A Toungoo avevo imparato un po' di inglese e un po' di birmano, padre Capoferri a Pradò doveva insegnarmi il cariano. Era verso la fine del 1949. Siamo partiti da Toungoo su un camion che portava anche passeggeri. Arrivati a Tandown, dovevamo proseguire a piedi. Felice portava il suo fagotto con pochissima roba, io avevo preparato un bel bagaglio perché pensavo: ho bisogno di questo e di quello...

I primi passi furono facili, poi incominciai a sentire la stanchezza di uno che andava in montagna per la prima volta. Mi facevano male i muscoli delle gambe, non ne potevo più e pioveva. Felice andava come il vento. S'è fermato e ha preso tutto il mio bagaglio sulle spalle. Camminava arzillo, saliva e fumava. Viene un uomo e dice: "Avete bisogno di uno che vi porti tutta quella roba?". "No, risponde Felice, porto tutto io".

"Adesso piove, come fai Felice a fumare la pipa? L'acqua te la spegnerà!". "O no! Io capovolgo la pipa!". Arrivammo ad una casa isolata che lui conosceva: "E' la casa di Eliseo, possiamo fermarci qui e dormire questa notte". Entrammo nell'"albergo Eliseo", come lo battezzammo subito, un casone di legno con due stanze. Pioveva dentro. "Adesso dormiamo". Io non sapevo da che parte voltarmi: come dormire? e mangiare?

"Chiedo io ad Eliseo qualcosa per lei". Eliseo ci portò due pannocchie. "Mangiamo e dormiamo". Il giorno dopo arrivano due ragazzi e così alleggeriti proseguiamo sempre nella pioggia. Io avevo l'impermeabile italiano, lui niente e con la pipa in bocca. Ci siamo ancora fermati per la notte perché io non ce la facevo più, ma il Felice sarebbe andato avanti. Gli inglesi quando andavano a piedi da Tandown a Leikthò si fermavano una notte in un "bungalow" fatto apposta per i viaggiatori. Felice andava in una giornata sola. Anzi, una volta è andato in una sola giornata da Tandown a Leikthò e poi è tornato indietro a Tandown nella stessa giornata. Una cosa che nessuno credeva possibile.

Quando arrivammo a Leikthò, Felice mi affidò al parroco e lui incominciò a lavorare.

Gheddo - Camminava veloce?

Noè - Una resistenza fisica eccezionale, con quella strada tutta in salita e su e giù. Robusto e camminatore e poi allenato a camminare. Ha quasi sempre fatto le strade a piedi.

Gheddo - La sua santità da dove veniva? perché voi dite che era un santo?

Noè - Pregava tanto e poi era molto caritatevole. Dava a tutti, prediligeva i preti cariani. Aveva un rispetto enorme dei preti. I preti e le suore lo ricordano molto. Felice era piuttosto rigido con le donne, non voleva donne tra i piedi, ma ha lavorato molto per le suore, ha fatto tanti conventi. Il convento e la scuola di Toungoo delle suore della Riparazione li ha fatti lui.

Gheddo - Costruiva in muratura?

Noè - In muratura, in legno, in qualsiasi modo. Quando c'era da riparare qualche chiesa o casa, il vescovo mandava lui. Faceva tagliare le piante, preparare gli assi e poi sistemava le case.

Gheddo - Come puoi caratterizzare la sua santità?

Noè - Dedizione a Dio e al prossimo: correva dietro a tutti i lavori, obbediente, silenzioso, con fede, specie quando lo chiamavano i preti e le suore. Sacrificava se stesso per gli altri. Si dava tutto, se poteva fare qualcosa per gli altri non si tirava mai indietro. Poi l'umiltà: non l'ho mai visto offeso e ne avrebbe avuto di motivi per offendersi! Oppure, di sentirsi superiore agli altri, di comandare gli altri.

Una volta a Leikthò, aveva fatto il campanile di legno, poi ha fatto il castello di ferro. Doveva tirar su tre campane molto pesanti, era lui l'incaricato di organizzare questo lavoro delicato. Felice gridava, sudava, faticava, e i suoi aiutanti erano tutti freschi e tranquilli... Ad un certo punto ha detto: "Ma qui solo io lavoro, voi state a guardare. Dovrebbe essere il contrario. Su, tiriamo tutti assieme...". Era il massimo della sua arrabbiatura.

Capiva bene la mentalità della gente, le reazioni, il valore di una persona. Con poche parole dava giudizi precisi. Era acuto nel capire gli uomini, aveva un carattere profondo, era molto fine. Non era solo un lavoratore, ma un uomo intelligente.

