PICCOLI GRANDI LIBRI    La seconda chiamata
Il coraggio della Fragilità

Curatore: Sergio Stevan
Editrice Monti - Saronno 2007
 www.padremonti.it

Introduzione
Romano Martinelli
MI È STATA MESSA UNA SPINA NELLA CARNE
René Voillaume
LA SECONDA CHIAMATA

Renato Corti
L'ETÀ ADULTA E LA SECONDA CHIAMATA

Carlo Maria Martini
PORTARE LUCE NELL'INCREDULITÀ DEL NOSTRO TEMPO
La prova di Teresa e il nostro tempo
La crisi attuale della fede
Il prete e la prova della fede del nostro tempo
Conclusione

Luciano Manicardi
LA PREGHIERA DEL PRESBITERO

Romano Martinelli
BEATI QUELLI CHE SOFFRONO? 

Sergio Stevan
DALLA SANTITÀ DESIDERATA ALLA POVERTÀ OFFERTA

Davide Caldirola
LA PROFEZIA DI UN PRETE DI CITTÀ

Anna Deodato
SI TRATTA DELLA NOSTRA FEDELTÀ AL SIGNORE E ALLA SUA CHIAMATA

Conclusione
Chiara Veronica
SE UNO NON RINASCE DALL'ALTO

PORTARE LUCE NELL'INCREDULITÀ DEL NOSTRO TEMPO

Carlo Maria Martini (50)

In questa meditazione mi lascio ispirare, più che da una pagina biblica, dalla figura di Teresa di Gesù Bambino, di cui si celebra il primo centenario della morte.

Donaci, Signore, di entrare in qualche modo nel mistero della prova della fede di Teresa di Gesù Bambino e, per sua intercessione, di paterne trarre frutti di aiuto per noi e per gli altri, quei frutti che sono racchiusi nel tuo disegno di salvezza.
Svolgerò la riflessione in tre momenti:
-
la prova di Teresa e il nostro tempo;
- la crisi attuale della fede;
- il prete e la prova della fede del nostro tempo.

