RITAGLI   MARTIRI DEL PIME   SPAZIO CINA

PROFILO MISSIONARIO DI P. ALBERICO (Guo Xide)

Questo breve studio fu originariamente preparato per una Conferenza internazionale che si tenne a Taipei in giugno 2004 sulla Cristianità in Cina durante il Movimento dei Boxer dell’anno 1900.

P. Angelo S. Lazzarotto, PIME

"Alla ricerca della Verità dai Fatti" (1)

Questo scritto si prefigge di tracciare il ritratto umano e morale di un sacerdote italiano che trascorse i migliori anni della sua vita come missionario nella Cina imperiale, finché, nel luglio dell’anno 1900, vi subì una morte violenta all’età di 37 anni. Dal suo costante impegno per la diffusione del Vangelo, quale risulta dai suoi scritti, emerge luminoso l’ideale cristiano che riempì la breve vita del Padre Alberico Crescitelli (Guo Xide in cinese). Per questo, non fa meraviglia che i suoi confratelli lo abbiano subito considerato come un martire del Vangelo, e che Papa Pio XII, dopo un lungo processo giuridico per accertare le circostanze della sua morte, lo abbia dichiarato beato nel 1951. Di conseguenza, Alberico fu poi incluso da Giovanni Paolo II tra i 120 martiri della Chiesa di Cina, cinesi e stranieri, che egli decise di canonizzare solennemente il 1° ottobre 2000.

Come noto, a questo atto papale rispose una violenta denuncia del Governo e dei media della Repubblica Popolare Cinese, che portò alla rottura completa dei contatti tra Pechino e la Santa Sede. In quella occasione, il Ministro degli Esteri Cinese non esitò a dichiarare che "alcuni missionari cattolici stranieri furono veri perpetratori e complici nella invasione colonialista ed imperialista (avvenuta) in tempi recenti". E il direttore dell’Amministrazione Statale degli Affari Religiosi di Pechino aggiunse: "Essendo a conoscenza che i cosiddetti "santi" predicavano in Cina durante un periodo difficile per il popolo cinese quando esso fu invaso, umiliato, saccheggiato e ridotto in schiavitù dagli imperialisti e colonialisti, il Vaticano (…) ha preso posizione con un giudizio gravemente offensivo, dichiarandosi in favore dell’invasione coloniale ed imperialista". La dichiarazione precisava che "questi missionari commisero molte malvagità", e citava il caso di un missionario francese, aggiungendo pure il nome di Guo Xide (Alberico Crescitelli), descritto come "un infame missionario italiano (…che era) ben noto per esigere il ‘diritto alla prima notte’ da ogni sposa nella sua diocesi" Si accusava inoltre Cresciteli di essere un vionentoi, uno strozzino, usurpatore di beni dei poveri… L’agenzia di Stato Xinhua News (Nuova Cina) diede grande risalto a queste accuse, divulgando di padre Crescitelli un devastante ritratto, che per un’intera settimana riecheggiò su tutti i media, in ogni città e villaggio della Cina (2).

Di fronte a questa situazione, è diventato imperativo condurre uno studio serio sulla realtà dei fatti, pur nella consapevolezza che è sempre un’impresa difficile giudicare eventi del passato. In questa ricerca della verità è necessario tener conto sia dei vari approfondimenti fatti da studiosi occidentali che degli studi pubblicati in Cina. Ma qui, purtroppo, ci troviamo spesso di fronte a prese di posizione che sono pre-condizionate da scelte ideologiche. Si tratta essenzialmente di un modo differente di leggere la storia, che non si esita a piegare ad interessi politici. In Cina, già dai primi decenni dopo la Liberazione (1949), l’interpretazione della storia passata ha seguito il passo tortuoso delle politiche rivoluzionarie. Durante la Rivoluzione Proletaria Culturale poi, essendo stata la religione totalmente cancellata dalla vita sociale cinese, anche la storia della cristianità era esclusa dalla ricerca degli studiosi perché ritenuta materiale inutile. Solo dal 1979 ricomparvero le prime timide ricerche da parte di qualche storico cinese, ricerche che si sono andate moltiplicando in modo piuttosto lento e incerto.

Già nell’imminenza della canonizzazione, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Sun Yuxi aveva affermato che quei "martiri" avevano in realtà commesso "crimini enormi", e che la loro uccisione era stata espressione della "lotta del popolo cinese contro l’imperialismo e il colonialismo", per cui, secondo il governo cinese, la loro canonizzazione "distorce e calpesta la storia". A queste affermazioni rispondeva lo stesso giorno (26 sett. 2000) il direttore della sala Stampa della Santa Sede Joaquin Navarro-Valls: "Accusare di ‘crimini enormi’ questa schiera di testimoni (tra cui uomini e donne inermi e di tutte le età) è frutto di una lettura unilaterale della storia e di una mistificazione, se non vengono presentate prove concrete" (3).

Nel caso specifico delle accuse fatte ad Alberico Crescitelli, un esame spassionato dei documenti disponibili, sia da parte cattolica che da parte degli storici cinesi, dimostra che si tratta di mera propaganda politica, perché non risulta alcuna "prova concreta" delle colpe attribuitegli. Siamo fortunati perché nel nuovo clima culturale istaurato in Cina nel 1979 dalla politica più liberale di Deng Xiaoping, la Shaanxi Normal University di Xi’an pubblicò nel 1995 i "Documenti ufficiali della Contea di Ningjiang", che ricostruiscono dal punto di vista degli storici cinesi proprio il "Caso religioso di Yanzibian", cioè "l’incidente" in cui risultò ucciso il padre Crescitelli. Come vedremo, proprio questi "Documenti ufficiali" ci offriranno una controprova dell’innocenza del nostro martire rispetto alle infamanti accuse dell’attuale propaganda politica.

"Altra cosa, come nota anche Navarro-Valls, sono i misfatti commessi dalle Potenze coloniali. Ma chi legge spassionatamente e con obiettività le biografie dei benemeriti missionari e missionarie che saranno beatificati domenica prossima, non può che rimanere colpito ed ammirato dalla loro abnegazione e dal loro desiderio di servire il popolo cinese". Sono parole che si addicono perfettamente al nostro padre Alberico. Per questo nutriamo fiducia che sia possibile in futuro un confronto oggettivo e sereno, e questo modesto lavoro vuole essere un piccolo contributo a tale auspicato dialogo.

Martiri e Santi nella Chiesa Cattolica

Come accennato, lo scopo di questo breve studio non è di esacerbare una controversia tuttora aperta. Intendo semplicemente affermare che, esaminando gli scritti di padre Alberico e le circostanze concrete della sua morte violenta avvenuta nel villaggio di Yanzibian, nella contea di Ningqiang, la sua figura di discepolo di Gesù Cristo emerge limpida, per cui egli risulta un candidato pienamente meritevole di essere proposto come santo alla comunità cristiana. Nello studiare la personalità e gli ideali di padre Alberico utilizzerò come fonte privilegiata i suoi scritti e in particolare la sua corrispondenza composta da 294 fra lettere e resoconti, a cui del resto hanno attinto anche altri contributi raccolti in questo volume (4).

Come sappiamo, prima di dichiarare che un cristiano può essere venerato come Beato o Santo, la suprema autorità della Chiesa Cattolica, seguendo una tradizione secolare, vuole accertare al di là di ogni legittimo dubbio che questa persona sia vissuta praticando in misura eminente tutte le virtù e in modo eroico la carità. La prassi consolidata della Chiesa cattolica richiede inoltre che esistano miracoli attribuibili all’intercessione del candidato, prima ancora di dichiararlo Beato. Diverso è il caso di un martire, perché il suo sacrificio supremo, accettato con fortezza, è considerato sufficiente per confermare l’approvazione divina nei suoi confronti. In questo sen so, uno non è santo perché martire, ma piuttosto martire perché santo. Il martire infatti, professando di seguire Gesù crocifisso e risorto, testimonia in modo eroico la verità della fede e della dottrina cristiana. La morte deve essere accettata coscientemente, con fermezza e nella mansuetudine, imitando l’esempio di Cristo. Ovviamente deve essere provato che la morte del martire sia connessa con la sua fedeltà ad una verità di fede, ad un precetto morale, o alla Chiesa come maestra della verità divina. Anche quando altri motivi sono presenti per la vittima o per la persona che provoca la morte, la causa religiosa o morale del sacrificio deve risultare evidente (5).

La tragica vicenda del padre Alberico Crescitelli va letta nell’ambito dell’impegno missionario della Chiesa in quella parte meridionale della provincia dello Shaanxi nel quale era stato eretto il Vicariato apostolico affidato al Seminario Missionario di Roma. Si tratta di un lavoro pionieristico che quel piccolo manipoli di sacerdoti italiani affrontava con povertà di mezzi materiali, ma con indubbia generosità. E il contesto sociale era quello di una provincia fra le più povere dell’impero, segnata da turbolenze caratteristiche alla fine di ogni dinastia e aggravata spesso da enormi calamità naturali. Vedremo più avanti le ripercussioni che anche in questa remota area aveva il movimento nazionalistico che condannava le libertà religiose concesse dalla corte dei Qing in seguito alle cosiddette "guerre dell’oppio".

Gli studi di Anthony Lam Shui-kei, un giovane ricercatore del Centro di Studi Spirito Santo di Hong Kong, che ha tradotto e analizzato i "Documenti ufficiali" di Ningjiang (6), ci aiuteranno a capire il clima esasperato e la violenta reazione che vennero maturando di fronte ai frutti straordinari che lo zelo di padre Alberico otteneva nei nuovi villaggi a lui affidati nel distretto di Ningjiang. Sono grato anche al padre Gianni Criveller, che ha approfondito in particolare la lenta espansione del Vicariato apostolico di Hanzhong in quei difficili anni alla fine del 19° secolo, e chiedo scusa al lettore se per rendere più comprensibile il discorso riprendo qualche osservazione già fatta nelle relazioni precedenti.

Alberico Crescitelli: uomo e sacerdote generoso

Alberico, quarto di undici figli, nacque il 30 giugno 1863 ad Altavilla Irpina, provincia di Avellino, da una famiglia borghese di profonde tradizioni religiose. Il padre era un chimico e gestiva la locale farmacia. All’età di 17 anni, Alberico decise di dedicare la sua vita all’annuncio del Vangelo in terre straniere e fu ammesso al seminario dei Santi Pietro e Paolo a Roma, che da Papa Pio IX era stato istituito specificamente per il servizio missionario. Il giovane completò gli studi filosofici e teologici alla Università Gregoriana a Roma, dove nel 1886 risultò primo in un concorso sulla teologia morale.

Nella relazione sul martirio di padre Alberico scritta da mons. Pio Giuseppe Passerini, che studiò con lui a Roma e condivise poi la stessa missione nello Shaanxi divenendo il suo vescovo, abbiamo potuto leggere il giudizio lusinghiero che dà di lui questo suo antico compagno di studi a Roma. Quanto ad Alberico stesso, mentre era ancora in seminario scriveva a sua madre Degna Bruno, implorandola di pregare per lui ("Il Signore risponde alle preghiere delle madri!") e di far sì che altri si unissero a lei nel chiedere "che il Signore mi dia forza sicché possa fare buona riuscita, o mi tolga dal mondo prima che arrivi a peccare"(Corrispondenza, 2 apr. 1885, n. 51).

Nell’estate del 1883 perse il padre e la sorella, morti in un devastante terremoto. Il suo dolore fu grande, ma egli non vacillò nella vocazione missionaria. Uno dei due teologi incaricato dal Tribunale ecclesiastico di esaminare tutti i suoi scritti, afferma: "Padre Alberico Crescitelli sapeva sopportare il dolore con veramente cristiana fortezza e incondizionata rassegnazione alla divina volontà. Ne dà prova quando apprende che il padre a lui molto caro ed una giovane sorella erano periti durante l’infuriare di un terremoto nell’isola d’Ischia. In un solo caso al dolore del P. Alberico si accompagna un risentimento vivissimo. Per la vergogna della degradazione, stabilita allora dal Codice Militare per gli Ufficiali che si rifiutassero di battersi in duello, si era suicidato un suo giovane fratello, tenente del R. Esercito, che non aveva accettato una sfida. Il P. Alberico, in una sua lettera (del 14 nov. 1893) esclama: Governo ingrato, governo anticristiano, governo omicida, io ti auguro che presto ti suicida (sic!) anche tu". (7).