"Non fare l'operazione, raccomandati alla cara Madonna"

Gheddo - E' sempre rimasto a Taunggyi?

Noè - No, all'inizio aveva la sua residenza a Toungoo, poi a Leikthò, poi a Taunggyi, ma girava tutte le residenze e molti villaggi per fare cappelle, scuole, case, saloni, ecc. Quando il vescovo ha costruito l'episcopio a Taunggyi, erano lui e fratel Pietro Giudici a lavorare. Giudici comperava il materiale e faceva le costruzioni in muratura, Felice tutto il resto. Giudici comandava e Felice obbediva. Avrebbe anche potuto dirgli: "Sono più vecchio io!". No, obbediva.

Felice ha fatto dei lavori meravigliosi, da ammazzarsi di lavoro, ad esempio l'orfanotrofio e la casa degli handicappati a Paya Phyu, e ancora il seminario che hanno ancora fatto lui e Giudici. Felice faceva i blocchi e poi ha costruito le "blocchiere", cioè le macchine in ferro che facevano i blocchi di cemento: ha preso un modello della ditta italiana Rosacometta e lo riproduceva in ferro. Quando lavorava il ferro era un artista, sembrava maneggiasse la creta.

Gheddo - Dove prendeva il ferro?

Noè - Lo comperava o lo ricuperava. Per molti anni dopo la guerra c'erano carri armati inglesi, cannoni e autoblindo giapponesi abbandonati e lui li smontava, li tagliava e usava il ferro. Poi c'erano quelle lastre di ferro bucate, che attaccate l'una all'altra facevano le piste di atterraggio per gli aerei in foresta, lunghe tre e più metri, larghe mezzo metro. Era ferro buonissimo. La gente l'aveva preso, lui lo ricomperava, lo fondeva e lo lavorava. Oppure usava queste lastre per fare le gettate di cemento armato... A quel tempo non si trovava il ferro, ma lui ricuperava tutti i rottami di guerra, anche vecchi camion e camionette abbandonati, spolette di bombe; dal filo spinato tirava fuori i chiodi.

Gheddo - Sono tutti convinti della santità di Felice? Per iniziare una Causa di Canonizzazione ci vuole "la fama di santità" molto diffusa.

Noè - Della santità di Felice sono tutti convinti. Su questo non c'è dubbio. Anche l'arcivescovo mons. Mattia U Shwe è convinto e ha mandato una circolare con la quale chiede a preti, suore, laici, loro testimonianze su Felice. Mons. Gobbato (dal 1989 era vescovo emerito di Taunggyi e abitava nel lebbrosario di Loilem, n.d.r.) ha incaricato il padre Angelo Tin di raccogliere ricordi e testimonianze su di lui.

Ma Felice era conosciuto anche da altri vescovi. Ad esempio, mons. Falière, arcivescovo di Mandalay, delle Missioni Estere di Parigi, era cotto per fratel Felice. Lo chiamava per farlo lavorare, ma più che per lavorare, lo chiamava per sentire Felice che raccontava le sue storie. Si divertiva un mondo. Felice raccontava bene, era ingenuo ma anche furbo, vivace, parlava bene l'inglese. Falière si divertiva.

Gheddo - Ah!, Felice era capace di raccontare?

Noè - Oh, tanto capace, e poi commuovevano la sua ingenuità, il suo stupore e l'entusiasmo in tutto quel che diceva. Parlava in inglese, in birmano e in cariano. Se fosse ancora vivo mons. Falière, bisognerebbe interrogarlo su che impressione gli faceva fratel Felice. Gli scriveva, gli regalava le pipe, gli mandava le sue poesie... Era la sua semplicità che attirava e le sue storie di tigri, serpenti, bisonti, leopardi...

C'era un altro vescovo della Birmania, mons. Usher, delle Missioni Estere irlandesi di San Colombano, alto alto, vescovo di Bhamo (oggi Myitkyina, n.d.r.), che era grande amico di Felice (si è ritirato nel 1976). Anche lui lo chiamava a lavorare nella sua diocesi. Alla sera, a quel vescovo piaceva andare in giro in bicicletta e diceva a Felice: "Andiamo a fare un giretto in bicicletta". Andavano, ma il vescovo alzava la sella al massimo e non bastava ancora, era tutto alto sulla bici; fratel Felice, piccolo com'era, allungava le gambe per poter pedalare. Era uno spettacolo vederli l'uno di fianco all'altro in bicicletta. Tutta la gente guardava e rideva.

"L'orologio non mi serve: mi arrangio col sole"

Gheddo - Cosa andava a fare Felice in altre diocesi?

