PICCOLI GRANDI LIBRI    JOAN CHITTISTER
I DIECI COMANDAMENTI
Leggi del cuore

Queriniana 2008
Titolo originale: The Ten Commandments. Laws of the Heart, Joan Chittister, - 2006 Orbis Books, Maryknoll, NY
Traduzione dall'inglese-americano di LUCA DE SANTIS

1. La legge della riflessione

4. La legge della premura

7. La legge della condivisione

10. La legge della sicurezza

2. La legge del rispetto

5. La legge della vita

8. La legge del parlare

11. La prima legge dell'amore

3. La legge del ricordo

6. La legge dell'impegno

9. La legge dell'autocontrollo 12. La seconda legge dell'amore

Introduzione

Abbiamo bisogno di riflettere sulle fibre morali della società. Abbiamo realmente bisogno di riflettere molto su di esse. Se rinunciamo a ripensare ciò che significa essere cristiani, essere portatori della tradizione ebraico-cristiana, in questi giorni e in quest' epoca, i prossimi giorni e la prossima epoca potranno essere molto più desolati, straordinariamente più minacciosi, estremamente meno promettenti, seriamente meno spirituali di tutti quelli che abbiamo conosciuto prima.
Dobbiamo ripensare che cosa significhi essere un agente morale in questa società.
Dobbiamo cominciare a riconsiderare che cosa significhi essere una persona morale, una persona santa, in un' epoca in cui piccoli comportamenti 'personali incidono non solo sulla nostra propria vita personale, ma sulla vita di persone in ogni parte del mondo.
Siamo sospesi sull' orlo di un mondo plasmato in modo nuovo. Possiamo costruirlo. Ma per la prima volta nella storia dell'uomo, l'intera razza umana è legata come in tandem per il modo in cui procediamo. Quello che una volta chiamavamo 'progresso' si è rivoltato contro di noi, insidiandoci dappresso.
John Reid, segretario della difesa in Inghilterra, per esempio, in un incontro ad alto livello di personaggi britannici politici, scientifici e pubblici, classificò i cambiamenti climatici, dovuti al riscaldamento terrestre, accanto al terrorismo internazionale, ai cambiamenti demografici e alla richiesta globale di energia, come una delle maggiori minacce che si presenteranno al mondo nei decenni futuri.
Nel giro di venti o trent'anni, predice Reid, il mondo non combatterà guerre per il petrolio. Combatterà guerre per l'acqua.
Tony Blair, primo ministro inglese, sta organizzando «unità di crisi a Downing Street» per affrontare il problema.
Ma questo, che cosa ha a che fare con il cristiano comune, oggi?
Negli Stati Uniti, stiamo ancora discutendo se esista qualcosa come il riscaldamento terrestre, nonostante le schiaccianti prove scientifiche provenienti da tutto il mondo.
Gli esperti ci dicono, per esempio, che una persona ha bisogno di cinquanta litri di acqua al giorno per vivere confortevolmente. Anche venticinque litri al giorno basterebbero a coprire i bisogni umani fondamentali. Ma in Mozambico la gente ha accesso a meno di dieci litri al giorno. In Inghilterra, invece, i cittadini britannici consumano una media di duecento litri al giorno. Negli Stati Uniti ne usiamo cinquecento. Ognuno. Ogni giorno. In Occidente consumiamo otto litri di acqua solo per lavarci i denti. Ne consumiamo tra cento e duecento litri per una doccia.
Questo è morale oppure no?
Che cos'è il peccato?
Da quali principi morali dovremmo essere guidati e come li conosciamo?
La società vive con la domanda e le tensioni che porta con sé. Per esempio, ho un amico che mi scrive regolarmente sul deplorevole stato della religione negli Stati Uniti. Egli vuole la preghiera nelle scuole pubbliche. «La preghiera di chi?», gli rispondo. Le lettere si interrompono per un po' di tempo.
Poi si avvicina Natale e vuole un presepe collocato nel locale palazzo di giustizia. «Che fare con la menorà per la festa di hanuka?», gli domando. Quanto a questo non è così sicuro. «Bene, Santa Claus è qui», gli propongo. Egli ignora l'osservazione e mette fine alla conversazione.
Dopo un certo tempo, sente che lo studio della Bibbia nelle scuole pubbliche è messo in discussione. È furibondo. «Che impressione avresti se fosse richiesto lo studio delle religioni del mondo?», lo incalzo. Se ne va furioso.
Successivamente, dopo due pronunciamenti della Corte Suprema che contestano l'uso di immagini religiose in edifici governativi, le lettere riprendono. Egli non può immaginare un sistema civile che non sia fondato sui dieci comandamenti ebraico-cristiani. È legato specialmente all'idea che un'immagine delle tavole del Sinai dovrebbe essere appesa nei tribunali locali. «Che fare con il Corano o con la legge della shariah? O con i sermoni del loto e i precetti buddisti? O con la Bhagavad-Gita e i Veda?», domando. «Dopo tutto», faccio notare, «ci sono più di un milione di indù e un milione e mezzo di buddisti negli Stati Uniti - e i numeri sono in crescita». Rimane tranquillo per un po' di tempo, ma poi torna alla carica con ulteriori richieste di purità religiosa, maggiori preoccupazioni circa la perdita dei principi cristiani in un mondo secolare. E fa pressione. Dopo tutto, su tali questioni, egli dice, poggia il futuro di questo paese, nonostante tutti gli altri sistemi religiosi.
Le domande che solleva sono reali. Non devono essere ignorate, né prese alla leggera, né ridicolizzate, né scartate come insignificanti.
Più importante delle nostre conversazioni, probabilmente, è il fatto che questo mio amico non è solo nel suo sconforto.
L'uomo non è singolare. Non è un esaltato, né un fanatico, né un predicatore evangelista. Al contrario, egli è un buon americano tradizionale, che lavora sodo, è sensibile - e, se i dati della scienza sociale sono corretti, è un tipico americano. Egli dimostra semplicemente quello che è stato un contrassegno di vecchia data della storia statunitense: la religione non è, in questo paese, una questione indifferente. Al contrario. L'assidua frequenza a un culto pubblico di qualche sorta fa degli Stati Uniti d'America una delle nazioni che, nel mondo, va più in chiesa.
Ma come c'è un continuo coinvolgimento con la tradizione ebraico-cristiana, incarnata nei dieci comandamenti, così c'è anche una crescente confusione su ciò che essi significhino esattamente, ora. Quando i dirigenti finanziari di un'importante azienda sono accusati di frode nei confronti degli azionisti, o di alzare eccessivamente i prezzi per i consumatori, si tratta realmente di furto o solo di intelligenti pratiche d'affari?
Come possono tutti questi giuramenti, così diffusi, essere accettati in un paese che si definisce 'religioso'? È una bestemmia?
Stiamo lottando per risolvere le dimensioni morali del problema dell' aborto nella cristianità, ma niente affatto preoccupati per l'ingiustificata uccisione di civili in guerra - ora le vittime più numerose dei conflitti moderni.
Più che la pratica privata della religione, comunque, la dimensione pubblica o sociale dell'impegno religioso è qui particolarmente significativa. «La religione», dicono gli americani, sondaggio dopo sondaggio, «ha un ruolo importante da giocare nella società contemporanea». In questo paese reputiamo di non dover nascondere chi siamo, o che cosa crediamo, o perché facciamo quel che facciamo come nazione - e di quanto qualunque cosa provenga quasi sicuramente dalle nostre differenti fedi religiose.
Diversamente dai candidati politici che, nella maggior parte degli altri paesi del mondo, non fanno riferimento alla loro appartenenza religiosa, quale che sia, i candidati alla presidenza in questo paese si fanno un dovere di mostrarsi mentre vanno in chiesa. Di fatto, i candidati politici in questo paese non tengono conto, a proprio rischio, delle sensibilità religiose di gruppi religiosi. li voto 'religioso' ha comunque influenzato un' elezione dopo l'altra, da Al Smith, il primo candidato cattolico alla presidenza, a George W. Bush, di inclinazione evangelica conservatrice.
La storia della religione negli Stati Uniti, di fatto, è sempre stata mutevole. Tuttavia, essendo costante il mito della libertà religiosa e della tolleranza religiosa nel paese - e forse anche a causa di questo -la religione è qui un soggetto veramente pubblico. Probabilmente, mai tanto quanto adesso.
Migliaia di persone, che attraversarono l'Oceano Atlantico per stabilirsi in questo paese, arrivarono per ragioni religiose: rifugio, libertà, sperimentazione. Pervennero così a una fede religiosa in nuovi e vecchi modi - come protestanti, quaccheri, vecchi credenti, cattolici - ma allo stesso tempo arrivarono a condividere una comune visione religiosa del mondo. Riuscirono a vivere l'etica ebraico-cristiana, i dieci comandamenti, meglio, più autenticamente, più pienamente qui di quanto sentivano fosse stato per loro possibile nelle terre da cui provenivano.
Ma questo che cosa significò? Che cosa ha sempre significato?