La prova di Teresa e il nostro tempo

Tutti noi conosciamo, più o meno bene, gli scritti di Teresa di Gesù Bambino e sappiamo che, a partire dal 5 aprile 1896, domenica di Pasqua, inizia una prova terribile della fede, vive tentazioni contro la fede che si protrarranno fino al giorno della morte (30 settembre 1897).
Ella ne parla fondamentalmente in tre pagine del Manoscritto C, e lo fa con paura, con timore di non riuscire a spiegarsi, quasi con la paura di bestemmiare. Quanto ci racconta è sufficiente per capire che si è trattato di una prova spirituale terribile. Prima di quel tempo, non poteva neppure capire che ci fossero increduli, negatori dell'altra vita: «Godevo allora di una fede tanto viva, tanto chiara, che il pensiero del Cielo formava tutta la mia felicità, non potevo credere che vi fossero degli empi i quali non avessero la fede. Credevo che parlassero contro il loro stesso pensiero negando l'esistenza del Cielo, del bel Cielo ove Dio stesso vorrebbe essere la loro ricompensa eterna». (51) E continua: «Nei giorni tanto gioiosi della Pasqua, Gesù mi ha
fatto sentire che esistono davvero anime senza fede, le quali per l'abuso delle grazie hanno perduto questo tesoro immenso, sorgente delle sole gioie pure e vere. Ha permesso che l'anima mia fosse invasa dalle tenebre più fitte, e che il pensiero del Cielo, dolcissimo per me, non fosse più se non lotta e tormento... Questa prova non doveva durare per qualche giorno, non per qualche settimana: terminerà soltanto all'ora segnata da Dio misericordioso, e quest'ora non è ancora venuta». (52)
Teresa tenta di esprimere la sua prova con delle metafore: quella delle "tenebre più fitte", poi con la metafora del "tunnel cupo" in cui si entra, si viaggia senza nulla vedere, in totale oscurità; più avanti ricorre alla metafora della "bruma spessa" che impedisce di vedere il panorama e di orientarsi; infine l'immagine particolarmente significativa della "tavola dei peccatori". «Ma, Signore..., la vostra figlia accetta di nutrirsi per quanto tempo voi vorrete del pane di dolore e non vuole alzarsi da questa tavola colma di amarezza, alla quale mangiano i poveri peccatori». (53)
Teresa si sente quasi come chi è incredulo, come chi vive senza il pensiero del cielo e senza orizzonti di speranza. E continua: «Madre carissima, l'immagine che ho voluto dare delle tenebre che oscurano l'anima mia è tanto imperfetta quanto un abbozzo paragonato al modello; ma non voglio continuare a scriverne, temerei di bestemmiare... ho paura di aver già detto troppo». (54) E, ancora in Manoscritto C, ma
un poco prima: «Mi pare che le tenebre assumendo la voce dei peccatori, mi dicano facendosi beffe di me: "Tu sogni la luce, una patria dai profumi più soavi, tu sogni di possedere eternamente il Creatore di tutte queste meraviglie, credi uscire un giorno dalle brume che ti circondano. Vai avanti! Vai avanti! Rallegrati della morte che ti darà non ciò che speri ma una notte più profonda, la notte del niente"». (55)
La tentazione è proprio quella del nichilismo dell' essere destinata al nulla, per cui tutto è vano, inutile, frustrante; ella sarà beffata nelle sue speranze e nei suoi sacrifici.
Oltre ai passi del Manoscritto C, troviamo nei Novissima verba (la raccolta delle parole di Teresa negli ultimi mesi della vita) qualche espressione che mostra come la prova della fede continuava in tutta la sua durezza.
Ci chiediamo: la prova di Teresa ha relazione con le prove del nostro tempo?
Certamente, perché è prova della fede e della speranza e tocca un punto nevralgico dell'attuale carenza di fede e di speranza. Tocca quel nervo scoperto nel corpo dell'uomo occidentale che è la fede nella vita dopo la morte, nella vita eterna. In proposito c'è oggi molta oscurità, confusione, dubbio, reticenza, rimozione pratica.
È impressionante notare nelle inchieste sociologiche sulla religiosità, come le stesse persone che affermano di credere in Dio, in Gesù Cristo, che ascoltano gli insegna
menti della Chiesa e frequentano le parrocchie, sono di fatto incerte sui fini ultimi, su ciò che avverrà dopo la morte. Si tratta di un tema messo tra parentesi, quasi che il limite biologico della vita fosse sufficiente a definire l'esistenza umana. Tutti i ragionamenti anche dei credenti, dei praticanti, concernono l'orizzonte della vita biologica, delle sue aspirazioni e dei suoi traguardi. Magari non scartano l'ipotesi di un aldilà (al contrario dei non credenti), e tuttavia questa ipotesi non influisce affatto sulla realtà quotidiana. Basta pensare, del resto, a ciò che solitamente si dice ai morenti; persino i preti, talora, parlano di possibile guarigione, di miglioramento, al massimo di affidamento alla volontà di Dio. Dell'incontro con il Signore dopo la morte si ha paura di parlare, si teme che il moribondo reagisca male, non si lasci muovere dalla speranza della risurrezione.
Dunque, l'ipotesi dell'aldilà influisce poco sulle buone risoluzioni della vita al di qua. Molta gente è generosa e pronta a giocarsi sulle cose visibili, sui valori che in qualche modo hanno riscontro (la solidarietà, la pace, la giustizia, l'impegno del volontariato); non è invece pronta a giocarsi sull'invisibile, su cose che non hanno riscontro nel tempo. L'eternità appare, al più, una dimensione aerea, eterea, e spesso mi vengono in mente le parole di Gesù ripetute ben tre volte nel Vangelo secondo Matteo: «Il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà».
(5
6) Oggi sono tra le più difficili del vangelo, tra le meno accettate, perché invitano a non contare sui riscontri visibili delle nostre azioni e, di conseguenza, a buttarci nell'invisibile che, per definizione, non si vede e non può essere valutato o riscontrato.
Comunque si descriva l'offuscamento della speranza, dell'apertura sulla vita eterna, esso costituisce la più grande crisi del mondo occidentale odierno, crisi che spiega tanti altri atteggiamenti; spiega la paura di rischiare, di prendere decisioni definitive, di dare la vita (di qui la denatalità).
È la più grande sfida del mondo occidentale e della Chiesa occidentale. Altre culture hanno molta più familiarità con la vita dopo la morte, pur se offuscata da diverse concezioni religiose, sono aperte a realtà future capaci di riscattare, di equilibrare il tempo della vita biologica.
La terrenità, l'hic et nunc è tipico della nostra mentalità occidentale, di chi vuole godere adesso tutto e subito, non sapendo se ci sarà un aldilà.
Potremmo dire che Teresa di Gesù Bambino, vissuta alla fine del secolo scorso, ha quasi anticipato la prova della speranza che segna la nostra epoca. Quando avvertiva voci terribili sul nulla che avrebbe incontrato dopo la morte, esprimeva in fondo il pensiero di filosofi come Nietzsche e Sartre.
Per questo la santa di Lisieux ci può aiutare a capire meglio dove siamo.

