Le sorti del cattolicesimo e il convegno di Verona

RITAGLI   Possiamo tornare a sperare   DOCUMENTI

Lucetta Scaraffia
("Avvenire", 21/10/’06)

Il discorso di Benedetto XVI al convegno di Verona ha sottolineato il ruolo speciale della Chiesa italiana nei confronti dell'Europa per la presenza capillare e attiva dei cattolici che la caratterizza. Si sa che proprio per questo l'Italia costituisce una eccezione felice nel panorama dell'Europa occidentale, e il Papa ha così voluto rovesciare il giudizio storico-sociale espresso in proposito dal mondo laico, per cui questo dato costituirebbe carattere "residuale" in un paese come il nostro, per altri aspetti decisamente moderno, rivalutandolo invece come un inizio positivo da cui partire per una nuova evangelizzazione dell'Europa.
Chi siano i cattolici sui quali Benedetto XVI fa tanto conto, e ai quali raccomanda "di risvegliare il coraggio delle decisioni definitive", si poteva comprendere solo partecipando ai lavori di gruppo, che hanno occupato circa la metà del tempo complessivo del convegno. I gruppi non erano stati pensati anzitutto come luoghi di dibattito, ma di testimonianze da condividere e da trasformare in progetti per il futuro e proprio per questo hanno parlato tutti i partecipanti e non solo i più agguerriti e abituati al confronto dialettico. In sostanza, il lavoro dei gruppi è stato un censimento capillare dell'impegno dei cattolici italiani "sul campo": e ne è emerso un gigantesco lavoro di "riparazione" delle ferite che la società moderna e, più in generale, la vita, provoca nella società e negli esseri umani. Ci si è resi conto che decine e decine di migliaia di persone generose e coraggiose cercano di "riparare" i danni provocati dall'usura, dalla disoccupazione, dal lutto, dallo sfascio delle famiglie, dall'emigrazione, dalla sofferenza fisica, dalla solitudine. Ma anche di riparare alla mancanza di trasmissione della tradizione cristiana - oggi quasi completamente sconosciuta a più della metà dei ragazzi italiani - nonché all'assenza della stessa nella quotidianità del lavoro e della festa.
Sono state offerte testimonianze preziose di dedizione personale, di passione per il campo di azione scelto, o più spesso imposto dalle situazioni in cui si trovano a vivere, di cui il valore spirituale, e non solo sociale, era ben avvertibile anche se quasi sempre espresso in un linguaggio poco comprensibile al di fuori del mondo ecclesiale.
Certo, il rapporto fra questi interventi e le relazioni generali, o quelle che hanno aperto il lavoro negli ambiti, è stato tenue o comunque apparentemente irrilevante. Ma il valore solido e reale degli esempi portati ha costituito una risposta forte, su cui si può contare.
Rimane aperto il problema di far diventare realtà vissuta il discorso così alto e forte - veramente ambizioso dal punto di vista religioso e culturale - del Papa, insieme con quello così chiaro e lucido del
cardinal Ruini, con una base che spesso sembra esaurire nello sforzo e nel dono quotidiano di sé l'essere cattolico, lontana dall'idea di interpretare in termini più ampi il suo ruolo nella società italiana di oggi.
Ma qui si rivela il mistero della Chiesa, il suo essere ben diversa da un'organizzazione culturale o politica, in cui il rapporto fra la base e i propri dirigenti può avvenire solo in senso pedagogico: come ha ricordato Benedetto XVI nel suo discorso "all'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, ma l'incontro con la persona di Gesù Cristo" e, possiamo aggiungere, con il suo Vicario in terra. Lo abbiamo sentito quando è entrato nell'immensa sala del Convegno, quando ha saputo scaldare le parole del suo discorso con l'affettuosa e concreta presenza. Non si tratta quindi solo di parole, di interpretazioni e di programmi, anche se questi ci sono stati, e sono importanti. Possiamo guardare con speranza al futuro, ad un futuro per cui si apre di nuovo per l'Italia, dopo moltissimo tempo, un ruolo fondamentale nell'evangelizzazione, perché - lo ha ricordato il cardinale Ruini nelle sue conclusioni - "nonostante tutte le nostre miserie e debolezze, possiamo essere riplasmati e trasformati dallo Spirito che abita in noi".