ALTRO CHE "NOTTI BIANCHE"

RITAGLI    Quelle "bidonville" invisibili    MISSIONE AMICIZIA
a chi non vuol vedere

Antonio Maria Mira
("Avvenire", 6/11/’07)

Domenica mattina il sole splendeva sulla valle della Caffarella, spicchio di campagna romana all’interno della città, uno dei luoghi incantanti del "Parco dell’Appia Antica". Tanta gente a passeggio, famiglie coi bambini, biciclette, amanti del "footing". Ma negli angoli più bui e umidi, tra rovi e canneti, a fianco di vestigia romane e cumuli di rifiuti, altre famiglie cercavano di nascondersi. Famiglie di romeni e di "Rom", piccoli gruppi fuggiti dai campi abusivi svuotati dall’attivismo "post-dramma" delle varie autorità della capitale. Li avevamo visti nei giorni scorsi arrivare con le poche "masserizie" e infilarsi nei varchi del Parco, alla ricerca di un nuovo rifugio, passando proprio a fianco del comando dei vigili urbani del locale municipio. Ed eccoli, ora, "sistemati" sotto improvvisate tende di teli di plastica o dentro vecchie baracche. Già, e non è la prima volta. Qui come nel resto della città. La terribile vicenda di Giovanna Reggiani ha alzato il velo sui quei 20mila immigrati che vivono in insediamenti clandestini, fantasmi che tutti vedevano senza vedere. C’erano addirittura precise mappe (peraltro carenti...). Molti sapevano, molti vedevano. Non grandi agglomerati, ma piccoli insediamenti. Il pianto dei bambini, gli adulti che, attrezzi da "lava-vetro" in mano o stampelle in spalla, la mattina raggiungevano il "posto di lavoro" nel centro della città, a qualche semaforo o lungo le vie più frequentate dallo "shopping". Fantasmi molto ben visibili. Tranne per chi avrebbe dovuto intervenire. Anche solo per motivi umanitari, e quindi facendo rispettare regole che già ci sono.
«Chi è preposto alla sicurezza e all’accoglienza sappia far uso dei mezzi atti a garantire i diritti e i doveri che sono alla base di ogni vera convivenza e incontro tra i popoli», ha detto
Benedetto XVI all’"Angelus" di domenica, proprio mentre questi piccoli nuclei si "riposizionavano" tra immondizia e topi. Già, diritti e doveri. Assieme. Altrimenti che «vera convivenza» sarebbe quella che punta solo su uno dei due elementi? Eppure in questi anni sembra, invece, aver vinto una politica, o piuttosto "non politica", altalenante.
Da un lato la rivendicazione solamente dei diritti che nasconde in realtà "non decisioni", dimenticanze, distrazioni, sottovalutazioni. Spesso solo parole non seguite da fatti concreti, una solidarietà di comodo. Il classico "buonismo" di sole chiacchiere che poi lascia ad altri – volontariato cattolico in testa – il compito di metterci la classica "pezza". Con progetti di aiuto e di integrazione, questi sì, concreti. Supplenza di chi, soprattutto a livello locale, non è stato capace o non ha voluto governare il fenomeno migratorio.
Dall’altro lato c’è, invece, la mano pesante, ma solo dopo fatti drammatici. La faccia "arcigna" delle istituzioni, ma anche questa episodica, d’effetto, fatta di "blitz" con sirene e ruspe, dispiegamento di divise e raffiche di espulsioni. Per poi, alla fine, trovarsi solo col problema spostato qualche chilometro più in là, come sta avvenendo in questi giorni. Con tutto il suo carico di emarginazione, dolore, sfruttamento e delinquenza. Perché questa c’è, è inutile (e sarebbe scorretto) negarlo. Anzi fa più male a loro, agli immigrati. Anche loro "sballottati" tra l’essere considerati, a giorni alterni, o tutti "poveracci" da aiutare o tutti "delinquenti" da allontanare. Eppure si sa come arrivano, con che mezzi, in quali luoghi. Dove vanno a "vivere", dove vengono arruolati dagli sfruttatori del lavoro "nero" o dalla criminalità. "Tutta la città ne parla", da anni. Sarebbe bastato ascoltarla, questa città. E magari raccontarla a fondo, e con continuità, sui giornali. Invece chi doveva si è distratto. Ha voltato la testa, preso da sfavillanti notti più o meno "bianche", accorgendosi a intermittenza – e mai abbastanza – di altre notti. Buie, umide, maleodoranti e, purtroppo, anche sanguinose.