LA SECONDA ENCICLICA: È il futuro a distinguere i cristiani

Non un sentimento di ottimismo o il desiderio di qualcosa di migliore per il domani,
ma la capacità di dialogare con la realtà,
indicando agli uomini il percorso che porta alla verità sull’uomo e sulla storia:
dai commenti di due noti studiosi sulla "Lettera" firmata ieri,
una lucida analisi sul volto della speranza, così come delineato dal Pontefice.

RITAGLI     Francesco Botturi:     DOCUMENTI
«Ci dice che la salvezza non viene dalla scienza»

Il filosofo morale: una critica positiva all’ideologia del progresso
e un richiamo urgente al compito dei credenti.

Elio Maraone
("Avvenire", 1/12/’07)

«Un testo molto intenso, molto bello, che tocca in profondità chi lo legge. Quasi uno svolgimento, assieme alla prima "Enciclica", del tema già sintetizzato dal Santo Padre nel "Gesù di Nazaret" con queste parole: l’uomo ha bisogno di verità e di amore, di una verità che lo ami». In altre parole, secondo il professor Francesco Botturi, ordinario di "Filosofia morale" all’"Università cattolica", la "Spe salvi" è una nuova tappa, e tra le più toccanti, della coerente ricerca (della verità nella luce dell’amore, osiamo notare noi) di Benedetto XVI.

Professore – chiediamo – che altro si potrebbe aggiungere tentando una valutazione generale di questa Enciclica?

Che il Papa si dirige dritto alla grande questione umana, ossia al desiderio di felicità che lo coinvolge, che lo fa anche soffrire, ma che è insopprimibile. Per questo l’uomo non può mai, di fatto, rinunciare a un’idea di felicità, benché sia consapevole della sua fragilità e della sua insufficienza: per dir meglio, egli è portatore di un desiderio più grande di quanto egli stesso riesca a realizzare. È questo il paradosso dell’uomo, che il cristiano, insieme alla fede, deve testimoniare.

Di testimoniare, si potrebbe aggiungere, nel tempo della "post-modernità", dopo le lunghe stagioni della modernità...

... Che ha fallito, e il Papa lo ricorda con grande lucidità critica nei brani dedicati alla "Rivoluzione francese" e alla "Rivoluzione comunista". Mi pare vada messo in risalto, per esempio, il passo che, dopo aver denunciato come «vero errore» "marxiano" il materialismo, conclude che l’uomo non è soltanto il prodotto di condizioni economiche e perciò non è possibile risanarlo dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli. Altrettanto saliente è, da parte del Papa, la critica della fede nel progresso, cioè dell’ideologia del progresso. Una denuncia innervata dalla memoria degli esiti anche tragici ai quali, pure nel secolo scorso, può portare la fede nel progresso.

Si tratta, nel complesso, di un giudizio negativo sulla contemporaneità? E, più in generale, la riflessione sulla speranza è esercizio esclusivo del pensiero cristiano?

Non c’è alcun indugio compiaciuto sul negativo, semmai la critica conduce sempre, sino a trovare accenti commossi, al positivo, quasi che il Papa volesse far incontrare il desiderio di pienezza dell’uomo con la "Pienezza", e insieme ricordarci che le cose grandi e buone non sono dell’individuo, ma dell’intera famiglia umana. Quanto al tema della speranza, esso è, per esempio, un tema forte "kantiano" («Che cosa posso sperare?» è una delle quattro domande fondamentali dell’uomo secondo Kant). La "Scuola di Francoforte" (Adorno, Horkheimer, ecc.) si pone il problema della necessità e della difficoltà insieme della speranza.

Insomma, anche la parte più laica della cultura contemporanea dovrebbe fare conti attenti, e privi di pregiudizio, con questa Enciclica.

È quello che mi auguro, soprattutto là dove assistiamo ad una sorta di implosione del desiderio a seguito della crisi della modernità, che ha ormai compreso di dover rinunciare all’illusione di avere una presa totale sulla storia. C’è naturalmente chi non è d’accordo, chi mantiene vecchie posizioni o chi rinuncia consapevolmente alle «grandi» domande dell’uomo Ma questo non vuol dire che il Papa demonizzi la modernità e i suoi attardati seguaci: registra un fallimento e riapre una prospettiva.

L’Enciclica contiene anche una critica al cristianesimo storico.

Infatti il Papa constata che il cristianesimo moderno si è spesso ridotto o rassegnato ad accettare un ruolo di religione privata, portatrice di un annuncio di salvezza individuale. Con ciò, aggiunge il Papa, si restringeva l’orizzonte della sua speranza, senza riconoscere adeguatamente la grandezza del proprio compito; compito di testimonianza della speranza per l’uomo intero e per tutti gli uomini.

Questa Enciclica contiene molte frasi suggestive, memorabili. Lei quali citerebbe?

Vorrei sottrarmi a questo gioco. Ma, se mi costringe, direi: «Non è la scienza che dà speranza all’uomo. L’uomo viene redento dall’amore divino».