PICCOLI GRANDI LIBRI  Silvano Fausti
Per una lettura laica della Bibbia

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EDB – ANCORA 2008

Una lettura cristiana della Bibbia è necessariamente «laica» La Bibbia va letta come qualunque altro libro
Un'esperienza di quasi quarant'anni Storia di questa lettura della Bibbia

I.
PAROLA, LIBRO E LETTURA

II. LETTURA
DELLA SACRA SCRITTURA
III.
ISPIRAZIONE E CANONE
IV. DALLA TESTIMONIANZA
ALLA COMUNIONE

Cos'è la parola

Come leggere la Bibbia Premessa Testimonianza

Parola e identità dell'uomo

Cos'è la Bibbia Sull'ispirazione Parola e testimonianza

Parola, comunicazione e comunione

Bibbia ebraica e Bibbia cristiana Ispirazione non è dettatura Testimonianza e credibilità

Parola e compimento della creazione

Particolarità del Nuovo Testamento: Gesù come svolta definitiva della storia Ispirazione e sue fonti Testimonianza, carne della Parola

Parola e sacramenti

Radice della particolarità del Nuovo Testamento: l'incarnazione Cos'è l'ispirazione? I poveri, carne di Cristo

Libro e lettura

Primo livello di lettura Ispirazione e discernimento Poveri e inculturazione nel mondo globalizzato

Parola e libro

Secondo livello di lettura Ispirazione, interpretazione e purificazione Discepolato e martirio

Lettura, atto di fiducia

Terzo livello di lettura Una «riscrittura» costante Statuto del testimone

Perché leggere la Bibbia

Cosa avviene leggendo la Bibbia Ancora sul discernimento Ancora: evangelizzare con il Vangelo

Bibbia: opera classica

Esperienza del potere della parola Discernimento, cantiere aperto Comunità di riconciliazione

Bibbia: codice culturale dell'Occidente

Differenza tra catechesi narrativa e moral-dottrinale Unità e pluralismo di ispirazione e di interpretazione Parola e comunità di riconciliazione
Elementi e funzioni della catechesi narrativa dei Vangeli Sulla canonicità Riconciliazione con Dio
Vangelo come «logoterapia»: racconto che mi ri-racconta Canonicità e ispirazione continua Riconciliazione con gli uomini
Lettura e fede Scritti canonici e lettura «canonica» Riconciliazione con sé
Fiducia: «come-se» Riconciliazione con la natura
Verifica della fiducia... Libertà
L'uomo vive di fede Compassione
Legittimità della lettura cristiana Comunione
La Bibbia come promessa di vita Cattolicità e comunione nella diversità
Il Nuovo Testamento, compimento «oggi» di questa promessa Diversità di carismi a servizio reciproco
Novità di Gesù
Vangelo e Spirito del Figlio
Lettura e ri-creazione
Conclusione Appendice
Postfazione Cammino catechetico del Vangelo di Marco

Conclusione

Quanto di bello e buono c'è al mondo - innanzi tutto le relazioni che fanno del nostro limite un luogo di comunione, rendendo ci simili al Dio amore -, viene dalla fiducia nella testimonianza altrui, quando è ben riposta. Ci porta infatti a vivere la stessa esperienza che l'altro propone.

Concludo con il Vangelo di Giovanni. L'autore del quarto Vangelo, cosciente di essere l'ultimo testimone oculare di Gesù, elabora il concetto di testimonianza scritta, che rende l'esperienza di uno fruibile per altri e per sempre. Suo tema fondamentale è la testimonianza del Figlio che comunica ai fratelli l'amore del Padre.

Gesù è il primo testimone di quanto Dio abbia amato il mondo (cf Gv 3,16): il Padre ama noi come ama lui (Gv 17,23) e noi vediamo questo amore in lui, che ama noi come il Padre ama lui (Gv 15,9).