La crisi attuale della fede

Cerchiamo ora di cogliere dove siamo, di guardare in faccia la prova della fede e della speranza del nostro tempo, nel desiderio di interpretarne la provvidenzialità, il carattere positivo.
Abbiamo considerato l'effetto negativo: è una prova che spegne la gioia di rischiare, di giocare la propria vita nel donarsi, che concentra l'individuo sul proprio tornaconto rendendolo incapace di sacrificio; la fatica del sacrificio spiega poi la fragilità dei matrimoni, le vocazioni a tempo.
Teresa ci insegna a superare la deplorazione pura e semplice della prova vivendo la come Dio vuole.

Occorre prima accennare a una categoria interpretativa che talora è proposta per leggere la crisi attuale come parte del disegno di Dio, ma a mio avviso è fuorviante.
È la categoria che fa appello alla "notte della fede" o "dello spirito" descritta da san Giovanni della Croce. Si dice: il mondo occidentale si trova in una notte della fede, in una notte della speranza, nel senso in cui ne parla il grande mistico carmelitano. Tale lettura è suggerita anche da alcuni teologi che, a partire dall'espressione di Georg Wilhelm Friedrich Hegel secondo la quale "c'è un Venerdì santo della ragione", affermano: oggi siamo in un Venerdì santo della speranza, la speranza è morta, ma in attesa di risurrezione. Questi teologi vedono dunque nel nichilismo che ci circonda, nella prova di fede del nostro tempo come un momento negativo che prelude a una risurrezione della fede; ce ne sono altri che vedono nel pensiero cosiddetto debole come un preludio a una nuova rinascita.
Tale categoria interpretativa che oltrepassa la deplorazione di ciò che sta accadendo in Occidente perché cerca di
cogliere lo Spirito all' opera, è assai problematica e anzitutto va sottoposta a critica.
È infatti fuorviante paragonare la notte della speranza del nostro tempo alla "notte dello spirito" di san Giovanni della Croce; il collegamento tra le due realtà è dovuto soltanto alla denominazione estrinseca, non a una vera analogia. La notte di Giovanni della Croce è un'autentica prova della fede, riguarda coloro che, avendo la fede, sperimentano la sua messa a crogiuolo; la notte del nostro tempo, invece, è un vuoto di fede, una carenza di fede.
Neppure si può applicare, almeno univocamente, al nostro tempo, la nozione di purificazione progressiva dello spirito, che Giovanni della Croce applica al tema della notte; più che in una purificazione progressiva, la fede di molti contemporanei è in decadenza progressiva. Non si tratta di un entrare nel fuoco del mistero d'amore di Dio, ma di uno scendere verso gli inferi dell'assenza di Dio.