Che cosa sono i dieci comandamenti e che cosa significano per noi, adesso, in un mondo in cui ebrei, cristiani e musulmani proclamano tutti di abbracciare Mosè e le tavole del Sinai come fondamento della nostra legge, per quanto noi tutti aggiungiamo a esse molte altre leggi?
Questo libro prende sul serio tali domande. Non è una lista di controllo dei 'peccati' - come accadeva in tempi passati. È, invece, un tentativo di guardare a ciò che abbiamo tradizionalmente considerato come il fondamento della nostra società, come il nucleo centrale del nostro comportamento morale, da tre prospettive, per considerare ogni singolo comandamento da diverse prospettive, per considerare che cosa ancora significhi, sia a livello personale, sia a livello sociale.
Questo libro intende considerare inoltre sia lo sfondo storico sia le attuali implicazioni dei dieci comandamenti.
Ognuno dei comandamenti è presentato da tre differenti punti di vista. In primo luogo, indago la comprensione storica del comandamento. Esamino che cosa significava nel contesto della stessa comunità ebraica delle origini. Poi rivolgo l'attenzione alle situazioni alle quali il comandamento si applica oggi. Infine, presento degli spunti di riflessione, per la meditazione personale, che hanno lo scopo di allargare la nostra prospettiva personale e di provocare una riflessione su ciò che realmente significa seguire quei comandamenti e vivere, nel nostro tempo, sulla base dei loro principi.
Se noi siamo realmente un popolo immerso nei dieci comandamenti - culturalmente, politicamente, socialmente e deciso a preservarli come la roccia che sostiene la nostra civiltà, che cosa significa questo per noi, qui e ora? I principi di vita che offrono sono per noi veramente impulsi vitali dentro di noi, o semplicemente una reliquia di epoche passate, che è diventata una specie di feticcio culturale, qualcosa che forse ci distingue dal mondo religioso intorno a noi, ma che ha una conseguenza effettiva minima nelle nostre vite, sia personali sia pubbliche?
C'è in essi qualcosa di cui effettivamente interessarci, o sono semplicemente prodotti di un altro mondo? Costituiscono realmente un qualche criterio per le nostre vite? Che cosa giudicano in noi? E chi è interessato?
I dieci comandamenti del popolo ebreo non erano un elemento esclusivo di quella società o dell' epoca in cui viveva. Ogni cultura dell' antico Vicino Oriente aveva leggi. Il codice di Hammurabi, per esempio, uno dei più famosi fra tutti gli antichi codici legislativi, stabiliva e promulgava i criteri in base ai quali il re intendeva ordinare la società. Fino ad Hammurabi, la legge era essenzialmente il capriccio del re. Le leggi erano create a piacimento del re e potevano essere cambiate da. lui in qualunque momento.
Hammurabi, re di Babilonia, fece un gigantesco balzo in avanti nella storia della giurisprudenza pubblica. Egli vincolò se stesso e i cittadini a 272 statuti, che aveva inciso su di una stele alta 2 metri perché tutti, nel regno, lo vedessero. Il codice di Hammurabi portò ordine e stabilità al paese. Per la prima volta, i decreti regali smettevano di essere arbitrari. Per la prima volta, al popolo era concesso di conoscere le leggi in base alle quali sarebbe stato governato e giudicato.
Almeno quattrocento anni più tardi, Mosè, che aveva guidato il popolo ebreo fuori dalla schiavitù d'Egitto, diede al piccolo gruppo di nomadi un altro complesso di 'leggi', nel rispetto delle quali vivere. Queste leggi, tuttavia, incarnavano il pensiero di Dio per loro; le incisero in una società unica per la sua adesione non alle leggi di Mosè - soggette a essere cambiate da qualunque successivo legislatore - ma alla legge di Dio. Esse non emergevano da capriccio o fantasia umani. Erano irrevocabili e immutabili. Dovevano essere scritte nella mente e nel cuore della comunità ebraica per tutto il tempo a venire.
La consegna dei dieci comandamenti può essere vista allo stesso tempo nella sua unicità. Queste leggi intendevano essere principi per vivere, piuttosto che prescrizioni minutamente definite da seguire. Queste leggi intendevano chiaramente modellare un modo di vita, uno stile di vita, un atteggiamento mentale, uno spirito di comunità umana, un popolo.
I dieci comandamenti del popolo ebreo erano più che delle semplici prescrizioni con le loro corrispondenti punizioni, importanti poiché questi codici che vedono la luce volevano conseguire la pace e l'ordine pubblici.
I dieci comandamenti non erano fatti per essere sostenuti in un tribunale. Di fatto, la maggior parte dei contenuti definiti nei dieci comandamenti non erano imponibili legalmente con la forza. Molti di essi non potevano neppure essere scoperti nei fatti. Come può qualcuno essere legalmente perseguito per aver 'desiderato'? Come si può punire qualcuno per non aver 'ricordato' di santificare il sabato? Come potrebbe dire qualcuno se, nel cuore di una persona, si possono nascondere uno o più dèi 'stranieri'?
Il fatto è che la persona pubblica e la persona privata spesso sono in contrapposizione l'una con l'altra. La tensione tra le due, di fatto, è la vera definizione della vita spirituale. Ognuna stimola l'altra a crescere. O, in altre parole, non posso cominciare col dire ciò che spesso. ho sentito: «Sono cattolico, ma non credo che il controllo delle nascite sia un errore». Ambedue le affermazioni sono vere. Quale delle due si imporrà rispetto all' altra, nessuno lo sa. Ma una cosa di cui possiamo essere sicuri è che ognuna di esse ha qualcosa a che fare con l'ideale di cui le nostre vite sono alla ricerca.
Non sono tanto delle nuove leggi quanto una nuova visione di ciò che significa essere una comunità umana, un popolo di Dio. A Mosè, fa notare la Scrittura, viene richiesto di procrastinare la promulgazione della legge fino a quando il popolo ebreo non sia finalmente nella terra promessa, finché non è finalmente pronto a stabilirsi in essa e a iniziare un modo totalmente nuovo di vivere.
Più significativo di tutto, probabilmente, è il fatto che solo una volta nella Scrittura, in Es 34, le tavole del Sinai sono chiamate 'comandamenti'. La verità è che non si tratta effettivamente di statuti, poiché non indicano alcuna punizione in caso di disobbedienza.
Invece, in tutti gli altri riferimenti al Sinai, nella Scrittura, si fa riferimento ai dieci comandamenti come al Decalogo - 'le dieci parole'. È il Decalogo, queste dieci parole che nel corso degli anni si sono sviluppate in dieci idee, o concetti, o ideali, o proposizioni, a rendere le dodici tribù d'Israele un 'popolo' differente dagli altri. Sono parole che riguardano la lode, la responsabilità umana, la giustizia, la creazione, il valore della vita, la natura delle relazioni, l'onestà, la sincerità, il desiderio e la semplicità della vita.
Formulate alla seconda persona singolare, «Devi» e «Non devi», le 'parole' intendono essere un modo totalmente nuovo, per tutti noi,. di affrontare la vita. Questa volta ci viene detto non ciò che il re si aspetta, ma ciò che Dio si aspetta da noi - e noi siamo ciascuno responsabile della scultura delle nostre vite secondo questo stampo.
Il punto è che i dieci comandamenti sono leggi del cuore, non leggi della comunità. Sono leggi che intendono guidare alla pienezza di vita, non semplicemente a una vita ben ordinata.
Aristotele sostiene che la vita perfetta è quella in cui contempliamo le cose migliori, le cose più degne, le cose di valore altissimo. La vita perfetta, egli afferma, ci impegna a dedicarci a ciò che è degno di essere pensato. I dieci comandamenti ci dicono che cosa è degno di essere pensato nella vita.
Si tratta delle cose che sono al di là della cultura, al di sopra della cultura, più importanti dei meccanismi transitori del quotidiano. Si tratta delle cose che durano, che diventano il terreno spirituale su cui poggiano le nostre vite, che diventano il cammino che percorriamo nel viaggio verso la completezza, dal più piccolo al più ampio dei comportamenti umani.
I dieci comandamenti sono, dunque, un' avventura nella crescita umana. Non siamo da essi condannati quanto, piuttosto, dobbiamo essere da essi trasformati.
Alla fine, la trasformazione è molto più importante dello sport dell'esibizione pubblica. Tutti i presepi di Natale nei giardini dei palazzi di giustizia nel mondo non ci faranno essere popolo del Decalogo. Di fatto, si può sostenere che gli stessi dieci comandamenti - con i loro avvertimenti riguardanti i falsi dèi e le immagini scolpite - sono molto cauti circa queste cose. Tutte le tavole del Sinai incise sui muri di tutti i tribunali del paese non ci assicureranno la giustizia nei tribunali, se non abbiamo cuori già modellati da ciò che le sculture significano. Tutte le preghiere e gli incontri di preghiera nel mondo, che teniamo in scuole pubbliche e in una società pluralista, non ci renderanno un popolo della legge, a meno che la legge non viva prima nei nostri cuori. E se è così, l'esibizione non è poi molto importante. Noi stessi saremo il segno.

