INTERVISTA AL RETTORE

«La nostra realtà accademica è una presenza di cui,
non soltanto i cattolici, ma l’intero Paese ha sempre più bisogno
nella fase storica che stiamo vivendo».

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un’università per dare «pensiero al mondo»

Ornaghi: forte legame con i credenti e patrimonio di tutti.
Il tema scelto per il 2007 è legato al messaggio
lanciato nel 1967 da papa Paolo VI nell’enciclica «Populorum Progressio»:
legare la cultura allo sviluppo mondiale.
«Il nostro ateneo si muove cercando di fare capire ai suoi giovani
le parole fondamentali di una grammatica umana,
capace di comprendere i grandi cambiamenti in corso
e per costruire il domani che ci attende».

Da Milano, Enrico Lenzi
("Avvenire", 21/4/’07)

Un ateneo in prima linea nell'obiettivo di dare «un'anima a questa società», e anche consapevole di essere portatore di valori e di esperienza per aiutare il mondo ad «avere un pensiero». Il professor Lorenzo Ornaghi, da cinque anni alla guida dell'Università Cattolica, è ben consapevole delle responsabilità e delle attese che sul suo ateneo si riversano. La "Giornata dell'Università", che si celebra domenica 22, è l'occasione non solo per fare un bilancio, ma anche per ribadire il forte legame con la Chiesa e la comunità dei cattolici italiani.

Rettore, perché la scelta di dedicare la Giornata ai 40 anni della "Populorum Progressio" di Paolo VI?

«Lo scorso anno la Giornata ebbe come tema l'esortazione che papa Benedetto XVI ci rivolse quando venne ad inaugurare il nostro anno accademico: la sintesi tra verità e amore costituisce il centro vitale della cultura cattolica. Quest'anno ponendo l'attenzione sull'approfondire il sapere e allargare il cuore per una vita più fraterna e universale, abbiamo voluto ricordare non solo il quarantesimo della "Populorum Progressio", che ancora oggi lascia trasparire tutta la ricchezza del Concilio Vaticano II, ma anche sottolineare lo stretto rapporto tra cultura e sviluppo. Noi dobbiamo uscire da una situazione globale che troppo spesso avvertiamo come stagnante».

E come possiamo farlo?

«Dando nuovamente alla nostra società un orizzonte di sviluppo dentro il sistema globale, e quindi attingendo a tutte le risorse di quell'autentico umanesimo che solo la cultura cristianamente ispirata, può offrire».

Paolo VI nella sua enciclica invitava gli uomini di cultura ad aprirsi al mondo e a dare «pensiero al mondo». Un'attenzione che la Cattolica ha sempre avuto nella sua storia. E oggi come concretizza quest'attenzione?

«Il mondo soffre oggi, ancor di più, di quella mancanza di pensiero, a cui faceva riferimento 40 anni fa Paolo VI, da molto più tempo. Credo che, soprattutto ai giovani, la Cattolica deve far sentire la necessità del pensiero, l'importanza di un metodo con cui conoscere e giudicare, la bellezza della ragione. Solo in questo modo riusciamo a sottrarre noi stessi, e insegnare ai giovani a liberarsi, da opinioni mutevoli e da "pseudo-verità", che sempre si rivelano gabbie, spesso pericolose, per la libertà dell'uomo e per la sua capacità di manifestare speranza per il domani, confidando nel nuovo senza timori».

Nel suo messaggio la presidenza della Cei sottolinea come si stia vivendo un'epoca in cui «l'uomo ha assunto un aspetto così travagliato come non mai». Addirittura «sono evidenti i segni problematici di questo offuscamento della grammatica dell'umano». La Cattolica come si muove e cosa offre alla nostra società per recuperare questa grammatica?

«Si muove cercando di far capire ai suoi giovani l'importanza di conoscere i "lemmi", le parole fondamentali di questa grammatica».

Ne può indicare alcuni?

«Penso ai "lemmi" degli affetti, dei legami tra persone e comunità. E queste sono anche parole fondamentali per comprendere i grandi cambiamenti in corso e per costruire il domani che ci attende. Vale a dire, senza retorica, che sono le parole "architrave" della cultura, secondo la visione cristiana dell'uomo: la solidarietà, il gusto dell'azione, il realismo, il coraggio, la "sussidiarietà"».

Se dovesse descrivere lo stato di salute della Cattolica, come lo definirebbe?

«Buono, specialmente se si guarda alla sua volontà di voler continuare a dare un'anima ai risultati della scienza, di voler dare, parafrasando la "Populorum Progressio", un pensiero alla società italiana, che a sua volta vuole essere protagonista nel mondo globale. Se non temessi di apparire eccessivo, le direi che pur nelle sempre presenti difficoltà, tra cui il capitolo dei finanziamenti statali, e nella consapevolezza degli inevitabili limiti, la Cattolica è l'università di cui, non solo i cattolici, ma l'intero Paese, hanno sempre più bisogno».

Lo scorso novembre ha iniziato ufficialmente il suo secondo mandato di rettore. Quali saranno le priorità nel prossimo quadriennio?

«Le riassumerei così: un'ottima formazione nelle lauree triennali, un'ulteriore crescita del grado di prestigio internazionale delle lauree specialistiche, "master" e dottorati, lo sviluppo non solo della ricerca scientifica nel suo complesso, ma anche in particolare in quelle aree di ricerca che proprio perché collocate alla frontiera degli avanzamenti scientifici, richiedono alle differenti scienze di interagire e operare tra loro. Ovviamente pensiamo di fare tutto questo sapendo che al centro di ogni programma di sviluppo non può che esserci lo studente, di cui devono essere valorizzate le capacità e premiati i meriti».

Per il sistema universitario italiano non sembra ancora finito il tempo delle riforme e degli aggiustamenti. Quale è la situazione in Università Cattolica?

«Cerchiamo di utilizzare tutti gli spazi di autonomia che talvolta la massa di provvedimenti legislativi e burocratici, non so se scientemente o meno, tende a comprimere sempre di più. E in questi spazi di autonomia abbiamo maturato l'attivazione di quattro Centri di ateneo che, culturalmente e concretamente, traducano alcuni importanti finalità del nostro ateneo».

Centri di ateneo che cercano anche di far interagire le diverse facoltà su alcune grandi tematiche?

«Proprio così. E le tematiche che abbiamo individuato sono la famiglia, la bioetica, la dottrina sociale e la solidarietà internazionale».

La Giornata dell'Università Cattolica ha visto cambiare nei suoi 83 anni di celebrazione molti scenari politici e sociali. Perché ha ancora senso promuovere questa Giornata nel 2007?

«Penso che la Giornata sia da ritenersi un dono, di cui vanno tenute alla mente le origini. L'Università Cattolica è nata con il sostegno, con la fatica e, spesso, con il modesto e significativo gesto di generosità dei credenti. Questo è il legame che va ricordato e sempre rinnovato. In questo modo la Cattolica sente il dono della vicinanza a sé dell'intera comunità dei cattolici italiani».