Ordinato prete a Roma il 4 giugno 1887, Alberico andò a casa per trascorrervi un periodo con i familiari, prima di partire per la Cina. In settembre, mentre stava per tornare a Roma, un’epidemia di colera colpì Altavilla e il circondario, mietendo in un mese più di 100 vittime. Sebbene la sua salute non fosse buona, Alberico non esitò ad offrirsi volontario, insieme a due altri preti, sovvenendo ai bisogni materiali e spirituali di centinaia di persone afflitte dalla terribile pestilenza. Il rettore del seminario, mons. Giuseppe Pennacchi (1831-1910 ) non ebbe dubbi nel qualificare questo disinteressato servizio come "virtù eroica", mentre il comune di Altavilla propose al Governo italiano che gli fosse attribuita una medaglia al merito (8).

Il resto della sua vita, oltre 12 anni, fu speso in Cina in un fecondo apostolato missionario e culminò con il martirio. Le molte lettere che Alberico scrisse dalla Cina alla sua famiglia mostrano una grande saggezza umana; ricche di consigli positivi e di citazioni evangeliche, manifestano il forte senso di responsabilità sacerdotale che egli sentiva. Era particolarmente attento ad aiutare i fratelli a vivere una vera vita cristiana anche in circostanze avverse e incoraggiava persino la mamma a sopportare con pazienza e con fede le sue molte sofferenze. Sempre rassicurante a riguardo della propria salute, non espresse mai alcun dubbio riguardo alla sua vocazione religiosa e all’opera missionaria intrapresa.

L’abbondante corrispondenza che Alberico Crescitelli intratteneva con la sua famiglia rende testimonianza dell’intenso amore che nutriva per i familiari. Dopo la tragica morte del giovane fratello Bruno, fu inondato da numerose lettere che lo imploravano di aver pietà di sua madre e di ritornare in patria. Non esitò a seguire la sua vocazione fino alla fine: "Ho giurato, scrive al fratello Luigi, di stare dove sarei mandato, e basta. (…) Non so come il Signore vorrà disporre di me, ma dal momento che mi dà la salute, è segno che io seguiti a stare qui. Se poi morirò, ci rivedremo in paradiso" (Corrisp. 3 maggio 1896, n. 219). A sua madre che, in un momento particolarmente difficile, lo supplicava perché ritornasse, scriveva: "La mia lontananza non vi deve recare amarezza. E’ volontà di Dio che io stia qui, e voi sapete che solo si sta bene quando si sta dove Dio ci vuole Dio. Dio è da per tutto, e non ci abbandona. (…) Ci rivedremo in Paradiso, e presto" (Corrisp. 4 luglio 1898, n. 247).

Ovviamente le lettere di Alberico riflettono anche i tempi difficili che attraversava la Chiesa cattolica in Europa e in particolare in Italia, con il Papa obbligato a ritirarsi entro le mura vaticane, mentre tutte le proprietà ecclesiastiche erano state confiscate dal governo italiano. La sua corrispondenza mostra un uomo straordinariamente libero da ogni spirito nazionalistico. Commentando via via gli eventi italiani, che egli poteva seguire grazie ad un giornale locale che suo fratello gli inviava, Alberico si mostrava molto critico verso il governo italiano per le sue politiche anti-cristiane. Al fratello Luigi che, avendo letto nel 1892 alcune notizie allarmanti sulla Cina, temeva per la sua sicurezza, scrisse: "Del resto, credimi, io sono più impensierito del modo in cui si tratta la religione in Italia, anziché di persecuzioni qui" (Corrisp. 20 apr. 1892, n. 170). In una lunga lettera a sua madre egli accusa il governo italiano di essere nelle mani dei Massoni (Corrisp. 14 nov. 1893, n. 192). E in un’altra, l’anno seguente, non esita a dire: "Purtroppo devo costatare, e non esagero, che la religione è più perseguitata in Italia che in Cina. Qui vi potranno essere delle persecuzioni, dei fastidi di tanto in tanto, ma in generale siamo molto più liberi che nei paesi così detti di libertà" (Corrisp. 3 dic. 1894, n. 203).

Accennando ai dispiaceri che gli arrecava la condotta di certi suoi cristiani, Alberico ricorda che anche in Italia troppo spesso si rende "male per bene a tanti buoni sacerdoti! E poi si dà sempre torto a loro, e tutto è creduto di ciò che si dice contro di loro, ancorché poco verosimile. Almeno qui, se osservano minutamente senza interruzione la nostra vita per...commentarla, nessuno osa imputarci gravi mancanze, né tollera che ciò si faccia da altri" (Corrisp. 14 genn. 1895, n. 205). A proposito della prudenza che Alberico usava nel trattare con le donne, troviamo un accenno casuale nella lettera al Cardinale Simeoni: una sera, essendo la moglie di un catechista corsa a chiamarlo per un caso urgente, "io, sentendo che veniva, dissi: sapete bene che di sera non permetto che le donne vengano qui…" (Corrisp. 7 giugno 1890, n. 135).

I primi anni in Cina

Quando, nell’ottobre del 1887, la Santa Sede costituì la parte meridionale della provincia dello Shaanxi come nuovo Vicariato Apostolico, alcuni missionari del Seminario Romano dei Santi Apostoli Pietro e Paolo vi operavano già da qualche tempo. Alberico Crescitelli vi fu assegnato l’anno seguente con un compagno, padre Vincenzo Colli (1860-1905). Partirono da Marsiglia nell’aprile del 1888 facendo tappa ad Hong Kong e Shanghai, e raggiungendo dopo un mese l’enclave internazionale di Hankou. Ma per raggiungere la loro destinazione dovettero viaggiare ancora più di 3 mesi risalendo il fiume Han su una lenta zattera carica di merci.

Scrivendo da Hankou nel 1888, Alberico racconta che ricevette un passaporto cinese (rilasciato probabilmente dal Consolato francese), con un nuovo nome (che egli traslittera come Kono Si Te e spiega come "mura della città, occidente, virtù") (Corrisp. 20 maggio 1888, n. 90). Un anno dopo, rassicurando il fratello Luigi circa una notizia riguardante una "concessione" britannica in cui 12 europei erano stati uccisi, scrisse: «Nelle province meridionali, dove tra i commercianti europei non mancano cattivi soggetti, gli europei si scontrano spesso con l’opposizione. Ma qui ci sono solo missionari (…). Nei nostri confronti, spererei che in Italia fossimo rispettati come lo siamo qui!» (Corrisp. 30 giugno 1889, n. 112).

Le lettere che Alberico scrisse durante il lungo viaggio e appena dopo l’arrivo mostrano la grande attenzione con cui osservava tutti gli aspetti della società cinese, e denotano un grande interesse per la natura. Continuò a scrivere lunghe lettere alla famiglia e ai confratelli fino a poco prima della morte prematura, presentando in maniera molto dettagliata sia i successi che le difficoltà del suo lavoro missionario.

Nella già citata biografia scritta da mons. Lorenzo M. Balconi per la beatificazione di Crescitelli, troviamo una estesa documentazione degli sforzi che egli fece per integrarsi nella realtà cinese onde rendere più efficace il suo apostolato. Dalla metà del 1889, Alberico fu assegnato dal superiore, che era allora mons. Gregorio Antonucci (1846-1902), ad iniziare con altri due colleghi il lavoro missionario nell’area del Sukiaying dove, disseminati in 7 villaggi, c’erano più di mille cattolici, la cui conversione era stata opera di un santo gesuita del 17° secolo, Stefano Le Fèvre (1587-1657), conosciuto anche come padre Faber.

Padre Alberico mostra di interrogarsi continuamente sulla strategia che occorreva mettere in atto nel lavoro missionario. Dopo un anno dal suo arrivo scriveva una lunga relazione sulle sue prime esperienze al cardinale Giovanni Simeoni, Prefetto di Propaganda Fide che lo conosceva personalmente e gli aveva chiesto di tenerlo aggiornato (9). Nello scritto, che risente ovviamente dell’approccio teologico e del vocabolario in uso a quei tempi, traspare tutta la sua anima. Ricorda come fin dagli anni della formazione "domandavo a me stesso se sarei veramente riuscito, col divino aiuto, a fare delle conversioni, se almeno sarei riuscito a trarre una sola persona dalle tenebre dell’idolatria, a salvare un’anima". E continua: "Quando venne il tempo di amministrare il mio distretto, certo bramavo più che mai la conversione degli idolatri. Vedere 1'idolatria dominante, vedere il regno di Satana così esteso, vedere che gli idolatri sono così numerosi, vedere grandi (centri) abitati e sapere che neppure uno vi adora il vero Dio, tutti adorano il demonio…. mi affannava, mi abbatteva , mi addolorava il cuore, e ne rimanevo straziato, bramavo che adorassero il vero Dio; avrei voluto affaticarmi per la loro conversione; nell'interno del mio cuore io, benché indegnamente, pregavo il Padre delle misericordie a far sì che questo popolo vedesse quella gran luce che egli mandò al mondo. (…) Vedendo di non poter fare quasi nulla mi si stringeva il cuore."

Dopo aver raccontato vari episodi vissuti e vari tentativi fatti in quel distretto, osserva: "Se mi è lecito dire una parola intorno alle condizioni dell'evangelizzazione, nel nostro Vicariato, ed intorno ai bisogni che vi sono, devo premettere che purtroppo il popolo non è ancora disposto ad abbracciare il cristianesimo, come sarebbe a desiderarsi, e le conversioni sono difficilissime; quando io raccomando ai cristiani d'impegnarsi per esortare i loro conoscenti a farsi cristiani, tutti dicono: ‘Padre, se Dio non apre il loro cuore non è possibile, è tutto inutile’. Mi sembra che ciò dipenda dall'estremo indifferentismo che qui regna, e del fatto che non tengono in alcun conto i beni spirituali".

Esprime la sua convinzione fondamentale, che occorre coinvolgere i cristiani stessi. "Cominciai ad inculcare continuamente ai cristiani di esortare i loro amici, i loro vicini,ed altri dai quali si potesse sperare che si convertissero. Al sedicesimo giorno di missione vi fu un buon vecchio, affittuario di un cristiano, che venne a farsi cristiano. Poco dopo un altro vecchio si convertì pochi giorni prima di morire. Seguirono alcuni altri; ma spettava alla SS.ma Vergine fare un colpo maestro su questi cuori abbindolati da Satana (…). Adunque, il giorno dedicato al1'Immacolata Concezione, tre famiglie caddero ai piedi del Divino Redentore crocifisso, per adorarlo; erano in tutto quattordici persone, una delle quali non poté venire subito per malattia. Io non credeva a me stesso. La famiglia più numerosa era composta di nove persone".

E racconta vari altri episodi. "Tra questi (nuovi convertiti) ve ne fu uno venuto il 18 febbraio. Suo zio lo dissuase dicendo: che utilità vi è a farsi cristiani? sta qui con me, non entrare in quella religione. Tuttavia quell'uomo venne, e io secondo il solito gli diedi un libro dicendogli: se alcuno ti domanda perché ti sei fatto cristiano fagli leggere questo libro. Però, egli mi disse: la domenica non posso venire, altrimenti i pagani non mi chiamano più a lavorare, ed io non ho di che mangiare. Allora io gli domandai: chi ti insegna le preghiere? Egli mi rispose che gliele avrebbe insegnate appunto suo zio. Ma se egli è pagano come può insegnare a te le preghiere? egli conosce le lettere e perciò può insegnarmele. Io non seppi che dire, e rimisi la cosa alla Provvidenza. Dopo poco tempo egli venne a dirmi che i pagani, saputo che egli si era fatto cristiano, non lo chiamarono più a lavorare; egli quindi poteva osservare le feste. Intanto suo zio leggeva il libro da me dato a quel catecumeno; e non passò molto tempo che egli pure pensò di convertirsi. I cristiani che sentirono dire che egli voleva convertirsi, non vollero prestargli fede, e nessuno si dette premura di istruirlo ed esortarlo, ma egli non tardò a venire spontaneamente con tutta la famiglia. I1 suo bimbo fu poi colpito da vaiolo, e due giorni dopo che io lo battezzai, se ne volò al cielo. Fattosi cristiano egli si dette ad esortare altri pagani, e ne ha condotti una quindicina. Fra questi vi è un tale che era solito andare a casa sua. Un giorno egli gli disse: ora io sono cristiano, tu sei pagano; non venire più a giocare (i tradizionali giochi d’azzardo: n. d. red.) in casa mia. Allora colui rispose: ed io domani vado a farmi cristiano. Difatti si fece istruire per un po’, e dopo alcuni giorni venne a prostrarsi davanti al Crocifisso".