1. La legge della riflessione

Primo:

«Io, il Signore, sono il tuo Dio,
non avrai altri dèi oltre me» (Es
20,3).

In principio...

La ragazzina non sapeva molte cose, ma era consapevole di quello che sapeva. Sapeva anche che imparare aveva a che fare con il crescere. «Ricordati», gridava la zia suora dalla porta, «non andare troppo vicino al bordo della piscina». La ragazzina osservò tranquillamente, e la suora scomparve dalla porta.

«Non correre in corridoio», la suora gridò dalla finestra del soggiorno pochi minuti dopo, «potresti cadere e ferirti». La ragazzina si accigliò un po' e girò la testa dall' altra parte.

«Stai attenta, Carolina», gridò di nuovo la suora, «se non vuoi cadere nella piscina».

La ragazzina si alzò in piedi esasperata. «Zia Alice», disse, con le mani sui fianchi, «ho sei anni!».

La storia è chiara. Non nasciamo adulti, pienamente maturi, ma possiamo crescere. Ogni stadio della vita c'insegna qualcosa. Ogni esperienza si aggiunge a quanto già conosciamo. Ogni situazione richiede qualcosa di nuovo da noi. In ogni circostanza siamo persone più mature, più sagge.

Come tutti noi, il popolo ebreo crebbe nel corso dei secoli nella sua comprensione, sia di se stesso, sia di Dio. Col passare del tempo, 'le dieci parole' cominciarono a essere ampliate, sviluppate, definite, spiegate.

Il processo di sviluppo morale di questo popolo è facilmente delineato. Comparando la legge così come si trova nel più antico libro dell' alleanza con la legge com'è stabilita successivamente nel Deuteronomio, cominciamo a scorgere i sottili cambiamenti che segnarono un crescente senso di consapevolezza. Nella sua più antica versione, per esempio, la legge ebraica riguardante la liberazione degli schiavi si applica soltanto agli schiavi maschi. Successivamente, però, nel Deuteronomio, la legge si applica ugualmente sia agli schiavi maschi che alle schiave femmine. Nella legge successiva, inoltre, non solo gli schiavi devono essere emancipati ogni sette anni, ma non devono essere congedati senza un soldo. Devono avere il sostentamento loro necessario - e anche le loro mogli e i loro figli.

Lo stesso tipo di sviluppo, ci dicono gli studiosi, si applica anche all' evoluzione del Decalogo. Israele, per esempio, ha sempre riconosciuto YHWH come il più grande degli dèi, ma l'idea che ci fosse un solo Dio crebbe solo lentamente nella coscienza ebraica.

La Scrittura non ci lascia dubbi sulla situazione. Rachele ruba gli idoli domestici di suo padre, Labano, quando lei e Giacobbe tornano al paese di lui. Samuele, sotto assedio, teme che sarà mandato «a servire altri dèi» in una terra straniera. Israele adotta un pantheon di dèi, di cui il salmista canta che YHWH è il supremo, ma non l'unico dio. Il Sal 82 comincia dicendo: «Dio ha preso il suo posto nell' assemblea divina; in mezzo agli dèi egli tiene il giudizio». Salomone, uno dei più grandi re d'Israele, costruisce un grande tempio a YHWH, certo, ma Salomone costruisce pure templi per altri dèi (1 Re 11,3).

Sono stati necessari non meno di seicento anni da Mosè perché Israele, mediante il pungolo dei profeti, cominciasse almeno a definire per sé il significato e le implicazioni di un monoteismo teorico.

È un pensiero confortante.

La verità è che tutti cresciamo nella vita spirituale. Lentamente.

Tutti noi abbiamo più di un dio, se solo riuscissimo ad ammetterlo. Si può impiegare una vita per comprendere che ogni vita può provenire solo da una sorgente, che abbiamo sciupato gran parte delle nostre vite per idoli minori, che abbiamo adorato nei chimerici templi di nostra creazione.

Il potere del comandamento sta nel fatto che ci richiama a ciò che è realmente definitivo, realmente importante nella vita. Esso si propone di salvarci dalle delusioni alle quali serviamo e che, alla fine, non mancheranno di deluderci. Noi riponiamo la nostra speranza nel potere del danaro e scopriamo che quando lo abbiamo non cambia niente. Passiamo da una relazione all' altra e scopriamo che non siamo ancora capaci di buone relazioni. Non siamo più capaci di trovare l'amore che prima pensavamo di avere, e siamo ancora meno sicuri dell' amore che possiamo avere adesso. Troviamo deferenza, ma non rispetto.

Vediamo il potere delle relazioni sociali di darci ciò che non abbiamo dentro di noi e scopriamo, se siamo fortunati, che tutto ciò che in realtà noi avremo sempre è quello che è dentro di noi, che noi stessi abbiamo coltivato. Quando altre persone sono la nostra sicurezza, le nostre autorità spirituali, determiniamo chi noi siamo, la nostra auto-stima, il nostro coraggio e la nostra verità, noi stiamo solo fingendo di essere vivi.

Quando appaghiamo i sensi per evitare il gusto della vita in tutto il suo naturale e genuino potenziale, quando delle soddisfazioni sensuali - droghe e alcol, sesso e comodità fisica - facciamo nostri dèi per smorzare la paura di vivere, noi viviamo soltanto il guscio della vita.

Allora ci circondiamo di idoli che impediscono la nostra visione di che cosa significhi conoscere se stessi, crescere, vedere la gloria di Dio nel più inglorioso dei luoghi.

È così facile criticare gli dèi degli altri, praticare una sorta di imperialismo ecclesiastico e ritenerci fedeli al primo comandamento. Ma questo è lontano anni luce da una comprensione del Dio di tutti. A quest'unico Dio è rivolto il grido di unicità dentro di noi.

Condannare come infedeli, come pagani, quelli il cui senso di Dio è diverso dal nostro, equivale a negare lo stesso processo di creazione. Le creature umane sono nate un giorno e impiegano anni per diventare le persone che si pensa siano. La vita spirituale è un processo che si delinea lentamente. Si verifica allo stesso modo in cui gli esseri umani divengono pienamente consapevoli - non tutto a un tratto, ci dicono i neurologi, ma piuttosto come l'aumento graduale di luce generato da un variatore di luminosità. Nel corso di questo tempo abbiamo una grande quantità di cose da apprendere su Dio da coloro che chiamano Dio con un .altro nome, oppure definiscono Dio in altri termini, adorano Dio in toni e ritmi differenti.

Per amore del Dio in cui diciamo di credere, facciamo cose nient' affatto degne di Dio a persone il cui colore è differente dal nostro, la cui lingua è differente dalla nostra, il cui sesso è differente dal nostro. Noi facciamo diventare Dio le nostre nazioni, la nostra razza e il nostro sesso e, nel far questo, rendiamo la nostra religione irreligiosa e il nostro Dio piccino.

Pratichiamo la nostra adorazione di idoli nel nome di Dio. Facciamo Dio a nostra immagine - e questo è l'idolo più patetico di tutti. Esso fa diventare Dio noi stessi, e le nostre decisioni nazionali, globali, ecclesiastiche lo mostrano. Ponendo noi stessi soltanto al centro delle nostre vite, perdiamo il senso dell'eterno, del globale, del cosmico. Non cogliamo la visione della totalità. Combattiamo contro i demoni sbagliati. Crediamo fortemente in ciò che è più evanescente.

E così un potere nazionale si sostituisce a un altro e noi tutti soffriamo a causa di una delusione conseguenza di delusioni. Vaghiamo alla cieca attraverso la vita e non ci accorgiamo mai di essere ciechi. Non sentiamo nessuno se non noi stessi e non riusciamo a riconoscere il pregiudizio. Arrestiamo a mezz' aria il viaggio dell' anima verso la grandezza, e neppure ci rendiamo conto della paralisi. Pensiamo di essere sulla nostra strada verso qualche meta e non abbiamo idea che stiamo facendo un percorso simile a quello della ruota di un mulino, che non porta da nessuna parte.

Come il concetto di monoteismo, il rifiuto ebraico del culto idolatrico arrivò dopo un tempo lungo. Ma con esso arrivò la nozione della singolarità di Dio. Se Dio non poteva essere contenuto in immagini materiali, Dio era più che materia, al di sopra della materia, al di là della materia.

