PICCOLI GRANDI LIBRI   KARL RAHNER  PREGHIERE
TU SEI IL SILENZIO
Colloqui con il Dio Altissimo

QUERINIANA
Titolo originale dell'opera:
Warte ins Schweigen

Dio della mia vita

Dio della mia preghiera

Dio della legge

Dio dei viventi

Dio del tuo prete

Dio del mio Signore Gesù Cristo

Dio della conoscenza

Dio dei miei poveri giorni

Dio dei miei fratelli

Dio che vieni

PREMESSA

Non presento Karl Rahner. Ma avverto chi vuol avere un'idea dell'uomo, che in questo libro non deve vedere più che un aspetto della sua anima.
È vero che l'anima non ha pezzi che non la riflettano tutta. Chi mediti questi incontri con Dio, si sentirà poi familiare un po' con tutti gli scritti dell'autore. Ma sentirsi familiare non è trovare che l'autore si ripeta.
E, senza tener conto degli anni che Dio vorrà aggiungere ai suoi cinquanta (Karl Rahner è di quelli che non invecchiano), l'autore ha già una produzione vastissima. Produzione viva, dico; che è passata per 
l'anima di questo cercatore di Dio che è Karl Rahner, in cui tutto il peso di una tradizione e l'energia di un pensiero personale convergono nell'unico interesse umano centrale che è la risposta all'appello di Dio, sofferto, affrontato con evangelica onestà, con l'impegno di tutto l'uomo, sicché non rimane nella sua pur ricchissima personalità interesse alcuno che non sia riassunto in quell'unico, vissuto in funzione di quell'unico interesse.
Ma aver così appiccicato a Karl Rahner la categoria di uomo religioso, non è aver detto l'uomo Karl Rahner. Niente di più personale, fra quanto è umano, che l'incontro con Dio; e perciò nessuna categoria è così povera di fronte alla realtà che vuole esprimere, come la categoria dell' uomo religioso. E non è comune trovare un uomo che abbia dato a questa personale esperienza una così libera espressione come Karl Rahner; fino nel mondo della teologia propriamente detta, anche lì dove altri non sanno che ingerire intatta la sacrosanta formula tradizionale
, nel timore che a scalfirla svanisca con il suo deposito. Ma a chi la parola di Dio scende nel cuore, cava lavoro e sofferenza, e quel dubbio che nasce... a guisa di rampollo, a pie' del vero, a testimonianza non che il vero è morto, ma vivo e forte nel cuore, e al sommo pinge noi di collo in collo.
Ché questo si chiama « pellegrinare lontano dal Signore», cioè lontano da quella luce dove « conoscerò come son conosciuto» dove quanto essere Dio ha posto nella sua creatura, tanto sarà luce di cognizione e calore di amore di colui che « del disio di sé veder n'accora ». Solo allora la creatura non troverà in sé nessuno spazio più per il dubbio e per l'indagine.
E non si pensi che abbia voluto fare della letteratura, perchè m'è venuto in mente Dante e San Paolo, e cioè, che abbia voluto dire a forza di eufemismi che Karl Rahner non fa che accumulare dubbi nei suoi lavori. La citazione di Dante sta qui
perchè è esatta: Karl Rahner non vi lascerà mai senza qualche problema, precisamente perchè vi ha dato più luce, perché vi ha aperto a quell'intelligenza della fede e a quell'amore, in cui egli posa davvero « come fera in lustra». Ma il robusto paragone di Dante conviene più all'energia del suo pensiero che alla schietta, cristiana bontà del suo carattere.
Ricerca di Dio è in Karl Rahner ogni sua fatica intellettuale e ogni sofferenza. Non è dunque tutto l'uomo, nèppure tutto l'uomo religioso Karl Rahner, quello che questo libro presenta.
E questo ho voluto scrivere per invitare
a un incontro diretto negli altri suoi scritti con la multiforme e forte testimonianza dell'amante ricercatore di Dio.
Meno a proposito sarebbe in questo luogo parlare dell'interesse che Karl Rahner ha come pensatore, in senso stretto; sebbene, com' è naturale, non mancano in queste pagine degli spunti adatti a invitare anche a un incontro con il suo pensiero.

C. NEGRO
Innsbruck, 25 marzo 1955.

 

DIO DELLA MIA VITA

 

Con te voglio parlare. E di che posso parlare se non di te? C'è cosa che non sia dall'eternità presso di te, che non abbia la patria nel tuo spirito e nel tuo cuore la sua prima sorgente? E perciò tutto quanto io pos;o dire è sempre un parlare di te. E tuttavia in questo parlare, sommesso e timido, tu intendi sempre un parlare di me, sebbene di te solo io vorrei far parola. Perchè, che posso dire di te, se non che sei il mio Dio, Dio della mia origine e del mio tramonto, Dio del mio gaudio e della mia afflizione, Dio della mia vita? Sì, anche nell'adorare in te l'Altissimo che non ha bisogno di me, che sta lontano sopra questa valle dove si snoda il mio cammino, ti chiamo pur sempre Dio della mia vita. E, saresti tu il Dio della mia vita, se non fossi che il Dio della mia vita? E se io adoro te, Padre, Figlio e Spirito, se confesso il mistero tre volte santo della tua vita, celato cosÌ nell'abisso della tua infinità che nessuna traccia ne possiamo rinvenire nella creazione,... m'avessi tu rivelato questo mistero della tua vita, pure potrei io confessare te Padre, e te Verbo eterno del cuore del Padre, e te Spirito del Padre e del Figlio, se la tua vita non fosse divenuta mia vita nella grazia, se proprio tu, Trinità divina, non fossi per grazia il Dio della mia vita?

