A NASIRIYAH IERI E OGGI

RITAGLI   NON PER SOLDI MA PER GLI SGUARDI DELLA GENTE   DIARIO

Barbara Schiavulli
("Avvenire", 3/5/’06)

Il modo migliore per ricordare i nostri caduti è continuare a lavorare. Così diceva ieri il maggiore Mele, portavoce del contingente italiano a Nasiriyah, mentre a Roma si svolgevano i funerali dei tre commilitoni uccisi da un ordigno piazzato su una strada irachena. Nella sua voce c'era - lo posso dire, scrivo dall'Iraq - compostezza e orgoglio, passione e dolore. Una cosa sembra chiara, il male, la morte non fermano nessuno. «Il cuore dell'Italia è qui», diceva negli stessi minuti, monsignor Bagnasco a migliaia di chilometri di distanza, durante l'omelia a Roma. Era lì certo, nella basilica di Santa Maria degli Angeli, il cuore dell'Italia perché è anzitutto a Nasiriyah, con questi soldati che ieri hanno raccolto a forza la loro pena, hanno ricacciato indietro le lacrime, si sono allacciati i giubbetti antiproiettile percorrendo 110 chilometri per portare tende, letti, bagni e un generatore in un campo profughi. Non deve essere stato facile montare sulle solite camionette, andare di strada in strada sapendo che da un momento all'altro potrebbe accadere di nuovo. Quel rumore sordo e quell'inferno che uccide.
«Non c'è rabbia - dice Mele - tanto dolore ma non odio, questi ragazzi sono forti, sono disciplinati». È il loro lavoro, si sa che in qualsiasi momento, in una regione come questa, può accadere qualcosa di brutto. Tutto quello che ti circonda non parla che di questo rischio. Eppure si arriva, si resta, si lavora. E con convinzione. Non perché si guadagna o perché si è soldati, ma perché è l'insieme di questo luogo che ti chiama, che ti chiede aiuto. Lo leggi negli sguardi della gente, nel loro bisogno di tutto, dall'elettricità a un semplice sorriso, da un farmaco a una stretta di mano.
In Italia si discute molto, e in qualche caso si polemizza, sulla permanenza o sul ritorno del contingente, sul restare o sul partire. Per i militari sono questioni meramente politiche. Una volta sul posto - e Nasiriyah non è un luogo facile, con le sue paludi, le sue sabbie, il sole cocente e il caldo soffocante - si deve fare il meglio possibile. A Nasiriyah adesso ci sono sedici ore al giorno di elettricità invece delle quattro del 2003, ci sono ospedali che funzionano, strade percorribili, scuole aperte, progetti di ricostruzione, di sicurezza, di mantenimento. In dicembre si sono tenute le elezioni con un'affluenza dell'85% e nemmeno un incidente. Nasiriyah non ha le difficoltà di Baghdad, ma molti iracheni pensano che nel momento del ritiro italiano la violenza contagerà anche la loro provincia. Come un buco nero che si allarga e inghiottisce tutto.
Roma e il Paese intero si sono stretti intorno ai soldati uccisi, intorno alle loro bare sommerse di fiori e di gente: i loro nomi sono conosciuti perché adesso non ci sono più.
A Nasiriyah restano oltre 2000 ragazzi in divisa. Ogni giorno si alzano, affondano i piedi gonfi dal caldo negli scarponi e fanno fronte alle incombenze che li attendono: di loro speriamo di non dovere mai conoscere il nome, comunque la si pensi su questa guerra. La storia non è mai tutta bianca o tutta nera, bisogna destreggiarsi nelle sfumature, e dalle situazioni peggiori tirare fuori il meglio. Il che può significare stare in Iraq a curare un bambino o a scoprire un deposito di armi dei miliziani; può voler dire perdere una vita per salvarne tante altre. Solo così si dà senso al fatto che qualcuno di noi è morto in Iraq.