Il nostro Dio, è chiaro, non è opera umana, né è di questo mondo, né può essere ridotto a qualcosa di materiale. Non sorprende, quindi, che anche il cristianesimo delle origini rifiutasse di usare immagini. Anche rappresentazioni del corpo crocifisso di Gesù non si trovano prima del VI secolo, quando la necessità di istruire le masse fece delle immagini i libri degli illetterati.

Ma ora, come gli antichi israeliti, noi ci scolpiamo le nostre immagini molti anni prima di arrivare a renderci conto, se mai ce ne rendiamo conto, che l'immagine è impotente a salvare. La costruzione di immagini, dopo tutto, è ciò in cui il mondo moderno riesce meglio. Se abbiamo l'aspetto giusto, presumiamo di essere giusti: acquistiamo gli abiti giusti, guidiamo le macchine giuste, beviamo le bevande giuste e pensiamo di diventare l'eroe, il magnate, il bello, la star, il potente di cui imitiamo i simboli esteriori. Assumiamo le immagini e interpretiamo i ruoli, e viviamo all' ombra di quelli che lo fanno meglio e inganniamo noi stessi pensando che siamo diventati la cosa, il dio che siamo arrivati ad adorare. Madison Avenue, questa grande macchina di immagini del mondo occidentale, ci assicura che noi lo dobbiamo fare. E noi siamo inclini a crederlo.

Questo è il motivo per cui il primo comandamento diventa tanto importante.

Il primo comandamento ci sollecita a esaminare continuamente che cosa abbiamo messo prima di Dio nelle nostre vite, che cosa, invece, abbiamo fatto diventare nostri dèi.

Quindi arriviamo a comprendere che questo comandamento è destinato a tenerci in contatto con le verità della vita, è quello che ci dà equilibrio e ci dà la speranza che, nonostante la nostra lentezza, Dio è là, alla fine del viaggio, e ci aspetta, ci sostiene nella battaglia per crescere spiritualmente e,ci porta a casa.

E poi...

Quando ero bambina, ci davano dei minuscoli opuscoli dalle pagine cucite insieme, per aiutarci a prepararci per la confessione. Il libro aveva dieci capitoli. In esso ognuno dei comandamenti era seguito da una lista di comportamenti definiti più o meno peccaminosi. Ogni sabato pomeriggio m'inginocchiavo in fondo alla chiesa e lo leggevo attentamente, nel tentativo di scoprire i miei peccati.

I peccati 'mortali', quelli che mettono a repentaglio la tua anima immortale, erano stampati in LETTERE MAIUSCOLE. I peccati 'veniali', peccati che mostravano una seria predilezione per un comportamento non corretto, ma non tale, in genere, da causare conseguenze più gravi, come l'omicidio o l'assenza alla messa domenicale, erano scritti in lettere minuscole. Il libretto era destinato ad aiutare dei bambini a sapere che cosa dire al prete in confessionale.

Il primo comandamento, ci dicevano, era: «lo sono il Signore tuo Dio. Non avrai altri dèi oltre me». Ho impiegato anni cercando di scoprire che cosa si sarebbe dovuto fare per infrangerlo.

Dopo tutto, Dio era Dio. Come si potrebbe negare ciò? lo non ho neppure mai visto un indovino, e tanto meno sono mai andata da lui. E certamente io non ho mai pregato qualcuno chiamato Baal o Beelzebub. Così, è vero, questo capitolo lo saltavo.

Ora sono più matura e scopro che dedico troppo poco tempo al primo comandamento; troppo tempo a pochi altri. La verità è che questo comandamento può essere infranto più facilmente di ogni altro.

Può anche essere quello che ci fa più male di tutti, non tanto ad altre persone, ma a noi stessi.

Una volta che si comincia a lasciarlo da parte, la vita assume una tinta davvero purpurea.

Questo è il comandamento che decide l'orientamento complessivo delle nostre vite. Esso ci domanda chi o che cosa stiamo ora facendo diventare nostro Dio.

Questo è ciò che decide dove verosimilmente restiamo bloccati nella vita. Questo è ciò che determina dove rivolgerci quando le cose si irrigidiscono.

Il primo comandamento è il comandamento che intende portarci a casa, non solo al nostro Dio, ma a noi stessi.

E per te...

L'amore delle cose ci porta da una benedizione a un' altra nella vita. Aggrapparsi alle cose che non possono durare ci porta solo da una sofferenza a un' altra nella vita. Solo Dio rimane.

Non abbiamo prove scientifiche che Dio c'è e non abbiamo prove scientifiche che Dio non c'è. Tutto quello che abbiamo è la lieve, chiara voce interiore che dice sempre: «Deve esserci più di questo». E questa è tutta la prova di cui abbiamo bisogno.

Gli induisti propongono 330 milioni di dèi in un metaforico tentativo di dimostrare che nessuna immaginazione, per quanto grande, può catturare l'Unico Che È.

Anche la tendenza a definire la verità assoluta, come se noi stessi fossimo Dio e potessimo farlo, sa d'idolatria. Solo che questa volta rendiamo noi stessi il falso dio che adoriamo.

Il Corano insegna: «Dio è l'Oriente e l'Occidente, e dovunque ti giri c'è il volto di Dio». Se solo potessimo vedere al di là di ciò che di Dio c'è in noi stessi, potremmo cominciare a vedere i prodigi di Dio intorno a noi, nonché nel resto delle religioni del mondo.

La più breve distanza da Dio non è un'escursione attraverso tutte le esperienze della vita. È il viaggio che facciamo verso il centro di noi stessi dove Dio ci aspetta.

Qualunque cosa sia ciò a cui dedichi la tua vita, quello è il tempio in cui tu adori. La domanda è: Questo è un dio abbastanza grande perché qualcuno spenda la vita?

Dio è sempre al di là di ciò che noi pensiamo sia dio. Questo è il motivo per cui dobbiamo continuare a guardare al di là di ogni cosa che ci cattura nel presente per la sua forza di plasmarci.

«Dio sarà presente», insegna un proverbio latino, «volente o nolente». Dio non mi 'trova'. Dio è già con me. Si tratta del mio prendere coscienza che Dio mi ha già trovato.

Il mio accesso a Dio è sempre inaspettato. Talvolta è gioia, talvolta paura. Talvolta è bellezza, talaltra orrore. La cosa importante da ricordare è che è sempre nel punto più profondo della mia anima. «Dio», dice Emerson, «entra da una porta privata in ogni individuo».

Dio è un'esperienza, non una cosa e non un'idea. Nel momento in cui affermi di aver trovato Dio, fai attenzione a che dio è. Se è il Dio delle regole e del pensiero, dubita. Blaise Pascal dice: «È il cuore che sperimenta Dio, non la ragione».

Finché Dio è 'lui', quel Dio è un falso Dio. Se Dio è puro spirito, Dio non è maschio né femmina. Con le parole della teologa Sandra Schneiders: «Non importa quanto possa essere radicata nell'immaginazione del cristiano medio l'immagine di un Dio maschio; la tradizione teologica non ha mai assegnato un sesso a Dio». Strano - non è forse vero? - come ogni religione possa creare i propri falsi dèi!

 

2. La legge del rispetto

Secondo:

«Non pronunciare il nome del Signore,
tuo Dio, invano» (Es
20,7).

In principio...

La Convenzione Luterana del 2005, in un momento di grande conflitto sull' accettazione di ministri omosessuali all'interno della denominazione, votò dapprima, con il risultato di 851 a 127, che sarebbero rimasti uniti quale che fosse l'esito del voto sull' ammissione di gay al ministero ordinato luterano. «Il nostro compito non è di giudicarci l'un l'altro; il nostro compito è di amarci l'un l'altro», disse Patrick Monroe del Sinodo centro/meridionale dell'Illinois, parlando a favore dell'unità. «Questa mozione ci consente di progredire su questa via, non solo quando si tratta di questioni sessuali, ma per tutte le questioni».

Questa può essere una delle migliori esposizioni della fedeltà al secondo comandamento che la chiesa dovrà avere sempre. Si trattava di un gruppo di' cristiani che non usava Dio per condannare all'inferno quelli, tra loro, che differivano nel tentativo comune di interpretare la volontà di Dio per la chiesa, in una nuova epoca che propone nuove questioni. Questa è una chiesa in cammino, in pellegrinaggio, che non pretende che ognuno dei membri conosca pienamente il pensiero di Dio per ogni situazione. Questo è un corpo di cristiani che non usano Dio l'uno contro l'altro, in una manifestazione di arroganza distinguibile per la sua incrollabile certezza.

