RIFLESSIONE

RITAGLI    Missione: inviati, non propagandisti    MISSIONE AMICIZIA

L’annuncio non è un problema di linguaggio o di fatti da mostrare.
Ma esprime la relazione profonda con un Dio che manda a suo nome.

Pierangelo Sequeri
("Mondo e Missione", Dicembre 2007)

Pubblichiamo l’estratto di un intervento tenuto dal teologo Pierangelo Sequeri, docente alla "Facoltà teologica dell’Italia settentrionale", durante una conferenza sul tema «Teologia e missione» svoltasi al "Centro Pime" di Milano. Il testo non è stato rivisto dall’autore.

Di fronte all’urgenza della missione evangelizzatrice della Chiesa sono due gli atteggiamenti ricorrenti. Il primo viene espresso in questo modo: la missione oggi è un problema di linguaggio. Si pensa che su di noi gravi un problema di “fraintendimento”; si ha come la sensazione che se solo si trovassero le parole giuste si arriverebbe allo scopo. Ci si interroga perciò continuamente su «come parlare ai giovani» o «come parlare all’uomo contemporaneo», come se i cristiani non avessero un linguaggio comprensibile o non fossero anch’essi «uomini contemporanei». Non si ha il coraggio di dire che non abbiamo risolto il problema vitale della teologia: non la questione del comunicare, ma quella del pensare. Abbiamo un pensiero del cristianesimo “rozzo”, molto opaco. Questa è la vera questione della teologia.
C’è poi un secondo atteggiamento nei riguardi della missione: nell’intuizione - magari un po’ vaga e confusa - che il problema del linguaggio sia una specie di «araba fenice», si pensa che la missione sia, nella sua sostanza, non un problema di linguaggio, ma questione alternativa ad esso. Viene il sospetto di essersi inutilmente accaniti nel pensare, nel formulare idee e nel trasmettere parole. La missione cristiana - si pensa - è invece questione di fatti, di cose, di rapporti che possono farsi strada in alternativa alla parola. Quasi suggerendo all’interlocutore che, per avvicinarsi al mistero cristiano, si deve fare un salto oltre la parola, verso l’ineffabile, e rivolgersi all’«esperienza vissuta».

Questi modi di sentire riflettono un disagio, esprimendolo però in modo astratto. Trasformano il problema della missione in un problema di metodo. Ho la sensazione che le Chiese, anche la Chiesa cattolica, siano pervase dalle «questioni di metodo»; si parla, di volta in volta, di metodo dell’evangelizzazione, della catechesi, di metodi di preghiera, di spiritualità… e di missione cristiana. Continuiamo a pensare al problema del linguaggio e dell’esperienza e ci facciamo istruire troppo poco dalla parola dell’Evangelo su ciò che è in gioco nell’evangelizzazione.
La missione non è «il problema del linguaggio applicato al cristianesimo» o «il problema dell’esperienza del senso applicata al cristianesimo». Il Signore Gesù in alcune occasioni non vuole che parlino di lui e dei miracoli che compie. Il miracolo - allora come oggi - è sottoposto al rischio di una testimonianza contraria a quella intesa da Gesù. Il miracolo come argomento per l’incantamento delle folle, come arma polemica per far tacere l’interlocutore, sono significati contrari all’Evangelo di Gesù, ma spesso fin da allora ritenuti molto congruenti con la missione evangelizzatrice. In quest’ottica non c’è differenza tra la guarigione di un lebbroso e lo svolazzare di Gesù sul pinnacolo del tempio: l’effetto è comunque garantito. Per Gesù la differenza è invece decisiva: guarire il lebbroso è atto dell’evangelizzazione; buttarsi dal pinnacolo del tempio, è un gesto del Satana.
Facciamo un passo indietro nella tradizione biblica individuando il legame fra due concetti: memoria e comandamento. Prendiamo come riferimento due testi in particolare: il primo è nel libro del Deuteronomio ai capitoli 5 e 6, il secondo è il luogo in cui viene istituita l’Eucaristia, che è proprio la radice della missione, l’invio dopo aver visto il Signore risorto. Questi due testi ci dicono che l’invio deve essere autorizzato, perché non sia parlare semplicemente di sé. Oggi, parlando di Gesù e dell’Evangelo, parliamo troppo di noi. Si è attenuato il senso del comandamento, dell’autorizzazione, appunto. E invece è proprio questo atteggiamento a fare da termine medio fra la memoria - che è il luogo nel quale si custodisce fedelmente la parola, l’azione, la vita e la persona del Signore - e la missione, che è il modo nel quale la relazione col Signore si dispiega a vantaggio di terzi. La missione è il dispiegarsi della relazione con il Signore, non della propaganda religiosa o della istituzione ecclesiastica.