Sebbene la maggior parte della gente fosse molto povera, Alberico afferma di non fare affidamento né su incentivi materiali né sulla propria capacità di attirare la gente. Diceva:"le conversioni non si fanno con argomenti filosofici, come da principio potrebbe credersi, bensì hanno fondamento (parlando di mezzi esterni) nella fede che si presta alle parole di colui che annunzia le verità cristiane. Ora il cinese, per sua indole, non presta fede a ciò che gli si dice se non è legato da amicizia verso la persona che gli parla. Altrimenti si dicano pure tutte le ragioni del mondo, a parole dice sì, sì, ma in cuore non la sente così. Ed è per questo che i buoni cristiani, e più ancora i nuovi convertiti possono far molto. Tuttavia se non vi è il sacerdote che spinge non fanno nulla". Egli poteva affermare che nel distretto di Sukiaying, da dove stava scrivendo, erano 182 i catecumeni che avevano abbracciato la fede cristiana in quell’ultimo periodo. E osservava: "Tra i cristiani, molti sono buoni, ma sfortunatamente ci sono anche dei cattivi. Quelli che fumano oppio sono circa il 2%, mentre tra i pagani la proporzione (dei fumatori) è circa il 50% o più. Poi (ci sono ancora dei ) membri delle sette segrete, l’un per cento". Fin qui la relazione al Cardinale Simeoni (Corrisp. 7 giugno1890, n. 135).

Alberico era pienamente consapevole che la sua missione non poteva essere compiuta senza sacrifici di ogni genere. In una lettera al Cardinal Mariano Rampolla, Segretario di Stato del Papa, ricorda le particolari difficoltà incontrate in una zona periferica del suo Vicariato apostolico. Aveva tentato di costruirvi una chiesetta, ma aggiunge: "mi sono mancati i mezzi per completarla. Detta chiesa, fabbricata nel luogo più centrale per quei pochi cristiani, ma in campagna, serve principalmente a disporre la strada per avanzarsi ad altri centri di popolazione, e specialmente a Hsinganfu (oggi Xing’an), che è la seconda città del Vicariato, ove mancando un sufficiente nucleo di cristiani, non sarebbe prudente 1'avanzarsi subito. Tuttavia, ove si consideri che per un raggio minimo di oltre duecento chilometri, non vi è altra chiesa, si può asserire che la costruzione della chiesa suddetta costituisca un vero progresso di nostra santa religione in quelle parti. Se non altro fa conoscere che esiste la Chiesa cattolica". Per questo, dopo aver insistito sui bisogni di quel distretto, che egli considera strategico per il futuro dell’evangelizzazione, aggiunge: "Del resto mi sono persuaso, che la propagazione della fede nelle parti di Xing’an non può avverarsi se non a costo di grandi sacrifici, maggiori ancora che altrove. Sacrifici da parte dei missionari, e sacrifici pecuniari" (Corrisp. 14 marzo 1893, n. 185).

Tradizioni religiose locali e problemi pratici

Come era comune tra i missionari cristiani del tempo, anche Alberico condannava come idolatria le espressioni religiose tradizionali del popolo cinese. Era convinto che la fede originale dei Cinesi in un Signore onnipotente del Cielo, quella che aveva stupito Matteo Ricci tre secoli prima, fosse andata perduta a favore di una visione materialistica sviluppata ad opera di filosofi agnostici. Ai nuovi convertiti quindi veniva chiesto di disfarsi di tutte le immagini di idoli che erano soliti onorare e venerare; in genere le consegnavano al missionario e al loro posto si collocavano nella casa i segni della fede nel Signore del Cielo e in Gesù. Ma questo cambiamento, che comportava una pubblica professione di fede, richiedeva tempo, pazienza e continuo supporto. Alberico accenna alle principali difficoltà che presentano i pagani interessati alla nostra fede nella citata relazione al Cardinal Simeoni: "Se mi faccio cristiano chi brucia (per me) le carte-moneta (dopo la mia morte)? e poi chi si prende cura degli antenati? (…) Voi cristiani non prestate culto agli Scen (Spiriti), che sono più grandi del vostro Dio. Voi non rispettate i genitori, non bruciate in loro onore le carte-moneta, non fate le prostrazioni ai loro sepolcri…". Si risente qui in parte la problematica nota come "Questione dei Riti cinesi", la cui discussione era stata bloccata dalla Santa Sede quasi due secoli prima, e che sarebbe stata superata soltanto nel 1939. Il semplice missionario come padre Alberico doveva fare del suo meglio per spiegare al catecumeno il senso positivo della prassi ecclesiale di allora.

Un altro problema concreto era legato alla diffusa povertà in cui vivevano quelle popolazioni e alla scarsità di mezzi di cui disponevano i missionari nel loro sforzo di dare una solida istruzione ai catecumeni. Alberico non esita a condividere con il suo superiore alcune preoccupazioni e proposte. In una lettera a mons. Antonucci, Alberico nota che vari vecchi cristiani si guardano bene dal cercare catecumeni per paura di essere poi richiesti di sostenerne le spese per l’istruzione (Corrisp. 5 maggio 1890, n. 131). In un’altra lettera ipotizza delle soluzioni: "La scorsa settimana ho ricevuto la proposta di convocare i catecumeni alla domenica per spiegare la dottrina cristiana, offrendo loro anche un pasto frugale (così possono restare tutto il giorno). Non sarebbe un gravame eccessivo; io però ho preso tempo per riflettere, temendo che questo uso faccia cattiva impressione (quasi fosse un tentativo di approfittare della povertà dei catecumeni: N. d. red.) e per evitare di creare un precedente". Con riferimento a questo cruciale problema dell’aiuto che non può essere negato ai catecumeni che si vogliono istruire e sono poveri, accenna alla prassi introdotta nel Sichuan, dove si dice che il Vicario Apostolico ha acquistato estese proprietà per poi affittarle ai catecumeni (Corrisp. 31 marzo1890, n. 126).

La povertà è prevalente anche tra i cristiani, che appartengono prevalentemente al proletariato contadino e sono costretti a disperdersi in cerca di terreni da coltivare, rendendo inefficace ogni impegno di formare buone comunità ecclesiali. Questo ha conseguenze negative sull’apostolato. Padre Alberico ne scrive anche al Cardinale Miecislao Ledochowski, nuovo Prefetto di Propaganda Fide: "Mons. Antonucci già scrisse a Vostra Eminenza di un'opera che egli intendeva fare a favore di queste cristianità, e per favorire le conversioni mediante la costituzione di "colonie" cristiane. Anche il suo successore mons. Passerini ha molto a cuore la medesima opera, ed io spero che il soccorso dell'Eminenza Vostra non ci verrà meno. Tutti, ed a ragione, encomiamo i missionari dell'Africa che hanno intrapresa la formazione di villaggi cristiani. Oh! se qui vi fossero mezzi per fare lo stesso!" (Corrisp. 21 nov. 1895, n. 214).

Tutto dedito alla sua missione, Alberico non si è mai lamentato delle condizioni miserabili in cui anch’egli è costretto a vivere e ad operare, specialmente quando è in visita ai cristiani sparsi lontano dalla residenza. Scrivendo all’amico Francesco Tommasini, ricorda che a causa di grosse difficoltà del Vicariato il contributo di cui ciascun missionario poteva disporre era stato ridotto nel 1891 da 60 a 20 tiao (100 lire italiane) all’anno! (Corrisp. 25 giugno 1891, n. 159).

Eppure era felice del suo lavoro, come rassicura al fratello Luigi: "Io sto bene, e per di più, tutto va bene meno le finanze, condizione comune a tutti noi, non perché manchi ciò che qui ragionevolmente si può esigere, ma perché non si può contribuire come si vorrebbe a certe opere" (Corrisp. 29 maggio 1890, n 134). Proprio in quell’anno infatti, a causa della scarsità di fondi, il vescovo era stato costretto a proibire che fossero accettate nell’orfanotrofio più bambine abbandonate. Si trattava dell’orfanotrofio aperto poco tempo prima dalle suore Canossiane nella missione centrale di Guluba. Purtroppo, i mezzi a disposizione erano pochissimi (sei mila lire all'anno per mantenere centinaia di bambine!). Quello delle bambine, abbandonate o lasciate al portone della chiesa, costituì sempre una grande angoscia per padre Alberico. Durante il suo viaggio dall’Italia era rimasto colpito dal grande lavoro realizzato dalle suore a Hong Kong, Shanghai, Hankou e Laohekou per salvare e ed educare quelle creature abbandonate. In varie lettere inviate a casa, sovente presentava dei casi strazianti e non esitava a chiedere alla sua stessa famiglia di sostenere alcune iniziative di supporto al lavoro chiamato della "Santa infanzia".

Scrivendo al fratello Luigi, lo ringrazia di avergli inviato Lire 38 per le bambine abbandonate e aggiunge: "Appena ricevuta la tua lettera una nuova cristiana mi portò una bambina che era stata gettata per la strada non si sa da chi. La sua età sarà dì un paio di mesi, e sembra mal nutrita. La neofita, che sa che ora non si possono accogliere bambine, cercava di muovermi a compassione, e si offrì essa stessa a darle il latte (veramente ha poco latte, ma come si fa...); le offersi una mesata molto meschina, essa fu contenta ed io tosto battezzai la bambina e le imposi il nome Luigia. (…) Non poche volte mi furono portate bambine delle quali mi si diceva che rifiutando sarebbero state uccise dai genitori; una volta mi si disse che se non ricevessi una bambina 1'avrebbero buttata nel fiume, e pur non la ricevei. Sembra una crudeltà, ma pure, quando sono troppe, come si fa? D'altra parte accogliendo una bambina si prende la responsabilità di mantenerla finché vada a marito, o finché muore, e quindi non è cosa da nulla" (Corrisp. 30 maggio 1891, n. 157). -

I limiti di questo modesto saggio non permettono di seguire gli sviluppi dell’attività missionaria di padre Alberico sotto la guida di mons. Gregorio Antonucci e (dopo il 1895) del nuovo vescovo Giuseppe Passerini. Né possiamo dare la dovuta attenzione alle preziose osservazioni scientifiche e agli studi da lui compiuti sulle tradizioni locali e sul modo di vivere e lavorare del popolo. Queste sono state pubblicate in parte sulla piccola rivista edita dal Seminario Missionario Romano a partire dal 1897 (10).

Il lavoro missionario tra tensioni crescenti.

Padre Alberico incontrò tragica morte nella contea di Ningqiang, all’estremo sud della provincia dello Shaanxi, ai confini col Sichuan (11). L’intricata situazione di quell’area remota deve essere vista nel contesto del clima generale sviluppatosi nell’Impero cinese e nella provincia dello Shaanxi alla fine del 19° secolo. Dopo le "guerre dell’oppio" la dinastia Qing, sotto pressione, aveva concesso nuove libertà commerciali agli stranieri, e concesso assicurazione che anche i missionari cristiani di predicare il Vangelo nelle zone interne della Cina. Inoltre, alla Francia era stato riconosciuto il privilegio (più tardi esteso ad altre nazioni) di agire come protettrice delle missioni cristiane. Non fa meraviglia che in quei decenni una forte corrente culturale cinese che si opponeva alla penetrazione occidentale facesse di ogni erba un fascio, includendo fra i propri obiettivi anche l’opposizione all’espansione cristiana.