In ogni cuore adulto rimangono i frammenti di una filastrocca di quando si era bambini. Imparata in un'età infantile, era destinata a renderci tutti invulnerabili alla critica, alla derisione e al rifiuto. «Bastoni e pietre», ci insegnavano a cantare, «possono spezzare le mie ossa, ma i nomi non mi feriranno mai». Però, a dire la verità, la filastrocca indicava un cambiamento importante nella consapevolezza umana.

Per secoli il mondo sperimentò che questa spavalderia era evidentemente sbagliata. I nomi potevano ferirci. Il modo in cui chiamavamo una cosa aveva serie implicazioni. Invocare il nome degli dèi, per esempio, significava invocare uno spirito - un potere di gran lunga più grande di qualunque cosa gli esseri umani potessero mobilitare da se stessi. Per mostrare deferenza, rispetto, soggezione, il popolo ebreo non usava mai il nome di Dio.

Quando Mosè chiese a Dio, presso il roveto ardente: «Qual è il tuo nome? Chi dirò che mi ha mandato?», non si trattava, dunque, di una domanda oziosa. Egli cercava delle credenziali, che non solo giustificassero il suo presentarsi al faraone, ma che lo attrezzassero con le risorse, la protezione e il sostegno di cui avrebbe avuto bisogno. La domanda non significava, per lui e per il popolo ebreo, ciò che significa quando noi stringiamo la mano e diciamo a un estraneo: «E tu sei... ?». Per Mosè il nome stesso sarebbe stato un segno dell' autenticità del messaggio, della santità della sua chiamata, del potere della sua posizione.

Per tutti i popoli antichi i nomi avevano significato, i nomi avevano potere. Secondo il linguista S. Potter, «l'uomo primitivo sentiva che la relazione tra nome e cosa... era stretta e intima. L'uso frivolo o malizioso di un nome in un discorso potrebbe significare insulto o ingiuria per la persona che porta quel nome. Il vero nome era permesso».

In ogni cultura antica, dire il nome - conoscere l'essenza delle cose - era parte dell'identità di una persona. Più ancora, il nome era una sorta di segnale del proprio posto nella vita, dei propri intenti, del proprio ruolo nella comunità, del proprio potere.

Dire il nome di qualcosa - di qualcuno - significava attribuirgli le caratteristiche indicate dal nome stesso.

I nativi americani, per esempio, davano ai loro bambini il nome dello spirito animale che vedevano in loro: Piccolo Orso Veloce, Grande Aquila Volante, Coraggioso Cacciatore di Lupi.

Anche nelle società moderne rimane, fino ai nostri giorni, almeno un residuo di questa stessa filosofia. John D. Rockefeller III non è proprio l'uomo della strada. In quel nome è condensata una storia, una condizione sociale, un' origine, un' aspettativa.

Certamente, quando Mosè chiede a Dio: «Qual è il tuo nome?», la domanda è carica di significato.

E così è la risposta. Dio risponde: «Il mio nome è 'ehjè 'asher 'ehjè. Io sono chi sono». lo sono Essere. lo sono Vita. lo sono Creatore. Non stupisce che ci sia un comandamento riguardo al pronunciare 'invano' il nome di Dio. Insultare il Creatore dell'universo dev'essere pazzia morale di alto livello.

Per quanto importante sia comprendere quanto grave dovesse essere in una cultura primitiva l'idea di insultare il Dio degli dèi, tuttavia, è ancora più importante riflettere su come questo potrebbe accadere nel nostro tempo, da parte nostra. Dopo tutto, in questa cultura dire il nome non ha più il senso magico che aveva avuto in tempi passati o in culture diverse dalla nostra. Di fatto, ha ora un significato anche più grande.

A prima vista, il secondo comandamento non sembra avere molto a che fare con noi. Eccetto forse per poche bestemmie qua e là, la maggior parte delle quali non sono serie.

A un altro livello, tuttavia, il secondo comandamento comincia a mostrare una predilezione per un modello del tutto differente delle relazioni divino-umane.

Filone di Alessandria, un eminente intellettuale del giudaismo del I secolo, guidò intorno al 40 d.C. una delegazione a Roma per presentare argomentazioni a favore degli ebrei che rifiutavano di partecipare al culto dell'imperatore romano. Proprio perché gli ebrei non volevano partecipare al culto dell'imperatore, egli sosteneva, non potevano essere considerati un popolo immorale o irreligioso. Al contrario. I dieci comandamenti di Mosè, egli affermava, rappresentavano la migliore guida morale in tutta l'umanità.

I dieci comandamenti, insisteva Filone, provavano che gli ebrei vivevano secondo tutte le virtù conosciute dai filosofi greci, specialmente la temperanza, la prudenza, il coraggio e la giustizia. Più importante ancora, diceva, era il fatto che il Decalogo effettivamente sorpassava il modello greco nel diritto, nella giustizia e nella bontà. Gli ebrei, dunque, erano un popolo che, nonostante il rifiuto di partecipare al culto romano degli dèi, erano, ciò nonostante, una comunità davvero morale, davvero spirituale.

Il modello valoriale di Filone, se riferito al secondo comandamento anche ora, può risultare molto appropriato per rivelare ciò che abbiamo troppo a lungo dimenticato a proposito di questa seconda parola di sapienza, di questo secondo invito a essere un popolo diverso dagli altri. Il secondo comandamento ha un eminente buon senso.

Come Filone evidenzia, il secondo comandamento ci mette in guardia dal ricorrere a Dio per rendere testimonianza a ciò che non avrebbe affatto bisogno di testimonianza. Perché, sostiene, 'giurare' qualcosa? Se stiamo dicendo la verità, giurare non è necessario. E se stiamo mentendo, giurare che ciò che diciamo è vero rende solo peggiore la menzogna. E, cosa più grave di tutte, perché disonorare il nome di Dio - tutto l'essere e perciò tutta la verità - chiamando la Divina Verità a testimonianza di una menzogna?

È un argomento convincente: giurare qualcosa o mette in questione la nostra integrità o rischia di recare insulto all'integrità di Dio. Giurare non può rendere la verità più vera e rischia soltanto di rendere peggiori gli effetti della falsità. La situazione è seria.

Ma qui c'è da considerare qualcosa in più - diritto, giustizia e bontà - che ha, in qualche maniera, a che fare con il modo in cui viviamo questo comandamento. E questo può essere laddove noi tutti cadiamo molto più facilmente di quanto possiamo pensare.

Di fatto, il secondo comandamento - «Non pronunciare il nome del Signore, tuo Dio, invano» - può essere più il peccato dell'uomo pio che il peccato del peccatore.

Il secondo comandamento ci dice non solo di non rischiare di corrompere il nome di Dio; ci dice anche di non mettere in gioco Dio strumentalizzando il nome di Dio, l'essere di Dio, il potere di Dio. Ci dice di non usare inutilmente il nome di Dio. È inutile usare il nome di Dio per comprovare il falso. È inutile, inoltre, usare il nome di Dio per fare ciò che Dio non farebbe mai.

Questo è il peccato di coloro i quali si mettono al posto di Dio.

Queste persone ritengono di conoscere il pensiero di Dio e di giudicare il mondo che le circonda con i suoi parametri - che esse confezionano in base a come si comportano. Si pensi a una minaccia del tipo «Dio ti coglierà per questo alla sprovvista», minaccia che nessun essere umano ha la conoscenza o il diritto di fare. È cosa pesante per quello che provoca di paura e di colpa. E inizia presto: «Dio non è come le ragazzine che.. .», ci viene insegnato. «Dio punisce i ragazzini che.. .», sentiamo dire. Così, in realtà, non serve a molto provare, non è forse vero? Una cosa è dispiacere a un genitore, a un maestro, a un ministro, anche a una costituzione. Ma dispiacere a Dio sposta tutta la discussione completamente su un altro piano. Qualcuno, da qualche parte, ha deciso che siamo colpevoli di qualcosa e che saremo dannati - e così ci si comporta.

Oh, sì, abbiamo imparato abbastanza bene a pronunciare il nome di Dio 'invano'.

Noi usiamo il nome di Dio per dimostrare la nostra pietà. Citiamo la Scrittura alla gente e ci attendiamo che la discussione sia così chiusa; poiché quando abbiamo parlato noi, Dio ha parlato.

Noi usiamo il nome di Dio per manipolare Dio. Chiediamo a Dio di essere al nostro fianco, di fare la nostra volontà, di danneggiare le persone che noi vorremmo danneggiare. «Caro Dio, punisci queste persone per i loro peccati, così che il mondo sappia quanto sei grande». Abbiamo pregato anni e anni per la «conversione della Russia», ma mai per la nostra.

Noi usiamo il nome di Dio per evitare di affrontare le nostre inadeguatezze. Domandiamo a Dio di fare per noi quello che dovrebbe essere fatto da noi - eliminare le armi nucleari, dar da mangiare agli affamati, pagare salari e contributi dignitosi, fermare la guerra.