Dio della mia vita! Ma che ho poi detto chiamandoti Dio mio, Dio della mia vita? Senso della mia vita? Meta del mio cammino? Santità delle mie opere? Giudizio dei miei peccati? Amarezza delle mie ore amare e il più segreto dei miei gaudii? Mia forza, che prostri nell'impotenza quella forza che viene da me? Datore di essere di vita e di grazia? vicino e lontano? Incomprensibile? Dio dei miei fratelli, Dio dei miei padri? C'è nome ch'io non ti debba dare? E che avrò poi detto quando te li abbia dati tutti? Se dalla soglia della tua infinità avrò gridato nelle lontananze senza vie del tuo essere tutti insieme i nomi che nella povertà del mio piccolo mondo io posso raccogliere, mai avrebbe fine il mio dire di te, mio Dio.

Ma perchè sto affatto a parlare di te? E tu mi tormenti con la tua infinità e io non la posso misurare! Perchè tu mi spingi sulle tue vie, che menano solo nella strana oscurità della tua notte, che a te solo è luce. Solo il tangibile e il finito è reale per noi e raggiungibile; e puoi tu essere per me una realtà, vicina, se io riconosco l'infinito in te? Perchè hai lasciato il tuo segno di fuoco nella mia anima nel battesimo e m'hai acceso la luce della fede? oscura luce che m'alletta nella tua notte, fuori dalla sicura chiarità del mio piccolo nido. E mi hai fatto tuo prete, che io viva presso a te la mia vita, per gli uomini, presso a te dove mi manca il respiro di queste mie piccole cose!

E in verità, Signore, guarda, i più degli uomini (perdonami, che io oso farne giudizio), ma forse che pensano spesso a te? Sei tu il principio e la fine dell'inquietudine del loro cuore e del loro spirito? Non s'aggiustano anche senza di te in questo mondo, di cui hanno intelligenza, dove sanno su che devono contare? Che sei tu per loro, in questo lor modo di vita, più di colui che deve pensare a mantenere il mondo nel suo buon ordine, perchè essi non vengano ad aver bisogno di te? Dillo tu, Signore, sei tu il Dio della loro vita?
Io non so, Signore, se è vero quel che ho detto degli uomini. Chi conosce il cuore di un altro, mentre tu solo, non io, comprendi il mio cuore? Ma, tu lo sai, o Dio nascosto a cui nulla si cela, Dio che vedi in fondo al mio cuore, io ho pensato agli altri, perchè sì spesso rinasce dal mio cuore il desiderio segreto di essere così come gli altri mi paiono.
O Dio, come smarrito mi sento nell'anima, quando ti parlo di te! Come ti posso chiamare se non Dio della mia vita? Ma che ho detto mai con questo, quando non c'è nome che ti possa nominare? E in me rinasce sempre l'impulso a sottrarmi a te, e ritornare alle cose, di te più comprensibili, più familiari al mio cuore che l'ignoto tuo mondo.

Ma dove rivolgermi? Potrebbe il mio piccolo nido, l'angusto mondo delle mie cose familiari, questa vita terrena, con le sue grandi gioie e i grandi dolori, potrebbe essermi patria se non riposasse tutto nell'abbraccio della tua lontana infinità? Mi sarebbe mai patria la terra se non le si stendesse sopra il cielo tuo lontano? E volessi pure ostinarmi a credere solo nel mio essere finito, a riconoscervi l'unico senso della mia vita, come tanti fanno, e lo professano apertamente, dove troverei la chiarità dello spirito che accetta consapevole questa finitudine come unica sua sorte, se non avessi levato prima lo sguardo a quell'orizzonte lontano dove. è l'inizio dell'essere tuo infinito? Ché questo mio piccolo essere affonderebbe nel buio e nell'inconscia sua piccolezza, senza dolore di nostalgia, senza coscienza di rassegnazione, se la luce dello spirito non si potesse spingere oltre i propri limiti, nello spazio senza confini, che tu, silenzioso Infinito, riempi. Dove rivolgermi dunque, per sfuggire a te, se il coraggio della mia finitudine, come la brama nostalgica dell'infinito non fanno che confessare te?

Che ti posso più dire di te se non so che tu sei quello senza cui io non posso essere, che tu sei l'infinito in cui solo può vivere la mia finita umanità? E con questo mi san dato anche il mio vero nome, quello che ripeto sempre nel salterio di David: « tuus sum ego». lo sono colui che non s'appartiene, ma che appartiene a te. Di più non so di me; né di te... Tu, Dio della mia vita, infinità della mia finitudine.

