RELIGIONI, GUERRA, CRISTIANESIMO

RITAGLI   Allergia che fa dire spropositi   DOCUMENTI

Davide Rondoni
("Avvenire", 2/1/’07)

Eccovi una notizia: sta iniziando un anno che sarà religioso. Sì, avete letto bene: religioso. Come tutti gli anni passati. E quelli futuri. Dov'è dunque la notizia? Il fatto è che taluni pensano, invece, che ci sia un "declino" della religiosità. Lo ha scritto, per esempio, un noto filosofo giustamente famoso per altre tesi, André Gluksmann, sulla prima pagina del "Corriere della Sera". Sostiene il suo ragionamento citando anche dei sondaggi. In Inghilterra, alla vigilia di Natale, l'82% dei britannici avrebbe dichiarato che la religione fa più male che bene. Dunque, ci staremmo avviando, nelle terre d'Europa, alla fine della religione. Non solo alla fine, ma alla fine con ignominia. L'annuncio non esime noi credenti da un giusto interrogarci. Seppure una simile prospettiva sembri talora eccitare pensatori e opinionisti.
Strano, sanno benissimo che nonostante proclami e sondaggi l'anno nuovo sarà un anno religioso. Ce l'hanno davvero con la religione? O in qualche modo fraintendono? Si tratta di non giocare con un tema così importante. Proprio mentre Dio viene evocato a suggello di tremende barbarie o di opzioni politiche che hanno ben altri motivi, sarebbe meglio promuovere riflessioni meno frettolose sul fenomeno religioso. La guerra quando c'è - e speriamo che non divampi più generale - non è dovuta al tasso di religiosità. Abbiamo visto scontrarsi in guerra uomini e popoli appartenenti ad ogni specie di religione, come ad ogni tipo di razza, di fede politica e di ceto sociale. Evidentemente la guerra non dipende in assoluto da uno di questi fattori. Ma da interessi che prevalgono tragicamente, come ha richiamato ieri
il Papa, sul valore della persona.
È comodo "scaricare" sulla religione il problema della guerra… Il grande poeta Ceszlaw Milosz ritrae l'uomo del XX secolo in preda a una specie di narcosi mentre mormora il nome di Dio. Ecco tuttavia ciò che si è ottenuto: si sono confuse le idee, gli uomini parlano a vanvera della religione.
Se invece di sondaggi riduttivi e di facili "slogan" si ragionasse, si noterebbero due cose. Primo: rinnegando l'educazione avuta nelle chiese o nelle confessioni di maggior tradizione, i nostri contemporanei non hanno cessato di esser religiosi. Abbracciano con dedizione di tipo religioso altre cose. Si vedrebbe che si continuano, eccome, a cercare motivi e valori ordinatori della propria vita e dei propri giorni. La dimensione religiosa è ciò che fa cercare qualcosa che dia senso ai giorni. Invece di antichi riti, saranno i nuovi del "weekend", la palestra, le erbe curative, la biondina della porta accanto, o quella data legislazione, ma la dinamica non cambia. Accanto alle antiche, ecco infinite divinità. A cui si compiono sacrifici di ogni genere, compresi quelli umani. Come sempre, gli uomini si affidano a tante mutevoli idolatrie. In nome di esse compiono azioni generose, ma anche violenze, ingiustizie e demenze. Questa è una sfida per tutti.
In secondo luogo, si noterebbe che il cristianesimo non è una religione in senso stretto, benché venga spesso confusa - come già avveniva nella Roma imperiale. Proprio per questo ancora si attira l'astio di coloro che pur dicono di avercela con la religione: in realtà potrebbero avercela con chi crede che il Nazareno non sia uno dei tanti profeti, ma il volto storico di Dio. Dicono che cala la religiosità, in realtà sperano che il cristianesimo tramonti. Credono all'idolo dei propri dubbi e delle leggi che promulgano, perciò a loro va benissimo che la società brulichi di tanti mutevoli idoli. Con il dubbio e la legge potranno "controllarli". Ma non sopportano che qualcuno, non solo nel passato ma nel presente dica di essere il volto di Dio nella storia, mentre a tavola o in strada parla di amore, di povertà o di limiti della politica. O mentre lo portano in croce. Questa è una cosa incontrollabile. Mette in crisi tutta la loro presunta autorità.