PICCOLI GRANDI LIBRI  JEAN DANIELOU
IL SEGNO DEL TEMPIO
o DELLA PRESENZA DI DIO

MORCELLIANA 1953
Titolo originale dell' opera:

LE SIGNE DU TEMPLE

Traduzione dal francese di GUIDO STELLA

I II III IV V VI VII
Il Tempio
cosmico
Il Tempio
mosaico
Il Tempio
di Cristo
Il Tempio
della Chiesa
Il Tempio
profetico
Il Tempio
mistico
Il Tempio
celeste

IL TEMPIO PROFETICO

Il Tempio nuovo ha cosi definitivamente preso il posto del Tempio gerosolimitano e del Tempio cosmico. A questi ultimi non resta altro che scomparire: «E' stata abolita la prima disposizione, a causa della sua impotenza e della sua inutilità, ma essa è stata l'introduzione ad una migliore speranza che ci dona accesso presso Dio ». Il simbolo non ha più scopo, dal momento che si è realizzato ciò che doveva annunciare. Il Tempio nuovo presenta una realtà infinitamente migliore. L'uomo non cerca piu attraverso i segni del cielo di trovare le tracce di Dio, ma il sole vero è sorto definitivamente su un nuovo universo. Non c'è più un luogo unico sulla faccia della terra dove si può entrare in presenza del Dio vivente per adorarlo: il Tempio nuovo si stende sulla terra intera, ed è sufficiente che due si riuniscano nel nome di Gesù perchè egli abiti in mezzo a loro. Ma l'abolizione dell'ordine antico ha un significato positivo. Toglie le imperfezioni dell'ordine antico, ne conserva le ricchezze: nulla è perduto, tutto è ripreso; è una pura promozione, un progresso assoluto. E come il Tempio gerosolimitano prolungava il Tempio cosmico sostituendosi ad esso, cosi la Chiesa prolunga il Tempio gerosolomitano ed il Tempio cosmico. Essa offre il nuovo sacrificio secondo i costumi rituali antichi.
La Messa contiene cosi tutte le dimensioni del tempo e dello spazio, del cosmos e della storia. Essa ci fa ritrovare nelle profondità della nostra memoria ancestrale il primo gesto religioso dell'umanità, l'offerta del pane e del vino, quello di Melchisedech, il gran sacerdote del 'L'empio cosmico ed esso diviene il sacramento del suo sacrificio «Sicuti accepta habere dignatus es munera pueri tui iusti Abel et sacrificium Patris nostri Abrahae; et quod tibi obtulit summus sacerdos tuus Melchisedech ». Essa ci fa risentire, sulla soglia del Santo dei Santi -
«Ad Sancta Sanctorum puris mentibus mereamur introire » - il timore mosaico nella sua più alta espressione: «Sanctus, sanctus, sanctus, dominus Deus Sabaoth ». Tutto qui è riunito, restituito al suo significato, ricondotto a Dio dal Cristo: «Per quem haec omnia Domine, semper bona creas...» Essa ci rende testimonianza, al momento dell'epiclesi, della discesa del fuoco che viene, consumando le vittime, ad attestare che esse sono state gl'adite a Dio, non pili fuoco materiale che discende sulle vittime di carne presentate da Elia sull'altare, ma fuoco spirituale, Spirito Santo che discende a purificare i nostri cuori ed a consacrare la comunità di cui l'ostia è il sacramento. «Ut quotquot ex hac altaris participatione sacrosanctum Corpus et Sanguinem sumpserimus omni benedictione coelesti et gratia repleamur! ».
Quello che è vero della Messa, lo è di tutto l'ordine ecclesiale. Prenderò solo un altro esempio, quello delle grandi feste liturgiche: Pasqua, Pentecoste, Tabernacoli. All'origine sono tre feste stagionali, tre liturgie del Tempio cosmico: Pasqua è la festa delle prime spighe d'orzo, ed è per questo che vengono offerti pani azimi: sono i pani fatti prima che ci sia il nuovo lievito, che consiste in pasta fermentata; la Pentecoste, cinquanta giorni dopo, è la festa delle messi; i Tabernacoli, in settembre, sono la festa della vendemmia e dei frutti, quando si costruivano capanne di fogliame. Con Mosé, si inseriscono in queste feste dei significati nuovi in rapporto all'istituzione della religione sinaitica: Pasqua, che prende allora il suo nome, è Iahveh che «passa », risparmia i primogeniti degli Ebrei; la Pentecoste, cinquanta giorni dopo, è la rivelazione del Sinai e la visione del Tabernacolo, la teofania di Iahveh nel tuono e nella nuvola; infine i Tabernacoli commemorano il soggiorno di quarant'anni nei tabernacoli, le tende, del deserto. I riti antichi sono cosi promossi ad un significato nuovo.
