LA SFIDA DI VERONA

RITAGLI   QUEL PARLARE LE LINGUE DEL MONDO   DOCUMENTI

Giuseppe Savagnone
("Avvenire", 19/10/’06)

Un convegno ecclesiale è anzitutto un evento di comunione e di preghiera. Così è di questo grande raduno delle Chiese d'Italia in corso a Verona. I 2.700 partecipanti, prima ancora che a discutere, si sono ritrovati a condividere i ritmi solenni delle liturgie, l'invocazione, i silenzi che uniscono più delle parole. È su questo sfondo che tutto il resto va letto. Ridurre quanto sta accadendo ad altre logiche, come qualche osservatore fa dall'esterno, rischia di oscurarne il senso.
Il
Convegno di Verona è anche un appuntamento in cui rappresentanti qualificati di tutte le comunità ecclesiali del nostro Paese si confrontano con una realtà sociale, politica, culturale che muta sotto i nostri occhi con una rapidità impressionante. Si tratta di "tradurre in italiano" - come ha detto un relatore - e nell'italiano di oggi, l'annuncio del Vangelo. Ma per tradurre un messaggio bisogna conoscere bene la lingua in cui lo si vuole esprimere. Bisogna saper uscire, cioè, dai propri schemi mentali per entrare in quelli dell'altro, a cui ci si rivolge.
La Chiesa questo lo sa, perché il giorno di Pentecoste essa è nata, come il popolo ebreo, da un esodo, e proprio grazie a questo "uscire", per parlare le lingue (al plurale!) di coloro che stavano "fuori", ha potuto farsi ascoltare da loro. Oggi questo miracolo, opera dello Spirito, ma anche dell'inventiva e del coraggio degli uomini, deve riprodursi. A questo è volto il Convegno.
Ne è riprova l'elenco degli ambiti su cui i lavori si incentrano: l'affettività, il lavoro e la festa, la fragilità, la tradizione, la cittadinanza. Questioni che fanno implodere qualunque ottica angustamente burocratica, mentre intersecano il cuore e la vita degli uomini e delle donne contemporanei, poco importa se credenti o meno. Problemi veri, su cui in questi giorni ci si interroga senza reticenze nei gruppi di studio.
E del resto, anche le relazioni svolte in assemblea non hanno avuto il tono cauto e sfumato della diplomazia, ma quello deciso e perfino provocatore della profezia. Si sono dette verità scomode sul rischio di una fede parolaia, che non si traduce in comportamenti concreti, sull'oblio della Parola di Dio, sulla necessità di imparare a scorgere nel volto degli altri ciò che manca nel proprio, sull'isolamento e la frammentazione del laicato cattolico, sulla perdita di senso a cui oggi è soggetta la cultura, sulle lacerazioni della nostra società, da quella tra Nord e Sud a quelle connesse al fenomeno dell'immigrazione.
Eppure, su tutto ha prevalso sempre l'orizzonte della speranza. Speranza escatologica, che si riverbera anche come speranza nei confronti del mondo e della storia in cui viviamo, e della quale sappiamo di dover rispondere. I cattolici italiani - questo il messaggio che sale chiaramente non solo dalla tribuna del Convegno, ma anche dalle conversazioni nei corridoi e a tavola - si rimettono in discussione perché hanno grandi risorse da offrire al Paese e intendono essere protagonisti del suo presente e del suo futuro.
Ciò comporterà - come risulta da tutti gli interventi - un sempre maggiore ruolo del laicato e una più viva percezione, da parte della gerarchia e degli stessi fedeli laici, dell'insostituibile valore di una sana laicità. Ancora su questo piano bisogna fare molta strada, come dimostra, fra l'altro, il fatto che nelle delegazioni inviate a questo Convegno dalle diocesi il laicato, soprattutto per quanto riguarda la componente giovanile e quella femminile, è ben presente, ma non quanto dovrebbe. Ciò già riguarda un altro problema, delicatissimo, che è quello della preparazione e della ricaduta nelle Chiese particolari di questi grandi appuntamenti ecclesiali. Non a caso, qui a Verona c'è chi dice che la riuscita del Convegno si potrà realmente misurare solo dopo, dai suoi effetti sulle comunità cristiane e sulla società. Ma questo dipenderà da tutti noi.