Il Sinodo e la genuflessione
RITAGLI  
In ginocchio, rivoluzione semplice   DOCUMENTI

Francesco Ognibene
("Avvenire", 25/10/’05)

Venti giorni di riflessioni, discorsi, argomenti e confronti per raccomandare «l'importanza di inginocchiarsi»? Tutto qui, il Sinodo? Niente preti sposati, zero rivoluzioni liturgiche, nessuna abiura del Concilio? Si coglie quasi un senso di disagio tra le righe di alcuni pensosi commenti sulle cinquanta «Proposizioni», cioè le tesi conclusive che i padri sinodali hanno consegnato sabato al Papa e che Benedetto XVI ha deciso di mettere alla portata di tutti disponendone la pubblicazione con un gesto quasi senza precedenti. Certo, non di sole ginocchia si è occupata l'assemblea. Ma quant'è imbarazzante per tanta cultura snob quella Proposizione 34 («di fronte all'Ostia consacrata si osservi la pratica della genuflessione o di altri gesti di adorazione secondo le differenti culture...») dedicata alla preghiera umile del corpo che asseconda il dialogo dell'anima "vestendolo" dell'atto più naturale della creatura di fronte al suo Dio. È la stessa preghiera - si direbbe - a esigere di chinarsi consegnandosi disarmati al Signore della storia e della vita di ciascuno. Non un'imposizione o una resa avvilente, e neppure un gesto solamente devozionale, ma una necessità. Che però si è andata appannando fino a rendere la genuflessione un gesto fuori moda, che squalifica chi lo compie e per questo è accennato frettolosamente dai più, un geroglifico incomprensibile composto dove capita, perché spesso neppure si sa davanti a cosa compierlo, né quando, e per quale motivo. Chi sente il bisogno istintivo di piegarsi riconoscendo la Presenza nella quale cercare sollievo, riparo, conforto, perdono, chiarezza, serenità? Eppure non c'è forse mai stata epoca più affollata di idoli, che pretendono condiscendenza servile e persino assoggettamento coatto, ciascuno con la propria quota di ginocchia piegate a forza, fino all'artrosi interiore. Tutt'altro è la preghiera del cuore e del corpo, che non umilia ma rigenera perché fa tornare in sé, creature quali siamo, ammettendo anche esterioremente di esserlo. L'abbandono semplice e fiducioso indotto dal gesto di inginocchiarsi pare invece divenuto estraneo, una pratica fastidiosa per beghine anchilosate. E chi l'ha detto? Non sarà forse l'incapacità ormai fisiologica di fermarsi e di fare silenzio a rendere così apparentemente disdicevole la consuetudine con l'inginocchiatoio, e persino con il nudo pavimento? Così a chi si aspettava rivoluzioni organizzative o dottrinali il Sinodo ha risposto proponendo la "rivoluzione delle ginocchia", quella propugnata dai santi e che spalanca le porte dell'impensabile. In ginocchio, immobili, si sospinge la storia, si incrinano i muri, si smuove quel che c'è di più duro e greve: il proprio cuore. Può sembrare tempo perso, fatica sprecata. E invece è una provocazione speculare a quella del tema sul quale si è interrogato lo stesso Sinodo: con tutti i problemi che ci sono, proprio di Eucaristia doveva occuparsi? E infatti, per l'intera durata dell'assemblea s'è scatenata la caccia mediatica almeno al dissidio, alla svolta imprevista, al clamoroso contropiede dottrinale, lamentando in caso contrario il ripiegamento sulla tradizione e persino la mancanza di coraggio (quando tra i padri sedevano anche i rappresentanti di Chiese martiri...). Invece niente: ancora «la pratica della genuflessione» e «l'importanza di inginocchiarsi». Eucaristia, adorazione, preghiera: l'abc della fede. In ginocchio si ripassa meglio.