Il Tempio ecclesiale a sua volta si inserisce nella continuità di queste feste, ne raccoglie gli elementi e li ordina in funzione del loro significato definitivo, rilevando come esse no)) fossero altro che simboli di ciò che doveva venire: Pasqua, è il giorno della liberazione, non dall'Egitto, ma dal peccato; è il giorno in cui 1'Agnello autentico è immolato; è il giorno nel quale il ,Primogenito tra i morti è risparmiato ; in cui il vero Pane azimo è distribuito: quale mano, se non quella stessa di colui che ha detto che era venuto per dar compimento a tutto, ha raccolto con questa diligenza tutte le briciole del Banchetto antico senza nulla lasciar cadere e ne ha fatto i segni ed i sacramenti in cui avrebbe infuso la vera Vita? La Pentecoste, è l'effusione dello Spirito, nel tuono e nella nube, come sul Sinai, ma per abitare non nel Tempio fatto dalla mano dell'uomo, ma nel Tempio nuovo costituito dai cuori dei fedeli; infine i Tabernacoli, che non hanno una precisa eco liturgica altro che nel Sabato delle Quattro Tempora di settembre, si stendono su tutto il tempo dopo la Pentecoste, che rappresenta la lunga marcia attraverso il deserto fino alla Terra Promessa, che sostituirà la Dimora definitiva alle tende provvisorie dei nomadi.
E' ben chiaro che non è un caso, ma un'evidente intenzione divina che ha messo in rapporto i grandi misteri della Rivelazione del Cristo con le feste giudee, sottolineando anche che queste erano simboli di quello che doveva venire; nessuna possibi1ità d'altra parte di ridurre il mistero cristiano a ciò che lo precede: esso è totalmente nuovo; e nello stesso tempo questa novità radicale si inserisce in una tradizione, afferma una continuità, una unità del piano divino. Se la parola storia ha un significato, se significa ad un tempo e un progresso assoluto e una fede in questo progresso, che lo rende intelligibile, è qui e solo qui il caso di applicarlo. Ed esso rivela la Presenza di Dio. Perché vi è una Presenza di Dio nella Storia come ve n'è una nel Tempio. C'è una Presenza di Dio nella durata come ve n'è una nello spazio; e questa Presenza è la Dimora di Dio in quel Tempio della durata che si può chiamare il Tempio profetico, perché essa si scopre da quella continua ed assoluta ascesa che ogni epoca, ogni eone manifestano, l'età mosaica essendo un progresso assoluto sull'età cosmica e l'età cristiana sull'età mosaica, e contemporaneamente da quella prefigurazione, da quel delinearsi di ogni epoca nell'epoca precedente che è propriamente la Profezia. Il Cristo è cosi presente a tutta la storia, presente e nascosto ad un tempo nel Santo dei Santi del Tempio profetico, ma rivelantesi sempre di più: ed il secolo presente non è altro che la figura del Giorno futuro, la settimana che prepara la Domenica. Otto riconosce tale presenza di Dio nel tempo, dopo quella nello spazio, nel suo libro sul Sacro: «Colui che si immerge nella contemplazione di quella grande continuità che noi chiamiamo l'antica alleanza fino al Cristo, sentirà quasi per forza nascere in lui l'intuizione che vi regna qualcosa di eterno (36) ».
La lettura della Scrittura è questa contemplazione della Presenza di Dio nella storia. Il Cosmos e la Bibbia sono i due grandi Templi dove Dio si nasconde sotto i segni, sotto il velo del Tabernacolo: la morte di Cristo lacera il velo, rivela il loro significato, ci mostra la sua presenza nascosta sotto i simboli. E' questo il motivo per cui la meditazione della Scrittura era l'unica occupazione dei Padri. Non si trattava ili un semplice studio, ma di una vera contemplazione di Dio presente nella sua Scrittura, conosciuto in una nuova incarnazione della sua Umanità. Cosi per Origene la Scrittura « è il segno, scelto da Dio, della Presenza della Parola, come parola, nel mondo, vaso prezioso della vita spirituale, sorgente materiale, inesauribile della vita divina (37) ». Nella Bibbia, i Giudei veneravano la Presenza di Dio, ma essa era loro oscura, i loro occhi erano coperti da un velo. Col Cristo, il velo del doppio Tempio, del Tempio di Gerusalemme e del Libro sigillato, è tolto via, i popoli sono ammessi nell'uno e nell'altro, possono entrare nella comunione del Verbo presente nello spazio e nella durata.