L'autore del Vangelo, identificabile nel «discepolo che Gesù amava», è il secondo testimone. Egli è l'anello che aggancia tutti e ciascuno al primo testimone: ha visto e accolto l'amore di Gesù, che è lo stesso del Padre per lui, e lo testimonia a noi perché anche noi possiamo farne esperienza. La parola del Vangelo è la sua testimonianza, sempre disponibile a chiunque l'ascolta. Quando sulla croce «tutto è compiuto» (Gv 19,30) e dal costato trafitto esce sangue e acqua (Gv 19,34), l'autore dice ai lettori che lui ha visto e ne dà testimonianza, e la sua testimonianza è vera: egli «sa che dice il vero perché anche voi crediate» (Gv 19,35). E così conclude il libro, dirigendosi ancora al «voi» dei lettori: «Questi [segni] sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio e affinché credendo abbiate vita nel suo nome» (Gv 20,30s).

La comunità, che ha accolto la testimonianza del secondo testimone, è il terzo testimone, che trasmette a noi il libro del Vangelo. Nell'epilogo aggiunge la propria testimonianza in prima persona plurale, dicendo dell'evangelista: «Questi è il discepolo che testimonia su queste cose e scrive queste cose. E sappiamo che la sua testimonianza è vera» (Gv 21,24). La prima comunità che ha ascoltato il Vangelo, il «voi» al quale l'autore si rivolge, diventa ora il «noi» di chi ha fatto in prima persona l'esperienza narrata e la trasmette ad altri, testimoniandone la verità.

Noi, attuali lettori, attraverso testimonianze successive, riceviamo lo stesso unico Vangelo. Grazie alla medesima Parola, facciamo la medesima esperienza e possiamo aggiungere la nostra testimonianza dicendo: «E sappiamo» pure noi che è vero quanto ci è stato testimoniato. Per questo trasmettiamo il Vangelo ad altri, testimoniandone la verità con la vita.

Fin dall'inizio il Vangelo di Giovanni è una catena di testimonianze su Gesù: il Battista, il primo che lo riconosce, testimonia di lui e lo addita a due suoi discepoli. Questi, a loro volta, fanno esperienza che la sua testimonianza è vera e la trasmettono ad altri (Gv 1,19-51).

Analoga, come già accennato, è la testimonianza della Samaritana agli abitanti di Sicar. Essi, alla sua parola, vanno da Gesù e, dopo averlo incontrato, dicono alla donna: «Non è più per le tue parole che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo» (Gv 4,42).

Fondante, come già detto, è la testimonianza del discepolo che sta ai piedi della croce, quello che Gesù amava: egli, testimone della ferita del suo cuore (cf Gv 19,34s), fissa l'occhio là da dove tutti nasciamo. Ognuno viene da un altro: nessuno si è fatto da sé. Sempre siamo generati all'amore da altro amore, a libertà da altra libertà.

A questa luce comprendiamo l'esordio della Prima Lettera di Giovanni: «Ciò che era fin dal principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo visto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1Gv 1,1-4).

 

Postfazione

Se il prologo di Giovanni dice cosa accade a chi legge il Vangelo - in lui la Parola si fa carne e si rivela la Gloria (Gv 1,14) -, la postfazione di Luca racconta, nei due di Emmaus (cf Lc 24,13ss), cosa è accaduto a chi ha letto il Vangelo.

Il Vangelo narra singoli miracoli, in cui Gesù dà all'uomo piedi, occhi, orecchi e bocca efficienti. Ma i miracoli sono tutti parziali e transitori: dopo qualche decennio i piedi dei miracolati si arresteranno, i loro occhi diverranno ciechi, gli orecchi sordi e la bocca muta. Anche per il pane si è prodigato solo un paio di volte, lasciando poi che la fame continuasse a prosperare nel mondo. I pochi morti risuscitati, a loro volta, dovranno morire una seconda volta - come non bastasse una sola. Non a caso Gesù ha osato fare questo solo con un amico, e per amore delle sue sorelle, oltre che con un ragazzo e una ragazza ancora in credito con la vita.

