Le attese sopravanzate

RITAGLI   Visita già entrata nella storia   DOCUMENTI

Marco Roncalli
("Avvenire", 1/12/’06)

Stemperate le tensioni della prima ora, il significato pastorale di questo viaggio in Turchia è soprattutto nelle parole pronunciate ieri da Benedetto XVI dopo la Divina Liturgia celebrata dal patriarca Bartolomeo al Fanar. Nel giorno dell'apostolo Andrea, incurante delle minacce arrivate, papa Ratzinger è lì vicino al patriarca ecumenico e con lui invoca la piena comunione tra le Chiese sorelle di Roma e di Costantinopoli. "Posso assicurarvi - dice - che la Chiesa Cattolica è pronta a fare tutto il possibile per superare gli ostacoli e per ricercare, insieme con i nostri fratelli (…) mezzi sempre più efficaci". E prima ancora di passare alla cosiddetta "agenda teologica", ecco affiorare quasi un monito, nella consapevolezza di una sfida che oggi "riguarda non soltanto le culture toccate marginalmente dal messaggio del Vangelo, ma anche le culture europee da lunga data profondamente radicate nella tradizione cristiana". Indebolita, discussa, talora rigettata, questa tradizione - lamenta - attende finalmente nuova linfa dai cristiani, in un'Europa richiamata alle proprie radici.
Nel terzo giorno di una visita già entrata nella storia, costellata di parole, simboli, gesti d'attenzione e di rispetto, appelli alla pace e ricordi commossi, preghiere e speranze condivise - nonostante tutto - in un clima sereno, Benedetto XVI ricorda la necessità di quel reciproco amore come riflesso del messaggio d'amore di Dio. Poi, in una consequenzialità inevitabile, rinnova l'invito già avanzato da Giovanni Paolo II a "identificare vie nelle quali il ministero petrino potrebbe essere oggi esercitato, pur rispettandone la natura e l'essenza, così da realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri". Ecco ciò che vien ribadito nella «dichiarazione comune» sottoscritta da entrambi. Con le attese della vigilia rispettate, anzi sopravanzate dal calore e dalla simpatia reciproca. E se resta da sciogliere il nodo del ministero petrino, il riconoscimento di quel primato che divide Roma da Costantinopoli (e da Mosca), la dichiarazione riprende poi l'ansia per la "crescita della secolarizzazione, del relativismo e perfino del nichilismo" che "esige un rinnovato e potente annuncio del Vangelo".
E non è tutto. Infatti la dichiarazione torna anche su un altro concetto, espresso poco prima dal Papa (che ricordati i martiri della fede, ha chiesto ai "leader" del mondo il rispetto della libertà religiosa). "Abbiamo valutato positivamente il cammino verso la formazione dell'Unione Europea. Gli attori di questa grande iniziativa non mancheranno di prendere in considerazione tutti gli aspetti che riguardano la persona umana ed i suoi inalienabili diritti, soprattutto la libertà religiosa, testimone e garante del rispetto di ogni altra libertà. In ogni iniziativa di unificazione, le minoranze debbono essere protette, con le loro tradizioni culturali e le loro specificità religiose". La chiave insomma per l'accesso all'Europa è lì. Non si parli solo di economia.
Spenti i riflettori su tante sequenze memorabili - dal Papa in S. Sofia o con il Gran Muftì nella Moschea Blu, dall'incontro con il patriarca armeno (con il dovuto risalto alla testimonianza di questo popolo) agli appuntamenti con il Metropolita siro ortodosso e il Gran Rabbino della Turchia - erano queste le parole attese dai cristiani dell'Anatolia e dai loro tribolati pastori. Parole che interrogano anche noi sulle pietre necessarie per costruire veri ponti.
Sulle orme di Roncalli, Montini, Wojtyla, ma con la sua voce e la sua perentoria dolcezza Benedetto XVI ha indicato la strada. Lì, e per tutti. Per i cristiani che sono nella terra della "Porta accanto" che da questo viaggio (oggi alla conclusione) escono incoraggiati. Ma anche per noi.