D’altra parte, la maggior parte dei missionari stranieri in Cina non percepiva l’ambiguità di queste nuove norme, che assicuravano loro una libertà religiosa ritenuta un diritto fondamentale. Considerando arbitraria la proibizione del cristianesimo precedentemente imposta dagli imperatori Qing, l’opinione pubblica occidentale guardava favorevolmente alle nuove libertà concesse, come un giusto superamento di ostacoli pregiudiziali e ingiustificati. Bisogna ricordare che la Chiesa non ha mai appoggiato iniziative espansioniste dei Paesi occidentali in Cina. D’altra parte, era un’epoca in cui il fenomeno del colonialismo, largamente diffuso, non era condannato a priori neanche in ambienti cattolici. E si deve aggiungere che in Cina non si trattava di vere conquiste coloniali.

In seguito alle nuove concessioni imperiali, anche nella parte meridionale della provincia dello Shaanxi, così come in altre moderne missioni cinesi, si era potuta istituire e andava lentamente sviluppandosi la nuova missione, nella quale i missionari si sentivano pienamente legittimati ad esigere che fossero applicate le disposizioni della corte in favore della libertà religiosa. Se ne ha una chiara percezione osservando il modo con cui la situazione locale viene presentata dallo stesso Vicario Apostolico mons. Pio Passerini nella relazione sopra riportata. Vi risulta chiaro anche che nell’ambito di quel Vicariato, come altrove in Cina, l’azione dei missionari era visceralmente combattuta da non pochi membri della borghesia locale.

Questo atteggiamento anti-cristiano veniva diffuso in tutto il paese sotto varie forme letterarie. Il testo più noto tra i literati era un opuscolo anonimo intitolato Pi-hsieh chi-shih (oggi trascritto come Pixie Jishi), cioè "Raccolta di Fatti per controbattere l’Eresia", scritto nel 1861 nella provincia del Hunan. Lo studioso americano Paul A. Cohen, che ha fatto estese ricerche in merito, osserva che si tratta di una pubblicazione molto adatta a suscitare l’indignazione dei benpensanti e di quanti si preoccupavano di salvaguardare cultura e civiltà cinesi. Vi si accusano infatti i cristiani stranieri di molti crimini e in particolare di comportamenti sessuali aberranti. Le descrizioni erano molto dettagliate e convincenti, sebbene non si citasse alcun fatto concreto. E’ significativo che nel Pixie Jishi si ritrovi anche la specifica allegazione: "la sposa novella deve spendere la prima notte con il prete prima di sposarsi", ovviamente ripresa dalla propaganda anticlericale occidentale (12).

Cohen sottolinea che quel pamphlet ebbe un grosso impatto in Cina e presenta 35 episodi di violenze verificatesi nel decennio 1860/70, frutto del movimento xenofobo e anti-cristiano. Nessuno di questi avvenne nella provincia dello Shaanxi, ma sicuramente le forze anti-cristiane operavano anche lì. Nell’estate del 1897 al padre Domenico Callerio (1860- 1935), un missionario veterano del vicariato di Hanzhong, capitò un episodio che avrebbe potuto avere gravi conseguenze. Appena dopo l’apertura di una nuova stazione missionaria nella città di Xing’ an, la residenza del padre fu assalita e devastata da una folla vociante. Il Callerio, con un sacerdote cinese e i catechisti che solitamente lo accompagnavano, a mala pena riuscì a fuggire per una porta sul retro della casa.

Le difficoltà incontrate dal vescovo Passerini per ottenere giustizia dopo il grave incidente mostrano quanto seria fosse la situazione. In seguito alle proteste del vescovo presso le locali autorità e il Console Francese di Hankou, il Dao Tai o magistrato provinciale inviò da Xi’an un ufficiale per investigare e risolvere il caso. Ma intanto la questione era giunta fino al Tribunale di Pechino, dove da Xing’an era stata presentata una versione differente dei fatti. Dietro ordine del viceré fu inviato un nuovo alto ufficiale. Questo mandarino, dopo aver discusso il caso con le autorità di Xing’an, di fronte alla chiara evidenza che era stata perpetrata una violenza gratuita contro i padri, confermò le conclusioni precedentemente raggiunte: alle autorità locali fu imposto di riparare i danni materiali e di restituire l’onore dei missionari emanando una pubblica dichiarazione che confermasse il loro diritto a predicare e diffondere la religione cristiana. Commentando i fatti, il vescovo Passerini si dice consapevole che la soluzione raggiunta non indica "una genuina, sincera e spontanea benevolenza delle autorità e della gente"; al contrario, dice, le autorità locali avevano compreso semplicemente che "noi siamo forti e che possiamo contare sul supporto di Beijing". Il vescovo concludeva: "Non mi illudo, se domani l'avessero vinta, faranno sicuramente peggio di prima". L’episodio fu ampliamente descritto sul bollettino del Seminario Romano (13). Siamo a meno di un anno dalla tragedia di Yanzibian.

L’anno seguente, lo stesso vescovo inviava una nuova corrispondenza al giornaletto del Seminario Romano. Dopo aver citato dichiarazioni firmate dagli accusati e quelle di un gruppo di garanti ufficiali che ne assicuravano la sottomissione, riportava anche la minacciosa lettera scritta da uno degli imputati che era sfuggito alla detenzione; questi si riprometteva di uccidere il vescovo e di usarne il cranio come vaso da notte. Allo stesso tempo, il vescovo Passerini sottolineava la buona volontà mostrata dal DaoTai di Xi’an, che gli rese omaggio con una visita nella principale stazione missionaria, a Guluba, vicino ad Hanzhong (14).

Verso il turbolento anno 1900

Scrivendo al confratello Giovanni Bonzano (1867-1927) da poco ritornato a Roma e divenuto poi cardinale, Alberico dice tra l’altro: "L’argomento del giorno è la miseria. Già le scrissi delle interminabili piogge dello scorso anno. Tali piogge produssero una gran diminuzione nella raccolta dei cereali. Di qui il loro prezzo elevato. A ciò si aggiunga che le provviste degli anni scorsi sono tutte esaurite. Viene poi la seminagione dell’oppio, per cui si consuma tanto concime. L’uso delle sapeche piccole e finalmente la mancanza di lavoro. Sa bene che la generosità non è la virtù prediletta dei pagani, si figuri che miseria vi è! Mi dicono che in certe località i morti di fame sono moltissimi, e poco giova stendere la mano". Dopo aver raccontato drammatici episodi di quell’emergenza, Alberico continua: "Ed i mandarini cosa fanno per alleviare le miserie del popolo? Vi è del riso di pubblica proprietà, lo distribuiranno in elemosina, voi mi direte? No, lo hanno messo in vendita, a un prezzo più mite, sì, ma doppio del prezzo normale, e per giunta è di cattiva qualità e così male sbucciato che non c’è poi tutta la convenienza a comprarlo". E aggiunge "uno di quegli innumerevoli fatti che dimostrano, se ve ne fosse ancora bisogno, come sia male amministrata la giustizia in Cina" (Corrisp. 5 aprile 1899, n. 258).

Il movimento riformista di poca durata promosso dal giovane imperatore Guang-Xu (1871-1908) a metà del 1898 aveva provocato un’ondata di reazioni contrapposte in tutto l’impero. Scrivendo all’amico Tommasini a Roma, Alberico riferisce che nell’ottobre del 1898 si era diffusa la voce di un ordine imperiale che ingiungeva di distruggere gli idoli e convertire i templi in scuole all’europea; addirittura si diceva che l’imperatore si fosse convertito al cristianesimo e fosse diventato europeo! Voci che suscitarono, ovviamente, grande sdegno fra il popolo e arroventarono le tensioni anti-europee e anti-cristiane. Alberico ammette: "Siamo stati in qualche modo in pericolo", e aggiunge che c’era anche timore di un’incursione contro la loro missione da parte del famoso ribelle Iu-Man-tse e dei membri di una setta della provincia Sichuan. Il pericolo appariva tanto reale che l’autorità provinciale inviò un contingente militare per proteggere la residenza centrale della missione, dato che non era lontana dal Sichuan (Corrisp. 2 maggio 1899, n. 260).

Successivamente il Periodico del Seminario ristampò una relazione del vescovo francese Favier di Pechino, che dava particolari sulle gesta di Iu-Man-tse nel Sichuan. Il vescovo riportava anche il testo di un decreto emanato il 6 ottobre 1898 dall’imperatrice madre Cixi (1833-1908), che intanto aveva riconquistato il potere destituendo l’erede Guang-Xu. In esso si chiedeva a tutte le autorità provinciali di garantire "assoluta ed effettiva protezione, senza limitazioni, a tutti i missionari di qualsivoglia nazione". Il 15 marzo 1899 veniva emanata una nuova ordinanza in favore della religione cattolica, dove ai vescovi si riconosceva addirittura una dignità eguale a quella dei viceré e dei governatori provinciali. Ma il direttore del Periodico mostra poco ottimismo. Mentre in un primo tempo aveva espresso fiducia nella potente Cixi, egli metteva ora in guardia sul deterioramento del clima politico e su una possibile rivolta causato dai contrasti fra gruppi di potere presenti a corte. "Non è dunque lontano il giorno, in cui l’anarchia penetrerà nella Casa dei Figli del Cielo. Chi saprà trarre vantaggio dal caos non è necessario dirlo" (15).

All’inizio del 1900 giungeva al Periodico una relazione inviata il 26 novembre 1899 dal padre Desiderio Vicario (1869-1933) con la traduzione di un oscuro decreto imperiale datato 28 settembre 1899, che richiamava le 16 norme emanate due secoli prima dall’imperatore Kangxi (1662-1722) in difesa dell’ortodossia, e che ordinava a viceré, governatori e a tutte le autorità di "conformarsi scrupolosamente ai numerosi decreti degli imperatori nostri antecessori…". Padre Desiderio ricorda che la settima di queste norme dice: "Annientate ogni setta straniera, affine di mettere in fiore le dottrine ortodosse". E aggiunge un commento del successore Yongzheng (1723-1736): "Quanto alla dottrina di occidente che esalta il Signore del Cielo, essa è pure contraria all’ortodossia; solo perché i suoi apostoli conoscono a fondo le scienze matematiche, vengono impiegati nello Stato. Guardatevi bene dall’ignorare questo. Ogni falsa dottrina che inganna il popolo è cosa che la legge non scusa, e per punire questi ciarlatani lo Stato ha delle pene stabilite". Successivamente, una corrispondenza del padre Domenico Callerio datata 1 dicembre 1899 informava che anche nell’area remota di Hanzhong, "negli ultimi tempi venivano liberamente venduti opuscoli in cui, con note sprezzanti sulla nostra religione, si approvavano le azioni di Iu Man-tse" (16).

Quanto a padre Alberico, egli non mostra di far gran conto dell’apprezzamento espresso dalla corte imperiale per i capi della Chiesa; scriveva infatti al fratello Luigi: "Riconoscere un certo onore per i missionari e per il cattolicesimo non è una novità. Si deve soltanto aggiungere che in passato non c’è stata sincerità" (Corrisp. 31 agosto 1899, n. 268). Per rassicurare sua madre, egli preferì raccontarle la straordinaria visita fatta al vescovo Passerini nella sua residenza dalla più alta autorità della capitale Xi’an, il DaoTai, che molto impressionò la gente di Hanzhong (Corrisp. 8 agosto 1899, n. 267). Non scoraggiato dai pericoli incombenti, Alberico continuava a lavorare con la solita determinazione.