I miracoli infatti sono segni di qualcos'altro, totale e definitivo, che accade nel lettore. Nel racconto dei due di Emmaus vediamo il grande miracolo di cui gli altri sono segni. La parola dell'eterno Pellegrino, che accompagna le fughe dei fratelli, trasforma la loro vita: li fa passare dalla disperanza alla speranza, dalla tristezza alla gioia, dalla solitudine alla consolazione. In breve: li fa passare dalla morte alla vita. Ascoltando lo sconosciuto che spiega attraverso le Scritture il mistero della croce, il loro cuore comincia ad ardere. Il loro andarsene, pieni di delusione, diventa desiderio che Gesù dimori con loro. Prima avevano piedi per fuggire, occhi per non vedere, bocca per litigare, volto senza luce, testa senza cervello e cuore bradicardico: erano morti come i loro idoli morti. Ora il loro cuore ha ripreso a pulsare, la testa a capire, il volto a illuminarsi, la bocca a comunicare, gli occhi a vedere, i piedi a tornare verso casa. Sono uomini rifatti dalla Parola, nuovi dalla testa ai piedi, partendo dal cuore: sono a immagine e somiglianza del Figlio. Gesù «diventa invisibile» (Lc 24,31), ma senza «sparire», come dicono traduzioni errate: il suo volto è ormai il loro volto, riflesso del Volto.

Questo racconto è la sintesi finale del cammino proposto da Luca. Il suo Vangelo è ispirato perché anche al lettore, che si è lasciato coinvolgere, è successo come ai due di Emmaus. Anche in lui avviene, passo dopo passo, la trasformazione che il Vangelo racconta dei due discepoli.

La Parola opera sempre ciò che leggiamo dal primo capitolo della Bibbia al prologo dell'ultimo Vangelo: Dio con la Parola crea e ricrea tutto, facendo dell'uomo, unica creatura in grado di ascoltare, il depositario della sua stessa parola. Egli non solo è suo portavoce e plenipotenziario, ma suo partner, capace di dialogare con lui, dando compimento alla creazione stessa. Attraverso la Parola, ascoltata e detta, è responsabile di portare tutto in Dio e Dio in tutto.

Noi, fratelli del Figlio, nella forza del suo Spirito, continuiamo a fare e dire quanto lui ha principiato a fare e dire. Fino al suo «ritorno», che avviene ormai con i nostri piedi: nel nostro ritorno a lui avviene il suo ritorno a noi. Il compimento sarà quando tutti saremo tornati a lui.

Appendice

Cammino catechetico del Vangelo di Marco

Riporto, a mo' di esempio e per utilità pratica, una sintesi del cammino catechetico proposto dal Vangelo di Marco. (Per i vari livelli di lettura successiva che esso dischiude, rimando brevemente a quanto ho scritto in Ricorda e racconta il Vangelo. La catechesi narrativa di Marco, Milano 19983, pp. 545-549).

Nella prima parte (Mc 1,1-8,30) si raccontano i miracoli che il Cristo fa per l'uomo: lo libera da situazioni negative che bloccano il suo desiderio di vita realizzata. I miracoli non sono fine a se stessi: sono segni di qualcos'altro, che il lettore deve cogliere e applicare a sé. Per aiutarne la comprensione, c'è sempre una parola di Gesù che interpreta il segno nel suo significato, quasi una didascalia della scena.

Questi racconti hanno un intento: liberare nell'uomo il desiderio di felicità e ridargli ciò di cui è stato privato. Restituito così alla sua integrità, egli ritrova la propria umanità perduta. Mentre prima era come gli idoli che aveva seguito - idoli morti che danno morte (cf Sal 115,4-8)-, ora torna ad essere immagine e somiglianza del Vivente.

