INTERVISTA

Bruno Forte riflette sul vuoto morale degli attacchi condotti dagli "ateologi":
«Troppa superficialità. Ma il tema del rapporto con l’altro coinvolge ogni uomo».

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«La "Spe Salvi" non risponde certo ai Dawkins,
ma dialoga con l’"ateismo" tragico di Nietzsche o di Horkheimer:
quello che coglie la profondità della domanda di senso.
Anche chi non crede può avere un’"etica" della responsabilità,
ma se si arriva fino in fondo ci si apre alla possibilità di Dio».

Alessandro Lanni
("Avvenire", 29/1/’08)

«Quello dei vari "pamphlet" di moda in questi mesi è un "ateismo" piuttosto debole dal punto di vista del rigore del pensiero. Ma non è l’unica forma di ateismo esistente. Ne esiste anche uno tragico e pensoso con il quale ritengo sia utile dialogare». Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e tra i più importanti teologi italiani, non fa nomi, ma di certo i "bestseller" dell’ateismo di Richard Dawkins e, da noi, di Piergiorgio Odifreddi, non sono tra le sue letture preferite. Da numerosi anni, intrattiene uno scambio con alcuni filosofi laici intorno al tema dell’incontro tra fede e ragione e apprezza chi, anche nel campo dei non credenti, s’interroga sulle "cose ultime". In "Trinità per atei" ("Cortina" 1996) discuteva con Massimo Cacciari, Giulio Giorello e Vincenzo Vitiello dell’"ineluttabilità" della fede anche per dirsi non credenti. Un uomo del dialogo che difende le proprie posizioni, ma riconosce la grandezza di un Kant e addirittura di un Nietzsche.

Uno dei temi centrali della recente Enciclica «Spe Salvi» promulgata da Benedetto XVI è proprio l’ateismo. Al quale il Papa dedica non solo una scontata condanna, ma una grande attenzione sia per le sue motivazioni (una forma di "protesta" per l’ingiustizia che esso rappresenta) sia per le conseguenze "nefaste" che gli attribuisce nel XX secolo.

«Credo che il merito di questa Enciclica sia duplice. Il primo è di aver riposto al centro la speranza, ovvero la grande domanda di Kant: che cosa possiamo sperare? È la domanda di tutti, in forme diverse: dei giovani che cercano un senso alla vita e al loro futuro e delle persone anziane che s’interrogano sull’ultimo domani. Il discorso sulla speranza cristiana, il Papa lo coniuga con un’analisi attenta dei processi della modernità, in cui c’è rispetto per la scienza, la tecnica e le filosofie del progresso. Quello che il Papa mette in luce - a mio avviso, in modo assolutamente corretto - è l’incompletezza di queste proposte. La fede nel progresso, l’ideologia della scienza, lo "scientismo" hanno mostrato i loro limiti nelle vicende degli ultimi due secoli. Il "cumulo" di violenza prodotto dai "totalitarismi", dalle guerre e dalla stessa scienza quando non si è "autoregolamentata" (si pensi solo all’uso dell’atomica!), quando cioè si sono separate "etica" e scienza, dimostra come c’è bisogno di un riferimento etico assoluto. Non è un no alla scienza, ma allo "scientismo"».

Nella «Spe Salvi» si legge: «Un mondo che si deve creare da sé la sua giustizia è un mondo senza speranza». È l’esatto opposto di quello che pensa un "laico", che la speranza è proprio nella possibilità di cambiare il mondo da parte degli uomini. È uno degli insegnamenti che l’"Illuminismo" ha lasciato a tutto il pensiero successivo.

«A me sembra che due sono stati i grandi modelli che si sono confrontati nella modernità.
Uno è quello che ha riposto la speranza nell’"emancipazione", nella capacità dell’uomo di essere il liberatore di se stesso, il costruttore del suo domani in maniera assoluta. L’altro è invece il modello della "redenzione" che, mentre riconosce l’assoluta necessità del coinvolgimento dell’uomo, apre però l’essere umano a un senso ultimo e "trascendente".
Senza questo senso ultimo l’orizzonte della vita e della storia appare troppo breve e tutto diviene possibile, anche il male assoluto che le ideologie della modernità hanno dimostrato di sapere produrre, come è avvenuto nella
"Shoah", nei "totalitarismi" e nelle guerre. Di fronte a questa alternativa tra emancipazione e redenzione, il Papa sta ovviamente dalla parte della redenzione, ma sarebbe banale ritenere questo una svalutazione del contributo che ognuno di noi può dare».

