Succeso del Tibet, ma non solo

RITAGLI     Un punto per la libertà di tutti     SPAZIO CINA

Il DALAI LAMA, sempre pronto a dialogare con la Cina...

Vittorio Emanuele Parsi
("Avvenire", 26/4/’08)

Il governo cinese si dice pronto a "intavolare" un dialogo col Dalai Lama, qualora «egli cessi di complottare a favore dell’indipendenza del Tibet, di appoggiare le violenze dei monaci e di sostenere il "boicottaggio" dei prossimi "Giochi olimpici"». Sono queste le scarne, ambigue righe battute dall’agenzia di stampa "Nuova Cina" cui Pechino affida la propria "offensiva" diplomatica, nel tentativo di rompere il sostanziale isolamento e l’assedio dell’opinione pubblica democratica, in cui è precipitato dopo la violenta "repressione" delle pacifiche proteste tibetane.
Il tentativo è piuttosto "goffo", e appare assai più strumentale che sostanziale. Ma rivela anche l’estrema difficoltà in cui si trovano i governanti cinesi. Come ha ribadito in ogni possibile occasione, il Dalai Lama ha esplicitamente rinunciato al progetto della "restaurazione" dell’indipendenza per il suo Paese. Egli è perfettamente consapevole che un simile disegno, ben più che "anacronistico", equivarrebbe semplicemente a concedere alle autorità cinesi un ulteriore pretesto per schiacciare ogni "anelito" alla libertà che il popolo tibetano dovesse manifestare. L’indipendenza tibetana era maturata durante il periodo in cui il "Celeste impero" aveva toccato uno dei punti più bassi della sua "parabola", indebolito e umiliato dall’azione aggressiva e priva di scrupoli delle potenze occidentali. Oggi che la
Cina è la potenza emergente dell’Asia, la più seria candidata a sfidare il ruolo "egemonico" degli Stati Uniti nei prossimi vent’anni, non c’è nessuna ragionevole speranza che il Tibet riviva la breve stagione della sua piena indipendenza. Molto più realisticamente, il Dalai Lama chiede che cessi la politica di sistematico "annichilimento" della cultura e della lingua tibetana che dura da ormai mezzo secolo, e che negli ultimi anni ha conosciuto un nuovo vigore, grazie alle massicce ondate migratorie favorite dal governo centrale. Con un programma limitato alla difesa della cultura del suo popolo, privo di rivendicazioni "politico-territoriali", è sempre apparso piuttosto difficile da credere per gli osservatori neutrali che i monaci avessero scelto la via della "lotta armata", tanto più sotto la guida del loro "leader" spirituale.
Questo i cinesi lo sanno benissimo, per cui il fatto che chiedano, come "precondizione" per un ipotetico futuro dialogo, che il Dalai Lama cessi di fare ciò che non ha mai cominciato a fare suona decisamente "fasullo". E la sensazione è rafforzata dall’ultima "perentoria" richiesta. Anche in tal caso basta scorrere le dichiarazioni rese dal Dalai Lama in tutte queste settimane per prendere atto di come egli si sia sempre espresso contro il "boicottaggio" dei "Giochi", arrivando ad affermare che il «popolo cinese se li merita», e semmai chiedendo che i "leader" politici disertassero la cerimonia d’apertura.
Se tre indizi fanno una prova, allora è assai "verosimile" che la mossa cinese risponda semplicemente all’esigenza di rompere quell’assedio e quell’isolamento di cui si diceva in apertura. Ma proprio la "goffaggine" dell’iniziativa mette in luce le difficoltà in cui si dibatte il governo di Pechino, che in questi giorni si è visto mettere in scacco anche dai sindacati dei "portuali" africani, i quali, con un’azione di coordinamento "transnazionale" da far invidia alla ben più robusta e libera tradizione sindacale europea, stanno impedendo che venga scaricata del suo carico d’armi una nave diretta al Presidente dello
Zimbabwe Robert Mugabe, uno dei "dittatori" africani amici della Cina. Sembra proprio che i governanti della "nuova Cina" abbiano qualche difficoltà a comprendere la forza e il peso delle idee e dell’opinione pubblica nel mondo contemporaneo, quando questa e quelle riescono a trovare un potere talmente ottuso da consentire loro di "agglutinarsi", e di prendere forma e consistenza. Paradossale, per gli eredi succeduti senza soluzione di continuità ai protagonisti di quella "rivoluzione" che per le sue idee infiammò tanti cuori, proprio in Occidente.
In queste settimane sono bastate poche azioni di protesta "non violenta", attuate da "sparuti" gruppi di attivisti dei "diritti umani", per far mettere all’ordine del giorno dell’"agenda" dei governi democratici la questione della presenza alla cerimonia inaugurale dei "Giochi" e per costringere Pechino a prendere in considerazione l’opzione del dialogo con il Dalai Lama. È un punto per la libertà: dei tibetani, dei cinesi e di noi tutti. Vediamo di non "sprecarlo" e, magari, di segnarne qualcun altro.