Noi usiamo il nome di Dio per esercitare potere sugli altri. Li minacciamo con l'inferno. Li chiamiamo 'cattivi' e 'incorreggibili' - ed essi diventano cattivi e incorreggibili. Usiamo Dio come una specie di clava nei confronti di gruppi, persone e idee che disapproviamo.

Infine, noi usiamo il nome di Dio per soddisfare noi stessi con la nostra pietà e la nostra giustizia, evitando sempre le difficili domande che la vita ci pone. Preghiamo le nostre preghiere chiedendo a Dio di «ascoltare il grido del povero», e diciamo a noi stessi che abbiamo fatto abbastanza. Abbastanza per il povero. Abbastanza per l'emarginato.

Di fatto, abbiamo imparato a «nominare il nome di Dio invano» con grande facilità.

Può esser tempo di ripensare tutto questo comandamento.

E poi...

Nella mia famiglia il linguaggio era un esercizio d'immaginazione. Mia madre aveva un arguto modo irlandese d'esprimersi, che inchiodava al muro qualunque cosa pensasse. Mio padre era un uomo tranquillo che non parlava mai molto sotto la spinta di qualche circostanza, ma che 'malediceva questo' e 'malediceva quello' con allarmante regolarità.

Lei poteva criticare aspramente il mondo intero con una sentenza raggelante. Non sopportava alcun sotterfugio. Lui, dall' altra parte, in realtà non criticava mai molto qualcuno, benché tuonasse furiosamente.

Lei smascherava ogni idea per quello che valeva. Lui era gentile e accettava il giusto di ognuno e affrontava faccia a faccia poco o niente. Se ciò che la chiesa mi diceva circa i dieci comandamenti era vero, essi mi parlavano poco di lei e abbondantemente di lui: secondo i dieci comandamenti, così come li conoscevo, lui era chiaramente destinato a non andare in cielo. Egli nominava sempre «il nome del Signore invano». Lei non lo faceva mai.

Ma ora vedo le cose diversamente.

Vedo che ci concentriamo sul 'nome del Signore' e ignoriamo del tutto 'invano'. li risultato è che possiamo aver trascurato del tutto il punto centrale del comandamento: sbagliato non è tanto usare il nome di Dio, quanto il fatto che invochiamo il nome di Dio per giustificare cose empie. Semplicemente, ci sono alcune cose che diciamo su Dio che sono inutili, sterili, futili, inefficaci e indegne. Attribuire a Dio cose con le quali Dio non ha nulla a che fare significa schernire Dio. E lo scherno ha tutti i contrassegni del peccato, comunque lo si dica.

Quelli che invocano Dio per giustificare un pregiudizio, ossia per dirci chi Dio accetta e chi no; per motivare l'oppressione, ossia per dire che Dio vuole la schiavitù per alcune categorie di persone, ma non per altre; per porre sul trono l'assolutismo, ossia per dire che questo paese, queste regole, quest'istituzione è la sola amata da Dio; per conservare l'autoritarismo, ossia per sostenere che ci sono alcune persone che non possono mai essere contestate, tutti costoro parlano di Dio 'invano'. Dio ha creato tutti noi e ama tutti noi. Dio opera in molti modi con le persone, e non in un solo modo. Dio vuole che tutti noi usiamo le nostre intelligenze per essere responsabili delle nostre credenze, non per fondare il nostro destino seguendo i pareri, le decisioni e gli ordini di altri.

Nominare il nome di Dio invano - rendere Dio responsabile per chi odiamo e per chi danneggiamo e per come finiamo per pensare e per chi diventa nostro dio e nostra coscienza - è far diventare Dio l'artefice del nostro male.

Gli ebrei decisero di non correre questo rischio. Essi non usavano mai il nome di Dio. Potrebbe essere una buona idea.

Il Dio di Abramo, in un mondo pieno di stregonerie, di maledizioni, era un Dio che non faceva stregonerie. Questo Dio non era un dio che stava a osservare, aspettando che gli esseri umani penzolassero dalla capocchia di uno spillo o di sacrificare un popolo a spese di un altro. Quando usiamo Dio per questi scopi, abbiamo nominato il nome di Dio 'invano'.

I Sufi raccontano la storia del maestro che mandò i suoi discepoli a procurarsi una nuova camicia confezionata per l'imminente giorno di festa. «Questo è un periodo davvero pieno di lavoro e, perciò, la camicia non è ancora pronta. Torna tra una settimana», disse il sarto, «e Dio volendo, la tua camicia sarà pronta». Ma non fu così. «Torna la settimana prossima», disse il sarto per la seconda volta, «e se Dio ci dà luce, la tua nuova camicia sarà finita». Ma non fu così. «Torna ancora domani», disse il sarto, «e se Dio ci benedice, la tua nuova camicia ti aspetterà». Quando i discepoli spiegarono alloro maestro la storia della camicia non finita, il maestro disse: «Tornate dal sarto e domandategli di quanto tempo ha bisogno per finire la camicia, lasciando Dio fuori questione».

Il secondo comandamento ci dice di lasciare Dio fuori questione, quando Dio non ha niente a che fare con ciò che noi dovremmo o non dovremmo fare. Qualunque altra cosa profana il nome di Dio. Lo corrompe moralmente. Viola il suo carattere sacro. Lo lega a cose indegne.

E per te...

«Il linguaggio è la luce della mente», scriveva John Stuart Mill. Ma se questo è vero, allora ogni cosa che diciamo su Dio rende Dio più grande o più piccolo di quanto noi siamo. Ciò che realmente pensiamo di Dio si manifesta nel modo in cui parliamo.

Il modo in cui chiamiamo una cosa determina il modo in cui le persone la vedono. Una persona è 'grassa' o 'robusta', 'disturbata' o 'isterica', secondo il nostro punto di vista. Purtroppo, facciamo lo stesso con Dio. Parliamo di Dio come se fosse uno strumento di punizione - «Dio maledica», diciamo - o una fonte di benedizione - «Dio ti benedica», diciamo; mentre ciò che in realtà stiamo facendo è semplicemente descrivere i nostri sentimenti e facciamo appello a Dio - invano - per confermare le nostre opinioni umane limitate.

Come suggerisce Samuel Butler: «'La ballata del vecchio marinaio' non avrebbe avuto tanta presa se fosse stata chiamata 'L'anziano uomo di mare'». Il linguaggio dà a una cosa il suo valore. Esso ci rende capaci di vedere e ci rende ciechi allo stesso tempo. Parlare di Dio come se Dio esistesse per eseguire i nostri piccoli e arrabbiati comandi significa farlo diventare un dio che il Dio reale non vorrebbe mai essere.

Quando usiamo il nome di Dio per svilire o diminuire qualche altro essere umano, questo non riguarda quelli di cui misuriamo i meriti. Riguarda noi stessi. E in pubblico. Quanto è imbarazzante!

Non è il fatto di giurare che ci rende cattivi. È avere un'intenzione cattiva, quando lo facciamo, che fa la differenza.

Quasi ogni grande azione di distruzione, nella storia; è stata compiuta invocando a sua legittimazione il nome di Dio: le crociate, le streghe messe al rogo, l'apartheid. E nessuno disse mai una parola sul peccato contro il secondo comandamento. Il che prova solamente quanto sia facile diventare il tuo proprio dio.

Noi malediciamo e giuriamo per mostrare quanto siamo irritati o quanto siamo potenti. Il problema è che questo non funziona. Tutto ciò che realmente mostriamo è quanto siamo fuori controllo.

«Il linguaggio», scriveva Sheila Rowbotham, «è uno degli strumenti di dominio». Quando rimproveriamo aspramente l'altro nel nome di Dio, assumiamo noi stessi il potere di Dio. E niente può essere più lontano dalla verità. Dopo tutto, quante cose, tra quelle che hai maledetto, sono cambiate?

Predicare, per esempio, che donne o neri non devono essere considerati uguali agli uomini bianchi poiché «Dio ha fatto le cose in questo modo» è nominare il nome di Dio 'invano'. Giustificare il male che facciamo addebitandolo a Dio di per sé è sicuramente un male.

«Quando i sacri testi contraddicono la ricerca della pace e della giustizia», spiegava il maestro dharma Cheng Yen a un gruppo di funzionari governativi, «i sacri testi devono essere reinterpretati». Questa è la versione cinese del non nominare il nome di Dio invano.

Dio non è il mio segno magico privato e mobile, destinato a essere usato contro qualcuno. Non mi piace. Dio è ciò che mi chiama a essere religioso.

«Quando hai pronunciato la parola», insegna un proverbio arabo, «essa regna su di noi. Quando non è pronunciata, tu regni su di essa». Espressioni di rabbia possono essere semplicemente una forma di innocente liberazione emotiva, ma il controllo emotivo è ancora meglio.

