IL FATTO

Il grande teologo ortodosso sottolinea il contributo che Benedetto XVI
porta alla formulazione di un rapporto fecondo tra la fede e la politica.
In cui sia riconosciuto il contributo che viene dall’esperienza religiosa,
senza che questa degeneri in disegno di potere.
L’ottimismo sui passi avanti nel cammino per l’unità dei cristiani.

RITAGLI   Clément: la sfida di una laicità aperta   DOCUMENTI

Religione e Stato, la «lezione turca» di Benedetto XVI.
Il Papa chiede di lasciare spazio alla religione nella vita pubblica.
Il che implica che la sfera religiosa non si mescoli con la volontà di potenza.
Il discorso del pontefice abbraccia il tema dell’amicizia tra i popoli.
Una mano tesa che invita l’islam e al contempo si offre.
La visita è un passo avanti verso l’unità delle nostre Chiese.
Gli effetti si risentiranno nei Balcani, in Ucraina, nel Libano, in Palestina.

Da Parigi, Daniele Zappalà
("Avvenire", 29/11/’06)

«Spero sopra ogni altra cosa che la visita del Papa, sulla scia delle parole inaugurali così significative pronunciate ad Ankara, possa essere di grande aiuto ai cristiani della Turchia e non solo». A formulare l'auspicio è il grande teologo ortodosso Olivier Clément, più volte testimone della precaria condizione di tanti cristiani dell'Asia Minore. Gli stessi che sperimentano però al contempo, sottolinea Clément, «l'interesse sincero ma ancora necessariamente silenzioso» di tanti turchi musulmani di ogni ceto verso il cristianesimo.

Che impressione le ha lasciato il discorso di Benedetto XVI alla presenza del direttore degli affari religiosi della Turchia, Bardakoglu?

È un discorso che è andato dritto alle cose essenziali. Resta adesso da vedere se questi punti saranno accettati anche dall'altra parte. Il discorso abbraccia pienamente il tema dell'amicizia, certo, ma insiste anche sulla necessità di lasciare tutto lo spazio necessario alla religione nella vita pubblica. Una necessità che implica in parallelo che la sfera religiosa non si mescoli con la volontà di potenza della politica. Queste parole hanno il senso di una mano tesa che invita l'islam e al contempo si offre.

Ankara ha spesso vantato il proprio modello politico di laicità. Siamo oggi davanti alle premesse di un nuovo dialogo possibile su questo tema fra cristianesimo e mondo islamico?

Lo spero vivamente. In Turchia, nonostante le formulazioni ufficiali, la laicità resta un problema essenziale e scottante. Basti pensare che la scuola di teologia ortodossa di Halke è stata chiusa dal governo turco fin dal 1971 e attende ancora di essere riaperta. L'esercito turco continua a vegliare su una certa laicità ereditata dal pensiero di Kemal Ataturk. Ma altri movimenti fanno oggi pressione per spingere lo Stato a prendere posizione in favore dell'islam.

C'è grande attesa per la visita del Papa alla Moschea Blu. Come interpretarla?

La Moschea Blu fronteggia Santa Sofia e fu costruita da un grande architetto di origine cristiana. Storicamente ha rappresentato uno dei simboli della vittoria dell'islam sulla civiltà bizantina. Ma adesso, la visita del Papa a questo luogo può diventare un alto momento di riconciliazione fra cristiani e musulmani.

Fin dalla vigilia, si sottolinea l'orientamento prevalentemente ecumenico di un viaggio verso il cuore del mondo ortodosso. Condivide?

Sì. È divenuta quasi un'abitudine che il Pontefice faccia il primo viaggio ecumenico a Costantinopoli, dato che il Patriarca di Costantinopoli è il primo per onore fra i patriarchi ortodossi. È un viaggio, in questo senso, che riconosce il primato del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli nella Chiesa ortodossa.