Il Vangelo inizia con l'appello a seguire Gesù per ascoltare la sua parola. Il frutto della Parola, ancor prima dei miracoli, è un esorcismo (Mc 1,21-28). La vittoria della Parola di verità sullo spirito maligno ha valore programmatico: il Vangelo intende liberarci dalla menzogna su Dio che ci tiene schiavi del male. Questo è il significato di tutto il Vangelo e dei singoli miracoli. Il loro scopo è risvegliare nel lettore il desiderio di vita piena, non rassegnata a ciò che sa di male e di morte. Servono per rivelare la verità dell'uomo e di Dio: homo vivens gloria Dei, perché visio Dei vita hominis! Sono segni di una vita nuova, non distrutta dai limiti e dal male; neppure dal limite e dal male estremo, la morte. Al contrario: l'amore è capace di fare di ogni limite e male un luogo di dono e di perdono. Il racconto dei miracoli fa da specchio al lettore: gli racconta la sua identità nascosta. E gli offre la sua verità, facendolo passare dall'inautenticità all'autenticità, dalla schiavitù alla libertà.

Il racconto presenta a noi lettori il dono che Gesù fa ai miracolati, perché lo possiamo desiderare e accogliere. Non nel senso che il racconto della suocera di Pietro guarita dalla febbre ci serva da tachipirina e ci guarisca dalla febbre, caso mai l'avessimo. Ma nel senso che anche a noi è offerta in dono la realtà di cui la guarigione è segno: come la suocera, anche noi possiamo guarire da quella «febbre» - c'è in ogni casa e in ogni relazione - che ei costringe a farei servire invece di servire (cf Mc 9,33ss). Siccome «servire» è la verità stessa dell'amore (cf Gal 15,13ss), questo miracolo anticipa il dono finale del Vangelo, la buona notizia di Colui che è venuto per servire e dare la vita (cf Mc 10,41-45). Solo così, con il lebbroso, morto vivente, scopriamo una vita nuova, non più infetta di morte (Mc 1,40ss). Allora, con il paralitico sbloccato dalla colpa, anche noi camminiamo verso casa (Mc 2,1ss); con l'uomo dalla mano chiusa nel possesso, la apriamo al dono (Mc 3,1ss); con l'emorroissa guarita, si arresta la nostra perdita di vita e con la ragazza morta rinasciamo a nuova vita (Mc 5,21ss). Questa è un cammino che si alimenta non al banchetto di follia offerto da Erode nel palazzo, ma a quello di sapienza offerto da Gesù nel deserto (Mc 6,17-44). Il nuovo pane è l'amore, che sazia tutti e fa «camminare sulle acque» della morte e del legalismo religioso che uccide (Mc 6,45-7,23). Bastano le sue briciole per liberare dal male: è il pane dei figli, che fa belle tutte le cose (Mc 7,24-37). Questo pane è sempre di nuovo ridonato al discepolo che ha occhi ma non vede (Mc 8,1-21), in modo che li apra e venga alla luce della sua verità (Mc 8,22-29).

Perché la lettura dei miracoli sia efficace, bisogna soffermarsi a lungo sull'aspetto umano, che sempre si dà per scontato. Bisogna capire cosa significa essere lebbrosi, paralitici, ciechi, sordi, muti, perdere sangue e vita: siamo provocati dal racconto a immedesimarci nei protagonisti, prima nella loro situazione negativa e poi in quella positiva. Quali sono le mie febbri che mi impediscono di servire, le mie lebbre che mi autoescludono, le mie paralisi che mi bloccano dentro, le mie mani rattrappite e il mio cuore indurito, i miei orecchi che non ascoltano e le mie parole che non comunicano, i miei occhi che non vedono se non se stessi? Solo con-siderando a lungo queste situazioni che mi affliggono, posso de-siderare, quindi volere e chiedere che avvenga anche a me il dono che sto leggendo.

Se nella prima parte il Vangelo di Marco racconta ciò che Cristo fa per noi, nella seconda parte (Mc 8,31-16,8) ne fa vedere la sorgente. Cessano i miracoli-segni; c'è solo l'illuminazione del cieco di Gerico (Mc 1O,46ss), perché possa contemplare non più ciò che Gesù fa, ma ciò che si fa per noi, in ciò che noi facciamo a lui. La seconda parte del Vangelo è un insegnamento riservato ai discepoli, scandito da tre predizioni della morte e risurrezione di Gesù, seguite rispettivamente da istruzioni su come vivere i rapporti con le cose, con le persone e con se stessi (Mc 8,31-9,29; 9,30-10,31; 10,32-52).

