RIFLESSIONE

RITAGLI     L’anno liturgico? È terapeutico     DOCUMENTI

Anselm Grün
("Avvenire", 18/11/’07)

Il concetto di «anno ecclesiastico» o «anno liturgico» compare per la prima volta all’epoca della "Riforma", nel 1589. Alla successione delle festività dell’anno liturgico è stato spesso attribuito un valore pedagogico: nel corso dell’anno si celebrano gli eventi principali della vita di Gesù affinché i cristiani prendano sempre più confidenza con Gesù Cristo e ne imitino il comportamento. Oppure è stata interpretata in modo dogmatico: nel corso dell’anno si annunciano i principali insegnamenti della Chiesa.
Da quasi trent’anni, in occasione dell’ultimo dell’anno, della Pasqua e della Pentecoste, nell’abbazia di Münsterschwarzach teniamo dei corsi per i giovani, per approfondire con loro il mistero di queste festività e avviarli sul cammino per diventare uomini. E ogni volta ci rendiamo conto di come le singole festività esprimano la nostra stessa vita dandole un’interpretazione nuova.
Queste feste hanno un carattere "archetipico". Molti giovani, nella settimana di Pasqua, hanno avvertito che si trattava di loro stessi e non hanno avuto difficoltà a rappresentare la propria vita in una forma così tradizionale come la "Via Crucis". Non ci sono mai stati grandi problemi di traduzione.
I giovani vi vedevano espressa la propria situazione, per esempio nelle tre cadute di Gesù, nella sottrazione degli abiti, nella crocifissione. Hanno rappresentato queste scene e, recitandole, si sono resi conto di rappresentare se stessi, le loro continue cadute, il loro denudare ed essere denudati, il loro ferire ed essere feriti. Nella rappresentazione hanno riconosciuto la propria vita quotidiana. Hanno scoperto i pensieri e i sentimenti dai quali spesso si lasciano guidare. Nella recita si sono accostati a se stessi, si sono riconosciuti come davvero sono. E rappresentando se stessi, qualcosa si è mosso dentro di loro, si sono trasformati. Hanno inscenato il proprio bisogno di redenzione e così facendo hanno sperimentato qualcosa della redenzione.
Nei corsi abbiamo cercato di rappresentare i contenuti "archetipici" delle diverse festività in un gesto, una pantomima o in una recita. Così facendo abbiamo capito che l’intero anno liturgico è un grande «psicodramma», una rappresentazione della nostra psiche, un dramma nel quale la nostra anima mette in scena se stessa con tutti i suoi alti e bassi.
Quando viviamo giorno per giorno impegnati in mille faccende, per lo più non abbiamo idea di ciò che accade nel profondo della nostra anima. Di tanto in tanto nei nostri sogni affiorano immagini che ci inquietano, di tanto in tanto siamo sopraffatti da sentimenti che non riusciamo a inquadrare. E, di tanto in tanto, anche nel mezzo delle nostre attività, emerge l’intuizione di volere tutt’altro, di essere sostanzialmente diversi da come ci presentiamo.
Quando siamo soli, riemerge l’intuizione di un’altra vita, l’idea che ciò che facciamo e viviamo non possa essere tutto. Sono presentimenti che spesso ci fanno paura, perché presuppongono che qualcosa cambi anche in noi. Non potremmo più dare per scontato che tutto si riduca a guadagnarsi da vivere.
L’anno liturgico, con le sue varie festività, dà ai pensieri e ai sentimenti, alle immagini e alle idee spesso represse nell’inconscio la possibilità di esprimersi, di rappresentarsi. Ci mette dinanzi agli occhi immagini e simboli che corrispondono alle nostre immagini inconsce e al contenuto dei nostri sogni. Nella lingua di tutti i giorni non disponiamo di parole e concetti per esprimere ciò che accade sotto la superficie. Eppure è necessario parlarne, perché non sia rimosso generando in noi un conflitto malsano. Se lo si può esprimere a parole, invece, eserciterà su di noi un effetto salutare, dandoci nuova forza e l’equilibrio interiore.
Le immagini e i simboli dell’anno liturgico ci mostrano chi siamo veramente. Portano alla coscienza i nostri pensieri e sentimenti inconsci e danno loro una forma in cui esprimersi. Questo ci fa bene. Ci libera dalla paura di essere sopraffatti dall’inconscio e ci offre la possibilità di affrontarlo apertamente. L’anno liturgico non ci tiene conferenze psicologiche sul nostro inconscio né lo analizza, ma lo rappresenta, nelle immagini e nei simboli, nelle cerimonie liturgiche, nei riti e nei gesti. Mette in scena i contenuti inconsci, li inserisce nell’azione.