A me pare che il carattere positivo, l'interpretazione provvidenziale di questo nostro tempo si collochi nell'aspetto di compassione vissuto da Teresa nel suo sedersi alla tavola insozzata dei peccatori. Così l'attuale crisi di fede è uno stato di sofferenza, di dolore, di amarezza, di tavola insudiciata, a cui siamo chiamati a partecipare.
Nel Manoscritto C, là dove dice che non vuole alzarsi dalla tavola colma di amarezza, alla quale mangiano i poveri peccatori, Teresa «chiede perdono per i suoi fratelli», perché «ha capito la luce divina del Signore... e osa implorare a nome proprio e dei suoi fratelli: "Abbiate pietà
di noi Signore perché siamo poveri peccatori!"». (57) Qui non prega soltanto per i peccatori, ma "per noi peccatori", si immedesima con gli increduli partecipando alla loro condizione: «Oh Signore, rimandateci giustificati... che tutti coloro i quali non sono illuminati dalla fiaccola limpida della fede, la vedano finalmente... Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi sia purificata da un'anima la quale vi ama, voglio ben mangiare sola il pane della prova fino a quando vi piaccia introdurmi nel vostro regno luminoso. La sola grazia che vi chiedo è di non offendervi mai!». (58) E più avanti: «Signore, se doveste ignorare voi stesso la mia sofferenza sarei felice di possederla se per mezzo di essa potessi impedire e riparare una sola colpa commessa contro la fede». (59)
La prova della fede del suo tempo, che Teresa intuisce
- ed è andata crescendo a dismisura fino ai nostri giorni diffondendosi tra la gente -, suscita in lei la compassione, il bisogno di condivisione, la preghiera e, in qualche modo, la sostituzione (prego con loro e per loro). In tal modo raggiunge il culmine della santità e la partecipazione più intensa alla passione di Gesù.
La prova della fede del suo tempo diviene prova santificante, in cui Teresa trascina il mondo nella scia della redenzione di Cristo. Allora, e solo allora, possiamo leggere la crisi attuale della fede quale momento di nichilismo
che prelude a una nuova rivelazione della fede, a una risurrezione: entrando nella compassione e nella sofferenza.

Il prete e la prova della fede del nostro tempo

Che cosa ne segue per il prete in relazione alla prova della speranza che affligge la nostra epoca? In quale modo deve aiutare e guidare persone prive o carenti di fede e di speranza?
Vorrei esprimere qualche riflessione pratica, cercando di applicare a noi la missione di Teresa per l'incredulità del suo tempo.

