Dagli ebrei italiani stravagante proposta

RITAGLI   Quel principio d'identità   DIARIO
che di colpo non piace più

I fatti (e i numeri) indicano che il popolo italiano ancora desidera
che i propri figli sappiano cosa è la fede che ha fatto la storia.

Davide Rondoni
("Avvenire", 5/7/’06)

L'unione delle Comunità ebraiche italiane riunita a congresso lancia un appello a cambiare una situazione a suo dire «antistorica» grazie alla quale nelle scuole italiane è possibile accedere all'insegnamento della religione cattolica. E, raccogliendo gli applausi di una parte del governo e di una parte dei media, sollecita che si passi a un insegnamento di storia delle religioni ecc ecc. La trovata non è né nuova né originale, ma merita in questo caso una riflessione. Prima però sgombriamo il campo da possibili equivoci. Insomma, di che cosa stiamo parlando? Si tratta di un'ora settimanale, a cui lo studente non è obbligato a partecipare, dedicata all'insegnamento, in chiave «storico-critica», della religione che ha dato forma per secoli alla cultura europea e italiana. Non c'è nessun obbligo da parte dello studente a partecipare a ore dedicate all'approfondimento di che cosa è il cattolicesimo. Ma (prima sorpresa forse per i detrattori dell'ora di religione) oltre il 90% delle famiglie desidera che i propri figli usino di quella occasione. Le scuole, inoltre, possono offrire in alternativa praticamente ciò che vogliono, ma i fatti (e i numeri) indicano che il popolo italiano ancora desidera che i propri figli sappiano cosa è la fede che ha fatto la storia della nostra civiltà, e che nutre la pittura di Caravaggio, le opere di Michelangelo, di Dante e di Manzoni. Non si tratta di ore di catechismo, né di proselitismo, né crediamo che come tali i ragazzi le vivano (convertirsi con un'ora la settimana, e per di più a scuola? suvvia...). Si può discutere su come tale insegnamento si organizza, e occorre vigilare tutti sulla qualità di queste ore di scuola, come sulla qualità delle altre, magari. Ma gli amici della comunità ebraica in discussione stranamente mettono un principio che pure dovrebbero avere caro. A meno che quell'unione delle comunità ebraiche, più che identificarsi per un motivo di appartenenza e di identità dove civiltà e religiosità sono indissolubili, sia divenuta solo una lobby come un'altra, un sindacato di categoria o una amabile associazione come potrebbe esserci, che so, un'unione dei ghanesi d'Italia. Il principio messo in discussione è anche quello della identità. Secondo quanto previsto dagli ebrei italiani, e applaudito da una parte di forze al governo, la scuola di un Paese non ha il dovere di offrire (e in questo caso senza forzare nemmeno all'obbligo) una visione dei fenomeni e delle tradizioni che ne hanno maggiormente costituito lo sviluppo morale, artistico e civile. No, la scuola dovrebbe semplicemente essere il supermercato dove si offre la conoscenza, inevitabilmente un po' approssimativa, di tante tradizioni possibili. Come se il ragazzo fosse una "tabula rasa", un banco su cui mettere in mostra vari tipi di merce offerta. Siete certi, caro Morpurgo, che sia questo un metodo educativo adeguato a far crescere in consapevolezza critica i ragazzi? Un metodo giusto per farli coscienti del patrimonio dei loro padri, così da rinnovarlo, cambiarlo o eventualmente rifiutarlo? Un ragazzo considerato e coltivato come "tabula rasa", a cui si toglie il primo appoggio che viene dalla tradizione, non è forse maggiormente preda acritica di tutti i messaggi che vengono dalla società e dalla cultura? E se il principio della identità non vale più per l'aspetto religioso, perché dovrebbe valere, che so, per la letteratura o la geografia? Si offrano ore in cui il ragazzo può decidere se studiare letteratura boliviana o cinese, no?