I MONACI IN PIAZZA

Alessandra Aresu, "sinologa" e docente all’"Università Bicocca" di Milano,
denuncia il rischio che i "Giochi" sfuggano di mano a Pechino:
«Per la Cina sono una "vetrina", un’occasione per crescere
e avere un maggior ruolo internazionale.
Ma sono anche un "palcoscenico", per chi vuole emanciparsi dal regime».

RITAGLI    «L’effetto "boomerang"    SPAZIO CINA
incombe sulle Olimpiadi»

Per l’esperta «concessioni fatte a seguito di manifestazioni non autorizzate
in Tibet, renderebbero il "Partito" vulnerabile ad altre pretese.
E a ulteriori "destabilizzazioni" future».

Giovane monaco tibetano: manifestazione, in preghiera...

Stefano Vecchia
("Avvenire", 16/3/’08)

Il fattore "etnico" e il timore dei tibetani di essere "soverchiati" dall’immigrazione è alla base della protesta di Lhasa. Una protesta caratterizzata dalla presenza, accanto ai monaci, della popolazione civile. A dare questa "chiave di lettura" dei fatti di Lhasa è Alessandra Aresu, "sinologa" e docente di "Istituzioni e cultura cinesi" presso l’"Università Bicocca" di Milano.

Il Tibet è in rivolta. Era prevedibile?

Al di là di altre valutazioni sulla "prevedibilità" o meno dei fatti di questi giorni in Tibet, alla base del problema ci sono due fattori: il primo è, indubbiamente, la crescente "pressione demografica" "Han" in aree "non Han". Il Tibet è regione che per storia e tradizione aveva una maggioranza di popolazione tibetana e per questo motivo è ora a rischio di "instabilità". Stanti le necessità di controllo di Pechino sulla "Regione autonoma tibetana", la scelta è stata quella di controllarla attraverso l’invio crescente di popolazione "Han". Oggi è sotto gli occhi di tutti come Lhasa sia un realtà non più tibetana, dove tutto è "sinizzato", salvo il centro conservato come fosse un "museo". Posso dire che, osservando il flusso di migrazione "Han", per entità e caratteristiche, questo non poteva che essere vissuto dai tibetani in maniera insofferente. Il secondo fattore è quello religioso. I motivi non possono essere "scissi" ma sono "fotocopia" uno dell’altro. Da quello che si sa allo stato attuale, appare che a Lhasa non siano stati solo i monaci a mobilitarsi. Questo è un fatto eccezionale e credo dimostri ulteriormente l’insofferenza verso gli immigrati e l’"omologazione", che hanno accresciuto il disagio di quanti non erano strettamente legati al fenomeno religioso. Come i commercianti nel centro di Lhasa, che oggi sono parte attiva nella protesta.

Pechino che si avvia alle "Olimpiadi" ha su di sé gli occhi del mondo. Questo potrebbe influire sulla risposta alle proteste?

Il fatto che questi fatti si registrino in vista delle "Olimpiadi" mi stupisce poco. Proprio perché la Cina ha una quantità di "nervi scoperti", di realtà sensibili legate al centro per vari motivi. Se da un lato l’occasione delle "Olimpiadi" è per Pechino una "vetrina", occasione per il paese per crescere e per avere un maggior ruolo internazionale, è diventata una "vetrina" anche per chi ha "dimostranze" da "esplicitare". "Olimpiadi-boomerang", perché in queste realtà un movimento di protesta come quello dei tibetani non può non passare inosservato.

La Cina avrebbe la volontà di giocarsi il tutto per tutto, pur di non concedere spazi alle richieste dei tibetani?

Io posso esprimere una riflessione, considerando due aspetti maggiori. Da un lato occorre pensare che il mondo guarda alla Cina per le "Olimpiadi", "Olimpiadi" concesse al paese anche a seguito dell’impegno a rispettare alcune condizioni per libertà civili e diritti umani. Chiaro che le "Nazioni Unite" possano avere un loro ruolo nella situazione in corso e che il rischio di "guastare" i rapporti internazionali è grave e in prospettiva "deleterio" per la Cina. D’altro canto, fare concessioni specifiche ai tibetani, potrebbe essere un precedente assai grave. Accettare concessioni ottenute a seguito di manifestazioni non autorizzate, vorrebbe dire mettersi nella condizione che altri gruppi possano avanzare pretese, creare le premesse per ulteriori "destabilizzazioni" future. Qualunque sia il passo, occorre mettere in serio conto conseguenze "rischiose".