Dopo la guarigione del cieco di Gerico siamo in grado di vedere ciò che avviene a Gerusalemme. Il racconto, che fino a questo punto era accelerato, sotto la pressione del «subito», si ferma ora a scandire i giorni, e alla fine anche le ore, dell'ultima settimana. È la settimana della nuova creazione, che racconta la venuta del Signore sull'asinello (primo giorno: Mc 11,1-11), la maledizione del fico sterile e del tempio-mercato (secondo giorno: Mc 11,12-19), l'istituzione del nuovo tempio fatto di fede-preghiera e perdono, le cinque dispute sul potere di Gesù, pietra-scartata, e il discorso sulla fine del mondo (terzo giorno: Mc 11,20-13,37), l'unzione di Betania che dà il la al racconto della morte risurrezione (quarto giorno: Mc 14,1-11), la preparazione (quinto giorno: Mc 14,12-16) e la realizzazione della pasqua di Gesù, che cade al sesto giorno, giorno della creazione dell'uomo nuovo nella rivelazione del Figlio.

di Dio crocifisso (Mc 15,39). Tutto il Vangelo di Marco è una lunga introduzione alla passione, che comincia con la sera nel cenacolo e termina con la sera nel sepolcro, con l'oscurarsi del sole a mezzogiorno (Mc 14,17-15,47). /

Il sabato, settimo giorno, compimento della creazione e riposo di Dio, è il sepolcro stesso, dove il Signore della vita compie la sua missione: nel sepolcro incontra ogni singolo uomo. Qui tutti ci diamo convegno: ciò che ci distingue gli uni dagli altri è solo l'essere già o non ancora morti. E proprio dal sepolcro germina l'ottavo giorno senza tramonto: il giorno della risurrezione e dell'incontro con il Risorto, che ci rimanda all'inizio del Vangelo, dove lo vedremo, ascoltando ciò che lui ha detto (Mc 16,1-8).

Oltre ai miracoli e ai discorsi, Marco racconta cinque esorcismi: quattro nella prima parte del Vangelo e uno nella seconda. Sono narrati nei punti strategici per significare che la lotta contro il male si fa sempre più ardua. E sono sempre in connessione con la Parola. Il primo, che abbiamo visto all'inizio dell'attività di Gesù (Mc 1,21ss), ha valore programmatico: chi lo ascolta e segue, sperimenta il potere della Parola, che costantemente smaschera in lui il male e le sue reazioni, fino a quando, libero dalla menzogna, diventa creatura nuova, non più schiava di una falsa immagine di Dio e di uomo. Il secondo (Mc 5,lss) segue il primo discorso di Gesù, che in parabole dice la Parola. (cf Mc 4,33!); il terzo e il quarto stanno al centro del dono della Parola che si fa pane (Mc 7,24-30.31-37). Il quinto (Mc 9,24-29), più duro di tutti - il figlio muore e risorge! -, sta all'inizio della seconda parte del Vangelo, subito dopo la trasfigurazione, dove il Padre ha appena detto di ascoltare il Figlio amato (9,7), che da sei giorni ha cominciato a dire ai discepoli con franchezza «la» Parola della croce, capace di stanare il satanico che c'è nel pensiero dell'uomo (cf Mc 8,31-33) e porlo alla sequela del Figlio dell'uomo (cf Mc 8,34-38). I vari esorcismi sono anticipo della croce, esorcismo radicale, Parola compiuta. Essa sdemonizza la nostra immagine di Dio e ci libera da ogni idolatria, facendoci conoscere l'unico vero Dio: colui che è tutto e solo amore, fino a dare la vita per chi lo uccide (Mc 15,39).

Si noti che il Vangelo di Giovanni, a differenza degli altri, non contiene né esorcismi né trasfigurazione: la Parola stessa, che il Vangelo racconta, è un unico esorcismo che ci libera dalla menzogna e ci dona di diventare figli di Dio, trasfigurati a sua immagine.