Ma che m'hai messo nell'anima, come m'hai creato, che io, di te e di me, so solo che tu sei l'eterno mistero della mia vita? Terribile mistero dell'uomo, che appartiene a te, mio Dio, che sei l'incomprensibile! Incomprensibile nel tuo essere e piùancora nelle tue vie e nei tuoi giudizi. Poiché se quanto fai di me è frutto della tua libertà, insondabile abisso di grazia che non ha nessun perchè, se la mia creazione e tutta la mia vita è tua libera elezione e le mie vie sono in fondo le tue vie, imperscrutabili, allora Signore non ti può comprendere nessun perchè del mio spirito, allora tu resti l'incomprensibile anche quando io ti veda faccia a faccia. Ma se tu non fossi l'incomprensibile, mi saresti soggetto; ti avrei concepito e compreso e tu apparterresti a me, non io a te. E sarebbe l'inferno la sorte dei dannati, che io finito, con il mio definito essere, appartenessi a me stesso; fossi ridotto in eterno a far la ronda nel carcere della mia finitudine.

Ma è poi possibile che tu sia la mia dimora, tu che mi liberi dal carcere della mia finitudine? O non diventi tu il nuovo tormento della mia vita, quando m'apri l'adito alla tua infinità? La mia insoddisfazione sei tu, se ogni mia conoscenza non può che finire nella tua incomprensibilità; l'eterna inquietudine di questo spirito senza pace sei tu. Dovrà cadere davanti a te senza risposta ogni domanda? sei tu solo il « fatto»muto, davanti a cui cade impotente ogni tentativo di intelligenza?
Io ti parlo da insipiente. Perdonami, Signore! Tu m'hai detto, per il Figlio tuo, che sei il Dio del mio amore: m 'hai comandato di amarti. I tuoi precetti sono difficili, perchè il mio animo inclina spesso al contrario di quanto mi comandi. Ma poiché vuoi che io ti ami, mi comandi ciò che non avrei animo di fare senza tuo precetto: di amare te; così, da vicino. Amare quello che è la tua vita. Entrare e perdermi in te, sapendo che tu m'accogli entro al tuo cuore, che io posso incontrarti nell'amore, e dirti: tu!, incomprensibile mistero della mia vita, perchè tu sei l'amore. Nell'amore ti trovo, finalmente, mio Dio! E allora si apre la mia anima allora m'abbandono e dimentico; e il mio essere tutto si riversa oltre la stretta dei suoi confini, oltre l'angustia della mia propria affermazione, che mi tratteneva nella mia povertà. Con tutte le forze ti viene incontro la mia anima e non vuole ritornare più in se stessa, ma perdersi in te, che, nell'amore, sei il cuore del mio cuore, più intimo a me di me stesso.

E se io ti amo, se non sono più fermo nel tormento dei miei dubbi, né più come dal di fuori, da lontano, come ciecuziente, fisso lo sguardo nella tua luce inaccessibile; se tu stesso, l'incomprensibile, sei divenuto in questo amore il centro della mia vita, allora io ho dimenticato me stesso in te, con tutti i miei dubbi, Dio del mistero. E quest'amore ti vuole come sei. E come ti potrebbe volere diverso, l'amore che vuole te, non l'immagine tua nel proprio spirito, solo te, con cui diventa una cosa sola, sì che all'amante tu stesso appartieni, non la tua immagine, dal giorno che egli finisce di possedere se stesso. L'amore ti vuole così come sei. E come sa di essere buono e giustificato, e di portare in sé ogni suo perchè, così tu sei buono e giustificato per l'amore che ti abbraccia e non chiede perchè tu sei così. Lo stesso « fatto» che tu gli opponi è la sua beatitudine somma. La beatitudine che non ti vuole più costringere nel piano della mia intelligenza, per strapparti il tuo segreto eterno. L'amore m'innalza e rapisce in te. Se io ho abbandonato me stesso nell'amore, tu sei la mia vita, e la tua incomprensibilità è sepolta nella unità dell'amore. Comprendere la tua incomprensibilità è beatitudine, se ti posso amare. E più è lontana l'infinità del tuo essere dal mio nulla, più provoca l'ardire del mio amore. E più è totale la dipendenza del mio essere incerto dai tuoi consigli imperscrutabili, più incondizionato è il beato abbandono della mia anima in te, dilettissimo Dio; più sconcertanti e incomprensibili sono le tue vie e i tuoi giudizi, tanto maggiore sia la santa audacia del mio amore, che tanto più è beato e si dilata quanto meno può comprendere di te il mio spirito.

Dio della mia vita, incomprensibile! Sii tu la mia vita. Dio della mia fede, che mi attira nella tua notte, Dio del mio amore, che fa della tua notte la dolce luce di mia vita, sii tu il Dio di questa speranza, che un giorno sarai il Dio di quella mia vita che è l'amore eterno.