Scrivendo al fratello Luigi all’inizio del 1899, sottolineava di nuovo la grande povertà diffusa nella sua zona e le molte bimbe abbandonate: "Quanto alle bambine che si raccolgono qui, ti dico che il loro numero è relativo alle elemosine che si ricevono all'uopo, perciò il mio merito è ben limitato, tanto limitato che se ve ne fossero i mezzi, senza di me se ne potrebbe raccogliere un numero mo1to maggiore, per lo meno cento all'anno di più. Ma i mezzi mancano, e non si può salvar la vita del corpo e dell'anima a tante bambine innocenti. Per me, come puoi immaginarti, costa poco raccoglier bambine, ciò che rincresce è il doverle rifiutare". (Corrisp. 17 genn. 1899, n. 254). Qualche mese più tardi, ricordò che anche mons. Antonucci era stato costretto a non permettere che si accogliessero troppe trovatelle: "a quest'ora se ne sarebbero raccolte forse mille di più; figurati che spesa! Mentre l’assegno (che ci viene ) dalla Santa Infanzia è di sole lire sei mila annue". (…) Ma alla fin fine ,"se le buttano, in generale la misericordia la vince, e si finisce con raccoglierle". Alberico non si nasconde che occorre anche evitare i facili sospetti dei pagani sulle motivazioni di questa carità. Egli condivide comunque la comune opinione teologica sulla necessità del battesimo per assicurare anche ai bimbi la felicità eterna, e dice: "Quanto ai battesimi si cerca di amministrarne più che si può. Ma la Chiesa proibisce di battezzare bambini senza i1 consenso dei genitori, a meno che siano moribondi; e che non si abbia fondata speranza che la persona battezzata sia educata nella religione cattolica" (Corrisp. 25 luglio 1899, n. 264).

Mentre il secolo volgeva al termine, sebbene le notizie provenienti dalla capitale fossero tutt’altro che rassicuranti, la situazione complessiva nel sud dello Shaanxi pareva tranquilla, e il lavoro dei missionari proseguiva normale. Il gregge di Alberico negli anni 1898-99 era costituito da 1711 cattolici, suddivisi in 307 famiglie che vivevano in 12 diversi luoghi a nord ovest di Hanzhong. Negli 11 anni precedenti egli aveva lavorato nelle più antiche comunità della diocesi, sia nelle zone montuose che in pianura, tanto a nord che a sud del fiume Han; era stato a Yanhsien nel distretto orientale della prefettura di Hanzhong e a Mienhsien (oggi Mianxian), spingendosi ad oriente fino alla prefettura di Xing'an, dove aveva eretto una chiesa a Hanyangpiu. L’esperto mons. Lorenzo Balconi sottolinea la prontezza di padre Alberico ad accettare incarichi così diversi e ad adattarsi alle più disparate situazioni, e conclude: "Credo che difficilmente si possano trovare nelle lettere di missionari che sono assillati dal lavoro e disturbati dall’importunità del pubblico che li assedia, tanta calma e pazienza come in padre Alberico, per cui vuole sempre (tenere) bene informato il suo vescovo e protesta di volerne ad ogni costo seguire le direttive" (17).

L’ultima missione di padre Alberico

All’inizio del 1900, dopo l’annuale ritiro che riuniva tutti i missionari in occasione del Capodanno lunare, mons. Passerini chiese ad padre Alberico di continuare a provvedere alle antiche comunità di Mienhsien e Lioyang (oggi Lueyang) e di prendersi cura anche del nuovo e difficile distretto di Ningqiang, all’estremo sud-ovest del Vicariato, dove non esisteva ancora alcuna comunità cattolica. Il vescovo Passerini aveva sognato fin dall’inizio di raggiungere "quella metà del Vicariato dove il Vangelo non era ancora stato annunciato a causa della scarsità di mezzi e in parte anche di personale; (…) ci sono intere città dove il missionario non è mai arrivato; (…) pensavo a quei due o tre milioni di pagani abbandonati…" (18). Padre Crescitelli, che condivideva il sogno del suo vescovo, non esitò ad accettare la sfida. Ma era pienamente cosciente del pesante fardello, come lui stesso spiega in una relazione che apparve sulla rivista del Seminario Romano solo dopo la sua morte. In essa, chiedeva agli amici italiani "che avessero pietà, od orrore, del mio troppo vagabondaggio" e che lo aiutassero con la preghiera: "Sicuro, pregate il buon Dio che renda fruttuosa la mia povera parola, che faccia molte conversioni in questo nuovo distretto, dove i suoi adoratori si contano sulle dita" (19).

Informando sua madre del nuovo incarico, dice di non sapere cosa l’aspetti, ma sdrammatizza la situazione: "Se mi domandate se si stia meglio qui o altrove, devo rispondere che non saprei dirlo, tanto più che non sono ancora andato nelle nuove località. Senza dubbio questo distretto essendo composto di molte, piccole, e lontane cristianità, obbliga a star continuamente in viaggio, cosa poco comoda. Però siccome si sta sempre fra i monti, 1'aria è migliore, ed anche 1'acqua. Del resto mi pare di scorgere che il Signore mi da più forza quando ne ho più bisogno". E aggiunge: "State di buon animo e non vi prendete pensiero per me. Io sono nelle mani di Dio, e sono contento; solo spero di fare la sua volontà, e null'altro desidero. C'è il mio buon angelo custode che ha cura di me. Qual dubbio vi può essere che Dio che mi vuole qui, non permetterà che caschi anche un capello dalla mia testa senza il suo beneplacito ? Credetemi: altrove potrei avere più comodità, o meno incomodi; ma non potrei star meglio nel vero senso della parola, non potrei avere più pace, e contentezza... Se Dio vorrà che avversità mi accadano, ciò avverrà affinché in me si verifichi il detto: beati coloro che piangono, perché saranno consolati". (Corrisp. 11 marzo 1900, n. 275).

Questa è una delle ultime lettere indirizzate alla madre. Aveva qualche presentimento di quanto sarebbe successo poco più tardi? Solo quattro mesi dopo, un telegramma da Hankou annunciava: "Padre Crescitelli assassinato, l’intera missione è in serio pericolo". Il Periodico del seminario romano riportò la tragedia sul numero di agosto (la notizia era stata portata ad Hankou da un corriere speciale, dato che ad Hanzhong non esisteva servizio telegrafico). Il direttore della rivista, dopo aver espresso la profonda partecipazione sua e dei confratelli alla famiglia e specialmente alla mamma, non esitava a commentare: "Non ci sembra di dover circondare di lutto le venerate sembianze del padre Alberico Crescitelli; egli è morto martire della Fede, ed i martiri sono santi" (20). Sul significato religioso della morte di Alberico, ucciso con 20 neofiti e catecumeni, le comunità locali furono unanimi fin dall’inizio. Il vescovo Passerini, già nella prima relazione inviata a Roma il 28 luglio 1900, non esitava a definirlo un martire e ripeteva questa affermazione nel rapporto ufficiale mandato alla Congregazione di Propaganda Fide il 12 novembre 1900 (21).

Il primo anniversario della morte fu celebrato in maniera solenne ad Altavilla Irpina, sua città natale, con la partecipazione delle autorità ecclesiastiche della diocesi di Benevento. Particolarmente significativa la testimonianza di un anziano missionario francescano, padre Pierbattista Galea, che aveva guidato l’inserimento di padre Alberico nella missione, dove egli già lavorava prima dell’arrivo dei sacerdoti del Seminario Romano. Galea, che seguì per 9 anni Alberico fino al 1897, e fu suo consigliere e confessore, afferma di provare per lui per lui un senso di riverenza, riconoscendo la sua "vita esemplare e pura", il suo carattere generoso e modesto, e le sue "virtù nascoste". Galea sottolinea che il "grande sogno della sua anima zelante" era la conversione dei "poveri pagani" (22).

Come intendeva padre Crescitelli la sua missione rispetto a quei "poveri pagani"? E come vedeva il suo ministero in relazione alla società civile? Dall’inizio, lo scopo della sua vita è stato quello di rispondere nel miglior modo al comando di Cristo: "Andate e predicate il Vangelo a tutte le creature…" (Mc 16,15). Ecco alcune convinzioni fondamentali e idee guida della sua azione missionaria, espresse da lui stesso in una lunga lettera scritta un anno prima della morte all’amico Francesco Tommasini, che fu poi responsabile del Seminario missionario di Roma. In essa Alberico esprime ammirazione per un articolo apparso sul Periodico, in gennaio 1899, che presentava alcuni motivi "Perché la Cina non si converte". Secondo Alberico, c’è un’altra domanda più importante che dovremmo fare a noi stessi: "Che cosa possiamo fare per la conversione della Cina ? Che cosa possono fare i Missionari, che cosa possono fare tutte le persone che hanno a cuore la salute delle anime?" (Corrisp. senza data, del 1899, n. 273).

Egli è convinto che "quel che si può fare è veramente molto, e moltissime le anime che si possono salvare, se non difettano i mezzi. Purtroppo, il Vangelo qui non trova il terreno adatto per produrre i suoi frutti di salute. Come può germogliare la semente evangelica, quando cade in cuori talmente attaccati alle cose terrene, che neppure vogliono prendersi la briga di rivolgere un pensiero a ciò che non arrechi loro un vantaggio materiale? Aggiungete 1'atmosfera viziata d'idolatria, 1'impressione che fa sul popolo il modo di agire dei mandarini, nessuno dei quali è dispensato da pratiche idolatriche. (…) Di fronte a tali difficoltà le altre, in generale, sono poca cosa, e si vincerebbero se vi fosse un po’ di energia ed un po’ di buona volontà. Al cinese va quindi applicato quel detto del Salvatore: compelle intrare (spingili perché entrino) (Lc. 14,23). Ma fate che il cristianesimo riesca in qualche modo a correggere 1'atmosfera viziata, e ad esercitare la sua influenza nell'amministrazione della cosa pubblica, ad avere un numero di seguaci che costituisca una minoranza della popolazione e non una parte minima di essa, ed allora il resto verrebbe da sé. Ma per fare tutte queste cose ci vuole il numero; ed è il numero che, con l’aiuto di Dio, a poco a poco bisogna fare dove non esiste, e accrescere dove esiste".

Alberico insiste con Tommasini sul questo problema dei numeri, che lo assilla non tanto per vanagloria, ma perché convinto che per risanare la società occorre che i cristiani raggiungano una certa consistenza numerica. Tenendo conto che una parte dei convertiti non persevererà, egli ha grande fiducia nei cristiani confermati nella fede: "darebbero edificazione ai cristiani di Europa". Egli ammira la fede dei suoi neofiti: anche quando vivono accanto a famiglie pagane, l’intera famiglia recita ad alta voce le preghiere del mattino, della sera e prima dei pasti. Tuttavia non si fa illusioni: "Per ciò che riguarda la conversione della Cina, noi siamo ancora in via di preparazione, e siamo ben lungi dalla meta". In questa fase preparatoria "bisogna avanzarsi poco a poco per mezzo degli indigeni…" (Corrisp. senza data, del 1899, n. 273).

Alberico confida nel potere rigenerante insito nel Vangelo per influire sulla società pagana circostante, ma non si fa illusioni sulle difficoltà da superare. "In Europa, osserva egli, nell’immobilità cinese non vedono se non un’ostinazione contro il progresso, invece ci sono tante altre ragioni, e ragioni che in concreto hanno il loro valore. Certo, chi è al governo ha il dovere di provvedere specialmente all’amministrazione della giustizia. Ma anche egli è cinese, e la pensa alla cinese. Egli pure pensa al proprio tornaconto. Chi pensa mai al bene pubblico più che al privato qui in Cina? (…) E poi un cinese non ha l’energia di superare certe difficoltà, e quindi per quanto di buona volontà, finisce per dire: lasciamo andare … (…) La Cina è un vecchio edificio, e per restauralo si corre pericolo di vederselo cadere sulle spalle" (Corrisp. 30 dic. 1894, n. 204). Aveva scritto queste amare considerazioni alla fine del 1894, quando erano corse voci allarmanti sulla guerra con il Giappone e sul pericolo di un’invasione da parte di 5 potenze europee. Questo aveva causato una corsa ad arruolare nuove truppe, che furono poi licenziate senza compenso, per cui si ribellarono. "Qui il guaio, commenta, è che la forza pubblica non solo è scarsissima, composta di oziosi e indisciplinati, ma i mandarini militari per fare un maggior guadagno tengono un numero di soldati inferiore a quello per cui ricevono la paga, e in caso di bisogno devono cercare dei volontari lì per lì per arruolarli. (…) Qui tutti sono convinti che i mandarini, come qualunque altra persona, basta che il denaro pubblico o privato possa giungere nelle loro mani, è finita. Ora, se la corruzione è così generale, e tale è la convinzione nel popolo, come è possibile attuare certe riforme? E’ questione di moralità. La moralità in Cina è apparente, non reale. (Ma) la civiltà europea può forse dare la moralità reale?" (Corrisp. 30 dic. 1894, n. 204).

