IDEE

Dopo l'importante discorso di Ratisbona:
il nesso fra Bibbia e mondo greco, tra fede cristiana e pensiero,
ha posto le basi della civiltà.

RITAGLI   La ragione aperta di Ratzinger   DOCUMENTI

Benedetto XVI è convinto che le radici prime dell’Europa partono già da qui,
da questo incrocio tra l’orizzonte monoteista orientale e il mondo classico.
L’invito alla cultura occidentale per un «nuovo illuminismo»,
intriso di una razionalità non chiusa di fronte al divino,
che s’innesti nel dialogo fra le culture e le religioni.

Paola Ricci Sindoni
("Avvenire", 14/9/’06)

Nel suo colto ed intenso Discorso tenuto martedì all'Università di Ratisbona, Benedetto XVI fa esplicito riferimento ad un evento storico e culturale, decisivo ai fini di un corretto incontro tra fede biblica e mondo greco, ricordando quando ad Alessandria, intorno al 250 a. C., un gruppo di studiosi - la leggenda ne nomina "settanta" - intraprese la complessa opera di traduzione della Bibbia ebraica. L'accenno a questo evento straordinario, non certo citato per pura erudizione storiografica, sorge dal convincimento che le radici dell'Europa cristiana partono già da qui, da questo incrocio rischioso ma esaltante tra l'orizzonte orientale, legato al particolarismo del popolo giudaico, depositario di una tradizione sapienziale e religiosa di fede monoteista, e l'ambiente multiforme e culturalmente fecondo del mondo greco. Benedetto XVI accenna giustamente al fatto che qui non si trattò di una semplice traduzione - quasi fosse semplice traghettare le radici semantiche di una lingua lontana verso il sistema linguistico ellenico - quanto di una contaminazione interpretativa, capace di rendere intelligibile sia al greco che al giudeo il grande racconto di un Dio che ha voluto rendersi presente nella vita degli uomini, incrociando la loro storia con i segni della giustizia e della misericordia. Questa aspirazione all'intelligibilità e alla chiarezza divenne così evidente anche nei dettagli, dal momento che momenti della vita palestinese, fissati nel testo biblico, furono sistematicamente sostituiti dalle condizioni di vita dell'Egitto ellenistico.
Al di là dei problemi critici connessi a questa incredibile impresa intellettuale, dove traduzione e interpretazione furono miscelati in modo audace, resta il fatto sorprendente che per la prima volta giunse al suo apogeo la speranza nell'adempimento del voto fatto da JHWH ad Abramo: «E in te si diranno benedette tutte le tribù della terra» (Gen 12,3). Finalmente anche i pagani potevano leggere la Scrittura, dettata nel Monte Santo da Dio, intravedendo in essa un messaggio universalmente accessibile in questa traduzione in greco, la lingua universale della civiltà mediterranea, la lingua delle grandi città e delle civiltà che qui si sarebbero sviluppate ad opera del Cristianesimo.
Attraverso la "Septuaginta", del resto, la contaminazione linguistica si diffuse in tutto il mondo europeo, eco profonda del vicino Oriente antico nel linguaggio dell'Occidente, che finì per costituire la base semantica di tutte le successive culture dell'Europa. Questa vicenda storica sembra assumere agli occhi di Benedetto XVI un'enorme valenza simbolica: il mondo della fede biblica e l'orizzonte della razionalità greca infine si incontrarono, dando già l'immagine di un percorso che non solo avrebbe segnato le tappe della millenaria civiltà europea, ma avrebbe anche indicato in modo paradigmatico che fede e ragione - quando siano intese e vissute nella loro profonda e reciproca implicanza - sono al servizio del destino umano e sociale dell'umanità, generando vita e cultura, più che conflitto e violenza.
Non si tratta infatti - come il Papa sottolinea più volte in questo Discorso - di delimitare gli ambiti della loro autonoma competenza: fede come ambito del sacro, ragione come sfera della vita profana. Quando queste due dimensioni camminano da sole sono destinate a produrre disastri: una fede cieca, priva di intelligibilità, brucia ogni possibile immagine di Dio producendo violenza e intolleranza nei rapporti personali e sociali. Quando al contrario la ragione, disprezzando la fede, si erge ad unica garante dell'interpretazione e del senso della vita, cacciando fuori Dio dalla propria prospettiva, non fa che sconvolgere ogni possibile verità sull'uomo e sul suo mondo, come la storia drammaticamente dimostra.
Bisogna, perciò, rivederne i possibili rapporti, come Benedetto XVI ha sempre illuminato nella sua pratica intellettuale e pastorale: legare una possibile ragione allargata, che potenzi le capacità critiche e comprensive di ogni uomo, con una fede matura, libera da pregiudizi e chiusure, così da preparare il fertile terreno di incontro fra le diverse religioni. La parte finale del Discorso di Ratisbona sembra puntare a questo difficile ma ineludibile appuntamento: l'emergere di religioni diverse nel contesto planetario del terzo millennio va anche oggi praticato e vissuto come la sfida esaltante di una avventura iniziata più di ventidue secoli fa, quando ad Alessandria d'Egitto un gruppo di studiosi intrapresero un'opera destinata a far incontrare mondi e culture differenti fra di loro, ma capaci infine di interagire, dando vita alla straordinaria civiltà dell'Europa.