La sera del Venerdì Santo, per esempio, la liturgia ufficiale della Chiesa non rappresenta qualcosa a cui si può assistere da spettatori. Anche lì tutti compiono gli stessi gesti, parlano e cantano, seguono la processione, recitano tutti la stessa scena, come per esempio la Domenica delle Palme, quando tutti salutano l’ingresso di Gesù agitando rami d’ulivo. Anche la liturgia, in fondo, è una recita, una rappresentazione sacra, che coinvolge tutti rendendoli partecipi di ciò che viene rappresentato, del mistero della festa e della nostra redenzione.
Nel suo famoso libro "Lo spirito della liturgia", già nel 1918 Romano Guardini ha scritto un capitolo intitolato "La liturgia come gioco" che a quel tempo ha entusiasmato vasti settori del movimento giovanile. Guardini definisce la liturgia un gioco perché, come il gioco, è un’attività priva di scopo, «un espandersi disinteressato della vita che prende possesso della propria pienezza, e ch’è piena di senso anche nella sua mera esistenza».
Guardini contrappone la liturgia agli esercizi di sant’Ignazio, pensati per sortire un effetto ben preciso. Gli esercizi di Ignazio sono per lui una scuola rigida, in cui tutto ha il suo ordine, la liturgia invece è come l’aperta campagna: «Là tutto è sviluppo consapevole delle forze, qui tutto è vita naturale, crescita delle intime energie della natura e con la natura. La liturgia crea un ampio mondo esuberante di intensa vita spirituale e fa sì che l’anima vi si muova e vi si sviluppi». E come scopo della liturgia indica: «Fare un gioco dinanzi a Dio, non creare, ma essere un’opera d’arte, questo costituisce il nucleo più intimo della liturgia». Nel gioco della liturgia giungiamo alla vera realtà della nostra vita, al mistero della redenzione e della liberazione per mezzo di Gesù Cristo.
Se mi lascio coinvolgere dall’anno liturgico, ne sono risanato. La mia anima si manifesta pezzo a pezzo: tutti gli aspetti del mio cuore trovano espressione, tutti gli aneliti e i desideri, tutti i pensieri e i sentimenti, tutte le paure e le minacce. Non devo reprimere niente.
Posso metterci tutto me stesso. Ma in questo modo faccio anche chiarezza.
Imparo ad affrontare i miei aneliti e le mie paure. Imparo a riordinare tutto ciò che affiora nel mio cuore. E sono più vivo. Ogni festività tocca e risveglia un’altra parte della mia anima, portandola alla vita.
Il gioco della liturgia è però qualcosa di più della rappresentazione della nostra psiche. Ha anche un’altra dimensione. Dio agisce su di noi. Nel gioco lasciamo a Dio lo spazio per mostrarci qualcosa di nuovo e per rinnovarci. Era così che lo concepivano i Padri della Chiesa, di cui Hugo Rahner ha raccolto i pensieri sul gioco: «Il gioco, nell’intima radice e nei fiori, è un mistero sacrale, la speranza in un’altra vita che si fa gesto, atteggiamento. Gioco è incantesimo, rappresentazione del totalmente altro, anticipazione del futuro, rifiuto dell’oggettività opprimente. Quanto è terreno diventa improvvisamente provvisorio nel gioco, presto superato e infine del tutto eliminato: e lo spirito è così pronto ad accettare l’inaudito, ad addentrarsi in un mondo di leggi del tutto diverse, pronto a essere senza peso e libero, regalmente indipendente, divino». E Rahner cita Ippolito di Roma, che definisce Cristo «il primo danzatore nella danza mistica», il quale ci fa sentire anche fisicamente la nuova libertà nel gioco liturgico. E introduce san Girolamo: «Nella Chiesa la gioia dello spirito si esprime negli atteggiamenti del corpo».
Nella nostra liturgia odierna, purtroppo, poco rimane di questa gioia dello spirito che si esprime nei gesti, nell’incedere solenne, nell’atto di alzare le mani e nell’abbraccio del segno di pace. Eppure anche oggi la liturgia offre, a chi ha la sensibilità per coglierli, sufficienti riti e gesti nei quali abbandonarsi al "gioco celeste" per intuire qualcosa della libertà e rilassatezza che ci attende in cielo e che Gregorio di Nissa così immagina: «Sarai riammesso nella schiera danzante degli spiriti angelici» La maggioranza delle feste dell’anno liturgico celebra eventi storici, interventi di Dio nella storia attraverso suo figlio Gesù Cristo. Se celebriamo un evento divino, questo accade a noi e ci risana.