Ma a chi si rivolge il Papa nella sua critica all’ateismo? A Dawkins e Odifreddi?

«Il Papa parla con Bacone, con Kant, con Horkheimer. Con gente che le questioni se le è poste fino in fondo. Come dicevo, la modernità ci presenta due modelli diversi di ateismo: uno piuttosto superficiale e negligente; l’altro pensoso e drammatico».

In che cosa si distinguono questi due modelli di ateismo?

«Quello non troppo pensante o negligente è quello di questi "pamphlet" e in effetti non merita grande attenzione. Questi libri sono perfino una "propaganda" a favore di Dio, se si valuta la povertà delle loro argomentazioni. Dall’altra parte, c’è l’ateismo pensoso e militante della rivoluzione, del progresso, della fatica di credere, di un Nietzsche davanti a cui bisogna levarsi il cappello quando dice del folle uomo che nella piazza del mercato grida: "Dio è morto". Egli ha il coraggio di individuarne tutte le conseguenze: sentirsi orfani dopo che si è ucciso Dio. È con questo tipo di ateismo che il Papa dialoga: con esso è possibile confrontarsi perché c’è la serietà della domanda. Ciò che invece è difficile, se non impossibile, è potersi incontrare con l’ateismo banale, poco pensoso e poco profondo. Il significato del "Dio è vivo" o "Dio è morto" è la vera questione. È questo che manca nei libretti "anti-teologici" o "ateologici", come oggi si dice, nei quali "Dio" è solo un ornamento di cui si può fare a meno. Norberto Bobbio amava ripetere che la vera differenza non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti. E questo si potrebbe tradurre in un linguaggio che, per esempio, ama Cacciari, quando dice che è un pensiero negligente quello che non si confronta con le questioni ultime».

Eppure la questione dei valori, lo scontro tra laici e credenti anche in politica si pone tutti i giorni.

«A me sembra che alcune "scaramucce" che appaiono come grandi battaglie sono di "retroguardia". Una politica senza parametri etici forti rischia di essere "autolesionista" e si stacca completamente dalla realtà. Si fanno battaglie su questioni marginali e la questione quotidiana di tanta gente che fa fatica ad arrivare alla fine del mese, di gente che vuole sposarsi ma non ha un lavoro, di anziani che sono spesso soli, queste questioni non si affrontano...»

È possibile un’"etica atea"?

«Bisogna dire innanzitutto che l’etica è un mettersi in relazione con l’altro. Non c’è etica dove non c’è "alterità", ovvero un corrispondere, un portare responsabilità nel senso del "pondus", del peso dell’altro. Dunque, può esserci un’etica anche di chi non crede e riconosce l’alterità immediatamente nel prossimo, nel vicino, come esigenza con cui misurarsi e a cui corrispondere».

E perché prendersela con l’ateo, se l’ateo è comunque portatore di valori, diversi ma pur sempre valori?

«L’etica riferita all’altro, cioè al prossimo di cui vedo il volto, può essere totale e assoluta? Ecco la grande domanda, che poi è quella che ha posto Lévinas a tutto il "Novecento". Lévinas riconosce che il volto degli altri è una traccia di un "Altro" ultimo, sovrano e trascendente. Dunque è proprio sul cammino dell’etica che si affaccia la possibilità del riconoscimento di Dio e della verità ultima e trascendente. Ecco perché da una parte affermo che è possibile un’etica della responsabilità verso gli altri anche in chi non crede, ma devo dire pure che portando fino in fondo la responsabilità etica verso altri ci si apre alla possibilità di riconoscere un’alterità ultima, ovvero il mistero "santo" di Dio».

Ci sarebbe dunque un’"inconsapevolezza" da parte degli atei della inevitabile necessità di un Dio quale fondamento anche di sistema di valori per i non credenti.

«"Inconsapevolezza" è un termine un po’ forte. In tutti c’è una sorta di "nostalgia del Totalmente Altro". Certo, noi possiamo darle molti nomi, questo è quello che gli hanno dato Adorno e Horkheimer. Ma questa "nostalgia" è quella che Agostino esprime all’inizio delle "Confessioni": "Hai fatto il nostro cuore per te ed è inquieto finché non riposa in te". Dunque, più che di "inconsapevolezza "direi che si tratta di un non esplicitare fino in fondo ciò di cui siamo tutti inconsciamente consapevoli, perché radicalmente bisognosi.
Nella struttura più profonda del suo essere, l’uomo è "capax Dei", fatto per Dio e chiamato a entrarci in dialogo per lodarlo, amarlo e lasciarsi amare».