Noè - A lavorare, costruire chiese, cappelle e case. E' stato anche a Rangoon. Stava via mesi e mesi.

Gheddo - Ma loro non avevano costruttori?

Noè - Forse non si fidavano o forse Felice faceva meglio. E poi avevano il piacere di averlo perché era un uomo di compagnia e un santo. Una volta, un missionario americano, non so più in che diocesi, lo chiama per mettere a posto il suo tetto fatto con lamiere di zinco: "Vedi, dice, piove dentro e le lamiere sono tutte nuove". Il Felice guarda il tetto e vede subito che quel padre aveva messo le lastre al contrario; cioè la lastra più bassa sopra quella più alta e non viceversa: per forza pioveva dentro! Allora dice al padre: "Tu non sei nemmeno capace di piantare un chiodo...". L'altro, tutto confuso: "Non sapevo che le lastre si mettevano così...".

Mons. Lanfranconi lo mandava dagli altri vescovi, ma gli diceva sempre: "Felice, non prendere niente, tutto gratis, mi raccomando. Guai a te se prendi qualcosa!". I vescovi poi si arrangiavano tra loro, magari con le Messe o altri favori.

Fatto sta che quel vescovo irlandese voleva dare una somma a Felice, ma lui l'ha rifiutata: ordine del vescovo di non accettare niente. Allora il vescovo gli ha detto: "Ti dò un orologio". Il Felice risponde: "No, l'orologio non mi serve; io mi arrangio col sole e la luna, come i cariani. E poi il vescovo mi ha proibito di accettare qualunque regalo". Ma l'altro: "Prendilo di nascosto!" "No, devo obbedire agli ordini del vescovo". "Beh, sono vescovo anch'io e adesso tu sei qui e devi obbedire a me"...

Così gli ha fatto accettare l'orologio. Ma appena arrivato a casa l'ha dato a mons. Lanfranconi, non ha voluto tenerlo per sé.

Ecco, questa è una cosa che non risulta nei suoi scritti, cioè che aveva lavorato anche tanto per gli altri, anche a Rangoon, come pure ritornava a Toungoo, quando il Pime si era già spostato nella nuova diocesi di Taunggyi. Era molto esperto e poi si fidavano di lui. Anche fratel Giudici ha lavorato per altri vescovi.

Gheddo - Avete avuto grandi fratelli in Birmania. Anche Ernesto Pasqualotto che ho visto a Toungoo nel 1983 mi ha impressionato; faceva funzionare una tipografia e stampava in otto-dieci lingue con macchine antidiluviane: la prima era del 1929 e un'altra del 1934! Aveva addirittura costruito un impianto che produceva i cliché di fotografie su zinco! In Birmania non si potevano importare macchine tipografiche o altre connesse al lavoro tipografico...

Noè - Pasqualotto era un mago dell'elettricità, dei motori elettrici. Anche la tipografia la faceva funzionare bene, riparava macchine da museo. Ma non valeva molto in campo economico. Stampava roba per il governo e i soldati. Era anche un buon disegnatore, faceva piani, progetti, disegnava bene.

Gheddo - Torniamo a Fratel Felice. Dimmi ancora qualcosa di lui.

Noè - Non so. Ecco, non c'è una virtù che non abbia praticato in modo eroico, obbedienza, purezza, umiltà, pietà, mortificazione, carità, delicatezza con le persone... L'hai conosciuto padre Ziello? Moralista e giurista profondo. Diceva: "Per me fratel Felice è uno che ha conservato l'innocenza battesimale". E aggiungeva: "Anche padre Pietro Mora". Vismara invece, che però conosco poco, aveva un carattere difficile, prendeva in giro, era rimasto un militare, sbrigativo, a volte duro. Di Felice tutti parlano bene, mentre di Vismara ricordano anche alcuni suoi aspetti negativi, cioè di carattere.

Gheddo - Anche mons. Pirovano mi ha detto che l'unica volta che è stato a Kengtung, se ricordo bene nel 1972, "il Vismara mi guardava dall'alto al basso, mi prendeva in giro, non mi ha trattato bene...". Anch'io nel primo viaggio che ho fatto in Birmania nel 1983, sono rimasto cinque-sei giorni con Vismara e, sebbene fosse molto cordiale e pieno di attenzioni, continuava a prendermi in giro. Ma era il suo modo di stare allegro, di fare battute... Io rispondevo prendendo in giro lui. Anzi, mi sentivo onorato che quel grande vecchio (aveva 86 anni ed era ormai un mito, in Birmania e in Italia), mi mettesse al suo livello e accettasse ridendo le mie battute e canzonature. Certo che essendo un tipo geniale non gli mancavano le battute. A me diceva: "Eh, tu scrivi tanti articoli e libri, ma parli sempre delle cose che fanno gli altri. E tu cosa fai nella vita?". Oppure: "Non pensare mica di salvarti l'anima scrivendo... Ci vuol altro!".

