COME UN PADRE CHE GUIDA I PROPRI FIGLI
RITAGLI   USIAMO GLI OCCHI SENZA SEPARARLI DAL CUORE   DOCUMENTI

Davide Rondoni
("Avvenire", 22/12/’05)

Ha parlato degli addobbi. Come un padre di famiglia si è preoccupato che i suoi figli vedano le luci. Di più: si è preoccupato che le comprendano. Ha parlato delle luminarie, per parlare del cuore. Ha parlato delle luci di Natale. Quelle che si mettono lungo le strade. E quelle nelle case. Che si mettono per dar segno di allegria. Nelle case dei ricchi e in quelle dei poveri. Negli addobbi fastosi e in quelli smunti. Nei viali centrali delle grandi metropoli del mondo, e nelle piazzette piccole di paesini sperduti. Sono un segno visibile agli occhi, ha detto Benedetto XVI, di quel che è visibile al cuore.
Ha ricordato, con le antiche e durevoli parole della liturgia che il Natale è la festa dell'Astro Nascente. La Chiesa ha voluto fissare la nascita di Gesù nei giorni in cui il sole reinizia a crescere. Così come ha fissato la festa di san Giovanni Battista, che disse di dover diminuire di fronte a Colui che viene, nei giorni dell'equinozio d'estate. Ieri a Bologna si festeggiava la grande meridiana disegnata in san Petronio, trecentocinquant'anni fa, dall'astronomo Cassini. A costui, che studiò gli anelli di Saturno e indagò sulla cometa apparsa in Italia nel 1664, è stata intitolata la prima sonda atterrata su Marte lo scorso anno. Su quella meridiana disegnata sul pavimento della chiesa, la luce del sole nel suo equinozio invernale ha colmato perfettamente l'ovale disegnato dall'antico studioso dei cieli. Una piccola folla di curiosi ha seguito l'evento. Come per onorare l'ordine del tempo, indagato dalla curiosa mente degli uomini. Il bimbo che nasce è Signore del tempo. Senza di Lui il tempo sarebbe solo un vano, estenuante, e in fin dei conti crudele, alternarsi di vita e di morte, di esistenza e di dissoluzione. Il suo potere non è un dominio, ma una luce. Gesù Cristo che nasce non è il re che sistema le cose. Ma è la luce che fa conoscere il senso della vita, che la fa vincere. È l'Evento che nell'eterna battaglia sposta la vittoria dalla parte della vita.
Il Papa lo ha voluto ricordare. Come ha ricordato che la corsa ai doni non deve far dimenticare il motivo per cui in questo momento ci si scambia segni di bene, così ieri ha ricordato perché queste miriadi di luci. Così che non facciano buio. E non coprano con il loro meraviglioso luccichìo, lo splendore che si mostra ai cuori nell'avvenimento della nascita umile di Dio. Siano luci, e non una maschera triste. Senza conoscere la luce che vince il tempo, le luci che durano qualche settimana sarebbero un monumento alla vanità del vivere. Luci per distrarsi, invece che luci di allegrezza. Il Papa non ha detto: tiratele via. Non ha detto: se non credete al Natale smettete di fingere. No, ha detto: guardatele davvero, queste luci negli sguardi dei nostri bambini, sui muri delle città, negli angoli più remoti. Usate gli occhi, senza separarli dal cuore. Sono un segno, un "simbolo evocatore di una realtà che tocca l'intimo dell'uomo: mi riferisco alla luce del bene che vince il male, dell'amore che supera l'odio, della vita che sconfigge la morte. A questa luce interiore, alla luce divina fa pensare il Natale, che torna a riproporci l'annuncio della definitiva vittoria dell'amore di Dio sul peccato e la morte".
Senza luce non esiste riscatto. Lo sa la natura intera che alla luce deve ogni sua primavera. Senza la luce di Gesù che viene la vita è una vanvera. Lo sanno, per quanto confusamente, gli uomini che stanno accendendo le loro strade.