Nei discorsi di ieri

RITAGLI   L'amicizia alla scuola di Betania   DOCUMENTI

Papa Wojtila, testimone d'amore per tutti noi!

Davide Rondoni
("Avvenire", 3/4/’07)

Hanno dovuto mettere insieme le parole dell'affetto e quelle dello sgomento. Hanno dovuto unire le parole dell'amicizia, della vicinanza, e quelle che esprimono il fascino per qualcosa di segreto. Lo hanno fatto loro, e ci capita di farlo noi tutti parlando di lui. Come di uno che conosciamo bene, che ci sembra familiare, che ci è stato vicino. E che però ha in sé qualcosa di profondo, ancora da scoprire. Dapprima il cardinal Ruini, parlando ieri, si è rivolto subito al cardinale Dziwisz, a lungo vicino a Karol Wojtyla, comprendendo quale tumulto di sentimenti doveva avere in sé. Un gesto da amico. Un gesto come di chi si ritrova per ricordare un comune amico su cui ciascuno potrebbe raccontare tante cose, un aneddoto, un'illuminazione. E Ruini lo ha fatto, ricordando la «virilità cristiana» di Giovanni Paolo II e «la libertà da se stesso» che si radicava in un rapporto intenso e personale con Dio.
Papa Benedetto ha preso le mosse dal Vangelo di Giovanni dove si parla di una cena tra amici, vissuta «in un misto di gioia e dolore». A Betania, Lazzaro, Marta e Maria offrono una cena a Gesù. Il Papa ha commentato a lungo il gesto che durante quella cena fece Maria di Betania: con olio profumato cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli. È uno dei gesti che rimangono incisi nella storia dell'umanità. Una devozione e una familiarità al tempo stesso. Una cura piena di devozione e di stima per un Ospite che è intimo e però anche preso in un destino misterioso e grande. Anche Giovanni Paolo II è stato un ospite intimo e misterioso di questi nostri tempi. Analogamente al Signore che ha amato con forza e immedesimazione. E ora, ha ricordato il suo amico e successore Benedetto, il "profumo" della sua testimonianza si è diffuso come quello provocato dal gesto di Maria di Betania. Diffuso in tutto il mondo. «Annuncio vivente della sua passione», lo ha chiamato Benedetto.
Noi tutti abbiamo visto come Papa Wojtyla stringeva la croce. Come la stringeva da uomo che sa cosa è la sofferenza. Che sa che non altrove che lì, in quella croce vissuta da Cristo, sta la forza per vivere ogni altra occasione di croce. E non possiamo cancellare dagli occhi la sua testimonianza. Così che ora la sua stessa figura nella memoria ci dà forza per ogni prova. Nel racconto che Benedetto XVI ha fatto della sua agonia c'è lo stupore di vedere compiersi una personalità straordinaria, e proprio in quel sussurro finale: «Lasciatemi andare alla casa del Padre».
Come se in quel momento noi tutti - i più vicini, le monache, il segretario, i collaboratori, ma anche i più lontani, tutti noi che piangevamo in tutte le stanze del mondo - lo si dovesse lasciare andare finalmente a ciò a cui era proteso da sempre, all'abbraccio che cercava prima nella giovinezza bruciante di arte e di servizio, e poi nel sacerdozio, infine nel culmine dell'essere Papa, servo dei servi. Un amico, ma un amico eccezionale. Uno di cui ti puoi fidare, uno che ti viene da starci insieme, che ti fa amare la vita. E che se lo osservi pensi: ma lui a cosa protende il suo cuore, a che mistero... Il cristianesimo è stato sempre l'accadere tra noi di una presenza del genere. Duemila, come due anni fa. Benedetto lo sa, per questo parla del suo amico con commozione personale e con speranza per tutti.