E’ ingiusto accusare Alberico di connivenza con le potenze occidentali. Secondo lui, non sarà la loro presenza che può migliorare la società cinese. D’altra parte la visione così realistica che egli ha della realtà che lo circonda non lo scoraggia. Egli crede profondamente nella forza intrinseca della missione evangelizzatrice, e per questo insiste sull’importanza di inviare missionari in tutto il paese, fornendo loro i mezzi necessari. Sfortunatamente, egli constata, sono ancora assenti nella maggior parte delle città, per non parlare delle campagne. E alla loro presenza si frappongono ostacoli di ogni genere, inclusa a volte la persecuzione. Sfogandosi con l’amico padre Tommasini, scrive: "Per poter dire che 1'opera della conversione della Cina sia in qualche modo preparata, non mi pare di esigere molto se dico che bisognerebbe che i missionari fossero in tal numero, e talmente distribuiti, che in tutti i punti del celeste impero, ad una giornata di cammino si potesse trovare un missionario. Ma in nessun Vicariato della Cina si è giunti a tanto, anzi siamo ancora ben lontani da un tale stato di cose, ed è poco probabile che in pochi anni si possa arrivare a tanto" (Corrisp. già citata, del 1899, n. 273). Tale è anche la situazione del Vicariato di Hanzhong, dove Alberico vede l’urgenza di "aprire nuove stazioni nei punti principali del Vicariato". Per questo egli non misura i sacrifici per poter stabilire un avamposto anche nel nuovo distretto di Ningqiang affidato alle sue cure.

Come si è sviluppato "l’incidente di Yanzibian"

Durante gli ultimi mesi di vita, da marzo a luglio 1900, Alberico scrisse una ventina di lettere al suo vescovo e alla famiglia. L’amico Tommasini, che dirigeva il Periodico, gli chiese di raccontare come si sviluppava il suo lavoro nel nuovo distretto, e Alberico gli mandò una lunga relazione, una specie di diario, che si riservava di rivedere prima della pubblicazione, ma che rimase incompiuta (Corrisp. 10 luglio 1900, n. 290). Apparve sulla piccola rivista del Seminario Romano dopo la sua morte (23). Nei vari scritti di queste settimane, egli offre un quadro vivace dei suoi sforzi di introdurre il cristianesimo nel nuovo distretto di Ningqiang e della sua reazione ai contrasti che incontrava e che dovevano risultargli fatali. Vi sottolinea la drammatica carestia che devastava il Sud dello Shaanxi, il piccolo aiuto che egli poteva dare alle persone che lo supplicavano, gli ostacoli che incontrava, le opportunità inaspettate che si aprivano per il Vangelo: "Mi avevano detto che avrei trovato grande miseria, ma il veder riuniti insieme tanti scheletri semoventi superò qualunque mia dolorosa aspettativa, e mi impressionò assai profondamente" Questo creava grossi disagi personali anche per lui. Accennando ai miseri alloggi offertigli a Nganluoho (oggi Anlehe) sulla strada per Yanzibian, ("un retrobottega divenuto inservibile...dormire qui era lo stesso che dormire sul mercato"), commenta: "Ma, cosa fare? Il missionario deve essere pronto a tutto pur di ottenere il suo scopo, la conversione degli infedeli. Coraggio dunque ed all’opera, senza punto guardare alle comodità personali" (24).

Il 5 aprile scrisse al vescovo da Talanhuo, dove era ospite del sindaco Uan: "Fin'ora abbiamo 34 famiglie di nuovi catecumeni, di cui soli 52 membri sono venuti alla mia presenza; ma che si possono contare come intieramente catecumeni; e ne mancherà circa una metà. Da qui faccio conto di andare alla località detta Li-z-iuen presso un certo Ly-se ho ie che pare voglia convertirsi insieme a diverse famiglie. Qui muoiono tutti di fame, ed i vecchi (cristiani) non si distinguono dai nuovi convertiti. Questi ultimi sono piuttosto buona gente, agricoltori, che hanno terreni, ma generalmente dati in appignorazione. In altri tempi stavano bene, ma ormai qui la fame è generale. Per quanto (poco) si faccia, bisogna aiutarli; ma occorre che io faccia i conti colle mie tasche. Ben poco mi avanza di quello che Ella mi diede. Mi è giunto quel po’ d'argento che avevo a Si-p'in, sono altre 30 once, ma..." ( Corrisp. 5 aprile 1900, n. 278),

Era il 6 aprile quando Alberico ebbe sentore dell’opposizione di un certo Ten cun ie da Yanzibian, (un letterato, identificato poi come Teng Shang-xian, uno dei cospiratori): egli "si rifiuta di scrivere i nomi dei cristiani nella lista dei poveri che devono percepire parte del denaro dato dall'Imperatore in occasione della siccità. Non è gran che, ma mostra una certa odiosità, perché nega i soccorsi unicamente perché si sono fatti cristiani, anche a coloro che furono soccorsi ultimamente, prima di farsi cristiani. Penso di mandare un mio biglietto da visita a questo Ten cun ie , e se accorre bisognerà avvertire il mandarino" (Corrisp. 6 aprile 1900, n. 279).

In una lettera successiva scritta due settimane dopo da un luogo chiamato Litseyuen, spiega: "Venni qui presso il così detto Ly-se ho ie. Si chiama così perché suo padre era un cun ie, e fu maestro di 20 globolati (25). È un buon uomo. Fuma un po’ di oppio; ma vuole emendarsi, e lo può facilmente. Solo si è rovinato perché ha comprato dei terreni che ha dovuti lasciare ad altri in appignorazione per mancanza di denaro. (…) In questa località, in otto giorni si sono convertiti i capi di trenta famiglie che constano di 109 persone, delle quali solo 48 sinora sono venuti a far 1'adorazione". Egli aggiunge: "spero che il Signore diriga tutto a maggior sua gloria, e Vostra Eccellenza potrà anche illuminarmi su ciò che è più espediente. Non ho accettato fra i catecumeni persone di fama cattiva. Generalmente non sono né fumatori d'oppio, né giocatori di sapeche, ma buoni contadini". Nella stessa lettera spiega meglio anche l’ostinata opposizione del sunnominato Ten cu ie, che aveva escluso persino una famiglia cristiana dove già quattro persone erano morte di fame: "Siccome il Ten cun ie, ricco avaro e pessimo cinese, nemico accanito dei cristiani, si rifiuta di scrivere nel catalogo di coloro che devono essere sovvenuti per cagione della cattiva annata, i nomi dei catecumeni, gli mandai un biglietto da visita per sapere se fosse vero, o falso. Egli non restituì il biglietto, e rispose che per dare la loro parte ai cristiani bisogna ch'io dia 200 once di argento ricevuto dall’Europa ai soli pagani. Quindi mercoledì scorso mandai ad avvertirne il mandarino" (Corrisp. 16 aprile 1900, n. 281).

Scrivendo nuovamente al vescovo da Litseyuen, Alberico ricorda che da parte sua egli non negava ai pagani il poco aiuto che poteva dare, e lo informa delle notizie preoccupanti riferitegli dal catechista di Yanzibian, che aveva lasciato il villaggio il 14 aprile, (era il Sabato Santo, e giorno di mercato a Yanzibian): Al suono del tam tam fu fatto il seguente proclama da tre globulati del mercato: "si informa l’intera popolazione: c’è un europeo a Litseyuen che diffonde la religione. E’ proibito a tutti di appartenere a quella religione; (se qualcuno volesse) non conformarsi a questo e caparbiamente abbraccia la religione, sarà cacciato a bastonate dal circondario; i suoi terreni e le sue case saranno espropriati in favore del pubblico; in eterno non gli si permetterà di appartenere al circondario". Alberico può precisare i nomi degli autori del proclama, che sono tutti dei globulari, riunitisi nella sala da té di un certo Scen ien-tsin, che aveva convocato gli altri. Alberico aggiunge: "Appena sentii la notizia non ci credetti, ma il 17 mi fu data conferma di tutto, e così il dì seguente inviai il mio aiutante a sporgere denuncia" (Corrisp. 20 aprile 1900, n. 282).

Anche in tutte queste lettere l’attenzione di Alberico si focalizza principalmente su molti casi penosi e sul suo lavoro, ma ovviamente è preoccupato anche per questi foschi sviluppi. La situazione è aggrovigliata e Alberico ne sente il peso, specialmente per la solitudine in cui si trova. All’inizio di maggio da Litseyuen scrive al vescovo che il suo aiutante "è un po’ impaurito: I ciu jen stanno a confabulare non più nella bottega del té, ma in casa di un medico detto Tcen sien-jen, in soffitta. (…) Il progetto sarebbe niente meno di ammazzare me, il pedissequo (aiutante), e il Se lao-je. Non osano ts'i tuan (riunire la milizia territoriale), ma hanno mandato il tzuan t'iez (l’invito) ai settari"(Corrisp. 3 maggio 1900, n. 284).

Un mese più tardi lo troviamo a Yanzibian, e al vescovo che lo esortava a lasciare il luogo scrive: "Desidero molto di andarmene; ma se Ella non me lo comanda, con questi pasticci io dubito che la gloria di Dio richieda altrimenti. Basta; vedremo fra giorni se potrò andarmene". Aggiunge che era venuto a Yanzibian "perché mi fu detto che molti vogliono convertirsi, e di fatto mi si dice ancora che sono molti…". Osserva che ci vanno piano per paura di venir coinvolti, visto l’esito ancora incerto del caso in sospeso presso il magistrato locale. Richiesto di incontrare una delegazione di mercanti del luogo (e tra loro c’erano tutti gli accusati), Alberico li accolse, invitandoli pure a cena, a condizione che non si discutesse sul caso" (Corrisp. 11 giugno 1900, n. 288).

Il 10 luglio Alberico scrisse, sempre da Yanzibian, una lunga lettera, l’ultima, al vescovo Passerini: "Sa bene, le speranze spesso riescono vane, ma è certo che in queste parti finora hanno superata 1'aspettativa. Ecco il numero delle conversioni: catecumeni 560 e più. (Ci sono) persone appartenenti alle medesime famiglie, specialmente donne e fanciulli (che) non sono ancora venute, ma che in generale consentono a convertirsi, ed è logico credere che verranno a poco a poco: 740 circa.

Le donne hanno una certa vergogna, speriamo che passi presto. Del resto pochi sono i capi di famiglia che mancano, ed i medesimi mi hanno fatto dire che verranno. Non è da aspettarsi che siano fervorosi, ci vorrà del tempo, e confidare che la grazia finisca 1'opera incominciata; ma di quelli venuti qui specialmente possiamo essere contenti. Ed appartengono a 168 famiglie diverse (venute) in 38 giorni. Vengono, fanno 1'adorazione e se ne vanno. Non mi chiedono quattrini, né mi mangiano sopra come fanno altri. Vero è che molti vengono pure per non essere ingiustamente molestati dai loro... oppressori. Ma sono buona gente, e neppure sono i più poveri del popolo. Molti hanno il torto di essere troppo buoni, e di possedere qualche cosa che fa gola ad altri".