 

 

3. La legge del ricordo

Terzo:
«Ricordati di santificare il giorno di sabato» 
(Es
20,8).

In principio...

Nella casa della mia nonna Chittister, che era una buona protestante, di domenica non accadeva assolutamente niente eccetto la chiesa, la scuola domenicale e il pranzo di famiglia. Lei non accendeva la radio, non cuciva, non faceva lavori domestici.

Non dovevi essere un filosofo, in quella casa, per immaginare che la domenica fosse un giorno differente.

La nonna cantava inni per se stessa, passando da una stanza all' altra durante il giorno. Si accigliava se il nonno inchiodava tavole nel garage. Si accigliava se si rideva fragorosamente. Si accigliava per qualunque cosa 'frivola'. Si accigliava al solo pensiero di fare qualcosa di mondano. Andare a vedere un film, giocare nel cortile, partecipare a un ricevimento - fare shopping! - erano cose assolutamente fuori questione.

Non mi piaceva molto stare nella casa di nonna Chittister di domenica. Era tanto differente dal resto della settimana. Era tanto impegnativo. Ma, da lei, ho avuto un messaggio di vita che è rimasto con me per sempre. La vita, ho imparato da giovane, è qualcosa più del rumore. La vita è ascoltare la musica dell' anima. Il lavoro è importante, ma può essere una distrazione dal significato. La riflessione appartiene all' essenza dell' essere umano.

È stata, di fatto, una lezione opportuna. Ma da dove viene? Perché metterla in pratica?

Probabilmente la dimensione storica più influente dell'origine del sabato è che non ce n'è alcuna. Per quanto possano cercare l'origine certa di una celebrazione regolare, continua e universale del sabato nella comunità ebraica, gli studiosi non possono semplicemente fare affidamento se non su ciò che Georg Fohrer chiama la «fertile fantasia degli esegeti» .

«Molti tentativi sono stati fatti», scrive Ernst Kutsch, «per far derivare il sabato da pratiche non-israelitiche... ma nessuno di essi ha dato prova di essere sicuro. Era un giorno dedicato a Saturno, dice qualcuno, mutuato da una tribù di fabbri le cui forge avevano bisogno di essere regolarmente raffreddate. Altri suggeriscono che era il giorno della luna piena... benché non ci sia prova che questo fosse un giorno di riposo. Pochi suggeriscono che era analogo ai giorni che segnavano le fasi della luna, ma questa teoria è meno plausibile di tutte, poiché quei giorni, diversamente dal sabato, erano considerati giorni 'cattivi'. Si suggerisce che fosse un giorno di mercato. Il problema con quest'idea è che di sabato, al contrario, il commercio era specificamente proibito».

Una cosa è certa, quali che siano i racconti sull'istituzionalizzazione del sabato in Israele, esso è il solo, a quanto risulta, in mezzo a tutte le culture del mondo antico, per il suo tributo alla dignità dell'umanità. Il sabato, dopo tutto, non riguarda il riposo come quando si è in 'pensione'. Il sabato riguarda il tempo e chi lo ha, riguarda chi ha tempo e come lo usa.

Di sabato la vita cambiava. I privilegi e le aspettative legati ai ruoli e alle relazioni normali cessavano. Il mondo, così come funzionava dalla fine di un sabato all'inizio di un altro, si arrestava, fermo a mezz'aria, sospeso fuori del tempo.

L'idea ebraica del sabato, a quanto pare, era unica. Ciò che colpisce ancora di più è che esso non era solo una filosofia di vita; era un precetto, un principio, un insegnamento. Era una parola di sapienza, una guida per vivere bene. Un ricordarci che siamo tutti «fatti a immagine di Dio», esseri umani, uguali.

Il sabato è la parola che domanda giustizia per ogni cosa vivente.

Ma, in questo nuovo mondo, il sabato perde significato di giorno in giorno.

Il sabato, è chiaro, ha origine dal rispetto ebraico per la sacralità di ogni vita e per i fondamenti della dignità umana. Il sabato non è un giorno di 'riposo' perché le persone sono stanche. È un giorno di riposo perché le persone sono umane e non dovrebbero essere condannate a morte, perché ogni cosa vivente richiede tempo per rinnovarsi, se non fisicamente, certo spiritualmente; se non spiritualmente, almeno fisicamente.

È un giorno di protesta contro la schiavizzazione delle persone, dovunque. È un giorno di riflessione sulla vita, che rende l'umanità più che un semplice esercizio di sopravvivenza. Il sabato dice che dobbiamo prendere tempo per ricordare che veniamo da Dio e per stabilire il da farsi quotidiano nel cammino di ritorno a lui.

«Ci hai fatto poco meno degli angeli», canta il salmista - e per tutto il sabato il mondo canta con queste parole.

Nel mondo antico il sabato metteva a confronto due idee: prima, l'idea comune che il tempo libero fosse un privilegio riservato unicamente agli dèi; seconda, che gli esseri umani fossero schiavi da usare a vantaggio dei pochi uomini liberi che li possedevano. Il sabato ebraico dava - e richiedeva riposo per tutti, schiavi e liberi, esseri umani e animali. Il sabato ebraico rendeva uguali tutti noi. È un'antica, unica e anche sorprendente visione della natura della vita, della dignità della razza umana.

Purtroppo, stiamo perdendo di nuovo un tale concetto. In questo nostro tempo, purtroppo, abbiamo schiavizzato noi stessi a tal punto che non ci siamo accorti delle nuove schiavitù che vengono create intorno a noi.

Le persone a reddito fisso temono per la loro vecchiaia, in quanto vedono la pensione come un peggioramento per loro.

Il povero continua a lavorare per un salario minimo di cinque euro all' ora, che gli rende impossibile ogni forma di riposo.

La classe operaia è costretta a fare due lavori part-time, quando non si riesce semplicemente a trovare un lavoro a tempo pieno, perché i lavori part-time non comportano contributi previdenziali.

I bambini nei paesi in via di sviluppo sono costretti a lavorare settanta ore a settimana, per fornire prodotti di consumo al mondo occidentale.

Gli animali, piuttosto che essere oggetto di cura, sono ingiustificatamente uccisi per procurare agli esseri umani cosmetici, gioielli e pellicce.

Il sabato chiede a gran voce una decisione adesso, prima che tutti noi dimentichiamo quello che cerca di dire, a noi immersi nel consumismo, nello sfruttamento narcisistico dei beni della terra e nel caos internazionale, che sta mandando in rovina il mondo.

Il sabato dice che abbiamo dimenticato chi siamo, - che siamo esseri umani, che siamo «fatti a immagine di Dio» - e così abbiamo naturalmente dimenticato anche chi è l'altro.

Il sabato dice che noi siamo responsabili del modo in cui viviamo le nostre vite, del modo in cui facciamo o non facciamo sviluppare la nostra umanità, del modo in cui acconsentiamo all' abuso di altri per conto nostro.

Il sabato dice che siamo fatti per la riflessione e che se non diamo spazio a essa, se non cominciamo a riflettere su ciò che come esseri umani facciamo ad altri esseri umani, alla terra, al cosmo, non diventiamo altro che ingranaggi nel sistema di schiavizzazione.

Il sabato dice che il tempo è la sola risorsa che realmente abbiamo e dobbiamo imparare a usarla bene.

Gesù, la Scrittura lo attesta chiaramente, osservava il sabato ebraico. Ma i cristiani, a un certo momento, si trovarono sempre più lontani dalla sinagoga. Dapprima pii ebrei in una cultura giudaica, arrivarono gradualmente a considerarsi una setta giudaica del tutto separata. Allo stesso tempo, siccome gli ebrei cominciarono a diffidare del loro messianismo, i cristiani, specialmente i cristiani fuori di Gerusalemme, posero sempre più Cristo al centro della loro vita, sempre più si affidarono a Gesù come messia.

Per i cristiani, poi, per chiare ragioni teologiche, nel corso del II, III e IV secolo, il 'sabato' divenne 'domenica'. La vita di Gesù era l'elemento centrale. La risurrezione aveva sconfitto la morte e donato la vita eterna. Ma il concetto rimaneva lo stesso: la vita non era da prendere alla leggera, non era da considerare scontata. La regolare riflessione sul suo significato, sul suo scopo, le dava un'inesauribile energia, un rinnovato orientamento. La domenica, sabato dei cristiani, significava celebrazione, certo, ma significava anche 'memoria'.

È la memoria di chi noi siamo, di che cosa stiamo facendo, del perché siamo stati creati, così che tutti ne abbiamo ancora bisogno in un mondo che a volte sembra precipitare verso la sua devastazione, sia interna che esterna. Il sabato è l'elemento centrale della vita, la chiave di volta del suo sviluppo, la chiave del suo significato, la vita per il suo futuro.

