INTERVISTA: OLIVIER CLÉMENT

Parla il teologo ortodosso Olivier Clément:
«L'enciclica è un inno alla bellezza.
E unisce mondo greco, ebraico e cristiano».

RITAGLI   L'eros sulla scala di Giacobbe   DOCUMENTI

«Benedetto XVI ribadisce che è nella tradizione cristiana
che si trova la possibilità della pienezza dell’amore.
Non possiamo amare profondamente l’altro
senza immergerci nell’amore di Dio».

Daniele Zappalà
("Avvenire", 31/1/’06)

«La prima parte dell’enciclica è assolutamente magnifica e sono davvero entusiasta di questo testo molto profondo, ricco di sfumature, che riprende gli aspetti diversi della realtà dell’amore mostrandone l’unità profonda». Per il grande teologo ortodosso Olivier Clément, la lettura di Deus caritas est è stata pienamente gratificante. Anche per le qualità letterarie di un’enciclica «molto semplice, molto chiara, precisa e rigorosa allo stesso tempo».

Professor Clément, inizialmente, lo sguardo dell’enciclica abbraccia a volo d’uccello le diverse accezioni attuali dell’amore. Che pensa di quest’abbrivio?
«L’enciclica ricorda opportunamente che il termine amore è utilizzato in un campo semantico oggi molto vasto. Poi, si domanda subito in modo cruciale se esiste un’unità profonda dietro queste espressioni contemporanee. Tutto lo sviluppo successivo mostra che si tratta di una stessa realtà, ma colta dall’uomo a livelli diversi. Il vecchio vocabolario greco - eros, philia, agape - torna così a mostrare tutto il suo interesse e la sua eloquenza».

L’unità profonda dell’amore è difesa fino a negare piena dignità a un amore puramente spirituale che discredita il ruolo del corpo…
«Il testo mostra che è sempre l’uomo nella sua interezza, cioè come corpo, anima e spirito, che deve amare. Non si può opporre un amore puramente spirituale, che sarebbe quasi una forma di vanità e forse d’orgoglio, a un amore carnale da respingere e da rigettare. L’uomo ama e dovrebbe amare con tutto il suo essere. Non si possono contrapporre eros e agape. L’eros, quando non si riduce a esso stesso e a un uso strumentale della corporeità, quando cresce e si approfondisce, scopre l’esistenza dell’altro e si mescola per così dire all’agape. L’altro non è più solo un mezzo del piacere o dell’estasi. Diventa qualcuno d’altro che si deve servire con un atteggiamento che può all’estremo divenire sacrificale. È uno degli aspetti assolutamente geniali di quest’enciclica tanto fine e rigorosa».

Per trattare dello scambio d’amore fra cielo e terra che precede e accompagna quello fra gli uomini, l’enciclica ricorda l’immagine veterotestamentaria della scala di Giacobbe. Che impressione le ha lasciato questo passaggio?
«Quest’immagine della scala di Giacobbe in cui gli angeli scendono e salgono in modo simultaneo è fondamentale per ogni cristiano. Si tratta di un approccio al tema dello scambio molto preciso e profondo, capace di coprire tutte le forme dell’amore fino a quello del tutto sublimato che continua nondimeno a investire l’uomo nella sua interezza. Non si può scomporre l’uomo in pezzi distinti e non si può fare nulla del genere neppure con l’amore. C’è un’unità originaria dell’amore, l’amore di Dio per l’uomo, che l’uomo può riflettere e trasmettere amando il prossimo. Non possiamo amare in profondità l’altro senza immergerci simultaneamente nell’amore di Dio per l’uomo, dunque nel mistero del Cristo e nella contemplazione. La contemplazione nutre la nostra capacità di amare in tutti i sensi del termine, compreso l’eros che trova la sua pienezza nell’immagine del matrimonio».

Proprio trattando dell’amore coniugale a immagine di quello divino, l’enciclica sottolinea che questo legame non trova quasi paralleli fuori dalla letteratura biblica. Una rivendicazione della forza originale della concezione cristiana dell’amore?
«Certamente. È nella tradizione cristiana che si trova questa pienezza possibile, questa pienezza d’amore che ci è offerta e che viene da Dio. È essa che ci coglie e ci rende capaci a nostra volta di muoverci in questa realtà. In modo molto più umile, beninteso».

Cosa pensa della frequenza di citazioni e immagini tratte dall’Antico Testamento?
«Sono rimasto molto colpito da quest’aspetto, anche perché rivela in modo limpido l’unità fra i due Testamenti. Diventa chiaro anche che non è possibile separare del tutto il cristianesimo dal giudaismo. Allo stesso tempo, ciò che il giudaismo elabora nel quadro di un popolo, si estende nel cristianesimo all’umanità intera».

In che senso, questa compresenza di Antico e Nuovo Testamento può essere considerata importante oggi?
«È un elemento molto importante e mi pare che quest’enciclica metta le cose al loro posto. Essa situa il cristianesimo rispetto al giudaismo che è stato come la sua culla. Al contempo, viene chiarito il contributo direi quasi di tutte le grandi tradizioni umane alla concezione dell’eros, mostrando la parzialità di questi apporti rispetto alla pienezza di un eros inseparabile dall’agape. Senza dimenticare la philìa, che esprime più l’amicizia, ricordata in passaggi molto efficaci dell’enciclica».

Sant’Agostino è citato più di una volta. Qual è il posto della teologia agostiniana in quest’enciclica?
«L’influenza di Agostino è certamente importante. In particolare, c’è una frase determinante di Agostino, citata e non lungamente sviluppata nell’enciclica, secondo cui l’amore è un’espressione, un riflesso, un’immagine della Trinità».

Che impressione generale le ha lasciato la prima lettura?
«Una grande gioia. Confesso che in generale lo stile delle encicliche mi è un po’ estraneo. Ma mi sono del tutto trovato come a casa mia in questa prima parte. Più volte, mi sono semplicemente detto: com’è bello e vero, è proprio così!».