RITAGLI  IL LIBRO DELLA MISSIONE: LO APRIAMO PER  DIARIO CONVERTIRCI
Annunciatori del Regno di Dio a partire dalla nostra fragilità

di Elisa Kidanè, missionaria comboniana

MONDO E MISSIONE / APRILE 2002
www.pimemilano.com

Quello che cercherò di condividere con voi è soprattutto l'ansia di dare vitalità al nostro vissuto, per passare dal "fare missione" all'essere missione. Fintanto che rimaniamo ancorati alle nostre visioni, piccinerie, fintanto che temiamo le cose con il vero nome, l'orizzonte ampio del mare farà sempre paura, e noi rimarremo mediocri. Ma la missione è fatta per chi osa. Mettersi in discussione è impresa di chi è capace di osare, di chi sa contare su Qualcuno: sulla tua Parola getterò le reti.
Come un buon libro che si rispetti, anche quello della missione ha una sua premessa, dei capitoli e un epilogo. Non ci sarà la parola fine. Discernere significa semplicemente prendere visione, fare il punto della situazione. Per iniziare qualcosa di nuovo, non per finire.

Premessa. Il Signore Gesù chiamò i dodici. Li scelse per averli con sé, per mandarli a predicare e avere il potere di scacciare i demoni. Li chiamò e cominciò a inviarli a due a due... Li esortò ad andare leggeri di equipaggio... Li convinse che non dovevano essere maestri di retorica, ma che il loro parlare fosse sì, sì, no, no... e che il di più era di dubbia provenienza... Siate astuti e docili: insomma non dovevano essere dei sempliciotti, ma neppure dei saccenti. Dovevano riuscire a coniugare amore e giustizia. Li avvertì che non sempre avrebbero trovato dove posare il capo, e che sarebbero stati odiati per causa sua. Ossia, non create degli eroi, lo sapevate che poteva capitarvi questo e altro. E quando avrete compiuto la vostra missione, dite servi inutili siamo: non montatevi la testa se riuscite a fare qualcosa... Come segno di potenza: la croce.

Primo capitolo: la chiamata. La storia di ciascuno di noi inizia con una chiamata e con una precisa finalità, che ognuno riconosce in un determinato carisma. La prima ispirazione di ogni istituto è partita sempre da una chiamata ad un bisogno emergenmte, ad una situazione di morte, di peccato. All'origine di ogni vocazione c'è sempre l'iniziativa di Dio. L'obiettivo della chiamata è duplice: condividere la sua vita e la sua sorte, condividere e continuare la sua missione d'incarnazione, di annuncio e di testimonianza - martirio. 
Questo apetto della chiamata è essenziale per non dimenticare le nostre origini. Siamo chiamati da Dio per una missione di Dio. Un fattore fondamentale questo, per non correre il rischio, nel corso della vita, di invertire (inavvertitamente) i ruoli, sentendoci dei datori di lavoro, insostituibili, onnipresenti. Siamo chiamati ad una missione che non inizia con noi e non finirà con noi.

Secondo capitolo: «Stare con Lui», non strafare per Lui. Dobbiamo assolutamente ricuperare la centralità della missione, che ci vede impegnati nelle più svariate attività: maestri, infermieri, meccanici, promotori di giustizia... annunciatori, ma poco forse uomini e donne dispostio a stare con Lui.
Siamo coloro che devono costruire il Regno, e non abbiamo tempo di stre con Lui. Dimenticandoci di un piccolo particolare, che il Regno è già costruito, a noi tocca annunciarlo, scoprirlo... Se fossimo davvero convinti di questo, anche il nostro «agire, fare» assumerebbe uno stile nuovo.
«È inutile che vi affatichiate, tardi andate a riposare... La soluzione la darò ai miei amici nel sonno...». Pensate quante volte abbiamo perso l'opportunità di un incontro con Lui, rubando ore preziose al nostro sonno. Cristo non ha chiamato gli apostoli perché «facessero» qualcosa di buono, ma perché «fossero» con Lui. Il nostro affannarci, il nostro essere superoccupati per il Regno non sarà qualche volta segno di un vuoto interiore che non riusciamo a colamre?
Nessuno può tacciarci di nullafacenti: anzi. Ma se analizziamo con umiltà le nostre molteplici attività avremo delle sorprese. Come ricorda padre Silvano Fausti in un suo libro, laddove dice: ci lasciamo «mangiare» dalla gente; facciamo opere di carità innumerevoli, spesso creiamo dei bisogni nuovi... E così facendo rimandiamo a tempo indefinito l'evangelizzazione. Ci dimentichiamo, presi come siamo dalle necessità immediate, che il missionario non è un imprenditore ma un uomo, una donna di Dio, che sa stare con Lui e insegna a fare altrettanto. Solo allora anche le opere avranno senso, se saranno state precedute, accompagnate e cresciute nella Parola.

