I nostri ragazzini ci interrogano
RITAGLI
  Guadagnare la ribalta. Ossessione di vita!  DIARIO

Davide Rondoni
("Avvenire", 13/11/’05)

È spuntata. Chiara e disarmante. Tra le tante trombonate, le irresponsabili strumentalizzazioni politiche, le frattaglie di psicologismi gettate intorno al dramma delle periferie francesi. È spuntata lei. Una voce di ragazzina, e ha detto la verità. L'ha riportata ieri uno scrittore, Marco Lodoli, su Repubblica. È una sua alunna, gli ha detto: «Prof, ha presente il fascio di luce che d'improvviso avvolge l'ospite d'onore e lo separa dal buio? Quella chiazza bianca o gialla sul palcoscenico? È piccola, non ci possono entrare tutti. Anzi ci entrano in pochi, pochissimi. Per gli altri c'è il buio, il niente, al massimo un posto in platea per crepare d'invidia e applaudire. Ma a me non piace, oggi a nessuno piace. E nemmeno mi piace uscire dal teatro e batter chiodi o sudare come mio padre e mia madre, per due lire. Io quella luce la voglio. Li capisco quelli che bruciano le macchine a Parigi. Loro la luce se la fanno da soli. E tutto il mondo li guarda, arrivano le telecamere e il buio non c'è più…». Li abbiamo convinti - versando loro negli occhi e nel cuore immagini e lezioncine - che la riuscita della vita coincide con la "fama". Li abbiamo convinti, con tonnellate di prodotti televisivi, che si è ospiti d'onore della vita solo se sei ospite della De Filippi o di Celentano. Li stiamo massacrando così. Con i minuetti vergognosi dei nostri strapagati anchorman, showman. Ormai tutti no-man. Come se la luce che toglie dal buio fosse quella del cieco sguardo delle telecamera. No, non è colpa della tv. È colpa di chi la usa per montare all'inverosimile questa antica, tremenda idea che la vita di un uomo è degna solo se è baciata dalla fortuna, e se le sue gesta conquistano la fama. Idea antica, violenta, di un falso umanesimo che nelle scuole si insegna come se fosse la luce dopo le tenebre di tempi in cui invece gli uomini costruivano opere grandiose come le cattedrali e neanche le firmavano. Poiché la riuscita della vita non coincide con la riuscita e la fama, ma è un cuore realizzato, soddisfatto nel suo desiderio di vita, cioè di infinito. In Italia non corriamo i rischi delle periferie francesi. Per ora. Perché ci sono luoghi in cui molti ragazzi trovano una soddisfazione diversa da quella proposta dai falsi maestri. Ma la battaglia è in corso, tremendissima, per farli fuori. Marco Lodoli già da tempo, sul suo giornale, come me su queste colonne, sta richiamando l'attenzione sui nostri ragazzini. E in giro per l'Italia ci sono storie straordinarie, antiche e recenti, di opere educative. Qualcosa si muove. Un gruppo di personalità del mondo della cultura e della società sta facendo girare un Appello per l'educazione per porre il tema al centro del dibattito nel Paese, distratto da troppe questioni secondarie. Che si discuta di educazione, piuttosto che di Auditel o di legalità. Oggi molti invocano le leggi. Come se con le leggi si potesse costruire un mondo perfetto. Mentre sono proprio il segno dell'imperfezione del mondo. Si straparla di legge e si applica (o si finge di farlo) dove maggiori sono i fallimenti dell'educazione. Basterebbe vedere la vicenda dei paesi totalitari, recenti e attuali. Oggi un nuovo totalitarismo dal sorriso tetro regna sui nostri ragazzi. Chi può fare dei nostri ragazzini ospiti d'onore del mondo? Così che non si rifugino in teatri immaginari, dove non valgono più i motivi per cui padre e madre hanno lavorato con fatica? Che non si imbambolino in teatrini televisivi, telefonici che mentre ingrassano uno stuolo di mezzi artisti, di produttori, di tecnocrati, rendono anoressica la loro anima, la loro mente? Se non saremo in grado di renderli ospiti d'onore con lo sguardo nostro, e con la condivisione di adulti, li avremo ospiti strani, irriconoscibili delle nostre case. E delle nostre città.