Discorso stringente e senza ombre

RITAGLI   L'arcobaleno spuntò sull'orrore senza pari   DOCUMENTI

Arcobaleno ad Auschwitz: segno di pace e di speranza...

Gian Maria Vian
("Avvenire", 30/5/’06)

È una lunga preghiera il discorso che Benedetto XVI ha pronunciato domenica ad Auschwitz-Birkenau, luogo emblematico dell'orrore in cui è sprofondato il Novecento e dove per la seconda volta è arrivato pellegrino un vescovo di Roma. Che in entrambe le occasioni si è rivolto a Dio, davanti alla memoria di milioni di vittime annientate dai carnefici nazisti, per ottenere il perdono e la riconciliazione, implorando che siano evitate in futuro ecatombi tanto spaventose.
Nel 1979 era stato il pontefice "figlio del popolo polacco" a varcare il cancello del campo della morte, accompagnato "tra i tanti vescovi" dall'allora giovane cardinale arcivescovo di Monaco-Frisinga, che l'anno successivo - nel 1980 - vi sarebbe poi tornato con altri confratelli tedeschi, «sconvolto a causa del male e grato per il fatto che sopra queste tenebre era sorta la stella della riconciliazione». E così, è toccato ora a questo "figlio del popolo tedesco", Joseph Ratzinger, compiere con nuovi significati il viaggio nelle tenebre più spaventose della modernità.
E tuttavia, in questo luogo tenebroso di morte e «di accumulo di crimini contro Dio e contro l'uomo che non ha confronti nella storia» descritto con le parole del salmista, Benedetto XVI ha visto sorgere - come l'arcobaleno che domenica non voleva dissolversi nel cielo - la luce della riconciliazione. Che oggi è nuovamente urgente, in un mondo minacciato dal «potere dell'odio», dalla «violenza fomentata dall'odio» e da «forze oscure», con precisione descritte dal vescovo di Roma: «da una parte, l'abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall'altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui».
Di fronte a questi nuovi pericoli, Benedetto XVI ha lanciato un appello perché gli uomini si ravvedano e abbandonino la violenza, che «non crea la pace, ma solo suscita altra violenza», a causa della quale tutti possono soltanto perdere. «Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell'amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell'irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio».
Benedetto XVI sa bene, e l'ha detto chiaramente, che «il passato non è mai soltanto passato». E nella sua invocazione - che ha la forza drammatica delle parole dei profeti d'Israele - s'è dichiarato sgomento per essere «figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde», al punto che lo stesso popolo tedesco «poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio». Una distruzione che fu rivolta specialmente contro il popolo ebraico, colpito da una "shoah" ("tempesta che travolge tutto") destinata ad annientarlo, per uccidere il Dio di Abramo e strappare così «anche la radice su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell'uomo, del forte». Il buio di questa notte del mondo è però stato rischiarato dalle luci dei martiri, quei «testimoni della verità e del bene» che ci hanno insegnato «a riconoscere il male come male e a rifiutarlo». Sicuri che dalla "valle oscura" l'umanità sarà condotta, come canta il salmo, nella casa del Signore.