Il Papa contro il carrierismo

RITAGLI   Cari preti, non salite dalla parte sbagliata   DOCUMENTI

Davide Rondoni
("Avvenire", 9/5/’06)

Domenica Benedetto XVI ha ordinato 15 sacerdoti di Roma. E ha parlato della figura del pastore. Attraverso di loro s'è rivolto, idealmente, a tutti i sacerdoti del mondo.
Il Papa che parla ai preti è come Napoleone che parla ai suoi soldati? Loro sono le truppe del Papa? In un certo senso, sì. Ma, soprattutto, in un certo senso no.
Certo, a lui devono obbedienza. Sono mandati in tutto il mondo, anche negli avamposti più sperduti e difficili. Da loro, e dalla loro audacia, dipende molto delle sorti terrene della Chiesa. E molti di loro rischiano la pelle.
Ma la similitudine dell'esercito finisce qui.
Perché la missione di un esercito è di difendere e conquistare. Un esercito di preti invece deve testimoniare. E avere l'audacia di annunciare. No, non sono l'esercito del Papa. Sono uomini che, come lui, hanno messo la propria vita per far vivere il corpo di Cristo, la Chiesa. Hanno messo il proprio corpo. La propria mente. Si sono messi, interamente. Anzi, sono stati chiamati. La vocazione è stata la loro "leva". Nessun obbligo, nessun manifesto con il dito puntato e lo slogan "I want you" li ha attirati ad arruolarsi nel più strano dei non-eserciti. No, la vocazione è un affare ben diverso, non è il gettarsi in un'avventura per un nobile ideale. È una chiamata del cuore sottile come una luce d'alba e forte come un amore. È una cosa uguale a quella successa ai primi discepoli che incontrarono Gesù. E che potevano avere mille motivi per non seguirlo. Che potevano avere i mille motivi addotti dalla mentalità del tempo. E i mille motivi addotti dalle loro vite o affari personali. E che però, più forte di tutti quei motivi, ebbero chiaro che stare con quell'Uomo e vivere come Lui era il compimento della loro esistenza, ciò per cui valeva dare l'unica vita.
Allora il Papa che parla ai suoi preti non è come un generale che indica la linea. È lui stesso uno di quei discepoli, grande servo con la sua autorità. Uno che sa di che si tratta quando parla a loro. Quali le prove, le derisioni, gli attacchi. E ieri l'altro, ordinando 15 diaconi della diocesi di Roma, ha indicato tre questioni. Ha commentato la parabola del Buon Pastore, dove c'è uno che cura, che custodisce e che allarga il suo gregge. E ha rivolto tre inviti. Li ha richiamati a non "salire" dalla parte sbagliata. Cioè a non usare la casa del gregge di Dio come occasione per far carriera. Per aver onore e prestigio. E poi ha detto loro: conoscete le vostre pecore. E conoscere non come se foste sociologi, opinionisti. O professorini. Ma conoscere, ha detto il Papa, secondo il significato che il termine ha nella Scrittura: con l'implicazione del cuore. Come un padre conosce il proprio figlio. Non per analisi. Ma con affezione. E infine ha detto: non fermatevi ai "vostri". L'orizzonte del pastore è infinito. Parlava di fronte a giovani che stanno iniziando. Che stanno diventando come lui. Lui, che giovane non è più, e che i "gradi" del sacerdozio, per così dire, li conosce tutti, fino al sommo. Li ha invitati a prendere sul serio il loro cuore, e lo slancio della giovinezza. Al punto di invitarli a non legare le persone che li seguiranno a se stessi. Ma al cuore di Gesù. Che profonda intuizione. Prendere sul serio il proprio cuore, e la propria giovinezza, da parte di quei giovani preti, coinciderà con richiamare tutti a quel che "ora" attrae loro. Nulla è triste come l'uomo che lega chi lo segue a se stesso. O a una cosa amata nel passato, ieri. Perciò il Papa ha detto: non legateli a voi, ma a Colui che oggi, e tutti i giorni, vi lega a Sé. Non legateli alle vostre idee o ai vostri piani (per quanto possano chiamarsi pure "pastorali") ma a Chi è presente nel mistero della Chiesa e dell'Eucarestia. E così dicendo, il Papa ha messo il suo cuore accanto a quello dei suoi giovani sacerdoti. E ha detto che si somigliano.