IMPLICAZIONI VINCOLANTI

RITAGLI   SI DERUBA CESARE SE NON SI DÀ A DIO   DOCUMENTI

Vittorio Possenti
("Avvenire", 4/10/’05)

Non espellere Dio dalla vita pubblica dei popoli, come con rinnovato vigore ha chiesto Benedetto XVI domenica scorsa, nel discorso di apertura del Sinodo, comporta non ridurre la religione ad un fatto meramente privatistico.
Nelle fogge più varie individui e civiltà stanno in rapporto con Dio, e da ciò traggono l'essenziale del loro valore-disvalore. Vi sono età più religiose, altre più profane, ma tutte stanno "dinanzi a Dio". Non muta il "dinanzi"; muta il modo. Anche per questo è una strada che non conduce lontano quella di rendere Dio superfluo per l'uomo, secondo l'intento del secolarismo europeo, forse l'unica civiltà che pretenda di essere completamente libera da ogni religione e di ripudiare il proprio passato: la vicenda del silenzio sulle radici cristiane dell'Europa l'ha ben evidenziato.
Sul nesso fra Dio, religione e politica, l'insegnamento di Gesù Cristo si pone come evento inedito per quanto concerne la diversità fra Dio e Cesare: la novità cristiana è racchiusa nella nota frase: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Si tratta di un detto instauratore, capace di introdurre un passo in avanti nell'esperienza spirituale e politica dell'umanità.
Venne così introdotta la duplicità della rappresentanza (spirituale e temporale) al posto dell'unità tipica della città antica in cui si congiungeva in un solo vertice (nell'imperatore che era anche pontefice) la rappresentanza sacrale e quella civile. La diversità cristiana apparve un attentato di cospicue dimensioni alla politica poiché, introducendo la "laicità" sconosciuta alle culture antiche, apriva inedite possibilità di liberazione e di dissidio. Quasi superfluo richiamare la dialettica fra cristianesimo e Impero romano, tra il papato e il Sacro Romano Impero, la lotta per le investiture, i variabili rapporti fra Stato e Chiesa nella modernità, e via discendendo sino alle ideologie intramondane e totalitarie del secolo passato. Queste hanno voluto con ogni mezzo rendere Dio straniero in casa sua con i sanguinosi esiti che ben si conoscono.
Come spesso ha rivelato Joseph Ratzinger, la frase di Gesù sottolinea non solo che occorre marcare i confini fra Dio e Cesare, ma che occorre rendere o dare. Il risuonare di tale verbo cambia la prospettiva della semplice separatezza fra Dio e Cesare. Il rendere a Cesare quanto è necessario: giustizia, pace, diritti, rispetto, è qualcosa di grande. Ma Cesare non è Dio. Cesare può essere patria temporale, ma non è patria definitiva per alcun uomo. Il rendere a Cesare implica, perché sia autentico e pieno, il rendere a Dio quanto è necessario e salutare. Dare solo a Cesare senza dare a Dio è rovina. Il versetto evangelico domanda un doppio dare, e l'uno non può stare senza l'altro.
Il secolarismo europeo è esattamente definito dal dare a Cesare senza minimamente dare a Dio, mediante l'ipocrisia di confinare Dio nella più remota privatezza della coscienza, come ha denunciato domenica Benedetto XVI. In questo modo si sterilizza il contributo che la religione offre al miglioramento civile. Mirando al vigore della vita morale e delle virtù, essa raggiunge la società nel suo punto più nevralgico. Contrariamente all'asserto del materialismo storico marxista, l'anatomia della società civile è l'etica, non l'economia politica. Chi riesce a migliorare il comportamento morale delle persone adempie il compito più importante nella società. Non ve ne è nessuna che, per quanto dotata di istituzioni molto elaborate, possa sussistere in maniera decente e costituire una vita civile accettabile, se i suoi cittadini cedono troppo ai vizi e allo scatenamento delle passioni. Se lo Stato può soggiacere a smisurate richieste eudaimonistiche ma non può garantire i propri fondamenti morali, deve trovare fuori di sé, ossia nella società, tali basi: che oggi sono messe a rischio dal relativismo intellettuale e morale, e dal secolarismo.