Benedetto XVI alle tv tedesche

RITAGLI   Come un grande affresco per cogliere i segni di Dio   DOCUMENTI

Davide Rondoni
("Avvenire", 15/8/’06)

Leggere l’intervista di Benedetto XVI ai media tedeschi è come guardare un grande affresco. Uno stile che è da Raffaello quanto quello del suo predecessore era michelangiolesco. Si resta affascinati e si entra in un certo sommovimento. Come se sotto un dipinto antico e che credevamo di conoscere già bene, affiorasse la freschezza di una nuova ricca, e mobilissima figurazione. Sollecitato dalle domande, Benedetto XVI traccia con semplicità e profondità l’immagine di Chiesa a cui sta offrendo la sua vita. Le domande sono gentili ma senza remore. Indagano anche su argomenti su cui, secondo l’opinione comune, c’è qualcosa di scomodo per la Chiesa.

Ma il Papa lascia ai nostri occhi l’affresco che nasce da un uomo che non ha né paura né si sente scomodo. C’è una qualità in questo parlare: viene da un uomo certo. Il senso di apertura, di disponibilità che si trovano ad ogni passo (che si parli del ruolo delle chiese locali, o del ruolo della donna) non vengono da una bonaria, superiore condiscendenza. Ma dal saper d’essere il primo servo della vita della Chiesa. Una vita, appunto, il cui affresco muta nella fedeltà al suo amato soggetto. Che è, come dice esordendo, «non un Dio qualsiasi, ma il Dio con un volto umano, poiché quando vediamo Gesù Cristo vediamo Dio». I temi affrontati sono tanti, toccano le primarie questioni del presente.

Nel breve delle risposte, il Papa rende accessibili a tutti i suoi pensieri e il suo metodo di lavoro. Alle osservazioni sul ruolo della Chiesa in situazioni difficili, il Papa ribadisce che l’urgenza di oggi si chiama educazione. «Io direi – me ne sono convinto sempre più anche nel dialogo con i Vescovi africani – che la questione fondamentale, se vogliamo fare dei passi avanti in questo campo, si chiama educazione, formazione». La preoccupazione educativa del cuore del Papa si coglie anche nei giudizi che dà. Ad esempio sulla secolarizzazione dell’Occidente. «Nel mondo occidentale oggi viviamo un’ondata di nuovo drastico illuminismo o laicismo. Credere è diventato più difficile, poiché il mondo in cui ci troviamo è fatto completamente da noi stessi e in esso Dio, per così dire, non compare più direttamente. Non si beve alla fonte, ma da ciò che, già imbottigliato, ci viene offerto. Gli uomini si sono ricostruiti il mondo loro stessi, e trovare Lui dietro a questo mondo è diventato difficile». Vi è in queste parole una specie di indicazione di metodo educativo.

Senza dare occasione all’uomo di scoprire normalmente il segno della presenza di Dio nella realtà è difficile la fede. In una vita che trascorre tra immagini create ad arte, tecnologia, funzioni economiche ecc, sembra che tutto sia opera umana. Poi quando accade la morte o il nascere o altri grandi eventi naturali, si "sente" confusamente Dio. Educare a vedere il mondo (e anche le proprie abilità) come creazione aiuta di più la fede che mille omelie. In un grande affresco certi particolari danno il senso del tutto. Come quando il Papa parla del proprio carattere. O quando ringrazia un professore di religione evangelico che ha dato una mano per ridipingere la staccionata della sua casa di famiglia per la visita a Colonia. O corregge (una "sfumatura", precisa) l’intervistatore che situa in Europa la culla del cristianesimo ricordandoci invece nascita e sviluppi nel vicino Oriente.

È l’affresco di un uomo e di un Papa che stanno dicendo un grande sì a Gesù, e perciò un grande sì alla vita e all’uomo. «Il cristianesimo, il cattolicesimo, non è un cumulo di proibizioni, ma una opzione positiva. Ed è molto importante che lo si veda nuovamente, poiché questa consapevolezza oggi è quasi completamente scomparsa. Si è sentito dire tanto su ciò che non è permesso, che ora bisogna dire: Ma noi abbiamo un’idea positiva da proporre».