Il Cristianesimo rende dunque alla storia il suo mistero, additando in essa la Presenza di Dio. Noi l'abbiamo detto dello spazio parlando del Tempio cosmico. Per il cristiano non si tratta di quello spazio sconsacrato dei fisici costituito da puri rapporti, né di quell'universo profanato dell'uomo che vi scorge unicamente un oggetto di piacere. Esso è il luogo di una presenza, la Casa di Dio. La medesima cosa è per la durata. L'intuizione profetica rende alla storia il suo mistero. Essa si oppone a quella visione razionalista di un progresso unicamente quantitativo dove non vi è una elevazione assoluta e quindi vero progresso. Essa si oppone pure a quella visione irrazionalista che vede nella storia un seguito di civiltà eterogenee, discontinue, non collegate da alcuna saggezza (38). In queste due concezioni nessuna Presenza, nessun Mistero, ma pura ragione o puro caso. Mentre la profezia scopre nello stesso tempo una Potenza ed una Saggezza - e dunque una Presenza - ed essa non la scopre soltanto, ma la rivela. E ci permette di adorarla.
Ma questi progressi della storia non avvengono senza dolore. Il passaggio da un'ordine all'altro, se è puro compimento e mantiene perfettamente tutte le ricchezze dell'ordine che precede, esige anche che esso scompaia nella sua esistenza particolare. E' l'aspetto drammatico del mistero della storia. «Distruggete questo Tempio ed io lo ricostruirò ». Era necessario perché apparisse il nuovo Tempio che l'Antico venisse distrutto. «Era necessario che il Cristo morisse» in quanto si era identificato all'ordine antico, perchè risuscitando inaugurasse l'ordine nuovo. In ciò consiste il senso misterioso della Passione. La morte del Cristo significa la distruzione dell'ordine antico, quello della Legge, del quale si è voluto far partecipe per distruggerlo in Lui, perchè questa distruzione era la condizione necessaria della fondazione dell'ordine nuovo «... e così entrare nella gloria ». La morte del Cristo contrassegna la soluzione di continuità tra i due ordini, la loro incompatibi1ità. E' il mistero che per ogni cristiano riproduce il battesimo, morte e resurrezione, per cui il mistero della storia si compie in ogni destino. Il mistero del Cristo è compimento della figura e distruzione della figura in quanto tale: esso condanna colui che si attacca alla figura.
In ciò consiste pure il senso dell'ostilità dei Giudei al Cristo; essa rivela la resistenza dell'ordine antico all'ordine nuovo e quindi la loro discontinuità. E' pure il significato esemplare della condanna d'Israele. Essa significa che Israele come figura è abolito - e ciò si esprime storicamente con la condanna dei Giudei. E' uno dei misteri più profondi della storia, sul quale Paolo medita a lungo nella Lettera ai Romani: «lo non voglio, o fratelli, che voi ignoriate questo mistero, affinché voi non siate saggi ai vostri stessi occhi: consiste nel fatto che una parte di Israele è caduta nell'accecamento fino a che il popolo dei gentili non sia entrato. Ed allora tutto Israele sarà salvo... (39) ». Perché Dio non si pente dei suoi doni e delle sue vocazioni. Anche la riprovazione di Israele appare come voluta dalla necessità di manifestare visibilmente l'abolizione dell'ordine antico. Insieme alla distruzione del Tempio fa parte della medesima economia. Ci colpisce particolarmente per il fatto che tocca una razza vivente. «Bisognava, scrive Origene, che gli anziani della Gerusalemme terrestre e gli Scribi - incarnazione vivente della figura - si ponessero contro Gesù, perchè gli anziani del cielo ed i Principi spirituali e gli Scribi intenti alla lettera incisa nei cuori dallo Spirito Santo gli rendessero grazia (40) ».
