IL FATTO

Intervista al prefetto della Congregazione delle cause dei santi.
Che spiega il significato di una ricorrenza che risale al decimo secolo.
«Sono modelli di vita e potenti intercessori».
Una vocazione che ogni cristiano riceve nel Battesimo e alla quale, quindi,
tutti sono chiamati nelle dimensioni normali della vita.

RITAGLI   «I santi? Sono gli amici di Dio»   DOCUMENTI

Giovanni Paolo II ha fatto più santi e beati (1827)
dell’insieme dei suoi predecessori dal 1558,
data di nascita della Congregazione. Ha applicato il Concilio,
che sottolinea la santità come elemento fondamentale della Chiesa.
La nuova prassi che è stata introdotta da Benedetto XVI
per le cerimonie di beatificazione valorizza il ruolo delle comunità locali.

Da Roma, Salvatore Mazza
("Avvenire", 1/11/’06)

Ci precedono. Ci guidano. Ci aspettano. «Modelli di vita» e, allo stesso tempo, «potenti intercessori». E se negli ultimi anni il loro numero s’è moltiplicato «è perché in questo modo s’è voluto sottolineare con forza la santità come uno degli elementi fondamentali della Chiesa». Perché «la Chiesa infatti o è santa o non è la vera Chiesa di Cristo».
Con le parole del cardinale
José Saraiva Martins, è questo che la Chiesa celebra dedicando il primo giorno di novembre a Tutti i Santi. Una vera festa di "amici", il cui significato è stato ulteriormente esaltato dalla Comunicazione su "Le nuove procedure nei riti della Beatificazione", pubblicata un anno fa, «con la valorizzazione della dimensione della Chiesa locale».

Eminenza, la festa odierna è oggi diventata una sorta di "omnibus", con dentro un po’ di tutto. Ma che cosa davvero celebra la Chiesa il primo giorno di novembre?

Nella solennità di Tutti i Santi, che risale al secolo X, la Chiesa celebra quegli amici di Dio, canonizzati o meno, che, avendo vissuto in profondità il Vangelo, hanno già raggiunto la gloria del cielo. Onora con intima, profonda gioia, questi nostri fratelli "divenuti modelli di vita e insieme potenti intercessori", come ci ricorda la "Lumen Gentium".

Insomma, nulla di "magico".

Assolutamente nulla. Lo scopo che si propone la Chiesa è quello, estremamente importante, di rinsaldare in noi ancora pellegrini sulla terra la speranza e il desiderio di raggiungere in cielo coloro che "ci hanno preceduto come segno della fede e dormono il sonno della pace", per cantare in eterno, con loro, il cantico nuovo nell’assemblea dei santi. Questi nostri fratelli ci aspettano e sono pronti ad accoglierci. Come diceva san Bernardo: "Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano averci con loro, e noi ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e non non ne prenderemo cura?".

Nel suo pontificato Papa Wojtyla ha voluto la canonizzazione e la beatificazione di migliaia di servi di Dio, con un’accelerazione mai vista in passato. Come mai?

Sì, Giovanni Paolo ha fatto più santi e beati che tutti i suoi predecessori assieme dal 1588, data in cui è stata eretta la Congregazione delle Cause dei santi. In tutto 1827, un vero record. Ad alcuni, è vero, sono sembrate troppe, e il Papa ne era consapevole. Era però convinto che, elevando tanti servi di Dio agli onori degli altari, non faceva che applicare il Concilio, che aveva sottolineato con forza la santità come uno degli elementi fondamentali della Chiesa. La Chiesa infatti o è santa o non è la vera Chiesa di Cristo. Canonizzazioni e beatificazioni, inoltre, "manifestano la vivacità delle Chiese locali – scrisse nella lettera "Tertio millennio adveniente" – molto più numerose oggi che nei primi secoli e nel primo millennio". Né, infine, va dimenticata l’importanza ecumenica della santità: c’è infatti un legame inscindibile tra la ricerca della piena unità dei cristiani e la santità. Questa infatti è l’ "humus" in cui quella nasce, cresce e matura. Nella stessa lettera, in proposito, Giovanni Paolo II ricordò come "l’ecumenismo dei santi, dei martiri, è forse il più convincente. La "communio sanctorum" parla con voce più alta dei fattori di divisione".

Che relazione c’è dunque tra quell’atteggiamento di Papa Wojtyla, in cui anche il dato quantitativo aveva un peso importante, e la sua insistenza sulla vocazione universale alla santità?

Direi una relazione davvero intima e profonda. Se tutti, ognuno secondo la propria vocazione, sono chiamati alla santità, la Chiesa ha l’obbligo di proporre ai fedeli dei modelli di santità. E questo è il significato delle beatificazioni e delle canonizzazioni. La vocazione universale alla santità è radicata nel battesimo, in quanto incorpora chi lo riceve a Colui che è la stessa santità del Padre, incarnatasi, fattasi tempo e storia. La vocazione battesimale è dunque, essenzialmente, una vocazione alla santità. Per questo il Papa ricordava che chiedere a un catecumeno: "Tu vuoi essere battezzato", equivale a domandargli: "Tu vuoi essere santo?".

Anche in quei numeri, dunque, un messaggio, è così?

Certo. Facendo tante canonizzazioni e beatificazioni il Papa non svolgeva una "politica", come talvolta è stato detto, bensì faceva emergere la santità da tutti gli angoli della terra, quasi assecondando una realtà esistente.

È cambiato qualche cosa, in questo senso, con Benedetto XVI? E le modifiche rituali che ha portato, come le celebrazioni "locali" per le beatificazioni, che significato hanno?

Papa Benedetto XVI non ha cambiato niente per quanto riguarda il "ritmo", per così dire. Le statistiche parlano chiaro. Le canonizzazioni e beatificazioni fatte in quest’anno e mezzo del suo pontificato sono, rispettivamente, 9 e 43. E non sono poche. Quanto alla nuova prassi introdotta dall’attuale Pontefice, in base alla quale le beatificazioni vengono fatte nelle Chiese locali a cui appartengono i candidati all’altare, essa ha un profondo significato ecclesiale. Il Concilio Vaticano II ha sottolineato con molto vigore la teologia della Chiesa locale, e non si deve dimenticare che la beatificazione ha una dimensione locale, in quanto in essa la Chiesa permette il culto al nuovo beato nell’ambito della sua Chiesa di appartenenza, mentre nella canonizzazione il culto al nuovo santo viene prescritto alla Chiesa universale. Così, con la nuova prassi, mentre si valorizza la Chiesa locale, si sottolinea allo stesso tempo la differenza tra la beatificazione e la canonizzazione.

Lei ha presieduto, in quanto rappresentante del Papa così come vuole questa nuova prassi, molte di queste beatificazioni locali. Dalla sua prospettiva, come vede che viene vissuta questa novità sul territorio?

La mia impressione è molto, molto positiva. Ogni beatificazione diventa una festa di gioia dell’intera Chiesa locale. È tutta la comunità che, compatta, in quel momento si rallegra nel vedere che uno di loro è stato elevato agli altari, e così le cerimonie diventano altrettante straordinarie occasioni pastorali, con al centro la figura, le virtù eroiche, la santità del nuovo beato.