Noè - Io sono stato a Mongping diverse volte e mi ha sempre trattato bene. Ma lui era un tipo così, aveva un modo di fare brusco e ironico che sembrava prendere in giro gli altri. Ma era buono con tutti, specie con i più piccoli, aveva delicatezze da mamma con tutti. Ma chi lo avvicinava una volta sola a volte rimaneva un po' male. Di Vismara ricordo un episodio che indica il suo distacco dal denaro. Andò al Capitolo dell'Istituto ad Hong Kong, nel 1934, e quando tornò in Birmania dicevano i padri che ripeteva: "Invece di parlare di Dio, parlavano sempre di soldi...". Magari non era vero, ma lui aveva avuto questa impressione.

"Un bell'esempio per i fratelli e i laici del Pime"

Gheddo - Torniamo a Fratel Felice. Cosa mi dici d'altro?

Noè - Era dedicato a tutti, non solo a noi del Pime, ma ai preti locali, alle suore, agli altri missionari, alla gente: se poteva fare un favore non si tirava mai indietro. La sua obbedienza era proverbiale. Io che ero il superiore dovevo stare attento come parlavo, perché mi prendeva sempre sul serio. Quando era già anziano e vicino alla morte, non ce la faceva più a lavorare nell'officina. Il vescovo mons. Mattia gli aveva detto: "Non lavorare più. Il tuo lavoro adesso è pregare". L'ha preso talmente sul serio, che pregava tutto il giorno, continuamente! Io una volta gli ho detto: "Felice, riposati un po', hai già detto tanti Rosari e preghiere... sei sempre in chiesa, va un po' fuori". Mi ha risposto: "Questo adesso è il mio dovere: me l'ha detto il vescovo. Come prima lavoravo dal mattino alla sera, così adesso debbo pregare. Se non prego, non obbedisco e non faccio il mio dovere". Capisci? Pregava proprio per un senso dell'obbedienza eccezionale.

Gheddo - Questo succedeva quando era a letto? E' stato tanto a letto prima di morire? Di che cosa è morto?

Noè - A letto è stato poco, ma già prima non poteva lavorare bene. Allora pregava. E' morto di vecchiaia a 93 anni. Aveva una costituzione robustissima, guariva subito se si ammalava; anche quando prendeva colpi o si tagliava, in un giorno o due guariva. C'è chi si fa una ferita e non guarisce mai: lui si lavava, metteva su qualunque disinfettante e la ferita era guarita. Una volta ha sbattuto la testa e si è tagliato sul cranio. Ha dovuto andare dal dottore che l'ha pulito e cucito, gli ha dato un po' di punti. Li ho visti, un bel taglio. Dopo due o tre giorni chiedo come va la ferita, non c'era più niente.

Gheddo - Che difetti aveva?

Noè - Era impaziente, quando lavorava non sapeva aspettare. Con la gente era buono lo stesso, ma se doveva fare una cosa, non stava tranquillo fin che non l'aveva finita. La sua peggior sofferenza era stare senza far niente. Quando ha fatto l'operazione della cataratta, avrebbe dovuto star fermo, aspettare, ma non ha avuto la pazienza di aspettare, non ha dato il tempo necessario di riposo per guarire bene... Questa di per sé non è una mancanza, era la sua voglia di essere utile agli altri. Niente per se stesso, tutto per gli altri.

Un'altra sua caratteristica era che voleva bene alle bestie, ai cani. Li nutriva, si prendeva cura di loro. Quando era vecchio e mangiava poco, prendeva sempre il suo piatto di riso, ne mangiava fin che ne aveva abbastanza e poi lo portava ai cani. Non solo ai cani di casa, ma a tutti i cani e tutte le bestie. Questo per me è un segno di santità. I santi vogliono bene alle bestie, come san Francesco d'Assisi. Questo non è scritto da nessuna parte, te lo dico io.

Era di una forza fisica straordinaria. La sua pelle era una corazza! Non usava la zanzariera: "Non c'è bisogno, diceva, se una zanzara mi morsica, muore". Storceva e piegava con le mani il ferro per le inferriate, come se nulla fosse. Un signore volle vedere come faceva e commentò: "Non vorrei trovarti di notte!".

"Nessuno dubita che è proprio un santo"

Gheddo - Perché mons. Gobbato ha incaricato il padre Tin di raccogliere i ricordi e le testimonianze su fratel Felice?