I temi della libertà religiosa e della laicità, appena affrontati dal Papa ad Ankara, meriterebbero secondo alcuni anche un crescente approfondimento fra cattolici e ortodossi. Che ne pensa?

La ricerca comune di una definizione aperta di laicità mi pare ormai indispensabile. Tanto più se si considera in Europa la persistente tentazione della politica di imporre la laicità come uno strumento di lotta anti-religiosa. È purtroppo ancora in parte il caso della Francia. Si tratta certamente di una sfida che accomuna il mondo cattolico e quello ortodosso. E occorre poi dire che in quest'ultimo persiste una certa nostalgia, soprattutto in Russia, della famosa «sinfonia» fra la Chiesa e lo Stato. È un vecchio sogno bizantino, ma esso non ha oggi più alcun senso. Occorrerà che soprattutto i russi, poco a poco, si liberino di questa nostalgia che compromette la Chiesa.

Sulla base dello scenario attuale, è ottimista rispetto allo sviluppo della libertà religiosa in Paesi come la Turchia e la Russia?

Ho l'impressione che lo sviluppo di una laicità aperta e tollerante s'imponga sempre più come una necessità e che essa dovrà assecondare ogni ulteriore sviluppo della modernità. In una nazione moderna in cui coesistono religioni diverse, non si potrà avanzare a lungo senza l'apertura garantita dalla laicità e ciò mi pare, come dicevo prima, un punto chiave del messaggio del Papa. Governi come quello russo e quello turco saranno prima o poi costretti ad arrendersi a quest'evidenza, anche se ciò prenderà del tempo.

Quali doni del proprio patrimonio comune possono utilizzare oggi i cristiani per contribuire all'avvento di società sempre più aperte?

Anzitutto, il dono della libertà, la libertà nella Resurrezione. I cristiani sono capaci di portare con loro da sempre questa testimonianza della laicità aperta ed oggi ciò resta di fondamentale importanza, anche se ciò non è semplice in Paesi come la Turchia. Occorrerà attendere che l'atmosfera che esiste già in certe città e certe regioni turche si approfondisca per poi diffondersi. Nel frattempo, occorreranno anche dei segni ufficiali chiari come la restituzione e la riapertura della scuola teologica patriarcale di Halke.

Benedetto XVI incontrerà il Patriarca Bartolomeo I, spesso presentato come un grande "resistente". Lei che lo conosce da vicino sottoscrive questa definizione?

Sì. Si tratta di un resistente anche per questo rischio costante, in Turchia, di vedere la testimonianza cristiana tradursi in martirio. Sono rimasto sempre colpito dalla persistenza in lui della tenacia e della dolcezza. In nome dell'unità degli ortodossi, intende mantenere la Chiesa a Costantinopoli malgrado tutte le pressioni che si esercitano su di essa. Purtroppo, tutto può ancora accadere, compreso il peggio, che obbligherebbe allora il Patriarcato a stabilirsi altrove.

Cosa rappresenta questa visita del Papa per gli ortodossi?

Penso si tratti di una gioia. In primo luogo, per tutte le minoranze ortodosse. È un passo in avanti verso l'unità completa delle nostre Chiese. Gli effetti di questa visita si risentiranno nei Balcani, in Ucraina, nel Libano, in Palestina. Credo che invece la Russia si mostrerà più discreta e non dirà molto.

Fra i cattivi ricordi che hanno separato cattolici e ortodossi, un posto particolare ha avuto proprio il sacco di Costantinopoli al tempo delle crociate. Che peso ha ancora questo ricordo?

Il ricordo di quella tragedia ha pesato molto, ma ho l'impressione che a partire dalla visita di Giovanni Paolo II ad Atene, le cose siano molto migliorate. Il peso negativo di ciò che avvenne nel 1204 mi pare destinato a cancellarsi progressivamente. Credo che una delle dimensioni essenziali del viaggio del Papa sia la possibilità di un'ulteriore svolta per proiettarsi verso un futuro di riconciliazione.