STRANIERI IN CLASSE

RITAGLI    Scuola, più integrazione    SPAZIO CINA
per «aprire» le "Chinatown"

Gli ostacoli principali: la lingua, le condizioni economiche e sociali di molte famiglie,
la tendenza a chiudersi nella comunità.
Ma quando c'è un vero «lao she» (maestro) le cose cambiano.

Da Milano, Giorgio Paolucci
("Avvenire", 20/9/’07)

La chiamano «generazione "1,25"». Ne fanno parte giovani arrivati in Italia quando avevano tra i 13 e i 17 anni. Non si sentono né cinesi né italiani, vivono un drammatico "spaesamento" in una società alla quale sono sostanzialmente estranei. Ma non sognano di tornare indietro, dove starebbero comunque peggio. È tra loro che si registra il tasso più elevato di abbandoni scolastici e di devianza. Hanno lasciato un Paese che attraversa una crescita economica tumultuosa e contraddittoria, dove chi rimane indietro nella scala sociale fatica a risalire la corrente, dove gli aspetti materiali e il successo determinano l'esistenza. Dove chi si ferma è perduto.
Per questi ragazzi il principale punto di aggregazione non è la scuola ma lo "wangba", l'"internet café". In classe se ne stanno appartati, e se il «prof» non riesce a coinvolgerli e i compagni li lasciano nella loro solitudine sono candidati al fallimento scolastico o all'abbandono nello spazio di qualche mese. La "generazione 1,25" vive in bilico tra due mondi, spesso sviluppa comportamenti ad alta pericolosità sociale fatti di aggressività e violenza. I loro genitori si scoprono impotenti e la scuola si trova con le armi spuntate. È un piccolo spaccato della comunità cinese, un "microcosmo" in rapida trasformazione che al di là di luoghi comuni e facili generalizzazioni annovera una grande varietà di situazioni.
Gli alunni con gli occhi a mandorla nati in Italia continuano ad aumentare, ma la loro incidenza è ancora bassa (20-30% secondo ricerche locali) rispetto a coloro che raggiungono i genitori dopo avere trascorso in patria i primi anni della vita e del percorso scolastico. Dalle materne alle superiori i cinesi sono più di 24mila, il 5% della popolazione straniera, il quarto gruppo dopo albanesi, romeni e marocchini. «Percentualmente sono pochi, ma la loro integrazione richiede molto impegno da parte della scuola sia per le grandi differenze linguistiche, sia per i modelli sociali ed economici delle famiglie - osserva Daniele Cologna, "sinologo", ricercatore presso l'agenzia di ricerca sociale "Codici" e docente alle università di Pavia e dell'Insubria - . Le cose stanno cambiando, ma ancora oggi la maggior parte di coloro che sono immigrati in Italia pratica attività imprenditoriali e i figli vengono coinvolti nel lavoro o nella gestione dei carichi familiari, come l'accudimento dei fratelli più piccoli. Ovvio che questo si ripercuote in maniera negativa sull'andamento scolastico».
Le "Chinatown" che si sono formate da tempo in Italia sono spesso realtà impermeabili e impenetrabili e che frenano l'integrazione scolastica. Ma quando si riescono a costruire ponti di comunicazione, i risultati e le storie di successo non mancano. Ne è stata testimone in 25 anni di lavoro Anna Spazzi, coordinatrice dei progetti di integrazione degli stranieri presso le scuole superiori e docente nei centri territoriali permanenti di Como, quelli frequentati dagli «over 15». A livello nazionale i cinesi sono la seconda nazionalità (dopo i marocchini) come numero di iscritti a questi corsi: circa 10mila, un dato che contrasta con l'idea che non vogliano imparare la nostra lingua.
«Non sono "autarchici" per natura, come comunemente si pensa. Quando incontrano insegnanti che fanno una proposta educativa forte e affascinante, seguono e si coinvolgono. E le famiglie si fidano, perché nella loro cultura l'insegnante è ancora (molto più che da noi) una figura di riferimento forte. Il maestro lo chiamano "lao she", che si può tradurre con "vecchio saggio". Insomma, bisogna prendersi cura di questi ragazzi, placare le ansie delle famiglie di fronte ai primi insuccessi scolastici e offrire un rapporto umano totale, che vada anche al di là del tempo scolastico. Con i cinesi vale ancora di più l'"I care" di don Milani».
Per favorire l'integrazione in questi anni sono stati messi in campo "facilitatori linguistici", interpreti e "mediatori culturali". Facendo peraltro i conti con i tagli alle risorse che affliggono ministeri ed enti locali. «Una risorsa molto efficace sono i laboratori linguistici in cui l'apprendimento della lingua italiana procede parallelamente all'insegnamento in classe - spiega Daniele Cologna - . C'è anche chi propone di istituire corsi di alfabetizzazione obbligatori per recuperare almeno in parte il "gap" linguistico iniziale ed evitare lo "choc" dell'impatto frontale con la scuola». Ma c'è anche chi si spinge molto più in là, fino a immaginare classi di soli stranieri da sottoporre a cure intensive di lingua e cultura italiana. Anche per non penalizzare gli studenti italiani che risentirebbero del rallentamento dell'attività didattica causato dalla presenza dei "baby-immigrati". Ma forse, a quel punto, la scuola avrebbe già "abdicato" al suo compito educativo. E vedremmo moltiplicarsi i frutti avvelenati della "generazione 1,25".