Terzo capitolo: Annunciare e testimoniare. Si annuncia quello che si ha dentro. Stiamo assordando il mondo con i nostri annunci che ormai non scalfiscono più, come i «cembali sonanti» di cui parla Paolo. E invece l'annuncio è innanzitutto testimonianza di vita. Questo è quanto ci insegna la missione, ed è quanto oggi le nostre Chiese madri si attendono da noi.
L'invito ad aprire il libro della missione è un invito della Chiesa italiana. Aprire il libro della missione non per scopiazzare metodi o stratagemmi pastorali, ma per dare alla pastorale locale, nazionale un respiro universale.In definitiva la Chiesa italiana chiede alle congregazioni missionarie di poter attingere a piene mani lo spirito apostolico, l'entusiasmo evangelico, la tenacia e la testimonianza che caratterizza la vita dei missionari, per rivitalizzare il cammino delle comunità cristiane ddell'Occidente.
Di qui capiamo allora quanto importante sia la presenza degli Istituti missionari in questa Chiesa di antica tradizione. In una Chiesa locale tale presenza non può e non deve passare inosservata. Lo chiede la stessa gerarchia ecclesiale, esortandoci ad aprire i nostri scrigni. Ne va della nostra stessa sopravvivenza: solo nella misura in cui riusciamo a mantenere viva la fonte dalla quale siamo nati, possiamo essere credibili fino agli estremi confini della terra.
Ce lo chiede la gente: perché in tanti corrono dietro ai maghi, gli styregoni occidentali, perché vanno dai curanderos (psicologi)? Perché hanno fame e sete di verità e mancano i profeti della Parola, mancano i mestri e le maestre di spiritualità. E intanto noi ci preoccupiamo di riempire container o di contare i giorni e i mesi per ritornare in missione.