L'accompagnamento del prete suppone ovviamente uno stare vicino, un farsi compagno di strada, un sedere alla stessa mensa. Ciò non significa cadere nell'incredulità, perché in tal caso accompagnare equivarrebbe ad annegare insieme.
Teresa, malgrado sia sulla soglia dell'incredulità e abbia talvolta paura di essersi avvicinata troppo, di aver bestemmiato, non cade mai nell'incredulità; però accompagna, si mette insieme.
Quindi, lo stare insieme del prete è simile a quello di Teresa che partecipa alla prova della fede non per mancanza o per tiepidezza di fede, bensì per ardore di fede. È questa la vera dottrina di Giovanni della Croce: la fede ardente, la fede che brucia è destinata a essere provata nel crogiuolo. La fede mediocre, tiepida non è provata, in quanto va continuamente compromettendosi con le cose visibili.
Chi vive una fede ardente entra prima o poi nella prova e attraverso di essa, nella compassione; si siede alla tavola degli increduli e dei peccatori, soffre con e per loro, partecipa al mistero vissuto da Teresa, cioè al mistero redentivo, e così entra a pieno titolo nella prova del nostro tempo. Tale prova di fede e di speranza è certamente, nel disegno di Dio, la chiamata a molte anime di entrarvi con compassione e con intercessione quale preludio di risurrezione per i nostri contemporanei.
In altre parole: l'entrare personalmente nella prova permette l'accompagnamento di chi è
nella prova.
In proposito, vorrei rileggere, riferendo li alla nostra esperienza, alcuni versi di Teresa di Gesù Bambino. Ella fu sempre affascinata dalla contemplazione dei misteri mariani, e così canta all'inizio della sua poesia Perché t'amo, o Maria: «Vorrei cantare, Maria, perché io t'amo, perché il tuo nome così dolce fa trasalire il mio cuore...». Più avanti, osa attribuire a Maria la notte che lei stessa sta vivendo e si sente in tal modo confortata: «Madre, il tuo dolce Bambino vuole che tu sia l'esempio dell'anima che lo cerca nella notte della fede... Poiché il Re del cielo ha voluto che sua Madre fosse immersa nella notte, nell'angoscia del cuore, Maria, è dunque un bene soffrire sulla terra? Sì, soffrire amando è la gioia più pura!».
(60)
L'intuizione di Teresa è stata ripresa dal Concilio Vaticano II, là dove si afferma che Maria ha camminato nel pellegrinaggio della fede, «in peregrinatione fidei processit». (61)
Maria è dunque accanto a ogni uomo che soffre e che crede; è vicina in particolare a noi che desideriamo stare accanto alla gente nella notte della speranza del nostro tempo.
Quali sono le prove della fede del prete?
Anzitutto la fede ardente del prete può essere provata in
forma esplicita quando il piano di Dio prevede - come per gli ultimi diciotto mesi della vita di Teresa - una notte dello spirito, un tunnel.
Talora si tratta di un tunnel totale, che non permette di vedere più nulla per un determinato tempo. Altre volte si tratta di gallerie; percorrendo le gallerie, ogni tanto si esce alla luce, si vede qualcosa che fa comprendere il senso del paesaggio, fa capire che si sta camminando, e poi si ritorna nel buio.
Prove esplicite descritte stupendamente da Giovanni della Croce, da Teresa d'Avila a da altri autori spirituali, e che possono toccare molti di noi.
Questo è un primo modo di partecipazione alla sofferenza della gente, alla sofferenza di chi non ha speranza. Può succedere, come a Teresa, che il prete, pur non avendo mai creduto che la gente fosse incredula, comprende per esperienza personale che esistono persone senza fede ed entra nelle loro sofferenze, soffrendo anzi di più. Perché l'incredulo che soffre cerca istintivamente di distogliere il pensiero dall'idea del nulla, del non senso della vita, del
niente dopo la morte, e lo fa attraverso il lavoro, il guadagno, il successo, la ricerca di prestigio, le soddisfazioni terrene, il divertimento, la sensualità; tutte forme con cui tenta di venire a patti con l'esistenza, di dare alla vita un benché minimo significato. Ma per chi, come il prete, ha posto tutto il suo cuore nel cielo, nei beni invisibili, in Cristo Gesù, la prova della fede è assai più dolorosa, graffiante, dal momento che non ha sostegni visibili; la prova è nuda, pura, è fuoco divorante. Il prete entra così in forte contatto e sintonia con quanti non credono, comprendendo più profondamente la sofferenza e il carattere tormentoso della prova, il tormento dell'oscurità espresso da Teresa nei suoi Scritti». (62)

