QUARESIMA IN CAMMINO

In tutte le chiese oggi un gesto penitenziale che incrocia la speranza.

RITAGLI   «Dalle Ceneri rinascerà la vita»   DOCUMENTI

Il monaco dom Franco Mosconi legge il segno del primo giorno dell'itinerario verso la Pasqua: «Simbolo perfetto di Cristo, il cui patire è sorgente di luce.
Il digiuno? Nella Bibbia precede sempre una trasformazione».

Da Roma, Mimmo Muolo
("Avvenire", 21/2/’07)

Le ceneri, il digiuno, la preghiera, il deserto. Guardando ai principali atteggiamenti simbolo della Quaresima si è facilmente indotti a pensare che il periodo di preparazione alla Pasqua sia caratterizzato da una visione pessimistica della vita. Dom Franco Mosconi, monaco camaldolese dell'Eremo di San Giorgio a Bardolino (Verona) ribalta invece questo modo di pensare. «La Quaresima - ricorda - è un tempo speciale di purificazione, oltre che "riorientamento" della vita spirituale. Perciò è un cammino di speranza, illuminato dalla Parola di Dio, anche in quegli aspetti come le ceneri, che sembrerebbero di tutt'altro segno».

Si spieghi meglio.

«Tutti abbiamo in mente la frase: "Ricordati che sei polvere e alla polvere ritornerai". Ma dobbiamo considerare che la cenere di cui veniamo cosparsi è ricavata dai rami dell'ulivo benedetti nella Domenica delle Palme dell'anno precedente. Questo albero, che fu testimone del patire del Signore nel Getsemani e che ci dà un frutto meraviglioso, alimento anche della luce (si pensi alle lampade a olio) oltre che del corpo, diventa così il perfetto simbolo di Cristo, il cui patire è sorgente luce».

Le ceneri, dunque, come un anticipo della risurrezione?

«In un certo senso sì. La cenere contiene la "quintessenza" dell'ulivo e perciò quella che viene posta sul capo dei fedeli non è tanto un segno di cordoglio, ma è la "ri-animazione" della nostra vita con la quintessenza dell' "Ulivo-Cristo". È un gesto che tende a renderci più partecipi della forza redentiva del Signore. E la formula potrebbe essere tradotta così: "Ricordati che sei una essenza spirituale e in Cristo devi risorgere in una realtà spirituale". All'inizio della Quaresima, dunque, la Chiesa ci cosparge con le ceneri dell' "Ulivo-Cristo" per renderci coscienti del mistero della trasformazione che deve accompagnare questo cammino verso la Pasqua».

Quali sono gli altri simboli cui prestare attenzione?

«Sempre nell'ottica del cambiamento, che è proprio della Quaresima, io sottolineerei il numero 40, che nel linguaggio biblico indica sempre la fase critica che precede una trasformazione. Si tratta di un passo in avanti nello sviluppo della coscienza, il compimento di un ciclo che segna il passaggio ad un ordine differente di pensiero, di azione e di vita. L'alleanza tra Dio e Noè avvenne il 40° giorno del diluvio, Mosè venne chiamato a compiere la sua missione nel 40° anno della sua vita e dimorò 40 giorni sul Sinai prima di ricevere il decalogo. Il popolo di Israele erra per 40 anni nel deserto. E poi ci sono i 40 giorni di Gesù nel deserto. La Quaresima ci viene, dunque, offerta come tempo per noi. Un tempo che ci toglie dalle banalità e ci inserisce in una dimensione che dà sapore al nostro quotidiano vivere».

Ed è in quest'ottica che vanno inseriti anche gli altri atteggiamenti come il digiuno, la preghiera e l'elemosina?

«Sicuramente. Il Vangelo di oggi, mercoledì delle Ceneri, richiama la prassi penitenziale ebraica ereditata anche dai cristiani e che prevede proprio la triade del digiuno, della preghiera e dell'elemosina. Il digiuno infatti predispone all'ascolto della parola di Dio. E vale la pena di notare che tutti gli avvenimenti che hanno segnato una svolta nella storia della salvezza sono tutti preceduti da un digiuno. Pensiamo a Giuditta che con il digiuno ottiene dal Signore la vittoria sui nemici, a Ester che si prepara ad incontrare il re, a Neemia che indice un digiuno per preparare il popolo ad ascoltare la parola di Dio ritrovata. Nel Nuovo Testamento, poi, il Messia è atteso dalla profetessa Anna con preghiere e digiuni. E Gesù stesso, come abbiamo già ricordato, passa 40 giorni nel deserto digiunando».

Oggi, oltre che dal cibo, da che cosa dovremmo digiunare?

«Dalle tante parole e dalle tante immagini, che impediscono a un cristiano di avere nel cuore l'unica Parola che conta e che orienta davvero la vita. Naturalmente, però, il digiuno deve essere autentico e deve essere provato con l'amore per i più deboli».

Per questo è sempre collegato con l'elemosina?

«Sì. Uno degli scopi del digiuno è permettere una maggiore attenzione agli altri. Soprattutto a quelli che sono particolarmente nel bisogno. E bene ha fatto il Papa a ricordare che contemplando «Colui che hanno trafitto» potremo aprire il cuore agli altri, riconoscendo le ferite inferte alla dignità dell'essere umano. E impareremo a combattere ogni forma di disprezzo della vita e di sfruttamento della persona e ad alleviare i drammi della solitudine e dell'abbandono di tante persone. In questo senso elemosina è anche il tempo dedicato agli infermi o a chi, gravemente ammalato, è tentato dal pensiero dell'eutanasia».

Il Papa raccomanda anche di dare più spazio alla preghiera.

«In effetti la preghiera è la prova della nostra fede. Abbiamo tanta fede quanto crediamo alla preghiera. Essa ci libera dai desideri di conquista, perché è Dio che viene a conquistare noi. Ci distoglie dall'ansia dei risultati, perché ci impone di perdere gratuitamente tempo per il Signore. La vera preghiera inoltre cambia la direzione del nostro sguardo. Da essere preoccupati delle nostre difficoltà e delle nostre virtù, ci fa contemplare la grandezza dell'amore di Dio. Una grandezza che però non ci schiaccia, ma ci eleva».

Parlando di preghiera, il pensiero corre al silenzio e quindi al deserto.

«In effetti il deserto è l'ambiente tipico del periodo quaresimale. Il deserto più che uno spazio geografico è una situazione concreta in cui la persona viene a trovarsi. Luogo prescelto da Dio per provare la vigoria della fede dei suoi discepoli, che superata la tentazione raggiungono la statura dell'uomo vero. Quindi il deserto è un passaggio obbligato di chiunque voglia rispondere alla vocazione del Signore. In questo senso il deserto si può vivere anche nella grande città. L'importante è che sia contrassegnato dalla spoliazione di ciò che è superfluo. E del resto, se uno ricerca la pienezza della vita, non si ferma certo all'effimero».