Il segno del Tempio ci appare quindi sotto un nuovo aspetto: è «il segno di contraddizione », annunciato da Simeone il giorno della Presentazione al Tempio, come se avesse colto il rapporto drammatico che avrebbe unito il bimbo che teneva fra le braccia col Tempio in mezzo al quale si trovava. Questa profezia sarà stranamente realizzata: il Cristo fu condannato a morte per aver affermato la sua relazione con il Tempio, per aver pronunciato la misteriosa parola: «Distruggete questo Tempio ed in tre giorni io lo ricostruirò ». E' l'accusa mossa contro di lui. Ed è proprio perché i Giudei ne avevano misurato la portata, che essi avevano compreso come l'ordine antico fosse abolito ed il Tempio nuovo si trovasse dinnanzi a loro. Ma il mistero sta proprio nel fatto che essi abbiano rifiutato di riconoscerlo, che abbiano rifiutato quella morte che era la condizione dèlla resurrezione, che per mantenere ad ogni costo il Tempio antico in pericolo, abbiano voluto abolire il Tempio nuovo - e che facendo ciò, siano invece stati j fattori della sua edificazione, pronunciando essi stessi la sentenza di morte sull'ordine antico, distruggendo con l'umanità di Gesù tutto l'ordine mosaico col quale essa aveva voluto essere pienamente solidale e permettendo con questo in Gesù risuscitato l'instaurazione. dell'ordine nuovo.
Simile è il dramma del mondo pagano, erede dell'ordine cosmico. Quando .la nuova creazione era ormai apparsa e l'antica tramontata, anch'esso disperatamente si sforzava di conservare il Tempio cosmico ormai senza soggetto e di venerare il sole visibile, il cui splendore dopo il Calvario era ormai oscurato. Restò sottomesso al ciclo astrale ed alla sua fatalità senza comprendere che la catena della necessità era ormai rotta, che l'uomo sfuggiva al ciclo delle nascite e che era entrato una volta per sempre nella vita eterna. Anche (1ni, come per Israele, quello che era stato fino ad allora prefigurazione divenne morte e corruzione. Non si trattava più dell'innocenza del mondo cosmico
ed il primo sole sul primo mattino, (41)
ma dell'anacronistica conservazione nel seno del Tempio ecclesiale di un culto ormai abolito. Giuliano peccò quindi contro la storia, quando abbandonò il Dio che lo aveva illuminato il giorno del suo battesimo per ritornare al dio pagano del solstizio e sforzarsi di restaurare un paganesimo ormai trascorso.
Questo mistero della storia continua sotto i nostri occhi. Ci dona la chiave di quella relazione drammatica che continuamente attira e respinge tre mondi: pagano, giudaico e cristiano, che rappresentano le tre grandi epoche. Il mondo pagano ed il mondo giudaico sono attirati segretamente dal mondo cristiano, come verso il loro compimento - e nello stesso tempo si ribellano a lui, perché questo compimento potrebbe prodursi solo a patto della rinuncia alla loro propria esistenza. Ed il mondo cristiano ora vede in loro dei precursori di cui integra tutte le ricchezze, la Bibbia e Virgilio, Roma e Gerusalemme - ora dei nemici che si rifiutano di riceverlo e, come i Giudei d'allora, cercano a colpi di pietra di scacciarlo dal Tempio. Secondo la visione profonda di Pascal, è necessario che vengano manifestate contemporaneamente la continuità fra la figura e la realtà e la loro eterogeneità: questo specialmente nel popolo giudeo, per la particolare relazione che lo unisce al cristianesimo, ma anche in tutti i singoli popoli ed in tutti, gli imperi. Cosi la tragedia di Gerusalemme continua attraverso la storia, che è crisis e  giudizio, e nello stesso tempo compimento e pleroma.

[36] Otto, Le Sacré, trad. Jundt, p. 223.
[37] Hans von Balthasar, Le mysterion d'Origene, in «Recherches de Science religieuse ». Dic. 1936. p. 545.
[38] Tutte le interpretazioni della storia che non tengono conto della prospettiva profetica sfociano o in un eterno ritorno con Nietzsche, o a un progresso puramente quantitativo con Marx, o all'irrazionale puro con Spengler. Si possono vedere a tal proposito .le giuste osservazioni d'Aron, Introduction à la philosophie de l'historie, Ciò farebbe pensare che la nozione moderna di storia. come progresso qualitativo, che era profondamente ignorata dal mondo antico e che è nata dal cristianesimo, è una nozione d'ordine religioso, che si svuota del suo contenuto in ogni altra prospettiva.
[39] Rom. XI. 25.
[40] Origene, in Matt.. P.G., 1027 B, 1029 B.