Nell’antichità, accanto agli eventi storici, si festeggiavano però anche gli eventi naturali, come l’inizio della primavera, il solstizio d’inverno, la semina e il raccolto. Da sempre l’uomo ha riconosciuto nella vita della natura la legge della propria esistenza. Come la natura fiorisce e muore, così è anche per l’uomo. Celebrando il «morire e divenire» della natura, l’uomo accetta il proprio destino e si riconcilia con esso. Alcune feste pagane della natura sono anche alla radice di certe feste cristiane.
Qualcuno potrebbe considerarli residui pagani da superare, ma il nesso dell’anno liturgico con il ritmo della natura è per noi salutare. In ciò che accade intorno a noi scorgiamo un simbolo di ciò che si verifica dentro di noi. Quando festeggiamo la Pasqua, il rifiorire della natura rafforza l’idea della vita che sboccia nella risurrezione di Cristo. Non dobbiamo considerarci esseri spirituali al di sopra dei fenomeni naturali. Siamo inseriti nella natura. Ci fa bene accettarla e conviverci. Proprio oggi che la natura è sempre più distrutta e sfruttata, la vita in sintonia con i ritmi della natura, a cui l’anno liturgico ci invita, può rappresentare anche un rapporto più responsabile nei suoi confronti. Giova alla nostra psiche seguire il ritmo naturale, anziché costringerci a un ritmo artificiale contrario alla nostra natura. Vivere secondo natura significa anche vivere secondo la nostra anima.
Dipendiamo semplicemente da ciò che accade intorno a noi, dalle stagioni, dallo stato della natura che ci circonda.
Quanto la Chiesa ci offre attraverso l’anno liturgico riprende le immagini della natura perché possano esercitare su di noi il loro effetto salutare. La vita nella natura dovrebbe aiutarci a scoprire la nostra vitalità. Chi, attraverso le feste liturgiche, entra in contatto con il ritmo della natura instaura con essa un rapporto nuovo e si comporta anche diversamente. Entra in sintonia con la natura, partecipa al suo flusso vitale e scopre così un senso nuovo e sano dell’esistenza.
L’anno liturgico si ripete di anno in anno. Non è una retta ascendente, bensì un cerchio chiuso. Per gli antichi il cerchio era simbolo dell’eternità, del divino, della perfezione. L’anno liturgico non è la ripetizione annuale della vita di Gesù dalla nascita alla morte, bensì un ciclo della vita, della vita divina. Ogni parte del cerchio racchiude tutto in sé. Il mistero è sempre completo. Nel cerchio principio e fine sono uniti. Il cerchio è un’immagine del desiderio dell’uomo di tornare alle origini perdute, alla sicurezza del ventre materno e, al contempo, del suo anelito di perfezione. Nella struttura ciclica dell’anno liturgico trova espressione la nostalgia per il paradiso perduto. In questo mondo in continuo mutamento il ciclo che si ripete sempre uguale dà all’uomo un pezzetto di patria, il presagio di partecipare già qui a qualcosa di immutabile, alla vita divina. Anno dopo anno celebriamo le stesse feste, che diventano per noi punti di orientamento.
Queste festività suddividono anche il nostro tempo, che non è più monotono ma acquista una struttura, dando pienezza alla nostra vita. Per chi non fa distinzione tra la Pasqua e il Venerdì Santo, l’Avvento e la Quaresima, il Natale e la Pentecoste la vita è più povera, manca di mordente, di punti culminanti ai quali tendere.
Se tutti i periodi sono uguali, diventano privi di senso. Se la domenica è un giorno come un altro, questo rovina anche la quotidianità, che diviene vuota, noiosa e priva di senso. La mancanza di senso tanto avvertita oggi è sicuramente dovuta in parte anche al fatto di non poter più celebrare dei giorni diversi dagli altri, delle feste in cui si manifesta qualcosa di più grande, in cui trapela il senso dell’interezza perché ci si sa toccati da Dio. La festa illumina anche gli altri giorni, conferendo loro una qualità diversa.
Si sente spesso dire che non si possono programmare i sentimenti, che non è possibile gioire a comando soltanto perché è Natale o Pasqua. In realtà non è necessario farsi prendere dalla gioia; si tratta piuttosto di accostarci a un mistero indipendente da noi, affrontando la festa così come ci sentiamo. L’esito non siamo noi a controllarlo, ma ci fa comunque bene non rimanere indifferenti. Altrimenti "vivacchiamo", coltivando la nostra svogliatezza e mancanza di senso, senza mai approfondirle.
La festa è uno specchio nel quale possiamo guardarci. E se il Natale ci fa sentire la nostra profonda solitudine, ha comunque un senso. È comunque meglio, confrontandoci con una festa, giungere alle radici della nostra solitudine, che sfuggirla sempre. Dalle radici può venire anche la guarigione.