Nel libro del Deuteronomio c’è il famoso modello della preghiera di Pasqua dove c’è l’interrogatorio rituale. Quando il tuo bambino ti domanderà: «Perché‚ dobbiamo fare queste cose?», tu gli risponderai: «Perché‚ figlio mio, una volta non eravamo nessuno, non avevamo una terra, una casa, non avevamo più nemmeno il coraggio di mettere al mondo dei figli perché li prendevano altri per farli lavorare per loro. Ci sembrava di averli già condannati a morte. E invece, grazie a questo Dio, abbiamo trovato una terra, una casa e adesso abbiamo una tavola dove celebrare la Pasqua in pace. Se questo Dio ci chiedesse di camminare sulle mani, ti giuro, figlio, che io, tuo padre, all’età che ho, camminerei sulle mani». Questa è una risposta. Non «perché‚ è così» o «perché‚ è prescritto così».
Sarebbe già molto se noi potessimo concepire la missione come il dispiegarsi della relazione col Signore, la cui memoria è il grembo che - nella preghiera, nella celebrazione dell’Eucaristia, nella lettura delle sacre Scritture - sempre si ravviva. Un dispiegarsi vitale: non è solo linguaggio o esperienza, ma è musica, danza, anche equazioni di secondo grado, se necessario. Ed è un dispiegarsi a favore di terzi: se ha anche solo un vago sentore di minaccia, non ha trovato la sua forma. Il dispiegarsi della relazione con il Signore è anche un giudizio sul mondo, ma la sua ragion d’essere è di essere a favore di terzi. La memoria custodisce l’idea che il Signore vuole essere seguito, non subìto. Racchiude il senso di una relazione lungamente custodita, di una relazione desiderata, che ci tiene in vita, una relazione in cui ci sentiamo amati.
Il cristianesimo “manageriale” della missione ci sta portando all’“asfissia”. Per questo il dispiegamento ha bisogno di un termine medio. Altrimenti la memoria viene come «inglobata» dal testimone, che “di-spiega” se stesso, cosicché - a priori - tutte le cose che fa sono opera della missione. La Chiesa parla di sé e dice: «Tu mi guardi e praticamente... ecco il Signore». Non è così facile. Come avviene per i discepoli di Emmaus, tra la memoria che coltivano e la capacità di essere memoriale di Gesù a favore di terzi, il termine medio è l’assimilazione del senso del Crocifisso. Non come generica teologia del dolore; piuttosto come scoperta che la forma propria del Crocifisso è la libera obbedienza di Gesù a un comandamento che viene dal Padre e che dice: «Chi vuole rappresentare Dio, in qualunque modo lo rappresenti, lo deve rappresentare nell’atto di dare la vita».
Piuttosto che trasformare la missione in propaganda, come se le opere cristiane rappresentassero automaticamente le opere di Gesù, è meglio... innaffiare i fiori. Infatti rappresenta Dio ogni gesto, anche piccolo, che sia capace di mostrare in se stesso di essere un atto di «dare la vita» a qualsiasi cosa: dare la vita a un fiore, a un figlio, a un affetto, dare la vita guarendo un lebbroso, mandando via qualcuno pacificato che «rinasce», rifiorisce, appunto. E se proprio non c’è un altro modo, piuttosto che affermare la missione negando una vita, piuttosto che rappresentare Dio attraverso la soppressione di una vita, non resta che dare la propria.

Nemmeno la morte del testimone è la rappresentazione di Dio, ma la vita che questa morte lascia all’altro. Pur di salvare quella rappresentazione di Dio che lo vede sempre in atto nella salvezza della vita, il Figlio (ma anche il buon discepolo) è disposto anche a dare la propria. Questo passaggio ha bisogno di essere autorizzato, di avere la forma del comandamento. Per il cristiano , ogni giorno l’atto della missione vuole ritrovare la letizia dell’essere autorizzato, dell’essere in qualche modo al riparo dall’idea di essere voluto in una (forse) generosa volontà di potenza, di efficacia a favore dell’Evangelo, ma che in realtà è un atto di “auto-rappresentazione”. Si pensa: «Siccome noi ormai siamo Chiesa, e quindi testimoni, qualsiasi buon fine, purché vada da quella parte, è rappresentazione di Dio». Non è così.

La mediazione del comandamento significa che gli apostoli devono ogni volta essere inviati, che le figure e le forme dei ministeri e dei carismi devono ogni volta essere donate, cosicché io mi ricordi che quello che ho da dare non è mai me stesso, ma qualcosa che mi è dato. La missione non deve mai diventare «colonizzazione» dell’altro, dove io mi allargo. La nostra equazione è semplice: io porto il Signore in me e, quando mi allargo, si allarga anche il Signore. Il Signore, al contrario, viene portato solo quando si è in grado di ascoltare - prima di tutto per se stessi - un’autorizzazione a fare memoria di Lui in quel modo.
Il Figlio non dà la vita per uno spontaneo slancio del cuore. Il Crocifisso non è un fanatico, non è un “ossesso”, non pensa affatto che Dio sia lodato quando l’uomo soffre. Il Crocifisso sa che quella morte - più di una volta rifiutata prima, come ci dice l’Evangelo - , è accolta esattamente nel momento in cui viene autorizzata e quindi anche chiesta. In quel momento, pur essendo la morte sempre un atto criminale e mai una grazia, essa diviene comandamento e forma in cui Dio ha trovato la strada per trasformarsi nella rappresentazione di una vita donata.