Con riferimento alla controversia portata in tribunale, informa il vescovo che per alcuni imputati minori si era conclusa la cosa senza difficoltà, e che agli altri il mandarino aveva detto che, se non avessero raggiunto un accordo, egli avrebbe deferito il caso al tribunale provinciale di Hanzhong. "Allora mandarono un globulato da me, cui si aggiunse il doganiere come mezzano. Feci scrivere la lista delle condizioni per finire (la questione): li pì (???); dieci tan (misure) di riso ai poveri; battere il tam tam in quattro giorni di mercato per disdire ciò che prima fu detto (è stato battuto); accomodare la strada fino a Yan Pinkoan; sottoscrivere un documento; (offrire) 50 pasti, spari (di mortaretti); chiedere scusa. Su richiesta dei mediatori, condonai 20 banchetti, e commutai 10 tan di riso in 20 di grano. Dovettero finire con l'accettare; però non potevano procurarsi il denaro se non verso il 20 della sesta luna (cioè verso il 20 di quel mese di luglio). Che siano disperati è vero, e bisognò attendere. Così coloro che avrebbero voluto scacciarmi mi trattengono, non inutilmente, e vedono man mano scappar loro quei poveri merlotti che formavano la loro rendita, i loro incerti. Così a Yanzibian regna una pace giammai vista, e i litigi sono finiti come per incanto".

Purtroppo, era soltanto la calma prima della tempesta. Nel frattempo infatti, era giunto nelle capitali delle province il decreto imperiale promulgato il 1° luglio per ordine dell’imperatrice Cixi. Oltre ad esprimere piena approvazione e sostegno per il movimento xenofobo ed anti-cristiano dei Boxer, il decreto stabiliva che i cittadini cinesi che avevano abbracciato il cristianesimo dovevano rinunciare alla loro fede per avere salva la vita, e che tutti i missionari stranieri dovevano essere espulsi; se rifiutando trovano la morte saranno essi stessi responsabili di tale sorte. Il governatore della provincia della Shaanxi e viceré Duan Fang decise di non renderlo operativo. Ma intanto copia del decreto era giunta anche ad Hanzhong, Secondo la ricostruzione fatta da mons. Balconi, "tutti i mandarini della provincia (che comprendeva 91 città), anche i più fanatici non avevano osato pubblicarlo (visto l’ordine del governatore); giaceva quindi in tribunale, ma gli impiegati ne erano informati". Intanto, "buona parte del grano che i mediatori si erano impegnati a restituire ai defraudati (a Yanzibian) era ormai pronto per la consegna, quando un globulato di Yanzibian, che insegnava nelle scuole di Hanzhong, un certo Ly c’iao-tun, mandò ad avvertire il fratello Ly iun-tun a Yanzibian di sospendere la consegna dei grani perché sarebbe lui stesso ritornato fra poco a spiegare ogni cosa. Da Hanzhong a Yanzibian non ci vogliono meno di sei giorni di viaggio e i pacieri attesero il ritorno di quel signore, prevedendo tuttavia che qualche notizia di importanza fosse sorta a modificare la situazione" (26). Era quello che da sempre essi speravano. Oramai sicuri del sostegno della corte imperiale, essi non videro motivo per attendere oltre, e nel giorno in cui avrebbero dovuto onorare l’accordo scritto, realizzarono baldanzosi il loro piano.

IL DIFFICILE COMPITO DEGLI STORICI

Non intendo ripercorrere la successione dei drammatici eventi, ampiamente narrata nel rapporto di mons. Pio Passerini sopra riportato, né ricercare le varie responsabilità nell’ambito dei conflitti locali. L’intera vicenda è stata approfondita, come già accennato, dallo studioso Anthony Lam Shui-kei di Hong Kong, che ha analizzato i "Documenti Ufficiali del Distretto di Ningqiang" (27). E analizzata con competenza da padre Gianni Criveller nella sua relazione.

Ma il modo con cui questa pagina controversa della recente storia cinese è stata finora trattata merita un aperto dibattito, perché è l’intera presenza del Cristianesimo nell’impero cinese dalla metà del 1800 che viene criminalizzata, come parte della "aggressione" perpetrata dagli "imperialisti occidentali" (28). Quanto alle pesanti accuse fatte ad Alberico Crescitelli e diffuse in tutta la Cina dall’agenzia ufficiale Xinhua in settembre-ottobre del 2000, risulta che esse si basano su un voluminoso lavoro pubblicato nel 1987 a Chengdu presso l’Accademia delle Scienze Sociali del Sichuan da due studiosi, Zhang Li e Liu Jian-tang. Questa opera (in cinese) porta il titolo Storia dei casi missionari in Cina, e dedica due pagine appunto all’incidente Guo Xide (Crescitelli). L’agenzia governativa Xinhua riprende quasi alla lettera certe affermazioni di quel libro, calcando la mano sull’accusa di cupidigia e strozzinaggio e sulla presunta immoralità di padre Alberico. La sua uccisione viene così presentata e giustificata come l’esplosione spontanea del risentimento popolare e patriottico. Ma è doveroso chiedersi: che consistenza hanno le fonti usate dall’agenzia di Stato per lanciare queste accuse infamanti?

He Guichun, della Fujian Normal University, che nel 1991 scrisse una rassegna degli studi recentemente apparsi in Cina sulla storia del Cristianesimo, osserva che "in passato il mondo accademico (cinese) ha sottolineato troppo, e con una visione troppo angusta, l’uso che della religione hanno fatto le grandi potenze occidentali per invadere la Cina. Negli ultimi dieci anni – aggiunge- c’è stato un evidente allargamento di orizzonti nell’affrontare questi temi, con particolare riguardo ai rapporti dei missionari con la gente di ogni classe e rango nella società cinese" (29). He Guichun aggiunge che "in passato, la ricerca sulle attività dei missionari partiva piuttosto da un punto di vista politico; solo in tempi più recenti essa ha tenuto conto anche del contrasto culturale (esistente) fra Oriente e Occidente". Egli cita specificamente la "resistenza che ha caratterizzato nei tempi moderni la classe intellettuale cinese nei confronti del Cristianesimo", dicendo che è un fattore di cui occorre tener conto.

Riferendosi alla Storia dei Casi Missionari in Cina di Zhang Li e Liu Jian-tang, pur apprezzando l’abbondanza del materiale raccolto, He Guichun mette in dubbio il valore della ricerca fatta: "Alcuni colleghi, dice, lo giudicano un centone di fatti trasformato in un libro". Già tre anni prima, quel grosso volume era stato stroncato da una recensione assai più severa scritta sempre in Cina da Mei Chuan, secondo cui il contenuto del volume "non è fedele ai fatti storici". Oltre ad osservare che molte pagine (fino a 9 alla volta) erano state copiate da vari libri (senza citare la fonte), vi si sottolinea la superficialità dei due autori, che non si preoccupano di verificare i fatti, per cui "usano false affermazioni per ripetere false affermazioni", dimostrando "una tendenza di estrema sinistra" (30).

Sembra che la qualità della ricerca storica in Cina stia oggi lentamente migliorando. Lo dimostrerebbe lo stesso fatto che nel 1995 la Shaanxi Normal University rese di pubblica ragione i Documenti Ufficiali della Contea di Ningqiang. E’ ben vero che in questa voluminosa pubblicazione (700 pagine!) "la prospettiva storica coincide ancora con quella del governo", come osserva Anthony Lam. Si tratta infatti di un lavoro eseguito sotto la guida di un Comitato locale del Partito Comunista Cinese. Non c’è quindi da meravigliarsi se anche in questa raccolta di DocumentiUfficiali "vengono attaccate con ostilità le iniziative dei preti", come nota Anthony Lam. Pure, ironicamente, proprio l’ostilità con cui sono presentati questi Documenti Ufficiali finisce per dimostrare l’innocenza di Alberico Crescitelli a proposito dei crimini odiosi attribuitigli dalla Xinhua. Non si trova infatti alcuna accusa riguardante l’integrità morale di padre Alberico. E’ pienamente giustificata pertanto la conclusione che tira Anthony Lam: "il fatto che (nei Documenti Ufficiali riportati ) non risulti alcuna accusa del genere può essere ritenuto come prova dell’innocenza del sacerdote".

Oltre alle accuse di abusi morali, la Xinhua ne aggiunge altre non meno pesanti contro Alberico Crescitelli: "Egli (Guo Xide) rubava terreni e proprietà della gente e arraffava i loro beni. Si preoccupava di convertire dei prepotenti locali, dei banditi e teppisti per servirsene imponendo ‘tasse’ e lavori vari. Nel 1898, dopo che in quell’area si era verificata una grave alluvione, Alberico Crescitelli era stato ‘autorizzato’ a distribuire aiuti pubblici da parte del governo della Dinastia Qing. Ma egli diceva ai contadini disagiati che dovevano entrare nella Chiesa per ricevere più aiuti. Egli inoltre prestava denaro ai contadini a tassi di interesse esorbitanti. La gente del luogo decise che non potevano sopportare più a lungo le sue nefandezze e lo uccisero una notte nel 1900" (31).

In questi Documenti Ufficiali si citano come parti in causa vari "letterati" di Yanzibian e della contea, oltre a tre gruppi principali denominati "Le sei Tigri", "I quattro Tori" e "I cinque Dragoni", di cui si identificano i componenti. Gli avvenimenti sono così ricostruiti: "durante gli anni 24° e 25° di Guangxu (1898-99), Yanzibian ebbe a patire per gravi siccità e inondazioni. La gente viveva nella miseria. Il governo distrettuale di Hanzhong concesse alle zone colpite degli aiuti per l’emergenza. E Pio Passerini, vescovo della diocesi di Hanzhong, fu incaricato di distribuire i sussidi. Egli comprò cibo e sale con questo denaro. Parte degli aiuti fu mandato a Yanzibian. Un prete italiano, Crescitelli, approfittò della situazione per attrarre la gente a far parte della Chiesa. Decise che quelli che si convertivano avrebbero avuto più cibo e più sale. La Chiesa ha anche fatto dei prestiti usurai sulla gente in miseria. E il popolo si arrabbiò per questo. Il 26° anno di Guangxu (1900) fu un anno di buon raccolto. Appena prima della mietitura, Crescitelli pretese la restituzione dei prestiti. Diede istruzione ai suoi servi e a dei facinorosi di strappare ai contadini i loro raccolti. La rabbia del popolo, che si aggiungeva all’influsso della ribellione dei Boxer, causò il Caso Religioso di Yanzibian" (32).

Questa descrizione dei Documenti Ufficiali della Contea di Ningqiang rappresenta ovviamente la difesa dei maggiorenti locali, che dopo la sconfitta delle truppe imperiali furono processati per ordine della stessa corte imperiale e condannati per l’assassinio di padre Alberico. Essi mirano pertanto a spiegare in loro favore la contesa sulla distribuzione degli aiuti destinati ai poveri in quella emergenza per la carestia. Anche padre Alberico nei suoi scritti denunzia un aspro contrasto in materia, insistendo che non fossero discriminati i cristiani e quanti volevano convertirsi. Non rifiutiamo il confronto su questa intricata questione. Ma voler attribuire l’uccisione di padre Alberico al "giusto risentimento e all’indignazione popolare" contro ipotetici abusi morali e gravi ingiustizie e ruberie perpetrate da questo "infame missionario" straniero, come vorrebbe l’Agenzia Nuova Cina, è un grossolano tentativo di diffamazione e un esercizio di propaganda politica di bassa qualità, che certo non fa onore alle autorità che lo hanno avallato.

Nel valutare le cause che hanno portato all’uccisione di Crescitelli, uno studio obiettivo non può ignorare "l’opposizione (al cristianesimo) da parte degli intellettuali cinesi", ricordata giustamente da He Guichun. La ricostruzione fatta dall’Agenzia Xinhua sembra ignorare completamente il fatto che alla fine del 20° secolo era largamente diffusa una propaganda specificamente anti-cristiana cara a certi settori della società cinese. Come abbiamo visto, si trattava di una opposizione che era viva anche nel distretto di Ningqiang e a Yanzibian, anche se in quelle zone non era diffuso il fenomeno specifico conosciuto come Movimento dei Boxer (33). Anthony Lam ricorda anche un altro studio del prof. Gu Changxing, apparso a Shanghai nel 1980 col titolo Preti e Cina Moderna, molto critico del lavoro della Chiesa. Nella terza edizione apparsa nel 1995, il prof. Gu aggiunse due volumi, in cui parla tra l’altro del contrasto esistente fra la cultura tradizionale cinese e la cultura dell’Occidente. Da parte loro, "i preti erano motivati dalla loro fede religiosa e convinti che il Cristianesimo avrebbe sconfitto il paganesimo cinese. Cercavano quindi di riformare la Cina secondo il modello occidentale con la loro scienza e tecnologia. Lo scambio culturale porta benefici ad entrambe le parti. (…) La capacità di fare da ponte e il contributo dato dai preti allo scambio culturale della Cina con i Paesi dell’Occidente nei tempi moderni dovrebbe essere riconosciuto" (34).

