INTERVISTA

La polemica sul Papa insegna che con l'islam
non ci si può accontentare di generiche intese.
Il "j'accuse" del pensatore francese.

RITAGLI   Rémi Brague: qualcuno sfrutta il dialogo   DOCUMENTI

«Parecchi dirigenti musulmani dovrebbero chiedere perdono,
per aver strumentalizzato il sentimento religioso dei sudditi
per rifarsi una legittimità».

Da Parigi, Daniele Zappalà
("Avvenire", 22/9/’06)

«La prima lezione da trarre da questa polemica è che per dialogare occorre essere in due. E oggi esistono persone nel mondo islamico che non sopportano che si possa, semplicemente, non essere musulmani». A commentare così le reazioni scomposte degli ultimi giorni dopo il discorso del Papa a Ratisbona è il noto filosofo e saggista francese Rémi Brague, docente di Filosofia araba alla Sorbona di Parigi e cattedratico anche a Monaco di Baviera. Recentemente, sono apparsi in Italia "Il futuro dell'Occidente" (Bompiani) e il vorticoso "La saggezza del mondo" (Rubbettino).

Professor Brague, come giudica la polemica che ha fatto seguito al discorso di Ratisbona di Benedetto XVI?

«Mi sembra del tutto ingiustificata. Ho letto anche il testo tedesco del discorso del Papa. Ne avevo già visto la traduzione francese e ho avuto l'occasione di discuterne al telefono con un giovane amico musulmano. La sola cosa che ha trovato da rimproverare al testo è di aver citato solo gli irrazionalisti dell'islam, senza far menzione delle correnti razionaliste. Esse sono effettivamente esistite. Ma, storicamente parlando, è la versione irrazionalista della teologia musulmana (il "Kalam ash'arita") che ha vinto la sfida a partire dall'XI secolo. E in ogni caso, era forse il proposito del discorso del Papa? Il mio amico faceva anche notare molto giustamente che è inopportuno sospettare d'irrazionalismo le persone a cui si rivolge poi un invito a dialogare sulla base della ragione. Ma è ciò che il Papa ha fatto?».

È lecito stabilire un confronto con il caso delle vignette?

«È ancora un po' presto, occorrerà vedere come la polemica finirà. La principale differenza è che nulla nel discorso del Papa suggerisce la minima intenzione di irridere l'islam e neppure l'intenzione di criticarlo. Semplicemente, non era il proposito del suo discorso, che propone un esame di coscienza di tutte le religioni, a cominciare beninteso dal cristianesimo. Il punto comune è la reazione passionale di alcune folle barbute. Esse non fanno d'altra parte che rafforzare, presso le rispettive opinioni pubbliche, coloro che credono che islam e ragione siano incompatibili».

Che pensa delle richieste di scuse avanzate da certi dirigenti politici del mondo musulmano?

«C'è in effetti molta gente che dovrebbe chiedere perdono. Ma sono i dirigenti musulmani in questione che dovrebbero farlo. Forse al Papa. Ma soprattutto ai loro stessi popoli. Perdono per il modo in cui sono arrivati al potere, ereditando dal dittatore precedente. Perdono per aver tiranneggiato il proprio popolo attraverso una polizia segreta onnipresente e carnefice. Perdono per aver sprecato le ricchezze del petrolio per acquistare armi o per fabbricarsene. Perdono per aver messo la museruola alla stampa diffondendo menzogne ufficiali. E soprattutto perdono per aver strumentalizzato il sentimento religioso dei propri sudditi - della cui sincerità non ho alcuna ragione di sospettare - per ricostruirsi una legittimità a scapito dell'Occidente».

Casi di questo genere possono indebolire ulteriormente le voci moderate e di dialogo all'interno del mondo musulmano?

«Non mi piace che si parli di islam "moderato". Ciò equivale a "scialbo". Le persone che, nelle società dominate dall'islam, hanno il coraggio di parlare, meritano tutta la nostra ammirazione. Pensiamo a Naguib Mahfuz, il premio Nobel appena scomparso, che era stato accoltellato. Pensiamo a questo ricercatore palestinese, Suliman Bashear, defenestrato dai suoi studenti a Naplusa perché aveva osato discostarsi dalla storia tradizionale delle origini dell'islam. Pensiamo a coloro che si nascondono in Occidente, o che possono scrivere solo sotto pseudonimo. Sono proprio le persone che i manifestanti barbuti vogliono intimidire. Credo che ci sia un dialogo all'interno del mondo islamico, forse ancor più consistente di quello fra musulmani e cristiani».

Quest'ultimo dialogo, quello interreligioso fra cristiani e musulmani, può risentirne?

«Distinguiamo. Ci sono dei dialoghi "ufficiali", mediatici, verso cui nutro forte diffidenza. Assomigliano un po' troppo ai dialoghi di vent'anni fa fra occidentali e le genti dell'Est. Spesso sono frequentati dal "jet set" dei professionisti del dialogo che sputano sulla "sporcizia occidentale" ma insegnano in un'università americana, da "pseudo-riformisti" che dicono una cosa in francese e il contrario in arabo, da pretesi "dissidenti" che sono ancora benvenuti presso il gruppo dirigente di Teheran. Questi dialoghi sono troppo spesso dei monologhi paralleli in cui ciascuno legge un testo preparato in anticipo e non ascolta quasi per nulla gli altri. Ma ci sono anche gli incontri alla base, più discreti. Forse se ne può ricavare qualche speranza in più. In ogni caso, coloro che vi partecipano non si lasciano ingannare da questo genere di reazioni, epidermiche presso le masse, pilotate da coloro che le manipolano e non vogliono affatto che un dialogo attecchisca e continui».

Il dialogo fra cristiani e musulmani deve affrontare di petto questo genere di polemiche e le loro cause profonde?

«Certo. Di cosa parlare, altrimenti? Occorre forse stupirsi del fatto che non si è d'accordo, su tutto, subito? Altrimenti, si cade in ciò che accadeva un tempo coi partner del dialogo che il "Kgb" ci inviava: parole vaghe che non impegnano su nulla, proposizioni di intenti tranquillamente ambigue, "abbracci fraterni" totalmente ipocriti…».