La parola speranza, filigrana del convegno

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per rompere l’autolesionismo

"Logos" e "laici": due parole, una trama.
Per far rimbalzare, dalla prolusione del cardinale Tettamanzi,
un impulso forte a tutti quelli come noi.

Pierangelo Sequeri
("Avvenire", 17/10/’06)

Due parole, una trama. Per far rimbalzare, dalla prolusione del cardinale Dionigi Tettamanzi al Convegno di Verona, un impulso forte a tutti quelli come noi. Quelli che tendono l’orecchio in attesa di messaggi belli e forti, e di spiriti pensosi e vitali. Dio sa se ne abbiamo bisogno. Ma anche per rimandare un’eco d’ascolto a tutti coloro che gli spiriti li vedono e li toccano, perché sono lì anche per noi.
La prima parola è "logos". Una parola forte, di per sé anche un po’ "dotta". Però la nostra platea è preparata. Il Papa Benedetto sta cercando in tutti i modi di appassionarci a questa parola, "logos". Essa vale, nel nostro linguaggio cristiano, per il Signore nel quale speriamo e crediamo. Il Figlio è "il" Logos di Dio, Gesù è il Logos fatto uomo. Questo nome di Dio, per noi così caro, viene da una parola-chiave per la formazione della nostra cultura europea, potremmo dire per la forma stessa del nostro pensiero. La parola greca vale comunemente come "parola" e come "ragione". Ma nella sua storia e nelle sue radici, convivono significati il cui intreccio è straordinariamente suggestivo. Vale infatti come proporzione, ponderazione, "misura"; ma anche come discernimento, intelligenza, indicazione di senso. In essa confluisce anche il significato di legare e collegare, raccogliere e ordinare. Ma al tempo stesso indica anche le parti più belle e forti della capacità di creare combinazioni e forme giuste, intuire relazioni e rapporti profondi, portare alla luce affinità nascoste e nessi impensati. In una parola, l’intelligenza e gli affetti, nelle loro espressioni migliori, hanno questo in comune col logos: la capacità di riconoscere e creare buoni rapporti.
Il cardinale Tettamanzi l’ha messa nel punto giusto. Dando per acquisiti «i contenuti caratteristici della speranza cristiana», ha indicato che la «scommessa più forte», per questa nostra società "liquida" e in crisi di "esaurimento", è «la dimensione escatologica della fede», ossia la sua apertura al compimento destinato per l’uomo. La speranza cristiana di questo compimento non è la semplice attesa della conclusione della vita e del mondo. Essa dona spirito e verità, carne e sangue, per «il fine, il senso, il logos della vita dell’uomo». La speranza cristiana «entra, abita, plasma e trasforma l’esistenza quotidiana». Dio ha dato il suo Logos per la vita del mondo. La speranza cristiana riconcilia con il logos del mondo della vita. La testimonianza cristiana sbarra la strada alla stupidità dell’autolesionismo nel quale ci stiamo macerando: fra la "morte di Dio" e la "fine della storia". Già ora. Per noi e – soprattutto – per la generazione a venire. Alla quale stiamo insegnando la rassegnazione di una vita esangue e senza logos: al tempo stesso senza opere d’intelligenza e senza legami di affetti, nei quali si rende appassionata e indelebile la traccia della nostra iniziazione alla vita.
La seconda parola è "laici". E qui l’impulso è al riscatto cristiano della parola e della cosa. "Laico" è termine che prende una piega contraddittoria – storicamente e culturalmente – quando significa la condizione del cittadino moderno che conquista la sua libertà e la sua dignità, perché sceglie il "logos" e abbandona la "fede". La parola del cardinale qui, è semplice ed essenziale. Le parole che si doveva, sono state dette. Le chiarificazioni che erano necessarie sono state svolte. È tempo che lo spessore umano della qualità spirituale credente – che restituisce spessore all’uomo "liquido" di questo Occidente un po’ disfatto, sulla soglia di diritti e libertà interamente inghiottite dall’autoreferenzialità del godimento – si mostri sul campo. Sapori e legami del logos, che vivono l’umano che è comune, sono il nostro luogo di esercizio: la trama decisiva della storia è sempre quotidiana, nella sua essenza. Uomini e donne che la raccontano lietamente anche per noi, fin troppo silenziosamente e da fin troppo tempo, vengano generosamente riconosciuti, conciliati, incoraggiati. Fino a che ci sono laici, immensa rete del Signore, che è forte anche a maglie larghe, c’è una Chiesa cristiana e cattolica come deve essere. E finche c’è in essi appassionata alleanza di fede e logos, c’è speranza per tutti.