PAPUA NUOVA GUINEA

MISSIONE AMICIZIA   Il gregario della missione   PIME ITALIA - LECCO

Monsignor Cesare Bonivento,
missionario del Pime e vescovo di Vanimo (Papua N. G.)
ricorda Severino Mapelli, volontario di Lecco,
morto il 20 aprile scorso, all’età di 75 anni,
dopo aver dedicato gli ultimi anni della sua vita
alla Papua e alla sua gente.

Mons. Cesare Bonivento, insieme a Severino Mapelli.

Gerolamo Fazzini
("Missionari del Pime", Agosto-Settembre 2006)

Severino Mapelli appartiene a buon diritto alla categoria di quei «tuttofare» che in missione fanno andare molto le braccia e meno le labbra. Uomini discreti, gregari quasi invisibili, ma preziosi. Tanto più preziosi perché di loro te n’accorgi quando vengono a mancare.
Severino aveva scoperto la Papua all’età in cui molti si godono la pensione. La missione, no: quella era una passione antica. E così, alle soglie dei settant’anni, è cominciata per lui un’avventura di solidarietà, lavoro e condivisione che ha avuto per teatro Watuluma sull’isola di Goodenough. Nel 1988 padre Bonivento, sul posto da otto anni, vuole costruire un ospedale per la popolazione dell’isola e di quelle vicine, costretta a non meno di 20 ore di barca per raggiungere quello di Alotau, capoluogo della provincia. Con il sostegno del Laboratorio missionario "Beato Giovanni Mazzucconi" di Lecco e di un’impresa edile (la "Colombo costruzioni"), il progetto viene preparato in tutti i particolari, i materiali inviati… Ma: c’è bisogno di una persona che in loco coordini l’attività, trovi e istruisca la mano d’opera. Severino Mapelli si rende disponibile. Racconta Maria Teresa Garascia sul settimanale "Il Resegone": «Furono sei anni (altri due li spese a Vanimo, sempre in Papua N.G.) di lavoro intensissimo in condizioni spesso difficili. Severino non si limitò ai lavori dell’ospedale, per il quale alcuni operai e tecnici della "Colombo" lo raggiunsero restandovi parecchi mesi. Severino impiantò una segheria, una falegnameria, insegnò il lavoro a un gruppo di ragazzi, sistemò la casa del missionario, costruì quella per le suore, dette inizio a una scuola professionale...».
Un lavoratore infaticabile e generoso, ma anche un educatore paziente. E questo è il ricordo di Severino rimasto in Papua e a Lecco: «Severino è rimasto nel cuore di tutte le persone (e sono migliaia) che l’hanno conosciuto, non soltanto per le grandi opere a cui ha posto mano con successo, ma soprattutto per lo stile e la bontà che ha espresso col suo lavoro – ha scritto monsignor Bonivento – . Sono i "suoi" operai i più addolorati. Egli è rimasto davvero nel loro cuore per la relazione di fiducia e di stima che sempre ha saputo instaurare con loro. Essi gli hanno voluto tanto bene anche perché li trattava da pari a pari, senza mettersi in cattedra; capivano che lui voleva che gli "rubassero" il mestiere, cioè non solo che eseguissero quanto lui diceva di fare, ma che diventassero indipendenti e bravi al punto da poterlo poi insegnare ad altri». Per uno come lui, infatti, di grande soddisfazione era il sapere che i suoi operai venivano contesi da varie aziende, anche da alcune situate a Port Moresby.
Conclude monsignor Bonivento: «Posso dire in tutta verità che Severino ha svolto non solo il ruolo prezioso del volontario, ma anche quello del vero missionario, perché con la sua semplicità e capacità ha fatto davvero amare la Chiesa e il Signore. Non ha fatto nessuna predica né a Watuluma né a Vanimo, ma il suo sorriso di laico che testimonia Gesù Cristo con il suo lavoro resterà impresso nella memoria e nel cuore di tutti coloro che l’hanno conosciuto».