Quarto capitolo: Profetizzare, mai fare supplenza. Siamo considerati gli esperti dell'annuncio, chiamati ad animare la Chiesa locale. Con disinvoltura l'abbiamo fatto e lo facciamo in terre geograficamente considerate di missione. Con altrettanta timidezza, paura e ritrosia ci ritroviamo a farlocon la «nostra gente». Quali le ragioni profonde di questo disagio? Come mai in missione ti senti grande, forte, capace? E perché qui, dove sei nato e cresciuto, ti senti balbuziente? Non sarà che la tua ansia di ritornare in missione è per ricuperare l'immagine forte di te?
Considero un segno preoccupante vivere l'esperienza missionaria in patria come una parentesi occidentale (oltre che accidentale) e che si spera di chiudere in fretta; oppure peggio ancora, se il rientro è considerato stazione di pensionamento. Animare la propria Chiesa d'origine è certamente meno gratificante, ma è altrettanto urgente e indispensabile. Gli Istituti missionari in Italia non devono trasformarsi in refugii peccatorum, o case di riposo. Sarebbe la morte stessa della vitalità ecclesiale oltre che dei nostri Istituti. La nostra presenza deve essere viva. La profezia presente nel nostro vissuto missionario non può chiudere i battenti, in nessun luogo. Tanto meno in casa propria. Due atteggiamenti da evitare quindi: l'essere qui, contando i mesi, gli anni, cioè aspettando il giorno del ritorno; o l'essere qui come pensionati, dove ci si aspetta tutto dallo stato.
Essere profeti però non significa fare i supplenti. Oggi in Italia, in Europa si stanno creando situazioni di «missione», di rievangelizzazione. La nostra tentazione (e quella della stessa Chiesa locale) è di affidare «agli addetti del mestiere» quelle zone, quelle situazioni considerate di missione. Da parte nostra è doveroso che cerchiamo forse anche in Europa di privilegiare tali situazioni. Ma rimane compito della Chiesa locale far fronte a queste realtà. Può certamente attingere dal libro della missione, ma non può delegare ad altri quei compiti che spettano a lei.
«La misione che viene a noi»: così si ama chiamare poeticamente oggi il fenomeno migratorio. Ma so di troppi parroci che cercano disperatamente un missionario perché segua gli immigrati della loro parrocchia. Non priviamo la Chiesa italiana delle possibilità di misurarsi con questi «segni dei tempi» che vengono per dare giovinezza, ritemprare la stanchezza di una pastorale stantia. Lasciamo che provi la fatica di una evangelizzazione fatta di ascolto, conoscenza, novità. Lasciamo che possa vivere e ravvivare lo slancio e il fuoco della buona notizia che in primo luogo è testimonianza di vita, e nessuno può testimoniare al posto di un altro la propria vita.
La Chiesa italiana deve sapere di contare su interlocutori attenti, sensibili, oltre che esperti in materia. Dobbiamo privilegiare i campi dell'animazione missionaria, avere una presenza nei seminari diocesani (missionarie comprese!). Dovremmo avere più spazi nei mezzi di comunicazione per far «passare» un nuovo modo di percepire l'altro, il diverso. Perché i nostri cattolici che fino a ieri erano disposti a fare sacrifici per aiutare le missioni, oggi sono così diffidenti, paurosi, insofferenti verso i lontani che oggi sono i loro vicini? Chiediamoci: quali immagini dell'altro (a fin di bene s'intende) abbiamo trasmesso nelle nostre campagne missionarie?

Quinto capitolo: Dialogo e collaborazione. La natura stessa della nostra vocazione missionaria è dialogica. L'incontro con l'altro, col diverso, col nuovo è pane di ogni giorno. Un esercizio quotidiano che dovrebbe allenarci ad essere persone capaci di empatia, di compassione.
Chi apre il libro della missione troverebbe questo capitolo di una estrema attualità. Oggi in Italia e in Europa assistiamo, preoccupati, a un ritorno di ideologie e attegiamenti xenofobi; a prese di posizione intransigenti, ad un regresso culturale. Caduto il Muro, si stanno erigendo  invisibili e forse più invalicabili muri. Sembra - ed è preoccupante - che tutto questo non incida minimamente sul nostro quieto vivere. Dirò di più: c'è chi simpatizza con movimenti politici (non facio nomi) di dubbia ispirazione...
I casi sono due: o la vita missionaria ci è passata sopra senza forgiare minimamente il nostro essere, o non siamo assolutamente informati: gravissimo peccato anche questo. L'informazione critica, l'approfondimento serio, la ricerca e lo studio devono essere una delle principali attività, anche delle missionarie e dei missionari anziani. Dialogo significa conoscenza, ascolto, copetenza. Oggi la gente vuole conoscere i perché delle tragedie che assillano il Sud del mondo. Perciò qui e in missione dobbiamo essere responsabilmente preparati. La formazione professionale è una sfida che deve interessare ogni membro di Istituti misionari.
Dialogo è anche collaborazione, ad esempio con i laici. La formazione dei laici è uno degli argomenti in voga nei nostri documenti. Ma guai se li lasciassimo entrare solo dalla p[orta di servizio, in qualità di subalterni, senza diritto di parola. Occorre, al contrario, trattarli alla pari, come p[ersone che possono aiutarci a leggere criticamente la realtà nella quale viviamo... Non è facile. I laici hanno modi e stili di vita che non sempre coincidono con i nostri schemi. Ma saranno forse la nostra salvezza, se riusciremo ad entrare in sinergia con loro.