La perdita del sabato nel mondo moderno può essere un segnale minaccioso. Il giorno di ventiquattro ore, la settimana di sette giorni rendono possibile, alle persone che lavorano durante le ore di ufficio tradizionali, fare il loro shopping, andare dal dentista, ricorrere all'assistenza tecnica oltre l'orario di lavoro. Ma per quanto buono, per quanto necessario questo possa essere, che cosa offre ora per promuovere la centralità del sabato? Ed è la centralità del sabato a essere realmente necessaria se, in quanto civiltà, riusciamo a prendere buone decisioni sul resto della vita, sulle cose importanti della vita.

Sono le sollecitazioni che provengono dalla centralità del sabato a ricordarci di rendere giustizia al resto del mondo.

Il sabato dice tutto quello che le nonne di un' epoca passata tentavano di insegnarci: sii tranquillo, sii premuroso, sii soddisfatto, sii gentile con il mondo e diventerai chi tu hai sempre voluto essere.

E poi...

Nella mia fanciullezza avevo chiara l'idea che 'santificare il sabato' significasse andare in chiesa. Ora sono arrivata a comprendere molto più di questo.

Ricordo la situazione molto chiaramente. Mi trovavo a Gerusalemme per la prima volta. L'occasione era data da un incontro internazionale di donne professioniste, ma, per quanto mi riguardava, la cosa più importante era che ciò mi dava l'opportunità di vedere la terra santa. Ogni altra cosa era un sovrappiù.

Essendo venerdì, l'inizio del sabato ebraico, il primo impegno all' ordine del giorno per le nostre accompagnatrici ebraiche era il banchetto del sabato, e noi eravamo tutte invitate. Avrei così imparato, sulla cultura e sulla società ebraica, molto più di quanto verosimilmente avrei potuto apprendere attraverso delle lezioni.

Non mi fu facile comprendere che il banchetto del sabato era molto più del banchetto stesso. In realtà si trattava dell'evento del sabato. In primo luogo, non potevamo guidare un' automobile fino alla sinagoga; avremmo dovuto andare a piedi. Gli ebrei ortodossi di sabato non usano macchine. In secondo luogo, il normale ascensore dell' albergo dopo il tramonto non avrebbe funzionato. Avremmo dovuto fare le scale a piedi o attraversare l'atrio dell' albergo per usare 'l'ascensore del sabato', riservato agli ospiti. Infine, l'unico cibo caldo che sarebbe stato servito per la prima colazione fino alla fine del sabato, cioè fino al sabato sera, sarebbe stato caffè o tè preparato in bollitori regolati da un timer elettrico. Chiaramente, ogni cosa - ogni cosa - in Gerusalemme di sabato si fermava.

Tutto ciò sapeva di rigore, pensai. Forse era anche eccessivo. Dopo tutto, il comandamento dice: «Santifica il sabato», non: «Ferma ogni cosa di sabato». Data l'opinione cristiana corrente, per cui osservare il sabato significa partecipare al culto in chiesa, l'idea di fermare semplicemente la vita, così come la conosciamo, non aveva senso. A che scopo? Dopo tutto, sabato e vita sono due cose differenti, non è vero?

Ma poi il rabbino si alzò per spiegare il sabato agli ospiti. «li Talmud», disse, «ci dà tre ragioni per osservare il sabato:

La prima ragione per il sabato - continuò - è che, non essendo permesso a nessuno di fare alcuna cosa di sabato, non possono essere dati ordini, non possono essere fatti lavori. Quindi, i servi e i ricchi saranno uguali almeno per un giorno a settimana.

La seconda ragione è che in tal modo abbiamo tempo per riflettere sul significato delle nostre vite.

La terza ragione per il sabato è che possiamo riflettere sulla bontà del nostro lavoro, come fece Dio alla fine della creazione nel settimo giorno».

Bello, pensai. Ma questo si può realmente trasferire nel nostro mondo, qui e ora? È pratico? Ha ancora senso?

Poi, prima di mettersi a sedere, egli fece qualcosa che prendeva il sabato dal Talmud e lo collocava direttamente al centro della vita. «Vedete questa penna», disse rigirando una penna stilografica fra le sue dita. «lo sono uno scrittore. Questo è il mio lavoro». Prese la penna e la mise nella sua borsa. «Di sabato», concluse, «non uso mai una penna. Oggi è per Dio e per me. Non per me solo». Questa volta compresi.

Una settimana più tardi tornai negli Stati Uniti. La domenica mattina, dopo la messa, le strade erano pullulanti di auto, tutti i negozi erano aperti, i tosaerba rombavano in ogni strada poiché la gente faceva quello che non aveva avuto tempo di fare durante la settimana, le luci degli uffici erano accese, gli affari davano vita alla città. Mi misi a sedere in mezzo a tutto questo, pensando agli anni trascorsi nella casa di mia nonna, quando nessun lavoro era permesso di domenica. 'Curioso', pensai - e tristemente, tristemente perduta.

Sicuramente il vero peccato al quale mira il terzo comandamento non è il peccato di non andare in chiesa la domenica. È il peccato di non cercare seriamente Dio.

E per te...

Il mondo ha perso la mentalità del sabato. Ora la domenica non è per «santificare il giorno del Signore»; è per recuperare quello che non è stato terminato nei giorni della settimana che la precedono.

I rituali del sabato sono quelle forme sacre di vita che ci mettono in condizione di trascendere il tempo per amore di un barlume di eternità. Quindi la vita quotidiana cessa di essere monotona e la paura, la disperazione della morte sono spazzate via.

«Il rituale è il modo in cui veicoliamo la presenza del sacro», dice Christina Baldwin. «Il rituale è la scintilla che non deve venir meno». Quando facciamo a meno dei rituali che ci collegano al divino, riduciamo tutta la vita al livello mondano. Non solo perdiamo la strada di casa; corriamo il rischio di dimenticare che c'è una casa al di là di questa.

«La domenica», scrive Yoshiko Uchida, «è, per così dire, come un pezzo di luminoso broccato dorato che si trova nella pila di mussola bianca dei giorni della settimana». Il sabato è la luce che ci sostiene e che ci permette di muoverei attraverso le tenebre, verso la grande aurora che non conosciamo, ma che se dubitiamo non possiamo neppure immaginare.

Abbiamo fatto del sabato una cosa in più da annotare sull'agenda, piuttosto che una celebrazione di quei momenti, nella vita, che trascendono l'agenda e ci liberano dalla schiavitù dell' agenda.

Una ricerca sull'utilizzo del tempo ci dice che gli americani lavorano ogni anno 350 ore o nove settimane lavorative

. in più rispetto alla media europea. Gli stessi studi ci dicono che, a causa dello stress, gli americani soffrono di più di arresto cardiaco, di indurimento delle arterie e di cancro, rispetto agli europei. Forse, in un mondo capitalista, il sabato è un'idea che ha fatto il suo tempo.

Il sabato non è per la chiesa: è per la contemplazione delle cose importanti nella vita, le cose dell' anima. «Le persone la cui religione comincia e finisce con il culto e le pratiche rituali», scrive Mordecai Kaplan, «sono come soldati continuamente impegnati nelle manovre, senza mai entrare in azione». Il sabato non finisce mai in chiesa. Là comincia soltanto.

Il cuore del sabato è ciò che accade in noi quando facciamo spazio a Dio nella vita. Poi, la quiete e lo spazio che derivano dal mettere da parte l'oggi per vivere nell' ambito dell' eterno ci rendono capaci di muoverci nel senso della presenza di Dio, che non è obbligata, o forzata, o finta. Il sabato è ciò che ci porta a una consapevolezza del divino nell' attività umana.

Il sabato è il guaritore delle relazioni. Proprio come di sabato il ricco doveva riconoscere l'umanità dello schiavo, così il sabato può darci l'opportunità di considerare la qualità dei nostri legami, dentro e fuori la famiglia, per renderli reali e uguali e giusti.

Ignorando il sabato, trasformiamo ogni giorno della vita in un giorno medio, un giorno di routine, un giorno di lavoro. Perdiamo il senso della celebrazione. Dimentichiamo di fermarci e di godere del mondo, come Dio godette della creazione. La Scrittura è chiara: «E Dio vide e disse che era cosa buona».

Il sabato ci ricorda che siamo parte della comunità umana, che è la ragione per cui ci riuniamo con la comunità di fede. Ci riuniamo per rivivere quei rapporti e per ricordare quelle responsabilità e per essere sostenuti in quegli sforzi.

Il rituale sparge olio sull'anima con l'invito familiare a gettarci fra le braccia di Dio e fuori dai tentacoli di qualunque altra cosa di minore importanza.