Noè - Perché gli ultimi anni fratel Felice li ha passati vicino al padre Tin, un prete giovane che era viceparroco a Taunggyi e lo seguiva, lo aiutava, lo curava.

Chi ha lavorato molto con fratel Felice è stato padre Egidio Biffi, che poi è morto nelle Filippine (1926-1986). Ne parlava benissimo: si stupiva che non s'arrabbiava mai. Diceva: "Io mi arrabbio spesso con i cariani, sono nervoso, lui no, sempre calmo, sopporta tutto".

Insomma, il Felice ha avuto una vita esemplare in tutto. Anche con Giudici è rimasto assieme parecchi anni, sono differenti di carattere, ma il Felice gli obbediva. Vediamo se riusciamo a iniziare questa Causa del Felice. Per me sarebbe un bell'esempio per i nostri laici, per i fratelli e i laici del Pime.

Gheddo - Com'era la sua vita di pietà?

Noè - Era basata sul "Buon Dio" e la "Cara Madonna". Era fedelissimo agli orari, anche quelli meno comodi. Ad esempio, dopo mangiato, quando gli altri si prendevano un po' di riposo, lui faceva la visita al SS. Sacramento perché doveva essere pronto per il lavoro.

Il Rosario era la sua compagnia e lo usava anche durante la Messa. Per le sue devozioni aveva il manuale delle preghiere del Pime, tutto consumato; e poi un suo libretto di preghiere, copiate chissà dove, che recitava e sapeva a memoria. Alla preghiera della sera era così stanco che alle volte si addormentava. Leggeva molto libri di pietà e vite dei santi e aveva una buona memoria, per cui si ricordava di quel che leggeva.

P. Domenico Barbieri gli aveva detto che bisogna leggere la Bibbia; allora lui l'aprì a caso, dove si parla di Davide e Salomone con le loro 50 e più mogli. Ne fu terrorizzato, non ci fu più verso di fargli leggere il resto! Secondo me Felice fu istruito dallo Spirito Santo stesso, tanto era semplice, praticava la via dell'infanzia spirituale senza sapere di che cosa si trattasse. Altrimenti come spiegare la sua forte pietà?

Una cosa che gli dispiacque molto è quando ricevette l'ordine di non lavorare più; i suoi strumenti a cui tanto ci teneva scomparvero tutti chissà dove. Fu un colpo al cuore! "Bisogna tacere, non c'è verso", diceva. Ebbe l'onore di essere dichiarato "Maestro del lavoro" dal governo italiano, ma lui non aveva bisogno di simile decorazione, l'accettò per far contenti gli altri. Fu un uomo veramente Felice di nome e di fatto, una gloria della missione di Myanmar.

Gheddo - Come mai ha scritto quel libro "Il fabbro di Dio"?

Noè - Per obbedienza. Lanfranconi glie l'aveva detto la prima volta quasi per scherzo: "Felice, le cose che racconti così bene, scrivile, così rimangono". Lui aveva risposto di no, non sapeva scrivere. Allora il vescovo gli ha detto: "Per obbedienza, scrivi quel che racconti". E il Felice ha scritto. Poi il libro l'ha sistemato padre Ziello. Lui aveva messo tante parole del dialetto milanese, Ziello l'ha reso un libro in italiano.

Ogni tanto veniva anche da me a chiedere: come si dice questo in italiano? Questa parola è italiana o milanese? Si fidava di me, altri lo prendevano in giro e gli dicevano parole sbagliate. L'ha scritto nel dopoguerra, verso il 1960 e gli anni seguenti.

Gheddo - Insomma, Felice è proprio un santo.

Noè - Tutti in Birmania ne sono convinti. Non c'è nessuno che ne dubita.

 

(1) Santa Maria Bertilla Boscardin (1888-1922), delle Suore Maestre di S. Dorotea, Figlie dei SS. Cuori di Vicenza, veniva da una famiglia di contadini della provincia di Vicenza. Diplomata infermiera, lavorò nell'ospedale di Vicenza (e poi di Treviso) con grande spirito di amore ai malati e di sacrificio; la sua preghiera era continua, portava sempre con sé il suo libro più caro, il Catechismo di Pio X. Beatificata da Pio XII l'8 giugno 1951, venne canonizzata da Giovanni XXIII l'11 maggio 1961.
(2) Paolo Noé, "Fratel Felice: che fatica trovargli un difetto", "Infor-Pime", n. 115, aprile 1996, pagg. 5-10. "Infor-Pime" è una rivista interna dell'Istituto. L'intervista a p. Noè, molto lunga, venne pubblicata parzialmente. Qui è riprodotta integralmente.