«DOV'ERA DIO?»

RITAGLI   QUEGLI INTERROGATIVI DEL PAPA   DOCUMENTI

Gianfranco Ravasi
("Avvenire", 31/5/’06)

Una sera, al ritorno dai lavori forzati, gli internati di un lager nazista scoprono sul piazzale interno tre impiccati. Sono due adulti e un bambino, "l'angelo dagli occhi tristi". Le guardie costringono i prigionieri a guardare in faccia gli impiccati, come monito contro ogni velleità di ribellione. I due adulti sono già morti: il ragazzo è ancora vivo, la lingua rossa gli fuoriesce dalle labbra e gli occhi non sono ancora spenti. Ecco, allora, la terribile domanda di uno dei prigionieri: "Dov'è il buon Dio? Dov'è?".
Mentre ascoltavo le domande di
Benedetto XVI ad Auschwitz ("Dov'era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Perché ha potuto tollerare tutto questo?"), spontaneamente mi è venuta davanti agli occhi la scena che Elia Wiesel aveva evocato nel suo noto romanzo "La notte" con lo stesso implacabile interrogativo. Un interrogativo che ha tormentato i credenti al punto tale da aver dato avvio a un modello di pensiero detto appunto "la teologia dopo Auschwitz". Una domanda che sembra infrangersi davanti alle porte del palazzo della trascendenza di Dio e lasciare la creatura umana sconcertata e abbacinata.
Ho qui davanti un fascio di ritagli dei giornali italiani e stranieri sulla visita del Papa ad Auschwitz. Tante sono le questioni affiorate, come è stato testimoniato anche dal nostro giornale, ma su questo problema così radicale si è solo balbettato qualcosa. E giustamente, perché chi ha diritto di interpellare Dio è solo Giobbe o quell'antico orante ebreo del Salmo 44, citato dal Papa, che era stato "messo a morte, considerato solo come carne da macello", oppure le vittime di Auschwitz. Loro solo possono persino rasentare la soglia della blasfemia, protestando contro un Dio che pare sordo e indifferente alle sue creature come un imperatore impassibile, "un leopardo che affila gli occhi", un generale trionfatore, per usare le terribili immagini giobbiche.
Sì, questo dev'essere per noi il tempo del silenzio, un silenzio che sarebbe da imporre anche ai teologi chiacchieroni, convinti di essere in grado di allestire una difesa d'ufficio per il loro Signore, incapaci di rispettare il mistero del "Dio nascosto", misterioso, cantato da Isaia (45, 15).
Eppure questo può essere anche il momento di una parola. È una confessione: prima di mettere Dio sul banco degli imputati, bisogna ricordare che quell'orrore nasce dalle mani dell'uomo, da quella libertà che è dono mirabile ma che può essere un esplosivo dirompente. Dio ha preso sul serio questa qualità che ci ha assegnato creandoci. Non la smentisce per comodità sua e nostra, non ci blocca come un sasso a leggi obbligatorie e a meccanismi fissi quando traligniamo.
Eppure la sua non è un'assenza o un silenzio assoluto, anche se la sua voce è inascoltata dalle coscienze accecate e dalla libertà impazzita e impazzata. E alla fine una risposta Dio a suo modo l'ha data. Vorrei ancora ritornare a Wiesel: anch'egli era tra quei prigionieri e quando aveva sentito la domanda: «Dov'è il buon Dio? Dov'è?», aveva confessato: «Io sentivo in me una voce che rispondeva: "Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca!"». Paradossalmente quella dello scrittore ebreo è la risposta cristiana che sulla forca vede Cristo, il Figlio stesso di Dio che, rompendo l'isolamento perfetto della sua trascendenza, non è solo accanto alle vittime come un consolatore magnanimo, ma è lui stesso vittima e impiccato.
E, allora, valgono le parole di un altro martire dei nazisti, il teologo Dietrich Bonhoeffer, che nel lager di Flossenburg scriveva: "Dio non ci salva in virtù della sua onnipotenza. Egli ci salva in virtù della sua impotenza in Cristo Gesù crocifisso e morto". Lassù, infatti, sulla croce non cessa di essere Dio e quindi di essere Salvatore.