Le prove della fede del prete possono essere anche implicite.
Una forma implicita comune è quella dell'ingresso nella
frustrazione pastorale, quando si ha l'impressione che non esiste corrispondenza tra gli sforzi compiuti e i risultati ottenuti. Il prete si accorge sulla propria pelle che sta lavorando per l'eternità, che sta seminando nelle lacrime e se pure spera di ritornare un giorno dalla semina gioendo con i suoi covoni, di fatto non vede nulla.
È una prova dura la frustrazione, ma è partecipazione alla purificazione della prova di fede. Un autore americano contemporaneo, padre Thomas Hill Green, che ha scritto
parecchi libri interessanti sul tema della preghiera e del discernimento, in uno intitolato Buio nella piazza del mercato descrive la frustrazione pastorale nei seguenti termini: «Chi aveva l'impressione di comprare, di vendere, di scambiare magari anche prodotti spirituali, ad un tratto non vede più nulla, tutto è buio sulla piazza del mercato, e non sono più possibili quelle transazioni che davano soddisfazione». (63) Questa è la prova della fede in cui il prete entra più che nel passato, per diversi motivi sociologici, perché la gente risponde meno alle sollecitazioni immediate.
Beati noi se sappiamo vedere la provvidenzialità di tale prova aiutando davvero il nostro tempo, entrando in esso con verità, con compassione e condivisione, e non restando all' esterno o predicando al di fuori!
Un altro modo non raro con cui l'uomo di Chiesa sperimenta la notte della fede, si verifica con l'ingresso nella prova istituzionale. Intendo dire quando non semplicemente in astratto, bensì nella pratica, attraverso situazioni concrete, il prete si accorge sulla sua pelle delle contraddizioni dell'istituzione ecclesiale, delle difficoltà della Chiesa, nella Chiesa e a causa della Chiesa.
Riconoscere in astratto che l'istituzione della Chiesa ha molti aspetti umani ed è quindi limitata, è un conto; il riconoscerlo in concreto, invece, mette alla prova il prete che pensa di aver perduto i punti di riferimento, sui quali aveva investito in forma pure visibile. Perché l'essere della
Chiesa istituzionale è anche un certo investimento visibile che dà una certa sicurezza, una certa considerazione, una certa chiarezza di orizzonti. Quando si perde tutto ciò, la prova della fede è molto grande.
Santa Teresa è passata per questa prova, ha molto sofferto a motivo dei superiori e cito in proposito un brano dei Novissima Verba: «Dio misericordioso si fa rappresentare da chi vuole, ma ciò non ha importanza. Con lei -la sorella Paolina, madre Agnese di Gesù -, ci sarebbe un lato umano; preferisco che ci sia soltanto quello divino. Sì, lo dico dal fondo del cuore, sono felice di morire tra le braccia di Nostra Madre - madre Maria di San Luigi Gonzaga,
priora -, perché rappresenta il Signore». (64) E la sorella annota: «Aveva sofferto molto per quella Madre Priora». (65)
Teresa afferma chiaramente di aver superato la prova istituzionale: «Lo dico dal fondo del cuore». (66)

Infine, vogliamo domandarci quali sono i frutti concreti della prova in cui entra il prete.
Il prete giunge a capire per esperienza diretta che ci possono essere non credenti incapaci di uscire da soli dall'oscurità; dunque increduli non semplicemente in cattiva fede, che negano la verità conosciuta, ma increduli che, a causa di errori passati, entrano in una situazione nella quale la fede è un muro invalicabile. Chi vive la prova della
fede lo avverte, lo ha avvertito Teresa che a un certo punto comprende che ci sono gli increduli e perché parlano in un dato modo.
Un secondo frutto: il prete comprende la sofferenza dei non credenti meglio e più di loro. Infatti, mentre l'incredulo incapace di uscire dal suo stato penoso, si attacca a cose che gli permettono di dimenticare l'angoscia del nulla, chi crede davvero continua ad attaccarsi al Dio invisibile e sperimenta insieme l'angoscia del nulla. Vive perciò la sofferenza dei non credenti più di loro, per e con loro.
Vivendo tale sofferenza il prete sente, per chi ha difficoltà di fede, grande compassione e desiderio di aiutarlo; sente la tenerezza di Teresa verso i fratelli che mangiano il pane amaro dell'incredulità e si siede alla stessa tavola.
Il prete trova anche le parole, i toni, i momenti opportuni, i gesti discreti e rispettosi per aiutare, a partire però dalla splendida preghiera di Teresa: «Giustificaci, Signore, abbi pietà di noi che siamo peccatori, non permettere che la prova ci schiacci».
(67)

È così che il nostro mondo vive un momento provvidenziale, il momento della misericordia, della salvezza, espresso storicamente da tutte quelle anime che hanno il coraggio di chinarsi sulla sofferenza di chi non crede.