Sesto capitolo: Far causa comune con i poveri. Di espressioni simili a questa, cara al Comboni, tuti i documenti dei nostri Istituti sono stracarichi. I poveri sono diventati oggeto di estenuanti riflesioni, di capitoli... eppure, chissà perché, mai come adesso sono così lontani da noi. Ci siamo così adeguati a mettere "a norma" le nostre case che non c'è quasi più posto per chi "a norma non è". Abbiamo paura di infrangere le leggi dello Stato e perdiamo la forza di essere segno di contraddizione.
L'Italia può essere un banco di prova per noi. Non possiamo avere due regole di vita: quella da usare in missione e quella da usare in Europa. Se sei disposto al martirio in missione, devi essere disposto a infrangere anche qui le leggi che diminuiscono la nostra capacità de essere evangelici. Ma se questo ci riesce impossibile allora dobbiamo chiederci: davvero mi sono incarnato, fino a far causa comune con gli emarginati?
Qualche domanda. Come mai le nostre comunità in Italia sono così restie a sostenere i movimenti e le associazione che lavorano per promuovere un nuovo stile di vita? Perché tanta fatica ad appoggiare la Banca Etica? Perché, mentre sosteniamo il boicottaggio di alcune multinazionali, sulle nostre tavole regnano i prodotti delle medesime? Perché, invece, sono pressoché banditi i prodotti del commercio equo e solidale? Perché non incoraggiamo gli abbonamenti alle nostre riviste?
Più che l'elemosina, i poveri vogliono solidarietà, restituzione del mal tolto, rispetto, dignità. I movimenti e le iniziative sopraccennate aiutano in questo senso. Chiediamoci, serenamente: il nostro stare con i poveri è davvero uno stare con un ruolo di compagno di viaggio verso un mondo più giusto?

Settimo capitolo: Da protagonisti a umili profeti del Regno. La missione ci ha visti e ci vede come gli esperti. Gli anni passati sul campo ci hanno rafforzati, fino a farci sentire protagonisti. Gente di memoria corta! Dimentichiamo che siamo dei chiamati, inviati ad annunciare il suo Regno e che è sulla sua parola che abbiamo il coraggio di gettare le reti... Dimentichiamo le nostre fragilità, e giorno per giorno ci sostituiamo a, Lui, così che nell'annuncio, in maniera invisibile e subdola, annunciamo noi stessi.
La nostra missione ci richiede di essere più che assertori di certezze, umili ricercatori di verità, profeti in cammino verso il Regno. Se dimentichiamo il nostro essere chiamati, il nostro essere noi stessi «terra da evangelizzare», la nostra attività sarà come il muoversi «di un mare agitato che non può calmarsi, e le cui acque portano su melma e fango» (Is 57, 20).

Epilogo: Ripartire sempre. Partire è la nostra parola d'ordine. Ma non basta divorare chilometri per sentirsi misionari: la partenza che ci viene richiesta è ben più radicale e meno avventurosa. È innanzitutto una partenza interiore. Ripartire quindi sempre, ogni giorno, ogni momento per andare incontro all'altro. Iniziando dalle nostre comunità religiose, che stanno rischiando di assumere ogni giorno di più l'aspetto di luoghi di ritrovo, dove, tante volte, viviamo senza conoscerci.
Nel suo libro Rifondare la vita religiosa, il domenicano Martinez Diez dice che i segnali che un Istituto o una Congregazione è in agonia sono tre: «Eccessivo interesse per la costruzione; culto del passato; moltiplicazione di documenti...». Aggiunge che tutto questo è necessario se è orientato alla rivitalizzazione dell'Istituto piuttosto che alla sopravvivenza. Dobbiamo cercare di sforzarci di vivere. Che è cosa diversa dallo sforzo di non morire. La stessa mancanza di vocazioni, più che nel mondo circostante che sta cambiando vortiginosamente, va letta a partire dalle nostre comunità.

Dobbiamo impegnarci ogni giorno di più affinché le nostre comunità in Italia riacquistino sapore profetico, fede radicale, esperienza di Dio, qualità evangeliche, sequela radicale. Nel libro della missione ci sono parole fondamentali che dobbiamo recuperare: entusiasmo, passione, gioia, fermezza. Curiamo, allora, la qualità delle nostre comunità, del nostro Istituto. Non permettiamo che si conformino alle regole della società. Riusciremo - e sarebbe una beffa - a fare l'antimiracolo di trasformare il vino in acqua.