Quanto ai fatti specifici che hanno portato all’uccisione, pur trovandoci di fronte a spiegazioni opposte, sia I Documenti Ufficiali che le fonti ecclesiastiche indicano come un elemento fondamentale l’utilizzo delle limitate risorse disponibili per le vittime della grave carestia. Occorrerà pertanto verificare e mettere a confronto, in modo sereno e comparato, I Documenti Ufficiali e i resoconti raccolti dalle autorità ecclesiastiche durante il lungo e serio Processo Canonico. Penso che questa ulteriore ricerca sia molto importante, perché non si tratta di una questione puramente accademica riguardante un episodio del passato. He Guichun conclude la sua rassegna sui lavori storici cinesi raccomandando di "guardare al futuro" e dicendo: "dobbiamo sviluppare ulteriormente la politica di ‘lasciar sbocciare cento scuole di pensiero’ e la formula ’ricercare la verità dai fatti’". E per facilitare il raggiungimento di questi obiettivi e egli suggerisce che in Cina si incrementino gli scambi accademici (con l’estero) e che vi si traducano e pubblichino anche libri scritti in lingue estere".

Come sottolinea anche il vescovo Pio Passerini nella testimonianza ufficiale presentata alle autorità romane nel 1908, la preoccupazione predominante che emerge chiara dagli scritti di Alberico è quella di onorare Dio "salvando anime a costo anche di pesanti sacrifici personali". Lo abbiamo ampiamente rilevato nella corrispondenza personale del martire. Il vescovo ricorda che, lasciando l’episcopio per l’ultima volta per recarsi a Yanzibian, padre Alberico gli aveva detto, riferendosi alla difficile missione: "Non so cosa mi aspetta…Ad ogni modo, vita e morte sono nelle mani di Dio. (…). Se dovesse succedermi qualcosa, (…) è mio desiderio che il poco denaro dei miei risparmi, depositato qui, sia utilizzato per raccogliere ed educare bambini pagani". E’ questa la vera figura di Alberico Cresciteli, quale emerge integra dalla sua vita e dai suoi scritti. Chi è determinato a "cercare la verità dai fatti" non può non riconoscerlo onestamente.

Sono incoraggianti le parole di Papa Giovanni Paolo II, che nel contesto della controversia suscitata dalle canonizzazioni ha raccomandato agli storici di "offrire un aiuto perché si possa ricostruire nel miglior modo possibile come si sono svolti i fatti, oltre a conoscere i costumi e la mentalità del tempo, alla luce del contesto storico di quell’epoca". Gli studiosi di storia, sinceramente impegnati a chiarire le incomprensioni attraverso una sincera ricerca della verità, possono dare un contributo notevole perché si possa instaurare una più pacifica cooperazione anche fra popoli con esperienze culturali diverse.

NOTE

[1] Si tratta di una espressione cara al leader cinese Deng Xiaoping che rovesciò la politica estremista di Mao Zedong e della Rivoluzione Culturale.

[2] La prima bordata si ebbe sul giornale ufficiale Il Quotidiano del Popolo il 2 ottobre 2000. Lo stesso giorno l’agenzia Nuova Cina pubblicava anche un articolo dal titolo "Smascherare i cosiddetti ‘santi’", a cui anche il quotidiano di lingua inglese China Daily (edizione di Hong Kong) diede grande evidenza il giorno seguente, nella pagina delle "Opinioni", col titolo "La vera natura dei ‘santi’ del Vaticano".

[3] Fides, 29 sett. 2000, ni 656 ; cf. anche Corriere della Sera, 27 sett. 2000, p. 11.

[4] Per semplicità li citerò direttamente nel corpo del discorso come Corrispondenza, aggiungendo la data e il numero progressivo loro attribuito nell’Archivio del PIME a Roma (Fondo Crescitelli), che è disponibile a tutti gli studiosi.

[5] Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, Editrice Vaticana, 1994, n. 2473. Già S. Agostino diceva nel quarto secolo che "martyres non facit poena sed causa": cf. Enciclopedia Cattolica, VIII, Roma, 1952, p. 243.

[6] Anthony Lam, The Study on Alberico Crescitelli in the Official Records of Ningqiang County, Monograph Series no.1, marzo 2002 (ciclostilato), pp. 26.

[7] Positiones per la Causa di Beatificazione, n. 22 (Summarium ex Officio super scriptis"), p. 6.

[8] Cf. Lorenzo M. Balconi, Vita del Beato Alberico Crescitelli Martirizzato in Cina il 21 luglio 1900, Milano 1950, p. 19. Alla p. 227, Balconi riporta il Regio Decreto del 23 nov. 1889 con cui si concede a Don Alberico Crescitelli la medaglia di bronzo, e anche la delibera del Consiglio Comunale di Altavilla Irpina del 25 maggio 1901: "lo spazio davanti la Chiesa Maggiore di questo Comune, sia d’ora in poi chiamato ‘Largo Alberico Crescitelli’, in memoria del martirio da costui sofferto per la propagazione della religione di Cristo fra gli infedeli".

[9] Trattandosi di un rapporto ufficiale inviato da padre Crescitelli alla Congregazione di Propaganda Fide, l’0riginale si trova nell’Archivio della Congregazione, in “Scritti riferiti nei Congressi, Cina e regni adiacenti”, a. 1890, vol. 34.

[10] Trattandosi di un rapporto ufficiale inviato da padre Crescitelli alla Congregazione di Propaganda Fide, l’0riginale si trova nell’Archivio della Congregazione, in "Scritti riferiti nei Congressi, Cina e regni adiacenti", a. 1890, vol. 34.

[11] Cf. Periodico Mensile delle Missioni Estere: II, n. 2, marzo 1898, p. 30 (sull’utilizzo del bambu); n.. 11, dicembre 1898, p. 172; e n. 12, gennaio 1899, p. 182 (sui bachi da seta). mons. Balconi dedica ai vari studi di Crescitelli un intero capitolo nella sua biografia: Vita del Beato Alberico, pp. 67-79, e stampa in appendice (pp. 211-226) una relazione di Alberico sulla coltivazione del riso nello Shaanxi meridionale.

[12] Quella zona godeva poco buona fama perché abitata da fuorusciti delle province limitrofe (Hunan, Hubei e Sichuan). mons. Lorenzo M. Balconi, che fu Vicario Apostolico di Hanzhong dal 1928 al 1933, ed ebbe modo di conoscere bene quell’area, ne traccia un quadro molto pesante: "Il popolo di Ningqiang aveva e conserva ancora oggi un carattere fiero, ardito, semiselvaggio, non curante della morte, testardo, fatalista, superstizioso all’estremo, iracondo e superbo, alquanto pigro, truffatore, crudele e vendicativo": Vita del Beato Alberico, p. 125. I"Documenti Ufficiali della Contea di Ningqiang" descrivono quegli abitanti come "diligenti, coraggiosi, diritti, onesti, valorosi e rivoluzionari": cf. Anthony Lam, The Study on Alberico Crescitelli, p. 3.

[13] Paul A. Cohen, China and Christianity – The Missionary Movement and the Growth of Chinese Antiforeignism, 1860-1870, Cambridge - Mass., 1963 (Taipei, 1967), p. 49..

[14] Sull’episodio ci sono relazioni di padre Callerio e di mons. Passerini nel Periodico Mensile, I, n. 9 (ott.) 1897, p. 105; n. 10 (nov.), p. 115; n.. 11 (dic.), p. 130.. E poi nella IIa annata (1898), n. 6 (luglio), pp. 80 ss.

[15] Periodico Mensile, III, n. 7, agosto 1899, p. 97.

[16] Periodico, III, n. 7, agosto 1899, p.97.

[17] Si vedano i vari numeri del Periodico Mensile, per l’annata 1900, in cui successivi aggiornamenti politici danno un’idea del clima di apprensione che si respirava ad Hanzhong in quel delicato periodo. Significativamente, le due lettere di Vicario e di Callerio non furono pubblicate che in giugno 1900 (nel n. 4-5, a pp. 49-61), dopo che era già esplosa la follia del Boxer: non si voleva infatti allarmare le famiglie dei missionari.

[18] Balconi, Vita del Beato Alberico, pp. 114-120.

[19] Periodico, I, n. 6, luglio 1897, p. 62.

[20] Periodico, IV, n. 10-11, nov.- dic. 1900, p. 162.

[21] Periodico, IV, n. 7, agosto 1900, p. 99.

[22] Periodico, IV, n. 8-9, sett.-ott. 1900, p. 115; IV, n. 12, gennaio 1901, pp. 177-185.

[23] Varie testimonianze sono raccolte nel Periodico: V, n. 6, luglio 1902, pp. 83-85; n. 7, agosto, pp. 97-99; n. 8 sett., pp. 113-117.

[24] Periodico, IV, n. 10-11, nov.– dic. 1900, pp. 161-4; V, 3-4, apr.-maggio 1901, pp47-51; n. 5, giugno 1901, pp. 69-71.

[25] Periodico, V, n. 5, giugno 1901, p. 69.

[26] Mons. Balconi spiega che l’espressione globulati veniva usata dai missionari per indicare persone insignite di uno dei 9 gradi di onorificenze imperiali, che si distinguevano appunto con bottoni o globuli di varie forme e colori che ornavano la sommità del copricapo. Le espressioni o ie, cun ie, ecc. erano il titolo corrispondente ai vari gradi di questi notabili: Vita del Beato Alberico, pp. 177 s.

[27] Balconi, Vita del Beato Alberico, pp. 157-159.

[28] Anthony Lam, The Study on Alberico Crescitelli in the Official Records of Ningqiang County, citato, pp. 3 ss..

Si veda a questo proposito la recensione che lo studioso francese Jean Charbonnier ha fatto di una "Storia del Cristianesimo", pubblicata a Pechino nel 1979 da Yang Zhen (pp. 537), in Ateismo e Dialogo, Roma n. 2, giugno 1981, pp. 136-139. Si veda anche "L’Histoire Marxiste du Christianisme dans les Historiens Chinois", in Circulaire del China Catholic Communication, Singapore, n. 4 marzo 1982.

[29] He Guichun, "A Summary of Research in the last Ten Years into the History of Christianity in China", in China Study Journal, (Londra), aprile 1993, pp. 23-36.

[30] Mei Chuan scriveva su Tian Feng, la rivista ufficiale del Consiglio Cristiano Cinese (dei Protestanti), n. 9, 1988. Tra le opere saccheggiate dai due autori sono state identificati un libro di Wang Zhixin e uno di Gu Changxing.

[31] Dall’articolo "Smascherare i cosiddetti santi", dell’Agenzia Xinhua pubblicato sul China Daily (Ediz. di Hong Kong), il 2 ottobre 2000, p. 4.

[32] Anthony Lam, The Study on Alberico Crescitelli in the Official Records of Ningqiang County, citato, pp. 3-4.

[33] Lo studioso Paul Cohen ricorda che molti cinesi anche colti non vedevano nel movimento dei Boxer una società segreta basata sulla superstizione, ma lo idealizzavano come una realtà anti-imperialista e patriottica:le cui mitiche gesta erano accolte come fatti storicamente accurati: Paul A. Cohen, The History in Three Keys, Columbia University Press, New York 1997, p. 286.

[34] Anthony Lam, The Study on Alberico Crescitelli…, pp. 6-7.