INTERVISTA

Parla il vicario per Israele, Giacinto Marcuzzo:
«Le basi per il dialogo ci sono: teologiche con gli ebrei, sociali con gli islamici».

RITAGLI    Nazareth, il grido dei cristiani    TERRA SANTA

«Anche noi veniamo identificati con gli americani in Iraq:
nelle moschee quasi ogni venerdì ci sentiamo chiamare "crociati"».

Da Pordenone, Lorenzo Fazzini
("Avvenire", 25/9/’07)

I pellegrinaggi in Terra Santa, che fanno "toccare" con mano la storia e la geografia biblica, sono il miglior antidoto alla deriva "anti-cristiana" esplosa con il fenomeno Dan Brown e il suo "Il codice da Vinci". E sta prendendo sempre più piede, nell'impegno della Chiesa per la pace, il dialogo positivo con il mondo ebraico, mentre sul versante palestinese va aiutato quel popolo a non dividersi in fazioni nemiche. Ne è convinto monsignor Giacinto Marcuzzo, vicario per Israele del Patriarcato latino di Gerusalemme e vicario per Nazareth. Il titolo ecclesiastico che però meglio gli compete è quello di presule di Emmaus, la località dove il Vangelo colloca il riconoscimento di Cristo risorto da parte dei due discepoli. Secondo il vescovo veneto - originario di San Polo di Piave (Treviso), dal 1960 in Terra Santa - , questo incontro con la realtà (archeologica ed umana) di Palestina rappresenta un arricchimento decisivo per la fede cristiana nel contesto attuale. Monsignor Marcuzzo - che è pure docente di "Letteratura cristiana araba" all'Università di Betlemme e all'Università Ebraica di Gerusalemme - è intervenuto sabato a "Pordenolegge.it" per presentare il volume "Muri, lacrime e sa'tar" di Gianluca Solera sull'odierna Palestina.

Che significato hanno oggi i pellegrinaggi in Terra Santa quando un romanzo come «Il codice da Vinci» sbanca le librerie?

«Sgombriamo subito il campo: quel libro non ha niente a che fare con la realtà del cristianesimo. Detto questo, posso testimoniare che c'è una ripresa del senso del pellegrinaggio in Terra Santa, un tempo vissuto solo come turismo religioso. Oggi assistiamo ad una maggior coscienza, sia di qualità che quantità, del suo significato: il pellegrinaggio è l'andare a riscoprire la dimensione storica, geografica e visibile della nostra fede. Quest'ultima non è una dottrina, una filosofia o una morale, ma anzitutto un'alleanza di Dio con l'uomo: per questo è così importante riscoprire la realtà storica in cui troviamo i segni di questa alleanza».

Quali gli altri aspetti fondamentali per un pellegrino sui "Luoghi Santi"?

«Direi soprattutto la comunità che abita la Terra Santa. Sempre di più si va scoprendo che là non solo si trovano l'archeologia di muri e graffiti o la geografia di monti, fiumi e laghi, ma anche una comunità cristiana discendente dei primi credenti in Cristo: su questo aspetto non si può scherzare perché quelle comunità sono memoria vivente di Gesù. E pure gli ebrei e i musulmani di quella terra, anche se non credono in Cristo, tuttavia non lo escludono ed incontrarli lì, nella loro realtà, è un fatto non indifferente per un pellegrino».

Qual è la situazione del dialogo tra ebrei, cristiani e musulmani in Terra Santa?

«Non siamo all'anno "zero": non voglio esagerare, ma siamo molto avanti in questo cammino; esiste un dialogo vero e non di apparenza con queste due comunità. Con l'ebraismo, inoltre, portiamo avanti un confronto teologico mentre coi musulmani questo avviene sui valori sociali. Con il "Gran Rabbinato" di Israele, in particolare, abbiamo avviato un dialogo a vari i livelli, sulla famiglia, l'educazione, il senso del sacro, il rapporto tra religione e Stato. Si tratta di un passo avanti importante visto che per secoli il Rabbinato è stato considerato "antagonista" alla Chiesa. È particolarmente interessante il confronto con gli ebrei "laici", cioè i credenti non legati all'"establishment" religioso. Inoltre, va notato una particolarità: nel 1993 la Santa Sede e lo Stato di Israele firmarono un accordo che, se dal punto di vista diplomatico non ha prodotto grandi risultati, sul piano religioso ha fatto scaturire una "fioritura" incredibile di iniziative perché ha fatto emergere la fiducia reciproca. È questa la componente che manca di più in Terra Santa».

Come vivono i cristiani di Terra Santa la stagione dell'integralismo islamico e le violenze scoppiate in Iraq dopo la guerra?

«Dobbiamo ricordare che il conflitto arabo-israeliano non è parte del terrorismo internazionale, ma ne è la concausa, se non la principale. Anche noi subiamo l'equivoco per cui i cristiani sono identificati con gli americani in Iraq: nelle moschee quasi ogni venerdì veniamo chiamati "crociati". Bisogna dare atto a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI di aver parlato chiaro contro la guerra; specialmente il primo ha salvato i cristiani in Medio Oriente».

In questi mesi assistiamo alla divisione tra le due fazioni principali dell'"Autorità palestinese", "al-Fatah" in Cisgiordania e "Hamas" a Gaza. Come dovrebbe comportarsi la comunità internazionale di fronte a questa situazione?

«Non va assolutamente incoraggiata la divisione tremenda che vive il popolo palestinese: è impensabile arrivare alla pace con la popolazione divisa. Si devono fare tutti gli sforzi possibili per aiutare i palestinesi a trovare un cammino comune. Hamas ha posizioni assolutamente non condivisibili, in particolare sull'esistenza dello Stato di Israele, ma non possiamo fare a meno di parlare con il nemico, aiutandolo ad evolvere politicamente. Altrimenti Hamas cadrà nelle mani di "Hezbollah", della Siria e dell'Iran; e in questo modo si andrà sempre più lontani dalla via della pace».