Conclusione

A modo di conclusione vorrei citare una frase misteriosa e apparentemente blasfema di Teresa di Lisieux, una parola pronunciata negli ultimi mesi della sua vita e che è stata poi riferita da una con sorella durante il Processo di canonizzazione: «Non credo più alla vita eterna: mi sembra che dopo questa vita mortale non ci sia più nulla. Tutto è scomparso per me. Resta solo l'amore». (68)
Io credo che la santa carmelitana, alla quale la vita eterna non diceva più nulla dal punto di vista emotivo, abbia voluto sottolineare che ormai amava Dio per se stesso e in tutto ciò che disponeva per lei.
Riascoltando questa parola in relazione al nostro tempo, vi trovo uno dei significati della prova attuale. Dopo che l'uomo ha troppo speculato sulla vita eterna, che l'ha descritta come una realtà facile giocando con fantasie e con immagini umane dell'aldilà, il Signore oggi vuole farci capire che conta solo l'amore, che la vita eterna sarà lo sviluppo dell'amore, e quindi vuole ricondurci all'essenziale nudità dell'amore, ossia ad amare Dio sopra ogni cosa e a lasciare che da Lui venga ciò che ha disposto per noi.
C'è un mistero interpretativo del nostro tempo, che alcuni increduli cominciano a capire, perché dicono: non vedo niente, non so che cosa accadrà dopo la morte, ma so
che è importante amare. Ma chi ha trovato il primato dell'amore vero, sacrificato, disinteressato, generoso, solidale, inizia a entrare nel senso della vita, della storia e dell'eternità. Certo, l'amore deve diventare intelligente, amore che intuisce i misteri eterni di Dio, però forse a qualcuno si rivela come amore ben prima che ne sappia trarre le conclusioni dottrinali e teoretiche più ampie.
Il Signore fa risplendere la via dell' amore quando vuole, si rivela come amore anche a una generazione incredula, e aiuta noi, anche attraverso le prove della nostra fede, a riscoprire l'essenziale della vita cristiana.

 

[50] Carlo Maria Martini (1927), gesuita, è stato ordinato vescovo nel 1980 e creato cardinale nel 1983; arcivescovo emerito di Milano dal 2002, è tra i massimi biblisti al mondo. Il testo è tratto da: Carlo Maria Martini, Il coraggio della speranza, Piemme, Casale Monferrato (AL), 1998, pp. 279-293. Per gentile concessione dell'Editore. La meditazione di Martini è stata tenuta ai sacerdoti dell'arcidiocesi di Milano l'11 febbraio 1997.
[51] Teresa di Lisieux, Manoscritto C, 276.
[52] Teresa di Lisieux, Manoscritto C, 276. 
[53] Teresa di Lisieux, Manoscritto C, 277. 
[54] Teresa di Lisieux, Manoscritto C, 278.
[55] Teresa di Lisieux, Manoscritto C, 278.
[56] Vangelo secondo Matteo, 6,4.6.18.
[57] Teresa di Lisieux, Manoscritto C, 277. 
[58] Teresa di Lisieux, Manoscritto C, 277. 
[59] Teresa di Lisieux, Manoscritto C, 279.
[60] Teresa di Lisieux, Poesia 54, maggio 1897.
[61] Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, n. 58.
[62] Teresa di Lisieux, Gli scritti, OCD, Roma, 1998 [ndr].
[63] Thomas H. Green, Buio nella piazza del mercato, Apostolato della Preghiera, Roma, 2006 [ndr].
[64] Teresa di Lisieux, Nouissima Verba, 20 luglio 1897. 
[65] Teresa di Lisieux, Nouissima Verba, 20 luglio 1897. 
[66] Teresa di Lisieux, Nouissima Verba, 20 luglio 1897.
[67] Teresa di Lisieux, Gli scritti, OCD, Roma, 1998 [ndr].
[68] Testimonianza di suor Teresa di Sant'Agostino, PO, 583/584, 402.