I DUE DISCORSI

RITAGLI   AMORE APPASSIONATO PER L'ITALIA   DOCUMENTI

Marco Tarquinio
("Avvenire", 21/11/’06)

Solennità, e spirito di collaborazione. Sobrietà, e riflessioni profonde e impegnative. Cordialità, ed eloquente consonanza di preoccupazioni e accenti. Il senso della visita di Stato che il Presidente della Repubblica ha reso ieri al Papa può, forse, essere tratteggiato così. Ma ancor di più attraverso le complementari declinazioni del concetto di "unità" che hanno finito per costituire parte essenziale dei messaggi ufficiali che Benedetto XVI e Giorgio Napolitano si sono scambiati. In un incontro segnato dalla consapevolezza dell'esemplare qualità delle relazioni tra Stato e Chiesa nonché dalla riaffermazione serena di ciò che è di piena e solare evidenza: la «piena distinzione», l'«indipendenza» e la «sovranità» dell'uno e dell'altra. Un «principio laico» ricordato sia dal capo dello Stato sia dal Pontefice e da entrambi coniugato con un appassionato amore per l'Italia, motore primo - secondo lettera e spirito concordatari - della «reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese».
È in un clima così che si riesce ad alzare lo sguardo e a scrutare le sfide del futuro. E questo è esattamente quel che è accaduto ieri. Papa Ratzinger ha invitato, ancora una volta, a concentrare l'attenzione sull'essere umano «destinatario e partecipe della missione salvifica della Chiesa» e «cittadino dello Stato». E ha ricordato che è «nell'uomo che queste due società si incontrano e collaborano per meglio promuoverne il bene integrale». Ecco, allora, una prima declinazione del concetto di "unità", da continuare a riconoscere e a nutrire attraverso il rispetto rigoroso della libertà religiosa e di coscienza. E, subito, eccone una seconda - avviata dal Papa e ripresa, poi, esplicitamente dal Presidente - che potrebbe aiutare a riflettere i protagonisti di certe ingiuste polemiche anti-cattoliche: non si può immaginare di sminuzzare la libertà religiosa restringendola alla sfera privatissima dei diritti del singolo, il fatto di fede ha una naturale e insopprimibile proiezione sociale (e, dunque, pubblica) che va compresa e non può essere travisata. La terza declinazione del concetto di "unità" offerto ieri da Benedetto XVI è, infine e conseguentemente, quella valoriale. Come già al
Convegno nazionale ecclesiale di Verona, il Pontefice ha ricordato che l'indispensabile bussola dei «fedeli laici» che agiscono in politica è rappresentata da «valori e principi antropologici ed etici, che sono radicati nella natura stessa dell'essere umano», e che «il retto uso della ragione» porta a conoscere e riconoscere. Tant'è che la «gran parte» dei valori che impegnano i cattolici per la tutela della vita umana, la pace, la giustizia, la promozione della famiglia «sono proclamati dalla Costituzione italiana», e coincidono, quindi, con l'elaborazione compiuta da «uomini di diverse posizioni ideali».
Il Papa non si stanca, insomma, di rammentarci che le pietre di paragone davvero sentite come tali nelle nostre società sono il risultato del grande umanesimo generato dall'incontro tra ragione e fede cristiana. Ed è su questa base che si sviluppa, distinta ma niente affatto distante, la riflessione del presidente Napolitano. Che parte dall'ansia di "unità" per un'Europa che sappia parlare «con una sola voce e riconoscendosi in grandi valori condivisi, che riflettono il ruolo storico e la sempre viva lezione ideale del cristianesimo». E che culmina nell'affermazione forte dell'«esigenza pressante ed essenziale» di riconoscere e preservare quel «fondamento etico» senza la quale l'azione politica perde inesorabilmente anima, serenità ed efficacia. Una declinazione del concetto di "unità" questa, che il capo dello Stato considera base necessaria dello sforzo «di ascolto e di dialogo», tra i poli e col Paese, per costruire «soluzioni valide, ponderate, non partigiane» ai grandi problemi dell'Italia e degli italiani (a cominciare, significativamente, da quelli «del sostegno della famiglia, della tutela della vita e della libertà dell'educazione») e per «rinsaldare» un'altra "unità", quella «della Nazione». Il suo «principale assillo», rivela lo stesso Napolitano, e un altro terreno di lavoro comune tra Stato e Chiesa. Centotrentasei anni dopo Porta Pia, ci voleva un grande laico, il primo capo dello Stato proveniente dalla storia del comunismo italiano, per riconoscerlo. E per dirlo chiaro e tondo.